Archive for ottobre, 2010

Sun Kil Moon – Admiral Fell Promises ( cd – 2lp )

“No, this is not my guitar/ I’m bringing it to a friend/ And no I don’t sing/ I’m only humming along/ Up here in the air/ I’m just moaning at the clouds/ Wanting to be known/ While I pass the lonely hours”
Non vi è sintesi più efficace dei versi introduttivi dell’iniziale “Ålesund” per presentare il terzo album originale di Mark Kozelek a sigla Sun Kill Moon. “Admiral Fell Promises” è infatti un disco estremamente intimo e personale, che insiste sui soli elementi della sua voce inconfondibile e sulle corde di nylon di una blue guitar inedita, accarezzate o pizzicate in un picking discreto, cristallino, emozionale e dalle ricorrenti sfumature latine.

Niente più incursioni elettriche, dunque, né alternanze di arrangiamenti variopinti, come quelli che avevano caratterizzato il precedente, splendido “April“, ma solo un’ora di descrizioni e cupe confessioni della fragile sensibilità di Mark Kozelek, mai così intimo ed essenziale al di fuori delle poche, saltuarie produzioni discografiche sovente licenziate sotto il suo nome di battesimo negli intervalli tra i dischi realizzati col supporto della band. Questa volta, però, non si tratta di un album “minore”, né di una raccolta di cover, b-side o interpretazioni dal vivo; questa volta il sensibile cantautore californiano ha deciso di elevare l’essenzialità della formula a rappresentare degnamente il suo progetto attualmente principale.
La scelta appare del tutto funzionale all’impronta che Kozelek ha voluto conferire all’album, personale e riflessiva ancor più di quanto offerto in tutta la sua carriera. Kozelek non è certamente più il post-adolescente che riversava in musica i tormenti dei propri “24”; da allora sono passati quasi due decenni, e le inquietudini giovanili si sono ormai trasformate stabilmente in una malinconia endemica, connaturata all’animo dell’autore e accettata con consapevolezza, quasi con voluttà.

È un Kozelek solitario e nostalgico quello che traspare dalle storie e dalle riflessioni riassunte in testi spesso torrenziali, nei quali spicca la narrazione dei luoghi nei quali si svolge la sua vita e la sua arte. Gli esterni sono angoli di città, prospettive nubi grigie e di rami spogli, scorci di mare azzurro sul quale volano i gabbiani; gli interni sono soprattutto quelli dell’anima, istantanee tratte dalle stanze dell’artista e dalla sua solitudine creativa. Così, un cuore sensibile si lascia andare agli accordi della sua spanish guitar per lenire “the pain from midnight cry/ when one leaves the world behind” (“Half Moon Bay”), fino a cercare nello strumento d’elezione l’unico sollievo ad antiche ferite e a un nuovo nemico, il tempo che trascorre inesorabile: “from my room I look at the street/ and see the youth passing along” (“Church Of The Pines”).
Eppure, nonostante il mood e le tematiche, “Admiral Fell Promises” non è poi un lavoro così cupo e privo di speranza: lo testimonia il calore che stilla dalle corde di nylon, che si inarca talora in vezzosi bolero, e il frequente incedere asincrono tra le note e i racconti, collocati su un piano diverso ma correlato, e dotati di un respiro tanto più ampio quanto più spazio viene loro concesso in pezzi che si protendono al di là dei sei-sette minuti durata (“Third And Seneca”, “Church Of The Pines” – tra i brani meglio riusciti dell’album, accanto alle più concise “Sam Wong Hotel” e “Australian Winter”).

Disco dal contenuto tanto personale da apparire una sorta di diario di auto-analisi, “Admiral Fell Promises” può senz’altro incontrare un limite comunicativo nell’invariabilità della formula e nella sua parvenza così monocromatica; tuttavia, non può non essere apprezzato per la capacità dell’artista di mettersi a nudo, in termini tanto di sensibilità che di suono.
La valutazione complessiva deve quindi tener conto, da un lato, dei brividi a fior di pelle sovente suscitati dalla sapiente intersezione di voce, note e parole e, dall’altro, della limitatezza espressiva consapevolmente prescelta per canzoni che potrebbero apparire troppo piatte, in assenza della necessaria comprensione testuale ed emotiva. In ogni caso, certo è che Mark Kozelek ha ancora molto da dire, e le qualità intatte per esprimerlo.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

