Archive for marzo, 2009

White Tree – Cloudland ( cd )

Quando due o più persone che non si conoscono fra loro oppure che arrivano da due realtà lontane per provenienza si incontrano, si avvicinano molto spesso l’uno all’altro con una buona dose di eccitazione e curiosità ma anche forse con un pizzico di diffidenza.
Lo scoprire che un musicista italiano e compositore classico, seduto al suo pianoforte e che due tedeschi compositori di musica elettronica, si siano uniti molto segretamente per dare vita ad un progetto live e un cd di musica originale, nuova, ci è sembrato un evento da non perdere. Tutto questo si è materializzato quando nel 2006 il pianista Ludovico Einaudi e i fratelli Robert e Ronald Lippok hanno iniziato una proficua collaborazione che li ha portati ad esibirsi in alcuni concerti italiani. Oggi questo progetto, con il nome White Tree, è diventato un cd Cloudland. Einaudi non è estraneo all’utilizzo di suoni sintetici e si è sempre distinto per la modernità delle sue composizioni, per la sua capacità di entrare in mondi diversi, come quello del cinema. I Lippok, fondatori del gruppo To Rococo Rot, hanno aperto la via ad un nuovo concetto di musica elettronica, contaminandola di vari stili, rendendola più viva e pulsante, proprio grazie all’originale modo di suonare la batteria di Ronald.
Cloudland è ispirato al racconto di Amos Tutuola “The palm-wine drinkard” e critica lo stile di vita troppo freddo e frenetico che è tanto radicato nel nostro presente. Le registrazioni sono avvenute in un luogo molto particolare e dall’acustica unica, il Planet Roc di Berlino, studi della radio della ex Berlino Est.
Il disco si apre con Slow ocean, dolce e indolente composizione che parla come le onde del mare. Da queste prime note si ascoltano le chiare intenzioni dei tre artisti. Il tutto ruota attorno ad un delicato gioco di rimandi, di domande e risposte, con sporadici echi, tra un suono sintetico che ispira un accordo di pianoforte.
Nelle tracce che seguono, l’intensità dell’esecuzione e la tensione della composizione, salgono, si attenuano, chiariscono il continuo dialogo tra gli strumenti, le note. Protagonista dell’intero cd è senza dubbio la bellissima melodia popolare che ci accompagna nell’ascolto. Una melodia profonda, matura e mai scontata. Necessaria! Citiamo tra i momenti più intensi e affascinanti il crescendo in Tangerine. Questo stupendo album si chiude come si era aperto, in modo riflessivo e caldo; e non è un chiudere la porta, ma uno spalancare la vita alle emozioni!

Claudio Donatelli

marzo 30, 2009 at 12:11 pm 1 commento

Dm Stith – Heavy Ghost ( cd – 2lp )

Padronanza. Ricerca calcolata di un effetto e costruzione di particolari per arrivarci. Non voglio essere troppo prolisso per introdurre questo disco che coglie la freschezza di una bravura che si esprime con una facilità imbarazzante. A volte oscurando meccanismi meno controllabili ma forse più incisivi nella musica.

DM Stith inserisce nel suo esordio sulla lunga durata le tecniche che da piccolo ha imparato e poi ha metabolizzato negli anni per poi sfruttarle grazie alla conoscenza di figure dell’indie di particolare potere trascinante. Heavy Ghost ci mostra anzitutto le sue capacità, dunque. Prendete Pity Dance. Una canzone che a ben vedere non è una canzone; ma una lunga preparazione a basso tasso di crescendo che accompagna al tema corale della fine. In mezzo una capacità di perseguire un effetto strabiliante, con tocchi che ricordano i Black Heart Procession come Devendra (presente anche in Pigs). Si notava fra l’altro nella monografia allo Stith dedicata che nella sua musica si coglie un’oscillazione tra flusso e forma canzone, tra ambient e soul, ovvero tra ambiente e anima. David Stith è anzitutto un grande cesellatore di quella soglia che fa di una canzone – anche a toni soul, anche che citi i cori degli anni ’50 – un processo (ascoltate Creekmouth, che è un messaggio per noi di potenzialità di orchestrazione ritmica); in definitiva una composizione; come Mahler stressò la sinfonia fino al limite, Heavy Ghost gioca con i piccoli stratagemmi delle canzoni pop per dipingere ciò che Stith vuole esprimere – come per la perfezione armonica di Thanksgiving Moon.

