Archive for marzo, 2012

Tower Heist, Colpo ad alto livello di Brett Ratner ( dvd e b-ray )

Josh Kovacs è il direttore del personale del Tower, un lussuoso grattacielo residenziale di New York di proprietà del magnate Arthur Shaw. Josh ha una forte ammirazione verso il capo, per il quale gestisce con rigore e professionalità tutti gli impegni, oltre a uno stuolo di dipendenti e di clienti. Finché un giorno, l’FBI irrompe e Josh scopre incredulo che l’amato capo è accusato di bancarotta fraudolenta e che ha truffato, tra gli altri, anche tutti i suoi dipendenti, investendo i loro fondi pensione e lasciandoli senza un soldo. La sua furiosa reazione costa il licenziamento a lui e al cognato in procinto di diventare padre, ma anche l’idea di lanciarsi in una folle impresa volta a espropriare i beni illegalmente accumulati dal magnate.
Sfidando ogni paradosso e ipocrisia, dalle crisi finanziarie Hollywood ha sempre tratto grandi guadagni. L’importante è situarsi sempre dalla parte dei disgraziati e fare dei ricchi e dei potenti i perfidi cattivi. La strategia è la stessa in Tower Heist, dove l’attuale crisi finanziaria converte il malessere sociale in puro intrattenimento. Per l’occasione, Stiller & Co. diventano una banda di soliti ignoti alla prese con un colpo mirabolante che non è solo una vendetta personale, ma l’attuazione di una riscossa sociale. La “banda del buco nel grattacielo” è presto fatta. Stiller mette da parte il repertorio di sfigato cronico o di utile idiota per ergersi a eroe positivo, sufficientemente cool e meschino per essere un perfetto leader della working class metropolitana. Eddie Murphy e tutti gli altri sono i vari satelliti che orbitano attorno al suo carisma un po’ cialtrone: il simpatico ladruncolo di strada (Murphy), il giovane quasi-padre precario (Casey Affleck), l’ex dirigente bancario distrutto dal crack finanziario (Matthew Broderick) e i due immigrati in cerca di lavoro e di visto (Michael Peña e Gabourey Sidibe).
Al contrario dei vari Ocean’s, dove sono i dettagli di elaborazione del piano e il training dei vari rapinatori (oltre ai sorprendenti rovesciamenti finali) a creare la suspense, in Tower Heist tutte le parti salienti di preparazioni vengono deliberatamente omesse e viene messa in atto una sfida continua alla sospensione dell’incredulità. A raccontarle, le azioni di questo gruppo di improbabili rapinatori suonano ridicole, ma l’intenzione di Brett Ratner è proprio quella di condurre un gioco spaccone e iperbolico, al fine di distrarre la folla dal senso di indignazione con una parata comica.
Come la trilogia di Rush Hour, anche Tower Heist è infatti prima una commedia che un film d’azione. Ma, come e più che in Rush Hour, Ratner si dimostra capace di fare di ogni situazione comica il pretesto per creare perfino più caos e dinamismo che in un normale film d’azione. Un piccolo taccheggio per provare le proprie attitudini al furto, le deviazioni del doppio-giochismo, il passaggio di un’auto d’epoca da un piano all’altro del grattacielo: tutto lavora in funzione di uno spettacolo popolare, che fa del sentimento di rivalsa dell’uomo comune l’essenza del divertimento. Nel far leva su questo populismo leggero e caotico, Ratner non è certo un Robin Hood in lotta contro i nuovi fautori della finanza allegra. Ma è pur sempre un ottimo affabulatore di strada. L’alternativa agli indignati di Occupy Wall Street gradita all’industria hollywoodiana.