ottobre 30, 2010 at 11:17 am Lascia un commento

Oltre le regole di Oren Moverman ( dvd )

sergente William Montgomery soffre ancora dei postumi di una ferita vicino a un occhio riportata in Iraq. Rientrato in patria riceve un nuovo incarico: insieme al Capitano Tony Stone dovrà occuparsi delle visite che vengono assegnate al Casualty Notification Office. Sono i graduati che debbono recarsi presso le famiglie tempestivamente per fare in modo che ricevano la comunicazione del decesso di un congiunto in guerra prima che questo divenga di pubblico dominio. I due iniziano la loro attività trovandosi dinanzi alle reazioni più diverse: c’è chi esplode in crisi di pianto e chi li aggredisce accusandoli di vigliaccheria. Mentre tra loro il rapporto si dimostra difficile Will, che ha una relazione viziata da troppe reticenze, si trova ad annunciare la morte del marito ad Olivia Pitterson e coglie nella donna i tratti di un sentire di cui ha profondamente bisogno.
L’Iraq, ancor più del Vietnam, deve avvalersi del cinema per cauterizzare ferite profonde. La guerra nel Sudest asiatico aveva radici profonde ed era figlia di una progressione a cui neppure il ‘mito’ Kennedy risulta estraneo. In Iraq non è andata allo stesso modo: si è deliberatamente scelto un obiettivo, si sono costruite false prove e si è proceduto all’arruolamento di giovani della parte più bisognosa del Paese che poteva trovare nell’esercito una fonte di sostentamento e di speranza nell’edificazione di un futuro.
Questa opera prima dello sceneggiatore di Io non sono qui si inscrive a buon diritto nel filone aperto da Francis Ford Coppola con Giardini di pietra . All’epoca per la prima volta un regista liberal ci consentiva di leggere la ‘sporca guerra’ dal punto di vista di chi addestrava i giovani soldati per vederli poi tornare in una bara avvolta dalla bandiera a stelle e strisce. Oggi l’israeliano Moverman, che ha conosciuto direttamente per 4 anni la vita militare nel suo paese d’origine, porta sullo schermo il dolore della perdita priva di senso di una vita vista dal punto di vista di chi deve seguire un rigido protocollo per portare l’annuncio.
Will e Tony sono affini (la divisa dovrebbe renderli tali) e al contempo distanti. Mentre il primo si porta dentro le ferite aperte della campagna irachena l’altro si trincera dietro un cinismo irrigidito dalle regole da rispettare sempre e comunque. Ma Will ha forse guadagnato dall’esperienza recente il barlume di una ricerca di umanità nel contatto con il prossimo che l’altro sembra (forse solo sembra) aver sepolto nel profondo di se stesso. L’incontro con una donna che conosce la responsabilità di edificare il futuro per una nuova innocente generazione fungerà da punto di non ritorno.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

ottobre 27, 2010 at 6:12 pm Lascia un commento

Departures di Yojiro Takita ( dvd e b-ray )