Che può succedere a DM Stith? Di non toccare, neanche sfiorare la nostra anima. A un certo punto a volte la padronanza e il calcolo stroppiano e risultano artificiosi. Non è il caso di Heavy Ghost, e come esempio conclusivo – non casuale – si potrebbe citare la pseudo-poliritmia di Spirit Parade. Un soffio corposo. Una melodia vocale che minaccia trasparenza. Coltre spessa di spiriti; fantasmi pesanti.

Gaspare Caliri

marzo 24, 2009 at 6:41 pm 1 commento

La classe di Laurent Cantet ( dvd )

Vincitore a Cannes, osannatissimo, è un film (si potrebbe dire un meta-documentario) sulla vita di una classe della periferia disagiata di Parigi, e del suo professore di francese. Avendo dribblato in questa vita la carriera di professore di matematica (che senz’altro intraprendo in dimensioni parallele alla nostra), non riesco a non immedesimarmi nel ruolo dell’insegnante e a non sentirmi frustrato per interposta persona davanti a una classe come quella del film: indisciplinata, senza motivazioni, piena di tensioni, comportamenti antisociali, sfide a muso aperto. Il protagonista M. Marin – su cui il film è ritagliato – riesce a tenere tutti a bada, senza scomporsi quasi mai se non in qualche minimo eccesso verbale – con una compostezza, una forza, una decenza, una sensibilità ferma – che lasciano a bocca aperta, sono quasi irreali se paragonate a come potrebbe essere una situazione analoga nel mondo reale. Tutto il film vibra come un diapason tra questi due estremi, la forza assoluta e contenuta del prof, l’esplosione inconsapevole e sconsolantemente deprimente degli allievi, senza mai uscire da quello spazio, senza mai farci vedere nulla della vita dell’uno o degli altri, ma solo quello che si vede a scuola, in aula, nella sala professori, in cortile, in corridoio, nell’ufficio del preside. Una grande dimostrazione di bravura, uno spaccato sociale preciso e che dà poche o pochissime illusioni sul futuro, ma alla fine un film che non convince del tutto, che rimane troppo in sospensione tra quei due estremi, che sembra sempre suggerire e sottendere uno sfogo emotivo, un climax drammatico, che alla fine non arriveranno mai, che alla fine si stempereranno con le vacanze. “Llegan las vacacciones” dice una allieva per dar prova del suo spagnolo, mentre un’altra confessa di non avere imparato nulla, proprio nulla, assolutamente nulla, davanti al suo professore basito.

E sono rimasto un po’ così anche io, vedendo scorrere i titoli di coda e uscendo dal cinema nella notte, portandomi dentro un po’ di quel mondo e di quei ragazzi imprescrutabili, generazioni che verranno e che malissimo fanno sperare per il futuro.

marzo 24, 2009 at 11:19 am 1 commento

L’ospite inatteso di Thomas McCarthy ( dvd )

Dopo Station Agent Tom McCarthy torna alla regia e ci rifà. Ripropone quasi con sfacciataggine, dati i tempi, il suo cinema minimale, nel quale il lento fluire di una quotidianità fatta di piccoli gesti apre squarci abissali nell’animo dei protagonisti e di noi che guardiamo. Il Walter interpretato da un superlativo Richard Jenkins è un uomo abituato a vivere la sua vita da spettatore, e che improvvisamente si ritrova ad esser(n)e protagonista. È un visitatore, come indica il titolo originale del film: un visitatore che lascia scorrere il mondo davanti a sé e che un giorno decide di fermarsi e toccare con mano quel che non aveva mai avuto il coraggio di affermate. Un uomo ferito dal passato che impara nuovamente ad alzare la testa, ad agire, a sorridere. Se poi la vicenda intima e personale sua e dei suoi nuovi amici (immigrati clandestini ma “integrati” come il percussionista siriano Tariq, la sua fidanzata senegalese Zainab, sua madre Mouna) arriva a toccare temi collettivi e sociali sugli Stati Uniti d’oggi, lo fa in maniera tutt’altro che banale e mai pedante. Perché il sorriso incerto di Walter è quello di un’America che si è timidamente ripresa dal trauma dell’11/9 ma che non riconosce più quello che gli si para davanti agli occhi, che non comprende come la paura abbia potuto portare a rinnegare quei principi cui è stata educata e che sono incarnati da simboli (ricorrenti nel film) come la bandiera o la Statua della Libertà. McCarthy gira con grande efficacia grazie al pudore e alla discrezione con i quali tratteggia i suoi protagonisti e le loro vicende, rimanendo solo in apparenza sulla superficie di cose e fatti: dalla timidezza figlia dell’umiliazione di Zainab all’amore che nasce e cresce tra Walter e Mouna e che non si consumerà mai, passando per il timido entusiasmo del protagonista che si lascia coinvolgere dalla musica dei djembe e alla sua amicizia con Tariq. Lentamente, a piccoli passi, precipitiamo nel mondo e nei sentimenti del film, alternando commozione e sorrisi. Magari a volte amari, ma sempre sincerissimi. E quando Zainab, sul traghetto per Staten Islan, indica entusiasta a Mouna lo skyline di Manhattan e dice con leggerezza “Lì c’erano le Torri Gemelle,” il cuore si stringe e ci si accorge che c’è più politica in quella frase buttata lì che in ore e ore di retorica spesso propinataci fino ad ora.

