Archive for settembre, 2017

L’inganno di Sofia Coppola – recensione di Stefania De Zorzi –

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Sofia Coppola ha un talento raro nel ritrarre l’universo femminile: “L’inganno”, ispirato all’omonimo romanzo di Thomas P. Cullinan, più che al film precedente diretto da Don Siegel “La notte brava del soldato Jonathan”, assomiglia all’opera prima “Il Giardino delle Vergini Suicide”, che in parte riprende e in parte capovolge. Nella Virginia del 1863, mentre infuria in lontananza la Guerra di Secessione, il caporale nordista John McBurney/Colin Farrell, gravemente ferito ad una gamba, viene curato e concupito dalle donne del Farnsworth College: la direttrice Martha/Nicole Kidman, l’insegnante Edwina/Kirsten Dunst, l’allieva Alicia/Elle Fanning, fra le altre. Il suo fascino virile scatena tensioni e ambiguità in una piccola comunità tutta al femminile, che vive da troppo tempo in un isolamento protettivo ma asfittico dal mondo degli uomini. La Coppola sceglie luci naturali nello stile del “Dogma” danese: candele che illuminano fiocamente gli ambienti di notte, una luminosità soffusa che penetra attraverso spessi tendaggi di giorno, evocando suggestioni pittoriche, ombre dell’anima, e un senso di soffocamento fisico e psicologico. Non c’è una colonna sonora “esterna” al film, che si imponga o distragga lo spettatore, e l’unica musica è quella suonata dalle mani inesperte delle giovanissime allieve. Il diavolo non è femmina, almeno fino ad un certo punto della trama: Farrell seduce e manipola, mentre le donne si disputano il gallo del pollaio fra sottintesi acidi e vane fantasticherie. A differenza di quanto accadeva nel giardino delle vergini, però, la comunità, unita in un’alleanza crudele, trova la forza di reagire. La macchina da presa indugia con sensualità sulle mani, sul volto incosciente, e sul corpo seminudo di Farrell, suggerendo tutto un mondo di desideri repressi, mentre le emozioni increspano leggermente ma in modo inequivocabile i volti di Kidman e Dunst. La Coppola lascia un alone di ambiguità quanto al giudizio morale sulle azioni delle protagoniste e del caporale John, in bilico fra la solidarietà femminile e la simpatia per il seduttore canaglia, fuori dai confini rassicuranti del politicamente corretto, e ancor più dai concetti religiosi di bene e male. Da vedere, per la regia raffinata, la trama intrigante, e una grande prova di recitazione di donne dai dieci a cinquant’anni, oltre che del bel Colin Farrell.

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settembre 26, 2017 at 9:37 am Lascia un commento

Cartoline da Venezia – Nove film visti e maltrattati per noi da Francesca M. Fontana

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CUSI

“The Cousin”. Un noto volto della TV israeliana, impegnato tra l’altro sul fronte della pace e del dialogo (con progetti del tutto inefficaci già in potenza) decide di attuare un restauro della dependance nella quale lavora. In Lombardia Piemonte o Veneto una simile costruzione verrebbe rasa al suolo o fatta esplodere, in Israele necessita appena di qualche stuccata e una mano di colore. Per i lavori viene ingaggiato un operaio diverso da quello prospettato dal padrone di casa, e lo stesso ragazzo è presto accusato di aver molestato una giovane del posto. Ora, questa dovrebbe comunque essere una commedia. Da qui in poi è noia, tra liti con i vicini, minacce grottesche, inseguimenti in bicicletta. Le star del film (a mia discrezione gli attori più applauditi all’ingresso in sala) sono relegati a ruoli marginali (in ogni caso credo che le star in questione fossero il corrispettivo del nostro Siani o di Salemme). Momenti di dramma poco centrati, caos, appartamenti deprimenti, donne rifatte anni 90 e un finale buonista.

 

WEST OF

“West of sunshine” di Jason Raftopoulos. Australia: un padre caricaturale quanto irresponsabile deve badare al figlioletto per un giorno, evidentemente non lo ha mai fatto prima e in effetti non lo sa fare. Lo trascina in una giornata di almeno 56 ore tra lavoro di corriere espresso, scommesse sulle corse e spaccio di droga (che il ragazzino assume scambiandola per vitamine). Verso sera si tagliano i capelli a vicenda sullo sfondo di un tramonto volemose bene.