Dopo lo scioglimento dell’orchestra, il violoncellista Daigo (Motoki Masahiro) rimane senza lavoro e decide di ritornare al paese d’origine. Assieme alla moglie Mika (Hirosue Ryoko), docile e mansueta come poche, si trasferisce nella sua vecchia casa in campagna alle porte di Yamagata. Qui comincia a cercare lavoro e si imbatte in un annuncio interessante, raggiunge l’agenzia e scopre che i viaggi dell’inserzione non sono vacanze alle Maldive ma dipartite nel mondo dell’aldilà. Titubante all’inizio, si lascia convincere dagli insegnamenti del capo, il becchino Sasaki (Yamazaki Tsutomu), e ritrova il sorriso perso da tempo. Quando la moglie scopre l’identità del suo nuovo mestiere, scappa di casa e lo abbandona solo in paese, dove in molti cominciano a snobbarlo. Ma il destino sta nuovamente per sorprenderlo, costringendolo a fare i conti con il passato, la morte della madre e l’allontanamento precoce del padre, fuggito chissà dove e mai più rivisto.
Il rito della deposizione – la cura del nokanshi – è una tradizione giapponese, un modo prezioso per dare l’estremo saluto alla persona deceduta: la pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione sono le ultime simboliche carezze fatte alla persona cara, prima di lasciarla andar via per sempre. Quando Daigo legge l’annuncio sul giornale, viene sedotto dalla parola ‘partenze’ e crede di candidarsi per un lavoro in un’agenzia di viaggi. In quel gioco equivoco di significati metaforici è racchiuso il segreto del film: la morte è un commiato, più che un semplice passaggio in un mondo altro e sconosciuto. In questo senso, il rito di nokanshi rappresenta la necessità di prepararsi alla dipartita, creando una liturgia laica, utile soprattutto a chi rimane, per impossessarsi dell’ultima delicata riconciliazione con il defunto. I vecchi rancori vengono messi da parte e la voglia di pace trova il giusto spazio e il modo per esprimersi. Il laconico capo Sasaki, interpretato con grande intensità dal raffinato attore Yamazaki Tsutomu, già alle prese con la celebrazione delle esequie in The Funeral di Juzo Itami, scardina la qualificazione macabra e tetra che solitamente accompagna il mestiere di becchino per sostituirla con una cerimonia rispettosa che, in composto e discreto silenzio, dice molto più di lunghe prediche sacerdotali.
Il rapporto con un padre assente, l’amore incondizionato per la figura materna e la difesa del valore poetico della vita sono i temi che ritmano il raggiungimento della maturità di Daigo. Il protagonista conosce così i suoi limiti, accetta di non essere un musicista talentuoso, abbandona le vecchie abitudini e scopre un’incredibile vocazione per l’arte della sepoltura. La sua rinascita spirituale supera le convenzioni sociali, e lo mette di fronte alla drammaticità della morte, in un equilibrio di tragedia compassionevole e umorismo grottesco. L’espressività del volto di Daigo, arrabbiato, sereno, disgustato e perplesso, racconta allo spettatore le fasi di accettazione della fine, intesa come corrispondenza di arrivo e partenza.
Malgrado poi la sceneggiatura scelga di sottolineare i passaggi con simbolismi semplici, un po’ troppo esplicativi e chiarificatori, come la pietra regalata dal genitore che ritorna puntualmente ad ogni risoluzione di conflitti (tra padre e figlio, tra moglie e marito), il film ci accompagna per mano in un viaggio fatto di dignità e rispetto. Senza virtuosismi di macchina o eccessi estetizzanti, ci lascia, alla fine, con una conquista in più, raccontandoci emozioni e sentimenti a misura d’uomo.

Nicoletta Dose (www.mymovies.it)

ottobre 25, 2010 at 7:26 pm Lascia un commento

Wyatt/Atzmon/Stephen – For the ghost within’ ( cd – lp – cd+dvd )

Robert Wyatt si è fatto convincere a un disco nuovo da Gilad Atzmon (il musicista scrittore ebreo antisionista che da tempo frequenta) e Ros Stephen (una giovane violinista diventata famosa per il progetto “Tango siempre”).

Gli hanno usato una dolce violenza, così pare, perché Wyatt sembra più elusivo del solito, un ospite fin troppo discreto che ha messo la firma solo sul 25% di una canzone nuova e per il resto levita con la sua voce da elfo tra sogni vecchi e nuovi, mentre Atzmon e la Stephen (e il suo Sigamos String Quartet) fanno sentire la loro presenza con più puntiglio e tenacia. Lui suona fiati e legni con cadenze mediterranee, ricordando più con dolcezza che con livore la patria che ha abbandonato rabbioso, lei sparge aromi di miele e sfuma i colori più accesi; in una tal pappa sonora galleggia il nostro Robert, portando nella sua quieta dimensione l’amatissimo Ellington ma anche il Monk di Round Midnight, il Johnny Mercer di Laura, gli Chic di At Last I Am Free, e una perla recente del suo tesoro, Maryan.

Ho chiuso il primo ascolto con beneficio d’inventario, imbarazzato per certi momenti troppo friabili e mèlo. Poi, sarà un’attenzione maggiore, sarà l’affetto smisurato per il nostro uomo, ho scoperto che certi momenti dell’album hanno un brillìo speciale: la lieve cadenza di The Ghosts Within, per esempio, firmata dall’insolito duo Gilad Atzmon/ Alfreda Benge (la moglie di RW), il fantastico rap mediorientale di Where Are They Now e perfino la versione finale di What A Wonderful World, che mai avrei detto – anche da un pezzo stra-ascoltato e logoro Robert sa stillare qualcosa, confermando che quasi non importa cosa canti ma come, e che tra le pieghe di quella voce c’è tutto un mondo da esplorare e in cui è bellissimo stare.