Edoardo Becattini (www.mymovies.it)

marzo 31, 2012 at 10:56 am Lascia un commento

Maccabees – Given to the wild ( cd – lp )

C’era da aspettarselo, in fondo. La notizia (a prescindere dalle classifiche inglesi e dalle copertine di Nme, pur conquistate senza il minimo sforzo) è che i Maccabees hanno fatto il grande passo, quello decisivo. Un lavoro come “Given To The Wild” parla chiaro: la band che troviamo nei solchi di questo album si è ormai consegnata all’abbraccio di una maturazione compiuta. Il quintetto londinese aveva in realtà già saputo mettere sul banco una pletora di argomenti più che persuasivi in occasione dell’album di debutto “Colour it in” e soprattutto del successivo “Wall of arms“, dischi germogliati all’ombra di rapinose infatuazioni wave (Teardrope explodes, primi XtcThe Sound e dintorni) ma capaci tuttavia di imporre la superiore ispirazione e la sostanza stilistica calibrata al millimetro di un giovane gruppo visibilmente destinato a un grande futuro. Futuro che giunge adesso a brillare e specchiarsi glorioso sulle superfici luminescenti di “Given To The Wild”.

Il disco (scritto e registrato con perizia artigiana d’altri tempi in luoghi e momenti diversi, da Londra al Suffolk) vanta la produzione di nomi di spessore indiscusso come Tim Goldsworthy della Dfa e Bruno Ellingham e si impone con fermezza sin dai primissimi ascolti per l’equilibrio delle sue ampie strutture compositive, per lo spazio e i volumi che si articolano respirando imperiosi tra suono e suono, per la fulminante perfezione di molte delle melodie, a cominciare dal movimento complesso e sinuoso del bellissimo singolo “Pelican”, che vale quasi una carriera.
Al cospetto della limpida eleganza di brani come “Child” o “Ayal”, nutriti di visioni sospese e pura vertigine, torna in mente il precedente luminoso di “Total life forever” dei Foals: simile l’allargamento di prospettiva che ha portato i Maccabees ad aprire con coraggio gli occhi sul mondo e sul pulsare delle proprie vite in esso, simile l’espansione che il gesto musicale ne ha guadagnato (l’inarcatura che schiude “Feel To Follow” parla da sé).

“Given To The Wild” è un disco di iperboli, che chiama spazi ampi sin dal titolo e che quegli spazi sa disegnare con duttilissimo tratto nel flusso di una musica felicemente onirica e rimodellabile a piacimento. Sebbene alcune soluzioni negli arrangiamenti (soprattutto il taglio quasi orchestrale, con fiati in primo piano, di numerosi passaggi, come “Child” o “Go”, avvolta in fasciature elettroniche) possano riportare ai medi Arcade Fire (non si può del resto dimenticare che la band ha collaborato in passato con Markus Dravs), i Maccabees, soprattutto nei crescendo elettrici di “Forever In Heaven” o “Went Away”, ribadiscono la forza di una voce originale e pienamente distinguibile, conquistata nel tempo con fatica e, quel che più importa, fedele solo a se stessa. Una fedeltà che porta la band in prossimità delle creazioni più ispirate di Elbow Wild Beasts e che le permette di sfiorare esiti di raffinatissimo paesaggismo metafisico, degni di una Kate Bush (“Unknown”), riferimento esplicitamente richiamato nelle interviste, piuttosto che di un Mark Hollis (“Slowly One”).
In “Grew Up At Midnight” la voce eterea e sensuosa, ancorché incisiva, di Orlando Weeks suggella così un piccolo diamante del pop d’arte contemporaneo, esaltandone la luce prismatica in una miriade di schegge impazzite e riflessi. Un disco con l’oro in bocca.

Francesco Giordani (www.ondarock.it)

marzo 31, 2012 at 9:50 am 1 commento

Offlaga Disco Pax – Gioco di società ( cd – lp )

Gli Offlaga disco Pax sono una di quelle band che si odiano o si amano senza mezze misure. Per cui mettiamo subito le cose in chiaro: “Gioco di società” difficilmente piacerà ai detrattori del trio emiliano, deliziando altresì coloro che, sottoscritto compreso, nell’ormai lontano 2005 avevano inneggiato al miracolo all’ascolto delle storie provincial-comunistoidi dal sapore elettronico di “Socialismo tascabile“.
La recensione del disco potrebbe tranquillamente finire qui, ma non parlare almeno un po’ delle otto storie recitate da Max Collini sarebbe irrispettoso verso chi aspetta da tempo l’opinione ponderata di OndaRock.

