Archive for novembre, 2011

Hanna di Joe Wright ( dvd e b-ray )

Hanna è un’adolescente che vive con il padre Erik, isolata dalla società, in una foresta. L’uomo l’ha addestrata a una molteplicità di tecniche di difesa e di attacco, all’uso delle armi e le ha fornito una buona conoscenza di molteplici lingue. Perché Erik è un ex agente della CIA che ha dovuto far perdere le proprie tracce e vuole che la figlia sappia come sopravvivere a un eventuale rientro nel mondo civile. Perché Hanna è ormai pronta e può scegliere di farsi trovare da Marissa Wiegler, responsabile dell’Agenzia, che ha un conto da saldare con Erik e vuole a tutti i costi catturare la ragazza.
Era difficile aspettarsi un buon esito nel cinema di azione e di spionaggio da Joe Wright, regista che sembrava ormai dedito ad omaggi letterari ben riusciti come Orgoglio e Pregiudizio. La diffidenza è stata invece ampiamente sconfitta. Wright si ancora agli stilemi del genere ma dimostra di saperli innervare con elementi che potrebbero dare luogo a un’azione di rigetto e che invece vi si adattano perfettamente. Hanna è una fiaba a pieno titolo con la fanciulla (Hanna), l’oggetto magico (il pulsante che, una volta schiacciato la può catapultare nella cosiddetta civiltà), la strega (Marissa), il lupo cattivo (il killer che la bracca), il bosco (non la foresta iniziale ma il mondo che la ragazza non conosce). Non a caso il libro che le è rimasto dall’infanzia è una vecchia copia delle favole dei fratelli Grimm e la sua meta è proprio la Casa Grimm a Berlino.
Ma Hanna è anche una truffautiana ‘ragazza selvaggia’ al rovescio. Tenuta coscientemente lontana dalla società è stata però addestrata ad usarne le tecniche di combattimento e le armi e a conoscerne gli elementi di base. L’istruzione le è stata impartita ‘prima’. La sua educazione, una volta abbandonata la foresta, invece sarà gestita in negativo. Non solo quella impostale dai ‘cattivi’ che la vogliono catturare o eliminare ma in fondo anche quella della famiglia britannica che incontra in Marocco. Un padre, una madre e due figli tenuti insieme più dalle convenzioni di una modernità che impone le proprie regole ‘alla moda’ che da un concetto di nucleo di affetti tradotto in modalità di vita.
Hanna si trova così a dover salvare la propria vita in un mondo di cui ha appreso degli elementi ma non ha conosciuto nulla e in proposito è magistrale la sequenza in cui, in una abitazione marocchina qualsiasi, scopre in contemporanea gli oggetti di base della civiltà che le invadono la mente sconvolgendola per pochi, terribili attimi. Il colpo di scena nel sottofinale è molto meno originale di questo vero e proprio squarcio di horror della conoscenza.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

novembre 30, 2011 at 6:44 pm Lascia un commento

Ben Howard – Every Kingdom ( cd – lp )

Ben Howard Every Kingdom Album Cover

Una montagna di oggetti lucidi e riflettenti si staglia fiera ai miei occhi: è una moltitudine di nuova musica su supporti digitali che chiedono ascolto e attenzione, una serie infinita di deja-vu ora piacevoli, ora noiosi, che scivolano nel lettore senza lasciar tracce e sedimenti.
La curiosità, unità all’ostinazione, mi aiuta a scorgere un barlume di luce nell’esordio di un giovane musicista del Devonshire. Ben Howard è uno cantautore pronto a sfidare l’anonimato della produzione contemporanea, grazie a un prezioso patrimonio tecnico che gli permette di rinnovare il fascino del fingerpicking
Bert JanschJohn Martyn Nick Drake hanno reso nobile tale arte, trascinando il folk verso nuovi orizzonti poetici, e Ben Howard, con il suo album “Every Kingdom”, rinnova i flussi creativi contaminandoli non solo di blues e jazz, ma anche con materie apparentemente meno nobili come il pop, il surf e il beat.
Canzoni fragili e a volte irruente, che non mostrano tutta la luce che possiedono, se non dopo attenti ascolti. Ben Howard mette in sequenza graziose ballate dallo stile asciutto e incisivo: “Old Pine” introduce l’ascoltatore nel suo mondo poetico che incontra Joni Mitchell, David Gray e John Martyn senza nessun cedimento armonico, in un suono che arriva diretto al cuore e alla mente senza compromessi.