 

NO DATE NO SIGN

“No date no Signature” di Vahid Jalilvand. Iran: un medico legale con un’evidente parrucca causa un incidente cappottando una famiglia che viaggia in 4 su un ciao piaggio (compresi un bambino e un neonato). Sembra tutto in bolla ma il giorno seguente il bambino è sul tavolo delle autopsie del medico. Intossicazione alimentare conclamata (il padre lo cibava con pollo conservato in condizioni mediorientali) tuttavia il nostro dottore si sente responsabile. In tutto ciò io mi sono solo concentrata sul rapporto ambiguo dell’uomo con una dottoressa del suo reparto, a mio parere la moglie, ma resta un forte dubbio. Finale aperto e toni dal beige al grigio per almeno 2 ore.

MARVIN
“Marvin” di Anne Fontaine. Siamo in Francia: un ragazzino effeminato di provenienza zotico-rurale viene bullizzato sessualmente a scuola. Un po’ gli piace. La recitazione è il suo sfogo e una crescente passione, fomentata da una preside materna un minimo complessata. Il nostro piccolo billy Elliot francese cresce in una Parigi viziosa a base di festini e omosessuali attempati che tuttavia conoscono Isabelle Huppert e lo raccomandano. Lo spettacolo incentrato sul suo outing sarà un successo.
OUR
“Le nostre anime di notte” di Ritesh Batra.
Passiamo a geriatria, due film comparati: le nostre anime di notte ed Ella & John. In entrambi ultra 70 enni ci illudono che l’amore e (ahimè) la carnalità possano ravvivarsi anche tra mummie in formalina. Nel primo gli attori di A Piedi Nudi nel Parco si trasformano in A Letto Nudi da Vecchi, e vi assicuro che non è cosa per stomaci deboli. Il film marchiato Netflix si riduce ad una serie tv color pastello. Robert assomiglia ad una corteccia satura di muschi e licheni, Jane è la regina del Botox ma con una strizzatina d’occhio a Dolly Parton. Di base a Jane Il suo amante tardivo schifa un minimo, ma alla fine lo scarica e vince un I-phone 7.
LEISURE
“The Leisure Seeker” di Paolo Virzì.
Passiamo a Virzì: due coniugi visibilmente compromessi nello stato di salute, per evitare una forzata separazione e relativi ricoveri, si danno alla macchia a bordo di quello che per un americano è un camper d’epoca e per un europeo una brutta scatola di sardine. Lui è un professore di letteratura affetto da demenza senile il cui sogno è visitare la casa di Hemingway, autore che cita ossessivamente. La moglie è evidente che non abbia mai aperto un libro, però è tutta orgogliosa del marito, che dipinge come un uomo distinto dalla barba curata (non togliamole questa illusone). La pellicola se la cava abbastanza bene, in più momenti lacrimiamo. Di base tuttavia io penso di non voler arrivare all’età dei protagonisti, il continuo urinare a caso di Donald mi dissuade completamente nei confronti della longevità. Ah, il regista riserva un colpo a tradimento, un frammento di sessualità che per fortuna non si protrae.
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“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh.
Tre manifesti a Ebbing, Missouri: una madre incazzata con un taglio di capelli gabber monopolizza tre immensi cartelloni all’entrata della cittadina allo scopo di sparare a zero sulla polizia locale per aver trascurato il caso di sua figlia, uccisa violentemente mesi prima. Lo sceriffo e la sua combriccola reagiscono con forte ostilità; la Centrale ricorda nelle prime scene le nostre amate Poste soprattutto per lo zelo e la cultura. Un mix di La Calda notte dell’ispettore Tibbs, Fargo e Mississippi Bournig. Dramma razzismo ma anche molte risate amare per un prodotto sceneggiato con gusto. Il sogno americano lascia spazio anche al riscatto. Non mancano ubriachi, nani (ma perché??? Perché???) spedizioni punitive e famiglie stile Non Aprite Quella Porta.
CANIBA
“Caniba”
Issei Sagawa, studente giapponese alla Sorbona negli anni ’80, ha forse frainteso l’eclettismo della cucina francese e si è fatto una scorpacciata di povera ragazza olandese. Protetto da eminenze grigie non passa per il carcere e tornato in patria diviene una celebrità. Se fosse questa la storia che racconta il pretenzioso documentario, se ci fossero questi spunti dietro alle velleità sperimentali dei registi, allora forse sarebbe facile mantenere attenzione o curiosità. Purtroppo l’occasione è persa, la pellicola disturba solo per l’effetto mal di mare da messa a fuoco selettiva/ossessiva, per i primissimi piani del nostro Hannibal anziano, disabile e dal derma effetto Madame Tussauds. Non riuscendo a sfruttare un soggetto così ghiotto (a lui piacerebbe essere definito tale) si tenta perfino di indagare sulla psiche del fratello dello stesso, ma le perversioni di quest’ultimo non possono colpire più di tanto in quel contesto. Dopo due ore di noia atavica resta impressa soltanto una scena: la badante stile manga che mettendo a letto Sagawa, gli passa il suo immancabile peluche, “che bel cane” osserva, “è una mucca” risponde pronto lui. In tutta sincerità io avrei detto orso.
SARAH PLAYS A WEREWOLF
“Sarah Joue un Loup Garou”.
Siamo in Isvizzera. Una graziosa adolescente dal derma misto/grasso vive nell’apparente benessere di una famiglia borghese ma esprime tutto il suo disagio attraverso la recitazione. La classe di teatro di Sarah lascia spazio a ragazzi di vari cantoni e non sembra farle pesare quello stile povera orfanella in sacco Caritas che lei ostenta. A casa l’atmosfera è un tantino pesante: il fratello maggiore ha preferito darsela a gambe, quello minore cerca invano attenzioni, il padre passa dal limonare la moglie al tavolo da pranzo a tentare di sedurre Sarah stessa. Quindi non c’è da stupirsi quando sul palco la ragazza da segni di nevrosi cercando di azzannare i terribili compari. Vorrei non rovinarvi il finale, da qui in poi spoiler. Abusata dal padre, insoddisfatta dalla vita e incapace di concedersi agli aitanti pretendenti, Sarah entra in catalessi, canta un pezzo della Obel quasi bene e si butta nel fiume. A volte le cose vanno anche così.