Riccardo Bertoncelli (www.delrock.it)

ottobre 23, 2010 at 10:44 am Lascia un commento

Cosa voglio di più di Silvio Soldini ( dvd )

Anna ha una vita come tante altre. Ha un buon lavoro in cui è apprezzata e ha un compagno da qualche anno, Alessio, che l’ama e con cui conduce un menage tranquillo al punto di poter accarezzare l’idea di smettere di prendere la pillola e avere un figlio. Un giorno però a una festa incontra un cameriere, Domenico. Lo rivede perché è venuto a recuperare un coltello dimenticato e da quel momento per entrambi il desiderio non è più contenibile. Domenico è sposato e ha due figli piccoli. Non c’è un posto in cui i due possano incontrarsi liberamente e allora la scelta obbligata diventa il motel. Per due ore, la sera del mercoledì quando lui dovrebbe essere in piscina per un corso da subacqueo. Fare equilibrio tra passione e vita di tutti i giorni non è però un’impresa facile.
Silvio Soldini torna ad affrontare il tema delle relazioni uomo-donna con coerenza anche se apparentemente ribaltando la prospettiva rispetto al precedente Giorni e nuvole . In quel caso il contesto economico–sociale era evidenziato sin dall’inizio con la perdita del lavoro mentre qui emerge pian piano. L’amore al calor bianco che travolge Anna e Domenico (e con loro, anche se in maniere diverse, anche i reciproci contesti familiari) non interessa al regista e agli sceneggiatori di per sé (sarebbe una storia già ultra nota) ma contestualizzato in un mondo in cui le certezze di un tempo sono state messe profondamente in crisi.
Anna e Domenico non possono astrarsene nel loro rifugio con specchi del motel. I corpi che si sono donati reciproco piacere credendo di poter chiudere il mondo fuori in realtà lo hanno portato con sé (e lo faranno anche se lontani fisicamente da quella Milano in cui Soldini torna a girare dopo lunga assenza). La macchina da presa li segue e li comprende così come comprende Alessio nella sua tenace difesa del rapporto con Anna barricato dietro un quieto e determinato non voler sapere. Comprende anche Miriam, la moglie di Domenico, incapace invece di chiudere gli occhi dinanzi all’evidenza e in costante, quotidiana lotta contro la precarietà economica.
E’ uno sguardo in ricerca quello di Soldini e il suo cinema si rivela, come un sismografo dei sentimenti, capace di registrare le scosse dirompenti così come i più piccoli sussulti, magari provocati da un rumore fuori campo. Perché fare del bene a se stessi, come Anna e Domenico vorrebbero, senza fare del male agli altri (ciò che si desidererebbe restasse fuori campo) è una delle imprese più difficili da compiere.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

ottobre 22, 2010 at 5:08 pm Lascia un commento

John Legend and The Roots – Wake up! ( cd – lp – cd+dvd )