Tra vivaci ingenuità folk-pop (“Only Love”), introspettivi frammenti acustici (“Diamonds”), appassionanti incursioni beat (“The Wolves”) e raffinati acquerelli dalle timbriche pastorali (“Gracious”) si librano strutture complesse, che edificano nota su nota un castello sonoro imponente, nel quale confluiscono psichedelia, blues e prog e generano la preziosa “Black Flies”.

La passione per il surf e le terre del Devonshire sono il seme di “Keep Your Head Up” e “The Fear”. Ben Howard esibisce padronanza di stili diversi creando canzoni aliene al panorama del songwriting moderno: ogni brano è frutto di elaborate costruzioni armoniche, accordi che fanno impallidire i cultori del folk-blues. Il minimalismo del riff di “Everything” nasconde una struttura artigianale di rara bellezza, uno strano incanto si impossessa dell’ascoltatore togliendo fiato.
Anche le bonus track incluse nella edizione limitata sono affascinanti: “Empty Corridors” e “I Will Be Blessed” possiedono la verve adatta per diventare dei classici delle esibizioni live.

Ben Howard non è un innovatore, ma il suo approccio avventuroso gli permette di aggiungere alcune pagine interessanti al patrimonio folk-rock con una cascata di sfolgoranti accordi. Il suo è puro talento, che intinge finger-picking e spunti gothic in un immenso mare lirico, creando una pagina conclusiva, “Promise”, che scorta l’album verso un incantevole crescendo che stordisce e suona più di una promessa.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

novembre 27, 2011 at 5:05 pm Lascia un commento

Diario di una schiappa di Thor Freudenthal

Greg Heffley è un ragazzino magro e non molto alto. Greg sta per entrare alla scuola media dove troverà un mondo totalmente nuovo e non facile da affrontare. Greg vive con i genitori, con un fratello maggiore che lo perseguita e con uno molto piccolo che lo ammira. La nuova scuola viene affrontata da Greg in compagnia di Rowley con cui ha frequentato le elementari. Rowley non solo è sovrappeso ma è anche decisamente infantile. I due vengono immediatamente collocati nella parte bassa della graduatoria che automaticamente si viene a creare. Sono tra coloro che non contano nella scuola. Greg vorrebbe invece salire in classifica ma con l’amico sempre al fianco l’impresa sembra impossibile.
Non è facile raccontare la scuola media. Molti ci hanno provato e pochi ci sono riusciti (tra questi ultimi vedi Fuga dalla scuola media o Matilda 6 mitica). Thor Freudenthal, basandosi sui libri di Jeff Kinney, centra il bersaglio. Narrate sotto forma di diario di bordo, le vicissitudini di Greg e di Rowley si tengono alla larga dagli stereotipi scolastici cinematografici e quando ne affrontano uno (il bullismo ad esempio) sanno come trattarlo. Non è un film solo per ragazzi e non è un film solo ‘americano’. Certo la struttura scolastica è quella degli States ma tutti potranno ritrovarsi nelle dinamiche che vengono ad instaurarsi tra i protagonisti. Gli slanci generosi, il desiderio di emergere, il rischio costante di perdere (o di non riuscire a conquistare) l’attenzione altrui vengono rappresentati con ironia leggera e con un’assoluta conoscenza della materia. La ragazzina di seconda che si isola per leggere un libro di Ginsberg perché si sente troppo diversa dalla massa o la figlia della rappresentante dei genitori in Consiglio d’Istituto che tiene in pugno l’insegnante di canto non sono solo dei ‘caratteri’. Diventano persone che interagiscono con Greg e con la sua personalità in formazione, capace anche di qualche vigliaccheria dimostrandosi però capace di riscatto. Per una volta poi gli adulti, con l’eccezione di un padre un po’ bambinone, non vengono relegati nel ruolo degli stupidi a tutti costi o degli indifferenti. Rappresentano un mondo un po’ distante ma non del tutto alieno. Per chi poi da bambino avesse giocato a ‘ce l’hai’ ci sarà la soddisfazione nel vederne l’amplificazione offerta dalla temutissima ‘formaggite’, una delle soluzioni narrative più riuscite del film.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

novembre 26, 2011 at 12:28 pm Lascia un commento

She & Him – Very She & Him Christmas ( cd – lp )