settembre 18, 2017 at 11:37 am 1 commento

Dunkirk di Christopher Nolan – recensione di Stefania De Zorzi

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“Dunkirk” è una prova di coraggio di Christopher Nolan, regista e sceneggiatore: in primo luogo per il soggetto, l’evacuazione dalla Francia nel 1940 di oltre trecentomila soldati inglesi, in fuga dall’avanzata schiacciante delle truppe tedesche. Una ritirata, seppure strategica, che la cinematografia dei vincitori ha finora trascurato, con pochissime eccezioni. Nolan sovrappone tre unità di tempo (una settimana sul molo, un giorno in mare e un’ora in cielo), e tre storie principali (il soldato Tommy/Fionn Whitehead in fuga verso l’Inghilterra, Mr Dawson/Mark Rylance impegnato con la sua piccola imbarcazione nel salvataggio dei superstiti dai naufragi, e Farrier/Tom Hardy, pilota della RAF in battaglia contro gli aerei tedeschi).

Nolan sceglie di non raccontarci nulla del passato e delle vicende dei suoi personaggi: che diventano così da un lato emblematici di tutti quei soldati, piloti e civili intelligenti ed eroici, che vissero le drammatiche giornate di Dunkirk; dall’altro ci immerge in un presente assoluto, da cui non è possibile evadere in rivoli laterali della narrazione. Il presente dei soldati sul molo è dilatato nell’agonia di un imbarco sempre rimandato per la carenza di navi e l’incertezza sul da farsi; viceversa il tempo dell’azione del pilota RAF è condensata nella durata del pieno di carburante dell’aereo; nel mezzo, l’imbarcazione da diporto improvvisata come mezzo di salvataggio, che salpa la mattina e termina la sua missione al crepuscolo. Nolan accentua l’intento di totale immersione cinematografica grazie a riprese girate in formato ultra-panoramico, con un misto di Imax e pellicola a 65 mm.: il risultato è una finestra mozzafiato su file infinite di soldati ammassati in spiaggia sotto un cielo livido, contrapposti alla claustrofobia negli spazi sottocoperta e ai naufragi subitanei e apocalittici, ribaltati nella prospettiva ampia e soleggiata del pilota in sorvolo sul mare. Il nemico non ha volto, è solo uno strumento di morte a distanza cui i fuggiaschi cercano disperatamente di sottrarsi: la raffica di mitra alle spalle, il bombardiere dai cieli o un siluro dal mare. Interpretato con uguale bravura da attori pressoché esordienti e da nomi molto noti (impeccabile Kenneth Branagh nei panni del comandante Bolton), “Dunkirk” rappresenta una svolta rispetto ai film bellici (ma non solo) del recente passato, sia per la regia, innovativa e virtuosistica, sia per il montaggio, che fa convergere in crescendo tempi e storie verso il climax. Da vedere, con la consapevolezza che qualcosa è cambiato.

Dunkirk 2

 

 

settembre 12, 2017 at 9:44 am Lascia un commento


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