Alla notizia della candidatura di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, moltissimi cantanti e rapper hanno sentito forte l’esigenza di scendere in campo e mobilitare le masse per fare la differenza. Durante la campagna per la presidenza, mentre i candidati si davano battaglia nelle pubbliche piazze, gli artisti si riunivano in uno studio di registrazione e intonavano un vecchio successo di Harold Melvin & The Bluenotes: “Wake up everybody”. Nel 2008 era un grido lanciato da nomi come Mary J. Blige, Babyface e Wyclef per invogliare la gente a registrarsi al voto. Nel 2010 Obama è alla Casa Bianca, ma quella canzone è ancora il simbolo dell’urgenza di svegliarsi e attuare il cambiamento. “Wake up!” – titolo che echeggia un’altra canzone che ha fatto da ispirazione, quella degli Arcade Fire – è oggi anche un album che testimonia l’unità d’intenti di due nomi da tempo interessati più ai contenuti che alle alte sfere delle classifiche: John Legend & The Roots.
Insieme hanno dato vita al progetto “Wake up!”, album che raccoglie dieci perle vintage del soul e del funk di almeno quarant’anni fa. Dati i nomi coinvolti, ci si aspetta subito una certa cura e ricerca della qualità, ma ciò che di questo album colpisce piacevolmente è l’utilizzo (a parte la title track) di canzoni meno note e scontate, tutte con un forte significato e messaggio sociale che, seppur riferito ad epoche e piaghe lontane come il Vietnam (“I can’t write left handed” di Bill Withers), non suona affatto sorpassato. E’ proprio questo che per certi versi addirittura sconvolge: temi come le guerre e il razzismo non passano purtroppo mai di moda. La ricerca a ritroso del binomio Legend/Roots, punta quindi molto sul contenuto, ma anche su un lavoro archeologico per scovare dieci canzoni dal grande impatto musicale che non siano già super inflazionate. Così, “Wake up” si apre con l’irresistibile sound di “Hard times”, scritta da Curtis Mayfield ed interpretata a suo tempo da Bobby Huey & The Baby Sisters; “Compared to what” di Eugene McDaniels; la già citata “Wake up everybody”, qui con l’ausilio di Common e Melanine Fiona e via via, “Little ghetto boy” di Donny Hathaway, proposta anche in chiave “spoken word” da Black Thought nel preludio, “Hang on in there” di Mike James Kirkland, “Wholy holy” di Marvin Gaye e “I wish I knew how it would feel to be” di Nina Simone.
John Legend e i Roots quindi, rispolverano vecchi sentimenti di protesta e speranze future con un sound rispettoso dei pezzi originali, ma lo traducono in una maniera assolutamente attuale. Non a caso l’unico inedito della raccolta, la canzone “Shine” scritta da Legend, è un po’ la somma di tutto ed è strategicamente posta alla fine, come a fare da resa dei conti, lasciando spazio alla speranza che arrivino tempi migliori e che nessuno tra altri quarant’anni senta il bisogno di esclamare ancora “Wake up!”.

Alessandra Zacchino (www.rockol.it)

ottobre 22, 2010 at 5:04 pm Lascia un commento

Il segreto dei suoi occhi di Josè Campanella ( dvd )

Benjamín Esposito è un assistente del Pubblico Ministero in pensione. Dopo una vita passata a rincorrere assassini decide di dedicarsi completamente alla stesura di un romanzo. Per farlo ripensa al vecchio caso Morales degli anni Settanta, archiviato dalla polizia negli scaffali polverosi dello stato, ma per lui rimasto sospeso in un tessuto di pensieri senza possibilità di scioglimento. La morte della ragazza, stuprata e uccisa brutalmente da un conoscente che rimarrà impunito, lascia nello sconforto Ricardo Morales, il novello marito, apparentemente tranquillo ma in fondo assetato di vendetta. Nel percorso all’indietro di Esposito, si inserisce anche l’amore per Irene, segretaria del Pubblico Ministero, sentimento nato e negato, mai vissuto.
Intrappolare Il segreto dei suoi occhi in un solo genere ben codificato sarebbe un’operazione semplicistica e fuorviante. Il film di Juan José Campanella è un thriller dalle implicazioni legali, ma è anche un’opera sentimentale sull’amore impossibile, oltre che una storia politica di denuncia morale. La complessità del racconto, tesa alla dimostrazione dell’impotenza dell’uomo di fronte alla morte, non soffoca però le emozioni ma le incanala in un ingranaggio di sequenze che svela, attraverso i dettagli, la profondità delle trepidazioni dell’anima.
L’assassinio di una giovane sposina innocente apre ferite laceranti a chi rimane in vita. E finisce per trasformarsi in un’ossessione non solo per il marito rimasto vedovo, ma anche per Esposito, in qualche modo anch’esso vedovo di un amore sfiorato ma non posseduto. Ritmato dalla presenza di fotografie rivelatrici (Eros e Thanatos negli occhi di chi è ritratto), l’andamento narrativo stempera la gravità del tema della morte, inserendo momenti di leggerezza di grande raffinatezza stilistica, dettati dall’ironia.
Gli avvenimenti si concatenano l’uno con l’altro, scorrono lungo la via del tempo, mettendo a fuoco un particolare momento storico (la dittatura militarista argentina tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta) ma, nell’operazione, si inserisce anche la volontà di rappresentare una storia piccola, tenuta in piedi da pochi personaggi, per riflettere sul comportamento umano universale.
Questo equilibrio tra privato e pubblico è la forza del film, un contenitore di emozioni che rimane nascosto dentro le mura di stanze buie e palazzi squadrati (le scene importanti sono girate in luoghi chiusi, ad esclusione del piano sequenza allo stadio), ambientazioni simboliche – prigioni più che case ospitali – che racchiudono l’ansia del vivere, in attesa di essere raccontata. Anche attraverso la scrittura di un libro.