Che aggiungere: il terzo lavoro ufficiale degli Offlaga Disco Pax, a 4 anni di distanza da quel “Bachelite” che li aveva confermati come una delle band più peculiari del Belpaese, non fa altro che consolidare e mettere a fuoco lo stile dei reggiani. Storie dei quartieri suburbani di quella che non era ancora la Padania, intrise di vitalità giovanilmente piccolo-borghese, disciolte in beat sintetici tra il post-rock e l’elettronica kraftwerkiana.

Cosa c’è allora di nuovo in questo “Gioco di Società”? Meno citazioni letterarie, meno fervori sentimentali, meno chitarre. È un gioco di sottrazione quello attuato dal terzetto di Cavriago. Basso e drumming spazzano via le sei corde, mentre gli aneddoti di Collini si fanno più freddi, gelidi come il vento tagliente del porto di Arcangelo, direbbe lui stesso. È una rivoluzione che si normalizza, quella degli Offlaga, una rivoluzione in cui lo sfondo rosso si fa più sbiadito, seppur sempre ben presente (“Palazzo Masdoni”), e nel quale anche per le passioni, gli amori, c’è sempre meno spazio.

Sport, politica, storie di gioventù, i temi dai quali Collini fa partire le sue riflessioni sociologiche su un Italia che, vista dagli occhi dell’adolescenza eighties, ci piace pensare migliore di quella odierna. Facendo finta di non vedere che le stesse contraddizioni di allora sono quelle sulle quali si poggia la nostra bistrattata nazione, cui Max guarda con toni dimessi che si intrecciano a quelli altrettanto disincantati degli episodi più intimisti (“Parlo Da Solo”, “Desistenza”).

Fedeli alla linea in un tempo in cui nemmeno chi diceva di esserlo non lo è più. Come altro si potrebbero definire gli Offlaga Disco Pax del 2012? Di questi tempi, grasso che cola.

Marco Pagliariccio (www.ondarock.it)

marzo 30, 2012 at 10:11 am Lascia un commento

Il paese delle spose infelici di Pippo Mezzapesa ( dvd )

A Martina Franca, il giovane Francesco detto Veleno è un ragazzino di buona famiglia che vive scrutando giorno dopo giorno i ragazzi dei quartieri popolari nei loro allenamenti a pallone e nei giochi all’aperto. Solo quando Zazà, il più grande e carismatico del gruppo, decide di testarne le capacità come portiere, Veleno comincia ad essere accettato e a passare i suoi pomeriggi in compagnia degli altri ragazzi. Durante uno di questi, assiste al salvataggio di una giovane vestita da sposa pronta a saltare dalla cima della chiesa del paese. La visione di quella ragazza bionda dai lineamenti dolci che si getta nel vuoto rimane impressa nei ricordi di Veleno e di Zazà, che da quel giorno tentano di avvicinarsi a lei e di scoprire il segreto della sua infelicità.
Negli ultimi anni la Puglia si è costruita come un luogo dell’immaginario legato ai racconti d’infanzia. Terre bruciate dal sole, dissetate dall’acqua e contaminate dai fumi delle industrie siderurgiche, che in film come Io non ho pauraIl miracolo o Mar piccolo diventano luoghi della memoria, spazi dove la perdita dell’innocenza si lega in maniera indissolubile a panorami litoranei squarciati da fumi rossastri e insalubri.
Nel lungometraggio d’esordio di Pippo Mezzapesa, gli ambienti di Martina Franca e di Massafra diventano un protagonista fondamentale all’interno di un racconto di formazione incentrato su due ragazzi provenienti da famiglie molto diverse. Da un bel romanzo scritto da Mario Desiati, il giovane autore di Pinuccio Lovero trae solo l’anima narrativa e la sensibilità per l’affascino: parola bellissima che in dialetto tarantino indica una maledizione, un incantesimo. Come quello che il personaggio di Annalisa, ninfa bionda votata all’autodissoluzione, è capace di esercitare su Veleno e Zazà; o come quello che i due giovani protagonisti vivono reciprocamente nel cercare, l’uno, di sporcarsi l’anima da bravo ragazzo e, l’altro, di scoprire che c’è per lui un destino diverso da quello del fratello spacciatore. O ancora, quello che riguarda tutte le giovani coscienze della provincia tarantina, su cui cadono i cascami di un pulviscolo impalpabile fatto di degrado urbano, declino culturale e qualunquismo politico.
È quest’ultimo particolare tipo di “affascino” ad essere impiegato da Mezzapesa in funzione degli altri due, attraverso un lavoro sull’immagine che privilegia gli effetti mnemonici e sinestesici. La storia dell’innocente triangolo fra Veleno, Zazà e Annalisa si costruisce infatti per piccoli sguardi, brevi squarci di esistenza legati dal filo rosso dei sentimenti e dei ricordi d’infanzia (soprattutto per chi è stato adolescente negli anni Novanta): la sensazione bruciante di un ginocchio sbucciato, l’odore di un campo appena arato, le luci e i suoni di un giro sul tagadà, l’eterno fascino di una Madonna laica dallo sguardo infelice. Momenti che segnano il primo passaggio all’età adulta e che affascinano e ammaliano il pubblico meno per le sfumature psicologiche che evocative, più per la loro forza “affascinatoria” che per un’eventuale compiutezza narrativa.

