Archive for marzo, 2011

Dustin O’Halloran – Lumiere ( cd – lp )

Mentre la sua ex-sodale Sara Lov si è ormai ben avviata verso una carriera solista di interprete raffinata e sognante, Dustin O’Halloran, metà più timida e umbratile dei Devics, si è integralmente dedicato al suo pianoforte, trasformandosi in compositore di colonne sonore (“Marie Antoniette”, “An American Affair”) e autore di minimali piéce neoclassiche, raccolte in due volumi di “Piano Solos” e nell’album dal vivo “Vorleben”, pubblicato lo scorso anno dalla berlinese Sonic Pieces.

Se in questa sua terza fatica in studio il rigore formale e l’essenzialità espressiva che avevano caratterizzato tutti i suoi lavori restano immutati, “Lumiere” segna la sostanziale rottura dell’isolamento creativo dell’artista americano, che apre la sua musica introducendovi nuovi elementi, aprendo nel contempo la sua ispirazione a collaborazioni di altissimo profilo. Scorrendo le note di copertina del disco si leggono infatti i nomi di Adam Wiltzie degli Stars of the Lid alla chitarra e di Peter Brodferick al violino, accanto a quelli dell’ensemble di musica contemporanea ACME (già all’opera con Max RichterMatmos Grizzly Bear) e di Johann Johannsson in sede di missaggio. Insomma, un vero e proprio incontro di cervelli e sensibilità, per un album che non tradisce la scarna essenza delle composizioni di O’Halloran, arricchendola invece di un’aura orchestrale, al cui interno le note del suo pianoforte continuano a riecheggiare in cadenze solenni e sospensioni ovattate.

Di tutta evidenza più elaborato rispetto ai solos, “Lumiere” passa in rassegna le diverse nuance di una luce al tempo stesso diafana e calda, attraverso la quale si scorgono esili particelle aeree fluttuanti su timide screziature, field recordings e rumori meccanici, che donano ai brani un senso di antico, ammantandoli di una patina polverosa ma serena (si veda in particolare la narcolettica “Opus 44”). Confinando gli accenni di romanticismo quasi esclusivamente alle più serrate frequenze pianistiche di “We Move Lightly” (in odor di Eluvium) e alle delicate gocce di rugiada di “Fragile n. 4”, nel corso del lavoro O’Halloran mette in mostra le sue qualità di compositore misurato, razionale ma niente affatto artificioso, particolarmente evidenti quando destina la sua musica a organici ensemble da camera, nei quali persino il suo inseparabile pianoforte si ritrae in secondo piano. Prova evidente ne sono il quartetto e il quintetto collocati nel cuore dell’album – e strategicamente intervallati dalle dense stratificazioni richteriane di “Opus 43” – che vibrano sinuose sulle corde degli archi, elevati in primo piano in florilegi che giocano con il silenzio, offrendo scorci di una bellezza incorporea e austera.

Si tratta, tuttavia, di un’austerità estremamente plastica dal punto di vista armonico e tutt’altro che algida da quello delle sfumature emotive, se è vero che il sapiente dosaggio degli interstizi tra le note lascia aleggiare nell’aria suggestioni sfuggenti – che spaziano dal germogliare neoclassico di “We Move Lightly” al diradamento goticheggiante di “Opus 55” – perfettamente coerenti con le atmosfere evocate dai titoli dei pochi brani che ne sono provvisti, oltre che da quello dello stesso disco. Dall’angosciosa distanza di “A Great Divide” al sogno ovattato di “Snow + Light” è infatti tutto un succedersi di aggraziati giochi di luce e penombre soffuse, da fermare nel tempo per condividerle nell’intimità, assaporando con stordito rapimento le ultime delizie della stagione fredda.
Ben al di là di qualsiasi asettica considerazione sulla ricercata semplicità della formula compositiva e realizzativa, “Lumiere” rappresenta la compiuta testimonianza della raffinatezza di un autore che ha trovato ideale complemento alla pensosa magia del suo minimalismo pianistico in questa rinnovata dimensione cameristica che, a patto di non soffermarsi soltanto sulla sua superficiale linearità, potrà dischiudere sentimenti intensi e incondizionati.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

marzo 30, 2011 at 5:00 pm Lascia un commento

Persecution di Patrice Chereau ( dvd )