Federico Gironi

marzo 24, 2009 at 11:13 am Lascia un commento

Neko Case – Middle cyclone ( cd – lp )

Bonnie “Prince” Billy è, appunto, il Principe (il Re è Dylan, s’intende). Gillian Welch è la Regina (a proposito, a quando un erede a Soul Journey?). Dunque cos’è Neko Case? Assomiglia sempre di più a una divinità pagana, a una Diana cacciatrice più a suo agio in mezzo alla natura con gli animali che con gli uomini. Eccola dunque svettare scalza sul cofano di un’auto americana brandendo una spada ed evocando catastrofi naturali il cui campionario include inondazioni, tornado, cicloni, febbri e onde anomale rosso sangue. Infine, l’avvertimento: “Non voltare mai le spalle a Madre Natura”. La bravissima Neko continua a circondarsi di fedelissimi (Howe Gelb, i Calexico, il mitico Garth Hudson della Band, e “ultimo, ma primo”, M. Ward) che stavolta le hanno dato davvero il massimo, donando alle canzoni dell’album una solidità e una ricchezza di suoni mai di troppo e tutti perfettamente al loro posto. Questo è l’album che m’aspettavo fosse il precedente Fox Confessor Brings the Flood (già molto bello e “coverizzato” da Marianne Faithful), ma Middle Cyclone lo supera e incorona la Case come una delle migliori autrici di oggi. Ascoltatelo senza indugi insieme alla compagnia di gufi, pavoni, orche, api, tigri e pure sfingi che costellano il booklet del disco, magari beandovi dei suoni della foresta di notte incisi nella mezzora finale nascosta del CD.

 

8/10

 

crisgras

marzo 24, 2009 at 11:08 am Lascia un commento

Bonnie Prince Billy – Beware ( cd – lp )

 

 Nonostante la copertina tenebrosa che vagamente ricorda il suo classico I See a Darkness e il titolo che mette sull’avviso gli ascoltatori, questo nuovo album del prolifico Will Oldham è clamorosamente all’insegna dell’allegria (!) e trabocca d’energia praticamente da ogni canzone. Segue, insomma, la scia del precedente Lie down in the Light, che già si era distinto nella discografia dell’artista (il migliore sulla piazza da parecchi anni, per chi scrive) per avere abbracciato delle sonorità più ricche e solari. Sarò banale, ma si capisce che il tormentato Oldham è innamorato… non un dettaglio da poco, in effetti. Per cui preparatevi a canzoni con banjo, violini, marimbe (!), flauti (!!) e addirittura sax (!!!), davvero poco usuali per il Principe. E’ anche un album frustrante, perché gli preferisco opere più omogenee e sommesse come Ease down the Road, Master and Everyone o la recente The Letting Go, che entrano da subito nel cuore come se le si conoscesse da sempre. Frustrante, appunto, perché nonostante i gusti personali, non si può negare che anche questo sia un ennesimo grande album di Bonnie, contenente vere e proprie gemme. Gemme dall’incedere a volte sghembo che si fermano improvvisamente per poi riprendere ritmo, come se Oldham non fosse in grado di contenere tutta questa inconsueta energia e ogni tanto si fermasse a chiedersi cosa gli stia accadendo.