In America lo chiamano “Christmas creep”: ad ogni anno che passa, la rincorsa verso il Natale comincia con sempre un po’ di anticipo in più. Le playlist natalizie, ormai, conquistano la radio già il giorno dopo la festa di Halloween: non c’è da stupirsi troppo, insomma, di trovarsi tra le mani un disco di canzoni di Natale a ottobre… Tanto più se a interpretarle è il duo twee per eccellenza della scena indie d’Oltreoceano, She & Him: il primo exploit con cui Zooey Deschanel ha rivelato a tutti le sue doti canore, infatti, è stato proprio sulle note della classica “Baby, It’s Cold Outside”, in una scena del film “Elf” del 2003.
L’avvertenza, quindi, è inevitabile: se siete come il vecchio Scrooge di Dickens, e in questa stagione venite presi da una voglia incontrollabile di prendere gli elfi di Babbo Natale e sotterrarli tutti con un ramo di agrifoglio nel cuore, vi conviene stare alla larga da “A Very She & Him Christmas”. Zooey e Matt, si sa, sono due incorreggibili nostalgici e il regalo che hanno preparato sotto l’albero non avrebbe potuto che essere un omaggio fedele alla tradizione natalizia. Ma se, nonostante tutto, non riuscite a nascondere un po’ di trepidazione quando si accendono le prime luminarie, allora nelle prossime feste questo disco potrebbe rivelarsi una colonna sonora molto meno scontata del previsto.

Zooey Deschanel crede fermamente nell’esistenza di Santa Claus: come ha spiegato nella sua ultima apparizione da Jay Leno, ne ha avuto la prova inconfutabile a dieci anni, quando ha ricevuto come regalo di Natale due set del piccolo chimico identici… Impossibile che i suoi genitori fossero così storditi da averle comprato un regalo doppio: almeno uno doveva venire per forza da Babbo Natale!
È proprio questo lo spirito di “A Very She & Him Christmas”: un pacchetto da scartare con lo sguardo candido e il sorriso malinconico di una striscia dei Peanuts. Il repertorio è quello tipico di quel filone tutto americano di canzoni a base di fiocchi di neve, renne e caminetti scoppiettanti, in cui il Natale politicamente corretto si trasforma in una holiday season da cartolina. Dal vecchio giradischi di casa spuntano i “Christmas album” di Vince Guaraldi, dei Beach Boys e, ovviamente, di Elvis Presley. Tutto ritrovato secondo una “new old-fashioned way”, come suggeriscono i versi dallo spigliato sapore Fifties di “Rockin’ Around The Christmas Tree”.

Ma per una volta, nella coppia, il ruolo del protagonista spetta a M. Ward: sono gli intrecci eleganti della sua chitarra, infatti, a salvare “A Very She & Him Christmas” dalla (sin troppo facile) trappola della stucchevolezza. Gli arrangiamenti e le orchestrazioni dei primi due volumi firmati She & Him lasciano il posto così a un’atmosfera rarefatta e dall’anima intimamente acustica: canzoni per la mattina di Natale, fatte per cullare un silenzio colorato di luci intermittenti. Invece della consueta profusione di archi e campanelli, “Silver Bells” si accontenta di un ukulele per accompagnare la voce di Zooey Deschanel, mentre “Have Yourself A Merry Little Christmas” assume le vesti di un sussurro romantico e ammaliante.
Tra il tocco di pianoforte di “The Christmas Waltz” e i cori di “Little Saint Nick”, il passo si fa più svelto sulla slitta di “Sleigh Ride”, scivolando sul manto soffice del canto. M. Ward conquista il microfono in “Christmas Wish”, per poi recitare la parte del ritroso nell’ironico gioco di seduzione di “Baby, It’s Cold Outside”, rivisitato a parti invertite rispetto ai canoni, con Zooey ad assumere i panni ammiccanti della tentatrice.

Insomma, una strenna fatta apposta per riscaldare il cuore della hipster girl della porta accanto, con tanto di cappello di lana e guanti griffati She & Him in offerta speciale con la deluxe edition dell’album… E per chi vuole sentirsi più buono, c’è anche la destinazione di parte dei proventi del disco all’organizzazione non profit di Dave Eggers, 826 National. A volte, però, non è detto che anche il più classico degli auguri debba per forza suonare banale: “Although it’s been said many times, many ways / A very merry Christmas to you”.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