Daniel è un giovane uomo in corso d’opera, come gli appartamenti in cui lavora in solitudine e silenzio. L’isolamento volontario è interrotto dalle troppe parole del suo amico Michel e dalle telefonate di Sonia, la sua ragazza sempre in viaggio di lavoro. Ossessionato dalla paura dell’assenza, Daniel è volontario presso una casa di riposo, dove cerca rifugio alla sua inquietudine. Abbordato all’uscita della metropolitana da uno strampalato corteggiatore, Daniel diventa oggetto desiderato e perseguitato. Irragionevole e lunatico, il misterioso uomo irrompe e travolge gli spazi e la vita del ragazzo, a sua volta impetuoso nel tormentare Sonia con la sua gelosia e i suoi smarrimenti. Dentro cantieri sempre aperti e case da costruire, Daniel e Sonia sperimenteranno la corrispondenza e la mancanza.
Lo scorrere della vita ci espone alla separazione, lo sa bene e la teme il protagonista di Persécution, ultimo e magnifico film di Patrice Chéreau. Orfano di madre e figlio di un padre distante, il giovane uomo di Roman Duris ha sviluppato un’idiosincrasia per l’assenza. Alla ricerca disperata di una stabilità che non esiste, Daniel è rinchiuso in appartamenti in costruzione, dove affronta il vuoto nel tentativo ostinato di trasformarlo in pieno. Dopo Gabrielle, dramma “da camera” sul “ritorno” a casa di una moglie fedifraga, il regista francese si concentra sulla vita in progress di un perseguitato persecutore, dentro Parigi, a braccia aperte e spalle girate, come il suo protagonista in credito d’amore.
Separarsi dalle proprie ossessioni e da una vita ideale è doloroso, ma il film di Chéreau (di)mostra che la separazione può essere (anche e addirittura) una benedizione, necessaria a riprendere la capacità di sentire e di vivere. Lasciare una persona o una casa ci pone al cospetto del sentimento della mancanza, un vuoto che contiene però l’atto creativo e generativo della (ri)costruzione di una nuova visione del domani.
Raggiunta la consapevolezza della loro paura, gli amanti di Chéreau “raccolgono” i frammenti di un bicchiere e di un discorso amoroso, ritrovando (forse) il loro baricentro e recuperando il sentimento anche nelle sue imperfezioni e manchevolezze. Meglio vivere (e amare) col batticuore che non vivere affatto.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

marzo 29, 2011 at 7:34 pm Lascia un commento

Radiohead – The king of limbs ( cd – lp )

Ormai ci hanno preso gusto: annunciare il disco in extremis, con modalità di acquisto del tutto particolari rispetto alla normalità. Si diceva che il seguito di “In Rainbows” avrebbe avuto un afflato orchestrale. E, a sentirlo bene, forse i rumors c’avevano preso, secondo tuttavia una prospettiva differente, riferita cioè a un concetto di orchestralità legato alle nuove declinazioni musicali.
Il quintetto, nel suo ottavo disco, intraprende una via non scontata né banale, che arricchisce la sua discografia di un lavoro ancora una volta differente rispetto ai precedenti. Non è un lavoro pop, non è elettronica, non è rock. Che cos’è, dunque, “The King Of Limbs“? È una via di mezzo di tutto, un mix nel quale possono rintracciarsi i Radiohead di sempre, seppur nel contesto di un gioco di ombre che rende questo disco forse il più misterioso e difficilmente inquadrabile della loro storia.

In un certo senso, in cuffia, “The King Of Limbs” è forse il disco che ci aspettava. Rimane poco della bellezza pop del disco precedente, qui si osa di più. Il sound è compatto e monolitico come non mai, senza tuttavia mancare volta per volta di variazioni sul tema. Perfetto incrocio tra la freddezza di “Kid A” e le languide scie di “Amnesiac“,  “The King Of Limbs” offre una sorta di rivistazione dell’uno-due di inizio decennio. Uno stile inconfondibile, nel quale fanno capolino da un lato cornici elettroniche (file underFour Tet) e dall’altro personalissime e addolcite declinazioni dubstep (file underFlying Lotus).