 

8/10 (con licenza di aumentare il voto col passare degli ascolti)

 

crisgras

marzo 24, 2009 at 11:05 am Lascia un commento

Estasi di un delitto – Luis Bunuel ( dvd )

Come uccidere la moglie e altre donne è il problema dell’eroe di Estasi di un delitto, un vecchio film messicano di Luis Buñuel . Confezione scadentissima, fotografia lurida, attori cani (a eccezione del protagonista, Ernesto Alonso, non privo di comunicativa); né più né meno di un qualsiasi filmaccio messicano di ordinaria amministrazione. Ma dietro tanta sciatteria c’è il genio di Buñuel, uno dei cineasti più originali che si conoscano. L’anziano maestro di Un cane andaluso non si pone problemi di stile né di eleganza, tira giù i suoi racconti alla brava: ma da quarant’anni batte e ribatte gli stessi temi, con una coerenza che forse nessun altro regista ha dimostrato. La satira delle commedie hollywoodiane diventa acqua fresca se paragonata alle sarcastiche invettive di Buñuel, che si accanisce contro la falsa rispettabilità borghese, le belle maniere, le istituzioni conservatrici, i bei sentimenti privi di contenuto reale. Come ogni vero artista rivoluzionario, Luis è un moralista. Estasi di un delitto è forse un omaggio a Monsieur Verdoux di Chaplin. Ma il Barbablù messicano è un velleitario che medita golosamente i suoi delitti sessuali e non riesce a compierli. Ci pensa il caso, con lo sberleffo surrealista sempre presente nei film di Buñuel, a completare l’opera dell’assassino impotente, Ciò che più interessa all’autore è tuttavia il ritratto di un rampollo dell’alta borghesia viziato e coccolato, fermo all’infanzia e ai suoi vizi anche dopo aver raggiunto l’età matura. C’è tutto un mondo di istituzioni, di forme e di riti pronto ad accogliere e a mascherare gli uomini imperfetti, e magari i grandi criminali, quando appartengono alla società-bene. Tanti che chiacchierano di arte impegnata dovrebbero ammirare la semplicità perfetta dell’impegno di Buñuel, la leggerezza delle sue allusioni pesanti, la qualità intellettuale della sua polemica. Come talvolta accade per gli artisti veramente grandi, un piccolo film imperfetto testimonia dell’arte di Luis Buñuel non meno dei suoi capolavori

marzo 18, 2009 at 7:14 pm 1 commento

M Ward – Hold time ( cd – lp )

Hold Time – M. Ward
Riassunto delle puntate precedenti: scoperto da Howe Gelb dei Giant Sand, M. Ward fa la gavetta con i primi due album per poi realizzare due capolavori (sì, capolavori da 10 e lode) con Transfiguration of Vincent (dove spicca una cover di Let’s Dance di Bowie in versione slow) e Transistor Radio. Solo con l’album successivo Post War – che non raggiunge la qualità dei precedenti ma sempre di ottima fattura è – la critica di settore finalmente s’accorge di lui, anche perché nel frattempo il poliedrico artista di Portland ha prodotto, scritto canzoni e/o suonato per varie artiste (Jenny Lewis, Norah Jones, Cat Power…). Lo scorso anno ha stupito tutti insieme all’attrice Zooey Deschanel con l’album Volume One, scritto e composto dalla sorprendente ragazza che ha trovato in Ward produttore il mezzo per esprimersi musicalmente, il tutto targato “She and Him“. Ora Ward torna alla sua carriera solista con Hold Time, disco più solido del precedente e ancora una volta di grande valore. Si ritorna nei forties, fifities & sixties in un miscuglio di suoni, sentimenti e anche profumi dell’epoca, evocati non si sa come dall’artista di Portland. Spiccano due cover meravigliose: Oh Lonesome Me (ricordate la versione incisa da Johnny Cash?) cantata in duetto con una Lucinda Williams perfettamente nel ruolo, e Outro (I Was a Fool to Want You), strumentale notturno di chitarra di questo pezzo interpretato in passato da Frank Sinatra. Se vogliamo trovare un difetto all’album diciamo che le strade che percorre sono tutte abbastanza conosciute dai fans di Ward, ma le canzoni sono così belle che per questa volta non ci si fa troppo caso. Se vi piace la grande musica, non potete permettervi di non conoscere questo Artista.