Nicoletta Dose (www.mymovies.it)

ottobre 20, 2010 at 5:46 pm Lascia un commento

Antony and the Johnsons – Swanlights ( cd – lp – cd+book )

Nel 2005, solcando come un Ufo i cieli del pop, “I’m a bird now” lasciò tutti a bocca aperta. Due anni fa, “The crying light” replicò stupori e ammirazioni. Chissà se pubblico e critica riserveranno la stessa calda accoglienza a “Swanlights”, ora che l’effetto shock di quella meravigliosa voce transgender, da qualcuno efficacemente descritta come un incrocio tra Nina Simone e Jimmy Scott, si va inevitabilmente attenuando. Con l’eccezione di “Thank you for your love”, il brano che ha preceduto l’album intitolando un Ep che inlcude anche cover di John Lennon (“Imagine”, nientemeno) e Bob Dylan, “Swanlights” fa poco o nulla per accattivarsi le simpatie dei non iniziati al culto di Antony and the Johnsons (particolarmente vivace in Italia, si direbbe). Ancora più di prima, si direbbe, la musica della band newyorkese se ne sta acquattata in una “zona del crepuscolo”, intangibile ed eterea, inseguendo fantasmi (“Ghost” è uno dei titoli della nuova collezione) e spiriti riflessi nelle increspature dell’acqua. Sono le “Swanlights” (neologismo coniato da Antony) della canzone che intitola la raccolta, il suo momento chiave, la sua scommessa più azzardata e più riuscita: voci e chitarre riprodotte al contrario, suoni tremolanti che si rifraggono tra le onde. Non è psichedelia rétro, nostalgia degli anni Sessanta. Piuttosto, l’ambiziosa esplorazione in musica di una quinta dimensione oltre lo spazio e il tempo, rappresentazione sonora dell’interregno che sta a metà tra la vita e la morte. Il fatto è che se parli di Antony, e della sua musica, finisci forzatamente per parlare d’altro e volare più alto: suoni e parole sono utensili della sua visione filosofica, panteista e animista; particelle di un mondo e di un sistema di pensiero sempre più votato alla celebrazione della Natura e della Madre Terra. Come “The crying light”, Swanlights” è un album di luce (nel titolo) e tenebra, e un disco fortemente ecologico (anche nella scelta dei suoni: puri, semplici, austeri, essenziali, con gli archi e il pianoforte ancora una volta protagonisti). Antony è, a suo modo, un “ecoguerriero”, che con le canzoni e le immagini esprime la sua preoccupazione per le sorti del pianeta: il libro di 136 pagine che accompagna il cd in edizione deluxe è un corollario utile a capirne contenuti e motivazioni; una raccolta di collage, disegni, fotografie e appunti scritti a matita che assomiglia molto alla sua musica e alle parole delle sue canzoni. Talvolta enigmatiche al limite dell’indecifrabile, altre volte dirette e inequivocabili. “Thank you for your love”, unico brano “orecchiabile” del disco, ha un testo semplicissimo, elementare: addirittura banale, se a cantarlo fosse un interprete meno intenso e originale. Pronunciate da Antony, invece, quelle parole suonano sincere, toccanti, incredibilmente struggenti: come se fossero in bocca a Otis Redding e gli altri grandi della Stax o della Atlantic a cui il pezzo, un lento r&b fiatistico che accelera, si avvita e diventa parossistico nel finale, rende esplicitamente omaggio. Il resto, va detto, richiede molto più impegno. C’è un inizio e una fine, e un ritorno ciclico al principio. “Everything is new”, che si apre tra note distillate di piano, arpa e violino per poi sfociare in ghirigori vocali rococò, reitera una frase (titolo e testo coincidono) che riappare in “Christina’s farm”, intimistico episodio finale. Anche la filastrocca per chitarra acustica arpeggiata di “The great white ocean” e il carillon delicato di “I’m in love” in qualche modo si somigliano: candide, infantili e consolatorie, ma con una nuvola minacciosa sulla testa. Antony canta di natura e di morte, di isolamento e di legami familiari, di distacco e ricongiungimento. Di mistero dell’esistenza e di mutazione vissuta sulla propria pelle, celebrando ovunque l’eterno femminino che rigenera il mondo (in “Salt silver oxygen”, su un danzante tappeto d’archi anche “Cristo diventa una sposa”). Temi ricorrenti, per lui (e per nessun altro). E anche i materiali musicali di base non differiscono di molto dal passato: il pop cameristico dei Johnsons vive ancora di fragili equilibri e umori delicati, armonie soavi ed estasi celestiali disturbate da inquietudini dell’animo, sofferenza, macerazione e sottile violenza (come le immagini del book, continuamente sporcate da tagli e macchie di colore). Perché la Natura, sostiene Antony, è un mondo perfetto, ma l’uomo è il suo virus, contagioso e corruttore.