La marcetta iniziale “Bloom” racchiude perfettamente il senso dell’album: in bilico tra frastagliate linee ritmiche, superficiale freddezza e aperture alla Bjork di “Debut” e “Homogenic“. Il canto sinuoso di Yorke al solito si pone da contraltare rispetto alla struttura, creando un perfetto incrocio tra calore e distacco.
E se il frenetico incedere di “Morning Mr. Magpie” sembra uscito dalle outtake di “The Eraser“, i primi istanti di “Little By Little“, in quota “Half to the Thief“, parlano il verbo dei Portishead, col canto che si fa lamentoso e strozzato. “Feral“, più di ogni altra, porta alla memoria “Kid A“, tra schegge ritmiche impazzite, improvvisi stop e conseguenti accelerazioni, in un moto non distante dal Four Tet più vivido. Fino a qui emerge una grande omogeneità, sotto la quale si nascondono soluzioni non facilmente catturabili a un primo ascolto.
Il singolo “Lotus Flower“, giocato su beat serrato, organo e stupende linee vocali (che si riscaldano nel “ritornello”) segna lo spartiacque del disco. Da qui è una discesa nel miele più dolce. “Codex” è episodio per piano, echi lontani e un senso di avvolgimento e calore che sfiora la perfezione, “Give Up The Ghost” è un’incantevole nenia per fiati e sovrapposizioni vocali in un incastro dolcissimo e celestiale. La conclusiva “Separator” richiama alla memoria il passo felpato di “House Of Cards“, con un crescendo velatamente psichedelico.

Un disco breve – trentasette minuti – ma densissimo, forse il più introspettivo, difficile e granitico della loro storia.
Se la musica fosse matematica, i Radiohead sarebbero sempre un gioco a somma positiva.

Alberto Asquini (www.ondarock.it)

marzo 28, 2011 at 6:09 pm Lascia un commento

Animal Kingdom di David Michod ( dvd e b-ray )

La madre di J non apre più gli occhi. Muore dopo una fatale overdose. Il figlio disperato chiama la nonna che lo accoglie nella sua famiglia di criminali. Fratelli di sangue e tra il sangue, in lotta senza esclusione di colpi con la polizia a Melbourne. Tra strategie processuali manipolate e vendette servite su piatti gelidi, J perderà la sua innocenza di adolescente.
David Michôd, il regista di Animal Kingdom, è al suo primo lungometraggio ma non ha tradito il suo passato di reporter d’inchiesta sulla criminalità a Melbourne. Il suo è uno sguardo da etologo del crimine: filma il sistema malavitoso come se fosse un regno degli animali (animal kingdom in inglese) dove vincono i più forti, quelli che mangiano i più deboli, ma nasconde pure, nel suo impasto tra velato doc e fiction, un’idea di critica della delinquenza come reame di selvaggi che non sono uomini né animali sociali. La condanna morale si ferma però presto, lasciando spazio ad un universo intricato dove nessuno è davvero buono o totalmente cattivo, tranne il poliziotto interpretato da Guy Pearce. Prestazione titanica per l’attore di Memento così come superba la prova della nonna ‘smurf’ (Jacky Weawer), fantastica donna attempata dai sorrisi psicotici.
Tutto il cast gira bene negli ingranaggi maligni di Animal Kingdom, più che un semplice poliziesco un “crime drama” che rifiuta l’eccesso estetico della morte, gli inseguimenti roboanti ma preferisce personaggi solidi e un “oscuro scrutare” della macchina da presa: lenta, ansiogena, torbida che ricorda il miglior Polanski Cronenberg e trova anche il bacio accademico del Sundance Festival 2010 che lo laurea miglior film straniero.
Dopo la crime series Underbelly, Animal Kingdom mostra al mondo un’altra faccia dell’audiovisivo made in Australia e Nuova Zelanda che non è l’autorialità di Jane Campion o i lussureggianti effetti speciali di Peter Jackson. Michôd fa un film tanto raro quanto innovativo, un lento declino in una scacchiera di colpi di scena disorientanti, in un racconto dove nemmeno l’amore e la morte sanno da che parte stare.