 

Canzoni consigliate: oltre alle cover citate, Hold Time, Epistemology

 

9/10

 

crisgras

marzo 16, 2009 at 7:14 pm Lascia un commento

J.J. Cale – Roll on ( cd – lp )

  Il vecchio JJ Cale non demorde. Come suggerisce il titolo, il suo nuovo lavoro prosegue nella direzione tracciata tanti anni fa. Non proprio la stessa per la verità: ogni tanto si lascia andare a ritmi un po’ più arditi di quanto abbia fatto fino ad ora, ma poi la sua voce bluesy e l’antico incedere lento della chitarra riconducono le canzoni sul binario di sempre, magari con un timbro leggermente più country del solito, ma comunque riconoscibile. «Ricordo quando feci il mio primo album, avevo 32 o 33 anni e già allora pensavo di essere troppo vecchio» ha detto di recente Cale. «Quando mi rendo conto di quello che combino ancora a 70 anni, mi dico: cosa sto facendo? Dovrei starmene sdraiato su un’amaca». Eppure Cale, pur non essendo certo di primo pelo, tiene ancora coerentemente in mano la situazione senza ricorrere ai vecchi mezzucci della cover ad effetto o dell’ospite famoso (la presenza di Eric Clapton è ormai talmente consueta da non rappresentare una novità). Sarà perché la sua produzione è sempre stata centellinata e non si è mai spremuto più di tanto a cercare innovazioni strane, ma ora raccoglie i frutti della longevità: esperienza e classe che si compenetrano. JJ come al solito fa tutto da solo. Il suo intimo piacere è quello di suonare tutti gli strumenti senza l’ausilio di nessuno per poi sovrainciderli e arrivare al prodotto finale. È un gioco che unisce creatività, gusto e competenza, un iter magari un po’ egotistico, ma decisamente personale che finisce per rappresentarlo totalmente. «Penso che tutto risalga al fatto che all’inizio ero un ingegnere del suono. Grazie a tutta la tecnologia moderna, oggi puoi fare musica da solo e ci sono un sacco di musicisti che lo fanno», dice ancora Cale. «Io incominciai stando dietro il mixer e mi resi subito conto che quello che facevo aveva un sound unico e originale. Fin dai tempi di Naturally (primo album del 1971, nda) oltre a cantare e a suonare la chitarra mi cimentavo già con piano, basso e drum machine. All’inizio lo facevo solo per una questione economica poiché non avevo soldi a sufficienza per pagare una band. Oggi, anche se i soldi per stipendiare i musicisti li avrei, continuo a fare i dischi alla vecchia maniera perché la considero una forma d’arte a sé». Roll On a tratti ha un incedere rock abbastanza evidente, ma poi la ritmica rallenta e il caratteristico strascico chitarristico di Cale prende il sopravvento fino a perdersi in atmosfere vagamente jazzy, come succede in Who Knew che apre il disco ed evidenzia addirittura qualche accenno di scat che non trova precedenti nei suoi lavori. Ma in quanto a novità c’è anche un banjo amplificato che caratterizza brani come Where The Sun Don’t Shine e Cherry Street, la pedal steel che emerge sinuosa in Leaving In The Morning e un incedere funk in Fonda-Lina. Il jazz caratterizza anche Former Me, un bel pezzo con il pianoforte in evidenza che si erge elegante su una ritmica dolce e intrigante. Il pezzo migliore? Forse Down To Memphis, col rock’n’roll che fa capolino e la chitarra che viaggia piacevole e senza strafare quando la ritmica cala di tono. Ovviamente la chitarra ha un posto di riguardo nelle canzoni di JJ Cale ed è proprio quel modo distante e rilassato di suonarla che ha attratto gente come Eric Clapton e Mark Knopfler. Il Tulsa Sound, in fondo, è dettato soprattutto da questo incedere lento e vagamente strascicato che coinvolge chitarra e voce. «Fondamentalmente sono solo un chitarrista che si è reso conto che non sarebbe mai riuscito a pagarsi una cena solo suonando la chitarra» dice ironicamente Cale. «E dunque ho iniziato a comporre per trovare un business più redditizio. Con la mia voce mi trovo a disagio, anzi il mio modo di cantare mi dà sui nervi e abbasso sempre il volume della voce. Solo negli ultimi dieci o quindici anni l’ho alzato un po’, ma mai fino a sentirmi a mio agio». Insomma, sembra che il suo stile sia una creatura contrastata, un vezzo creato sulle proprie idiosincrasie che però noi continuiamo a apprezzare. Roll on, JJ.