Edoardo Becattini (www.mymovies.it)

marzo 26, 2012 at 4:31 pm Lascia un commento

Una separazione di Asghar Farhadi ( dvd )

Nader e sua moglie Simin stanno per divorziare. Hanno ottenuto il permesso di espatrio per loro e la loro figlia undicenne ma Nader non vuole partire. Suo padre è affetto dal morbo di Alzheimer e lui ritiene di dover restare ad aiutarlo. La moglie, se vuole, può andarsene. Simin lascia la casa e va a vivere con i suoi genitori mentre la figlia resta col padre. È necessario assumere qualcuno che si occupi dell’uomo mentre Nader è al lavoro e l’incarico viene dato a una donna che ha una figlia di cinque anni e ed è incinta. La donna lavora all’insaputa del marito ma un giorno in cui si è assentata senza permesso lasciando l’anziano legato al letto, un alterco con Nader la fa cadere per le scale e perde il bambino. Asghar Faradhi conferma con questo film le doti di narratore già manifestate con About Elly. Non è facile fare cinema oggi in Iran soprattutto se ci si è espressi in favore di Yafar Panahi condannato per attività contrarie al regime. Ma Faradhi sa, come i veri autori, aggirare lo sguardo rapace della censura proponendoci una storia che innesca una serie di domande sotto l’apparente facciata di un conflitto familiare. Il regista non ci offre facili risposte (finale compreso) ma i problemi che pone sono di non poco conto per la società iraniana ma non solo. Certo c’è il quesito iniziale non di poco conto: per un minore è meglio cogliere l’opportunità dell’espatrio oppure restare in patria, soprattutto se femmina? Perchè le protagoniste positive finiscono con l’essere le due donne. Entrambe con i loro conflitti interiori, con il peso di una condizione femminile in una società maschilista e teocratica ma anche con il loro continuo far ricorso alla razionalità per far fronte alle difficoltà di ogni giorno. Agghiacciante nella sua apparente comicità agli occhi di un occidentale è la telefonata che la badante fa all’ufficio preposto ai comportamenti conformi alla religione per sapere se possa o meno cambiare i pantaloni del pigiama al vecchio ottantenne che si è orinato addosso. Sul fronte opposto della barricata finiscono per trovarsi gli uomini che, o sono obnubilati dalla malattia oppure finiscono con l’aggrapparsi a preconcetti che impediscono loro di percepire la realtà in modo lucido. Ciò che va oltre alla realtà iraniana è l’eterno conflitto sulla responsabilità individuale nei confronti di chi ci circonda. Ognuno dei personaggi vi viene messo di fronte e deve scegliere. Sotto lo sguardo protetto dalle lenti di una ragazzina. Una nota a margine: il cinema iraniano è veicolo stabile di una falsificazione narrativa che sta a priori di qualsiasi sceneggiatura. Sussistendo il divieto per le donne di mostrarsi a capo scoperto in pubblico i registi sono obbligati a farle recitare con chador o foulard vari anche quando le scene si svolgono all’interno delle mura domestiche narrativamente in assenza di sguardi estranei stravolgendo quindi la rappresentazione della realtà.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

marzo 24, 2012 at 8:47 am Lascia un commento

La avventure di Tintin, Il mistero dell’Unicorno di Steven Spielberg ( dvd e b-ray )