novembre 25, 2011 at 8:07 pm 2 commenti

13 Assassini di Takashi Miike ( dvd e b-ray )

Erano anni che Takashi Miike lavorava al suo jidai geki – equivalente nipponico del genere “cappa e spada”, sovente ambientato nel periodo Tokugawa – con una cura maniacale per il dettaglio che ben conosce chi ama l’autore di Gozu. Quando Miike decide di indossare i panni “seri” (evento che capita assai di rado, visto che ogni anno gira un paio di eccessi camp, horror oppure trasposizioni di manga), per di più cimentandosi con il remake di un maestro – ieri Graveyard of honor di Fukasaku Kinji, oggi Thirteen Assassins di Ejichi Kudo (1963) – l’iconoclasta della macchina da presa diviene modernizzatore, con immenso rispetto, della tradizione; e il capolavoro è nell’aria. Ogni inquadratura di 13 Assassins sembra il frutto di un lungo e meticoloso lavoro di ricerca del frame perfetto: dolly quando è il caso di utilizzarli, primi piani e controcampi fluidi e mai gratuiti, scene corali coreografate all’esatto punto di incontro tra la tradizione jidai geki e il western di Peckinpah. Con aggiunta di un dinamismo tutto contemporaneo, che emerge prepotentemente nelle gesta dell’assassino “scemo” o nella sequenza in cui il virtuoso dei ronin utilizza una dozzina di katana per sconfiggere gli uomini dell’empio Naritsugu; proprio il villain incarna la summa del Male secondo il Takashi Miike-pensiero, perversa macchina sadomasochista di distruzione (come in una riedizione del Kakihara di Ichi the Killer) che in fondo anela ad affrontare e poi abbracciare l’estremo dolore della morte.
L’assurda carneficina di innocenti causata dalle manie di Naritsugu non può che preludere al tramonto di una società basata sul rispetto cieco delle gerarchie e del diritto di nascita, introducendo il Giappone all’età moderna. Nella parte dello ieratico leader degli assassini, invece, un Koji Yakusho per cui gli aggettivi da sprecare sono esauriti. In totale, un Miike come non se ne vedevano da tempo e forse come non si sperava di vederne più.

Emanuele Sacchi (www.mymovies.it)

novembre 22, 2011 at 8:14 pm Lascia un commento

The Walkabouts – Travels in the Dustland ( cd – 2lp )

Apprezzai molto “Acetylene“, l’album del 2005 firmato dai Walkabouts, decani della scena alt-rock americana, una quindicina di lavori alle spalle, in pista dal 1984, scritturati dalla mitologica Sub Pop nel periodo d’oro ’89-’94 senza avere la necessità di fare grunge a tutti i costi. i sono mancati tanto in questi sei anni, e mi è capitato di rimettere su quel disco, domandandomi come si potesse mai decidere una pausa così lunga dopo un prodotto del genere, abrasivo al punto giusto, figlio dell’urgenza anti-Bush, con testi di una profondità con pochi uguali nel secondo millennio.
Non che siano stati con le mani in mano: Chris Eckman si è dedicato a un mare di progetti (compreso un disco solista), allargando ulteriormente il proprio spettro d’azione e consolidando la propria reputazione ben oltre i confini degli stili musicali che aveva finora brillantemente frequentato.
Chiaro quindi come sia stata accolta con tripudio dai fan la notizia che il 2011 avrebbe visto nella propria pianificazione di uscite discografiche il ritorno dei Walkabouts.

Qualche timore per la verità si era insinuato: si temeva che i signori potessero ritrovarsi in stallo creativo, dando alle stampe un prodotto non all’altezza della propria fama. Timori dissipati dai primi minuti di “Travels In The Dustland”: basta ascoltare la voce di Carla Togerson nell’iniziale “My Diviner” per essere ripagati completamente della lunga attesa.
Chris e Carla si confermano protagonisti di un sodalizio benedetto dagli dei, accanto a loro vengono confermati Michael Wells al basso, Glenn Slater alle tastiere e Terri Moeller alla batteria, più la new entry Paul Austin (già con Willard Grant Conspiracy) alla chitarra.

 “Dustland” è meno cattivo di “Acetylene”, un tantino più rifinito, ma altrettanto efficace, con undici tracce che sanno di polvere americana e di chitarre ben stagionate. Il paese della polvere è un po’ quel Sahara nel quale Eckman ha coordinato il riuscito esperimento Dirtmusic, ma soprattutto è quell’America post 11/09 che neppure Barack Obama riesce a rimettere in carreggiata.
È l’America, ma è un po’ tutto il mondo, schiacciato da una crisi che non vede la fine, che non vede spiragli d’uscita, dove i mercati finanziari sono in grado di pilotare le sorti di interi paesi.

