Archive for luglio, 2009

Frozen river di Courtney Hunt ( dvd )

L’esordiente Courtney Hunt scrive e dirige un film poco retorico e conciso nelle immagini, semplice per sceneggiatura e fotografia; ma il tema è sicuramente di rilievo, carico di spunti e riflessioni, capace di coinvolgere lentamente lo spettatore fino ad un crescendo d’intensità che chiama in causa le diverse componenti della trama, quasi a fare della pellicola un thriller o addirittura un noir. La storia è semplice, realistica: una giovane donna bianca, abbandonata dal marito e con due figli a carico, non è più in grado di garantire economicamente per la propria famiglia e per questo si avventura con l’aiuto di una ragazza indiana nel trasporto clandestino di immigrati cinesi e pachistani, dentro il bagagliaio di un’automobile, attraverso il fiume ghiacciato che separa il Canada dalla parte nord-orientale degli Stati  
 
Uniti: un traffico che, al di là dell’illegalità che lo caratterizza, è in realtà animato dalla ricerca disperata di soldi e dalla necessità di proteggere i propri cari in qualunque modo, anche a costo di infrangere le dure leggi federali sull’immigrazione. Il film merita di essere visto per i temi trattati e anche per il taglio che la regista dà al suo primo lungometraggio: certe atmosfere ricordano le situazioni problematiche e difficili dei film di    
John Sayles mentre la sensazione che ricaviamo è quella di un’America di periferia e di confine, non solo geograficamente parlando: negli spazi innevati di questi paesaggi montuosi si muove un’umanità sfortunata, emarginata dalla società neocapitalistica e relegata nella miseria dalle conseguenze della crisi economica, incapace quasi di sopravvivere alla propria indigenza, ma ancora pronta a gesti di solidarietà personale o di carità umana. Sono le storie di questi umili, americani e indiani che vivono in roulotte o container, immigrati nascosti nei bagagliai di automobili o poliziotti alla loro caccia, a dare colore e spessore a questa pellicola, rendendo lo spettatore partecipe di un mondo che si avvicina molto più al reale di tanti altri prodotti cinematografici maggiormente declamati: ed è a questo proposito che i diversi premi che il film ha ricevuto (tra cui quello del Sundance Festival) sono un giusto riconoscimento, così come lo è la candidatura all’Oscar dell’attrice protagonista, una brava e mai sopra le righe Melissa Leo. Non si tratta di un’opera di denuncia ma, più semplicemente, di un film di presa di conoscenza di un’altra realtà che esiste concretamente fuori dalle nostre case: lo stesso “frozen river” è metafora dell’impossibilità di un miglioramento sociale e quindi dell’immobilità predestinata dell’ambiente che ci circonda. Ma questo non esclude il diritto e il dovere alla lotta, alla battaglia per la propria vita, per i propri figli e per la speranza in un futuro migliore; anzi, è un impegno quanto mai inderogabile, di cui si fa portavoce il cinema indipendente americano che vede in “Frozen river” un altro felice risultato, tenendo poi conto che la pellicola è costata pochissimo.
Michele Canalini
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luglio 14, 2009 at 12:14 pm Lascia un commento

Pete Molinari – A virtual landslide ( cd )

E’ molto difficile esprimere a parole la musica, dunque ci si rifugia in generi predefiniti (rock, pop…) oppure in somiglianze più o meno spericolate (“Pensate a un incrocio tra i Talking Heads e Cristina D’Avena!”). Nel caso di Pete Molinari e del suo album A Virtual Landslide (uscito un annetto fa), invece, questo giochino delle somiglianze funziona a meraviglia perché il suddetto ci punta moltissimo, a partire dalla copertina che si rifà a quelle degli anni ’60, come grafica, font e vestiti indossati dall’artista. La prima volta che lo si ascolta si rimane stupefatti: sembra di stare a sentire canzoni dei fifties e sixties, cantate da Bob Dylan, da Roy Orbison o da meteorici esponenti del rock primitivo inteso alla Elvis Presley. Il Dylan degli esordi è particolarmente saccheggiato dal Molinari, anche nei testi. Se Dylan scrive una canzone intitolata Angelina, Molinari ribatte con Dear Angelina, mentre la dylaniata Absolutely Sweet Marie è smaccatamente citata in Absolutely Sweet Louise (nel titolo ha prudentemente omesso l’avverbio, cantato però nel testo). Ma è nella seconda metà del disco che a Molinari riesce il colpaccio non di assomigliare ma di cantare esattamente nello stesso modo e usando le stesse melodie di John Bramwell, leader degli I Am Kloot, gruppo britannico di culto. Naturalmente, Pete è un solitario e ha il blues (Oh so lonesome for you, God damn lonesome blues e Hallalujah blues sono lì a testimoniarlo), forse perché ha realizzato che la sua voce in semi-falsetto assomiglia da matti a Neil Young. La cosa davvero ridicola di tutto questo? Il disco è bello. Passato il momento di “caccia al plagio” inevitabile, le canzoni di Molinari iniziano ad entrare in circolo e si fanno ascoltare molto volentieri, anche se non avete sessant’anni. Naturalmente, per il prossimo album il compito da svolgere in studio di registrazione è di realizzare un album più personale, dopo avere maggiormente sublimato tutti i suoi riferimenti. E chi se ne importa se copia a destra e sinistra, in fondo lo faceva e lo fa tuttora lo stesso Dylan… Ehi, ha copiato pure questo!

 

Voto: 7

 

crisgras

luglio 14, 2009 at 12:07 pm Lascia un commento


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