Tintin è un giovane reporter col vizio dell’avventura che non disdegna nel tempo libero cose meno straordinarie, come passeggiare per i mercatini, fermarsi per un ritratto o per acquistare il modellino di una nave che nasconde un immancabile segreto. Un segreto che l’infido Sakharine vuole sottrargli a tutti i costi e con tutti i mezzi. Ma a difenderlo e ad affiancarlo ci pensano i maldestri Thomson e Thompson e l’impavido Snowy, un candido fox terrier amabile con gli amici e implacabile coi nemici. Derubato del prezioso veliero Tintin si mette sulle tracce del ladro finendo prigioniero sul cargo dell’ebbro Capitan Haddock e libero nella più grande delle avventure. Attraverso mari burrascosi e deserti torridi, a bordo di una scialuppa o di un idrovolante, cavalcando onde o polene a foggia di unicorno, il ‘sobrio’ Tintin e l’alcolico Capitan Haddock troveranno il più grande dei tesori: l’amicizia.
Diciamolo subito, Steven Spielberg ha ritrovato l’Isola che non c’è e con quella il piano della favola. Tintin era senza dubbio la stella verso cui fare rotta, magari con un cagnetto e un capitano della marina mercantile sbronzo. Archeologo infaticabile delle immagini, dei corpi e dei volti, il regista americano scava indietro nel tempo e nelle pagine di Georges Prosper Rèmi, in arte Hergè, portando sullo schermo il suo ragazzo coi capelli rossi e la testa ovale, i pantaloni alla zuava e un maglione celeste. E a nuova vita nasce letteralmente Tintin, che nella regia di Spielberg e nella produzione di Peter Jackson emana un inconfondibile odore di dinamite, quella che il protagonista ‘catturato’ di Jamie Bell fa esplodere riguadagnando la libertà e il diritto all’avventura. Perché la vocazione al movimento e all’azione in Tintin è creata e ricercata con ostinazione diversamente da Indiana Jones costantemente agito e costretto, ‘obbligato’ a essere fuori dal comune e dalla ‘grazia’ dell’università. Con il celebre archeologo Tintin condivide piuttosto la doppia natura di eroe e di everyman, il piacere supremo dell’avventura e della sfida, il mondo terrestre o quello marino come luogo di implicazioni e complicazioni. Più in generale poi L’avventura di Tintin: il segreto dell’Unicorno rivela la rilevanza della citazione nel e del cinema spielberghiano. Rimandi infiniti che soggiogano il suo pubblico e ne facilitano l’ingresso nell’universo fantastico. Se la relazione più scontata è quella con Indiana Jones, meno prevedibile è quella con Hook: come Uncino, il villain Sakharine si ostina a ritrovare il suo nemico (Capitan Haddock) per rivivere e ripetere lo stesso gioco e la stessa lotta, sprofondata nei secoli e negli abissi. Meno evidente ancora è la corrispondenza con L’impero del sole: alla maniera del piccolo Jim il Capitano Haddock vive la sua vita come una lunga allucinazione, la sua percezione degli eventi è costantemente alterata, distorta, surreale. Quasi sussurrato in aggiunta è il rimando a A.I. Intelligenza Artificiale: come David (il bambino artificiale) Haddock versa in una crisi di identità e necessita di un’alterità amorevole che lo fondi. E potremmo continuare all’infinito senza tacere di quel ciuffo rosso emerso dal mare come la pinna del celebre squalo, come carezza e cifra stilistica dell’autore. Ma se il suo cinema è fatto di ritrovamenti e forse anche di ripiegamenti su di sé, L’avventura di Tintin: il segreto dell’Unicorno non si risolve in questo. Spielberg non rifà se stesso e nella sua arte (cinematografica) c’è del progresso, progresso che sposta in avanti asta e livello, ribadendo che “il cinema è un’arte che deve ancora essere inventata”. Riconoscendo rispettosamente e traducendo fedelmente la misura del personaggio di Hergè, Spielberg colma la scollatura tra un’idea e la sua realizzabilità tecnica, salendo sul Polar Express di Zemeckis, facendo tesoro delle sue prove tecniche e perfezionando magnificamente quell’esperimento imperfetto. Spielberg converte digitalmente Jamie Bell, Andy Serkis e Daniel Craig, catturandone (soltanto) la performance e la consistenza emotiva e lasciando riconoscibile il (di)segno originale e la psicologia dei protagonisti del fumettista belga. Personaggi mutuati e sintetici che conquistano il cuore per gli effetti e gli affetti speciali messi in scena, garantendo ai celebri albi un (nuovo) futuro, un nuovo pubblico e due nuovi episodi diretti questa volta da Peter Jackson. Caricate le avventure di Tintin di nuove valenze estetiche che possiedono un indubbio valore ‘tecnico’, il regista ritrova l’emozione e la capacità fabulatoria di un cinema visionario. E non chiamatelo più cinema d’animazione.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