Alfredo Marziano (www.rockol.it)

ottobre 18, 2010 at 3:58 pm Lascia un commento

Ron Wood – I fell like playing ( cd )

Quando dico che questo disco di Ronnie Wood è semplicemente bellissimo vedo la diffidenza negli occhi dei miei interlocutori. D’altra parte anch’io ero diffidente quando me lo ha detto Zambo. Il motivo è che Ronnie non è certo musicista di primo pelo, è on the road da sempre, prima con i Faces di Rod Stewart – band alla fine di serie B rispetto alle altre della gang – poi chitarra solista degli Stones prendendo il posto di un troppo amato e forse un po’ sopravvalutato Mick Taylor, lasciando a qualche fan il sospetto di essere stato scelto più per l’abitudine di bere con Keith Richards che per altri meriti.
Un low profile che fino ad oggi ha svolto il suo lavoro con professionalità e con umiltà, ma senza mai farsi amare più di tanto. Qualche disco solista gradevole, come Gimmie Some Neck, qualcuno inascoltabile, come Not For Beginners, e qualche bootleg mal registrato con una band virtuale dal nome di New Barbarians.
Però per capire cosa voglio dire scrivendo che “I Feel Like Playing è il miglior disco dei Rolling Stones dal 1978″ è sufficiente ascoltare i primi dieci secondi di Why You Wanna Go And Do A Thing Like That For. Provare per credere.
Ronnie ha dimostrato di non essere una spugna solo al pub ma di aver completamente fatta sua la lezione di tutti questi anni di rock & roll per approdare alla maturità artistica alla bella età di sessantadue anni.
Mettete il disco: intanto già il suono è straordinario, l’araba fenice dell’energia dal vivo che non si riesce ad intrappolare in studio. Un suono semplicemente perfetto. E poi scopri che ha una bella voce e che un chitarrista prezioso, anche se è sempre misurato e non si lascia andare ad assoli santaneggianti.
Una confidenza con il rock e con la chitarra che hanno in pochi.
Ma Ronnie è anche un autore: le canzoni sono sue, e sono sicuro che se il citato brano d’apertura fosse opera di Dylan sarebbero fioccate lodi da tutte le parti.
Sweetness My Weakness è un reggae senza compromessi, e Lucky Man una gran bella ballata come quelle che Jagger era capace di cantare una volta.
Un bel blues è I Gotta See con una grande chitarra. Ma come ho potuto non accorgermene in tutti questi anni?
Thing About You è puro rock & roll marca stones… Bellissima I Don’t Think So, roba da singolo degli stones del 1970… 100% ne potrebbe essere il lato b…
Tutto il disco è godibiissimo, anzi si va facendo via via più crudo e sporco mano a mano che procede verso il finale, per la bella durata di quasi un’ora.
Il brano che godo meno è l’unica cover, Spoonful, quella di Willie Dixon, che ha troppi grandi esempi (prima di tutti i Cream) per poter essere goduta in pieno.
Insomma, voi fate come credete. Io ho un nuovo eroe, si chiama Ronnie Wood ed è on the road dal 1964.
http://bluebottazzibeat.blogspot.com

ottobre 16, 2010 at 9:45 am Lascia un commento

Robin Hood di Ridley Scott ( dvd e b-ray )