Roberto Caselli

marzo 10, 2009 at 7:04 pm 1 commento

Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen – ( dvd )

Vicky e Cristina sono buone amiche anche se hanno visioni completamente differenti dell’amore. Vicky è fedele all’uomo che sta per sposare e ancorata ai propri principi. Cristina invece è disinibita e continuamente alla ricerca di una passione amorosa che la sconvolga. Vicky riceve da due amici di famiglia l’offerta di trascorrere una vacanza in casa loro a Barcellona durante l’estate. La ragazza pensa cosi’ di poter approfondire la propria conoscenza della cultura catalana sulla quale sta lavorando per un master. Propone a Cristina di accompagnarla, così forse potrà superare meglio il trauma di una storia finita di recente. Una sera, in una galleria d’arte, Cristina incrocia lo sguardo di un uomo estremamente attraente. Si tratta del pittore Juan Antonio, finito di recente su giornali e televisione per un furibondo litigio con la moglie Maria Elena nel corso del quale uno dei due ha cercato di accoltellare l’altro. Le due ragazze lo ritroveranno nel locale in cui cenano. Anzi, sarà lui ad avvicinarsi al loro tavolo con una proposta molto chiara: partire subito con il suo aereo privato per recarsi in un hotel ad Oviedo dove potranno visitare il luogo, apprezzarne tradizioni e cultura (anche culinaria) e fare entrambe l’amore con lui. Se Cristina non ha alcun ripensamento nell’accettare la proposta, le regole che Vicky si è imposta la spingono a rifiutare in modo seccato. Cristina l’avrà vinta ma l’amica vuole avere la certezza di camere separate e ottiene rassicurazioni in proposito.
Dopo una giornata trascorsa con una prima visita della città, nel corso della quale Juan Antonio dichiara l’amore che ancora prova per la moglie benché sia consapevole della loro impossibilità a convivere, giunge finalmente la notte con l’invito più intrigante. Vicky torna a respingere l’offerta mentre Cristina accetta. Ma…
Se potete non fatevi raccontare (o non leggete) nulla su come prosegue la vicenda. Finireste con il togliervi il piacere della scoperta di uno dei più riusciti ed ironici film dell’ultimo Allen. Perché è vero che Woody ha dei temi e delle scelte narrative su cui periodicamente ritorna (per questo i detrattori lo accusano di ripetitività) ma quando, come in questa occasione, sa farlo con un approccio totalmente nuovo allora è davvero festa in sala. Perché questa volta la scelta dell’Io narrante è funzionale al modo con cui vengono guardati (e presentati) i personaggi. Osservate, a titolo di esempio, l’entrata in scena di Juan Antonio: Javier Bardem è straordinario nel caratterizzare, già da quella inquadratura, il suo personaggio.
Allen torna a riflettere sulla natura di quello che chiamiamo amore registrando gli spostamenti del cuore che vanno spesso al di là di ciò che ragione, tradizione, valori acquisiti ma mai del tutto interiorizzati, sembrerebbero imporre. Ecco allora che l’impostazione dei caratteri di Vicky e Cristina diviene da subito funzionale alla creazione di un’attesa. Resteranno salde nelle loro posizioni? In che misura potrebbero mutare atteggiamento? Quando dall’altra parte ci sono un Bardem che riempie lo schermo per la gioia di signore e signorine pronte a partire per Oviedo senza remore e una Penelope Cruz forse altrettanto efficace solo nelle mani di Pedro Almodovar, il gioco si fa ancor più interessante.
Anche perchè Woody ha abbattuto un altro dei suoi tabù. Se finora solo rarissimamente aveva girato in piena estate (fatti salvi “Una commedia sexy in una notte di mezza estate“, le cui riprese avevano pero’ avuto luogo a poche decine di chilometri da Manhattan, e alcune scene di “Tutti dicono I love you“) ora è la luminosa Barcellona ad attrarre il suo sguardo. Si sarà senz’altro trattato di esigenze produttive (come era accaduto per la peraltro nuvolosa e quindi rassicurante Londra). Fatto sta che il calore della città catalana (e della sorprendente Oviedo) si trasmette al film offrendogli un’ulteriore sensazione di novità. !Felicitaciones Woody!

marzo 10, 2009 at 6:33 pm 2 commenti

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