Carla è la dolcezza, Chris l’indignazione, la qualità delle canzoni è come al solito straordinaria, folk rock che si contamina con un sopraffino approccio alternative. Come al solito alcuni brani risultano programmatici sin dal titolo (“Every River Will Burn”), ma questa volta l’aggressività resta latente, controllata, in un gioco d’insieme assolutamente riuscito e di gran classe.
È il viaggio il motivo dominante (“Long Drive In A Slow Machine”), fra blues metropolitani (“Rainmaker Blues”) e orizzonti irraggiungibili (“Horizon Fade”), con il vento sempre pronto a scompigliarci i capelli (“Thin Of The Air”).

I Walkabouts tornano a rubarci l’anima (“Soul Thief”) per regalarci meravigliose storie di terre polverose (“The Dustlands”) e cieli malinconici (“Wild Sky Revelry”), con episodi di una dolcezza disarmante (“They Are Not Like Us”) alternati ad altri classicamente rock (“No Rhyme, No Reason”).
Un risultato strepitoso, oltre le più rosee aspettative, conseguenza di immenso mestiere,  grande equilibrio di fondo ed ispirazione costantemente su livelli d’eccellenza.
Uno dei dischi di americana più riusciti del 2011, forse il migliore.

Claudio Lancia (www.ondarock.it)

novembre 21, 2011 at 5:39 pm Lascia un commento

Owen – Ghost town ( cd – lp )

Mago delle tinte pastello, prestigiatore dei sentimenti, illusionista del cuore: non finirebbero mai le qualifiche stregonesche di Mike Kinsella, da anni camuffato sotto il pastrano a nome Owen. Ormai contrassegnato da segni distintivi inequivocabili – i delicati arpeggi di acustica, distesi sulla voce appena increspata di Mike – il cantautore americano ha dalla sua una carriera troppo onorata per abbandonarsi lentamente a una produzione di maniera.
Con questo “Ghost Town”, suo sesto disco, Kinsella rinserra le fila del proprio cantautorato, inarcandolo all’insegna di una varietà strumentale di grande estro, di arrangiamenti e composizioni memori del suo passato math (American Football) ed emo (Cap’n Jazz, che si sono riuniti giusto l’anno scorso).

Un disco talmente ricco da esaltare la mano degli ingegneri del suono di OldhamIron and Wine, anche se  i nomi citati non potrebbero essere più lontani dalla strada scelta da Kinsella, in questo “Ghost Town” in particolare. Scorci math, appunto, nell’epica – per una canzone di Owen – “No Place Like Home” e nel pop alla Death cab for cutie di “Everyone’s Asleep In This House But Me”, per un disco votato decisamente all’acustico, dopo le escursioni anche elettroniche del precedente “New Leaves”.
La più convenzionale, decisamente reminiscente dello struggente “At home with Owen“, è la canzone dedicata alla figlia di Kinsella (“O Evelyn…”), la cui recente nascita è un po’ il perno intorno al quale si snodano i temi di questa “città fantasma” di Owen, estendendosi da una trasfigurazione-florilegio della maternità (“Mother’s Milk Breath”) al rapporto col padre scomparso (“You know I’m still pissed after a life tempestuous/ Unless you can rise from the dead, I’ll die like this”, canta il Nostro in “No Language”).

Fantasmi, presenze la cui esistenza ancora irrisolta aleggia intorno alla vita di Kinsella e che riempiono le pagine dell’album, agitandone le acque in moti inaspettati ma controllati, anche quando tutto sembra stridere in un sussulto che sembra abbracciare vivi e morti (la distorsione dell’assolo finale di “Everyone Is Asleep In This House But Me”).
Dentro a questi straripanti sentimenti, a questa sorta di resa dei conti sentimentale, Owen incrocia saldamente su rotte di sogno e improvvisi addensarsi di nubi; di questo carattere ondivago della meteorologia del disco è emblema “I Believe”, che parte in forma di mantra e si accende di una tempesta elettrica nel suo bel mezzo.

In “Ghost Town” Mike Kinsella si distanzia insomma dall’immagine di cantautore sensibile e dimesso, che cominciava ormai a “precederlo” in modo preoccupante, soprattutto a seguito dello scorso “New Leaves”. Con un balzo di intensità forse inaspettato, il Nostro riesce invece a illuminare una carriera di acuita personalità, che gli prefigura un futuro cantautorale ora assai più promettente.

Lorenzo Righetto (www.ondarock.it)

novembre 19, 2011 at 12:27 pm 3 commenti

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