Nell’Inghilterra del XIII secolo, Robert Longstride è un abile arciere dell’esercito di Riccardo I, impavido sovrano in guerra coi francesi. Una freccia uccide il monarca e convince Robert e i suoi amici a congedarsi dall’armata e a fare ritorno a casa, ma nel tragitto soccorrono Sir Loxley, incaricato di annunciare l’avvenuta morte di Riccardo e di consegnare la sua corona. Sul punto di morte il nobile uomo strappa all’arciere una promessa, dovrà restituire la sua spada al vecchio padre nella contea di Nottingham. Uomo di parola, Robert si recherà nella tenuta di Loxley, dove per volere del vecchio Walter assumerà l’identità del figlio defunto e i diritti sulla bella consorte, Marion. Superba e riottosa, la donna non vuole saperne di quell’impostore che si rivela però gentiluomo. Scoperto di essere figlio dell’uomo che scrisse la Carta della Foresta, sventato un complotto francese ai danni dell’Inghilterra e deciso a reagire ai soprusi di Giovanni Senzaterra e senza cuore, Robert impugnerà arco e frecce e cavalcherà coi suoi uomini per la vittoria. Restituita la gloria alla sua terra, l’arciere viene dichiarato fuorilegge. Rifugiatosi nella foresta di Sherwood con una Marion ormai innamorata diventerà Robin Hood e leggenda.
Dopo il generale Massimo Decimo Meridio, divenuto poi stella dell’arena, Ridley Scott mette in scena un altro eroe guerriero di impeccabile fattura, interpretato dal volto e dalla fisicità gladiatoria di Russell Crowe. Meno epico e rutilante del Gladiatore, Robin Hood, storia di un esperto arciere a un passo da Sherwood e dalla leggenda, esaudisce comunque l’evasione nel passato e l’identificazione con un personaggio verticalmente positivo. Spade sferraglianti, fendenti metallici, lame nella carne, frecce di fuoco nel cielo, sangue a fiotti, corpi fatti a pezzi, la contea di Nottingham mutua il Colosseo e diventa una formidabile macchina teatrale piena di trucchi e sorprese, meraviglie e attrazioni, rivelando al suo centro un fuorilegge impenitente, fedele a un codice antico e alla “bucolica” Marion di Cate Blanchett.
Archiviato (ma mai scordato) l’eroe in bianco e nero di Douglas Fairbanks, quello a colori di Errol Flynn, quello animato e antropomorfo della Disney, quello in calzamaglia di Mel Brooks, quello crepuscolare di Sean Connery e ancora quello in fuga dai mori e da uno sceriffo incapace di Kevin Costner, Ridley Scott rilegge la leggenda popolare inglese e impone un eroe generoso e libertario che trova la sua forza, la sua differenza e la sua specialità nell’interpretazione di Russell Crowe.
È lui ad aggiungere l’oro e a diffondere sul film la lucentezza di un metallo più fatale dell’acciaio. Che impugni una spada o brandisca un’ascia di guerra, che imbracci un arco o scagli una freccia, che cavalchi verso la gloria o seduca ai piedi di un talamo, l’attore neozelandese è mirabilmente naturale sullo schermo, in grado di eseguire perciò senza sforzo apparente le più complicate performance. Questo accade non tanto (e non solo) perché Crowe ha alle spalle il senso epico dello spettacolo e il gusto della coreografia bellica in costume di Ridley Scott, quanto perché l’attore ha maturato lunghe e faticose sedute di allenamento che hanno consentito all’esecuzione del gesto tecnico di diventare “seconda natura”.
Se il Maximus di Crowe fu il magnifico (s)oggetto del desiderio di Commodo, similmente il suo Robin Hood appaga l’eccitazione e la visione dello spettatore senza questa volta dover morire nell’arena. Il suo arciere guerriero compie azioni credibili e giustificate, colpendo al cuore i cattivi e la menzogna della recita. Corpo in action quello di Russell Crowe, che si preoccupa di essere creduto mentre una foresta va in fiamme o sullo schermo piovono frecce e cenere. Braccio flesso e pollice alzato.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

ottobre 15, 2010 at 2:37 pm Lascia un commento

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