marzo 23, 2012 at 4:42 pm Lascia un commento

This must be the place di Paolo Sorrentino ( dvd e b-ray )

Cheyenne è stato una rockstar nel passato. All’età di 50 anni si veste e si trucca come quando saliva sul palcoscenico e vive agiatamente, grazie alle royalties, con la moglie Jane a Dublino. La morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto, lo spinge a tornare a New York. Scopre così che l’uomo aveva un’ossessione: vendicarsi per un’umiliazione subita in campo di concentramento. Cheyenne decide di proseguire la ricerca dal punto in cui il genitore è stato costretto ad abbandonarla e inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti.
“And you’re standing here beside me/I love the passing of time/Never for money/Always for love /Cover up and say goodnight . . . say goodnight/Home – is where I want to be/But I guess I’m already there/I come home – she lifted up her wings/Guess that this must be the place”.
(“E tu sei qui vicino a me/Amo lo scorrere del tempo/Mai per denaro/ Sempre per amore/Copriti ed augura la buonanotte/ Casa- è dove voglio essere/Ma mi sa che ci sono già/ Vengo a casa-lei ha sollevato le ali/Sento che questo dovrebbe essere il posto”.)
Il testo della canzone dei Talking Heads che dà il titolo al film e riveste un ruolo in una delle scene più importanti e intense rappresenta una sorta di sintesi di questa opera in cui Sorrentino torna al lucido intimismo degli esordi sotteso costantemente da una ricerca che si fa percorso di vita. Cheyenne, rocker ormai in disarmo ma che un tempo fu celebre e di quella celebrità gode ancora i frutti economici, è un uomo che quotidianamente si trasforma in maschera. Quasi avesse bisogno di aggrapparsi a quel passato di gloria che ora non rinnega ma rifugge. Accanto a lui da 35 anni una donna solida che sa come essere sorridente argine alla sua pacata depressione. Al suo fianco un costante peso. Che sia il carrello della spesa o il trolley da viaggio (di cui sentirà magnificare l’innovatività creativa) Cheyenne si trascina dietro un bagaglio di situazioni irrisolte. Prima fra tutte la dinamica dei rapporti con la figura paterna. È un Edward Manidiforbice dei nostri giorni Cheyenne/John Smith. Un essere umano che il padre ha creato e, al contempo, limitato trasmettendogli inconsciamente un’ossessione che il figlio scoprirà solo dopo la sua morte. Il castello in cui Edward/Cheyenne si è rinserrato è il suo aspetto esteriore che al contempo lo lega al passato ormai amato/odiato e lo separa dal presente. Sean Penn è straordinario nel disegnare, ancorandolo alla realtà, un personaggio che potrebbe ad ogni inquadratura dissolversi nel grottesco o nella caricatura. Quest’uomo che fa di tutto per essere riconosciuto e, al contempo, nega pervicacemente con tutti la propria identità ha la complessità di quelle figure che si imprimono con forza nell’immaginario cinematografico. Un personaggio che, anche se lo nega (“Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico non in India”) compie un lungo viaggio per ri/trovare un posto dentro di sé.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

marzo 21, 2012 at 5:13 pm Lascia un commento

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