Luca Marra (www.mymovies.it)

marzo 26, 2011 at 12:17 pm Lascia un commento

Uomini di Dio di Xavier Beauvois ( dvd e b-ray )

1996. Algeria. Una comunità di monaci benedettini opera in un piccolo monastero in favore della popolazione locale aderendo all’antica regola dell'”Ora et Labora”. Il rispetto reciproco tra loro, che prestano anche assistenza medica, e la popolazione locale di fede musulmana è palpabile. Fino a quando la minaccia del terrorismo fondamentalista comincia a farsi pressante. Christian, l’abate eletto dalla comunità, decide di rifiutare la presenza dell’esercito a difesa del monastero non senza trovare qualche voce discorde tra i confratelli. Una notte un gruppo armato fa irruzione nel convento chiedendo che si vada ad assistere due terroristi feriti. Dinanzi al diniego vengono chieste medicine che vengono rifiutate perché scarse e necessarie per l’assistenza ai più deboli. Il gruppo abbandona il convento ma da quel momento il rischio per i monaci si fa evidente. 
Xavier Beauvois porta sullo schermo il sacrificio di sette monaci francesi che nel marzo 1996 vennero sequestrati da un gruppo armato della Jihad islamica e le cui teste vennero ritrovate il 30 maggio di quello stesso anno. Documenti ritrovati di recente coinvolgono le forze armate algerine nel tragico esito finale del sequestro.
Non era facile trovare la cifra stilistica giusta per raccontare la vita e il progressivo avvicinarsi alla morte di questi religiosi facendoli restare degli uomini e non trasformandoli agiograficamente in martiri quali poi sarebbero divenuti. Beauvois, pur con una certa piattezza per quanto attiene al linguaggio cinematografico, ci è riuscito sul piano della sceneggiatura che ritma lo scorrere del tempo grazie al succedersi delle celebrazioni e delle preghiere e canti comunitari. A questi si alternano le vicende esterne e interne al luogo sacro con la messa in luce di tutte le convinzioni ma anche di tutte le incertezze e debolezze dei monaci. Il film riesce a far emergere al contempo le singole individualità così come la tenuta complessiva di un gruppo animato da una fede che non si trasforma in esclusione ma che vuole, fino all’ultimo, tradursi in atti di condivisione sia all’interno che all’esterno. In un mondo distratto dal succedersi di eccidi e manipolato da una propaganda che vuole assimilare Islam e terrorismo fondamentalista, ricordare questo sacrificio non significa riaccendere la polemica ma piuttosto il contrario. Uomini e dei possono incontrarsi, conoscersi e rispettarsi a vicenda. Nonostante tutto.

Giancarlo Zappoli (www.mympvies.it)

marzo 25, 2011 at 7:29 pm Lascia un commento

Noi credevamo di Mario Martone ( dvd )

Tre ragazzi del sud (Domenico, Angelo e Salvatore) reagiscono alla pesante repressione borbonica dei moti del 1828 che ha coinvolto le loro famiglie affiliandosi alla Giovane Italia. Attraverso quattro episodi che li vedono a vario titolo coinvolti vengono ripercorse alcune vicende del processo che ha portato all’Unità d’Italia. A partire dall’arrivo nel circolo di Cristina Belgioioso a Parigi e al fallimento del tentativo di uccidere Carlo Alberto nonché all’insuccesso dei moti savoiardi del 1834. Questi eventi porteranno i tre a dividersi. Angelo e Domenico, di origine nobiliare, sceglieranno un percorso diverso da quello di Salvatore, popolano che verrà addirittura accusato da Angelo (ormai votato all’azione violenta ed esemplare) di essere un traditore della causa. Sarà con lo sguardo di Domenico che osserveremo gli esiti di quel processo storico che chiamiamo Risorgimento.
Assistendo al lungo film di Martone che ha l’andamento classico di quelli che un tempo si chiamavano sceneggiati televisivi (senza che in questa annotazione ci sia alcunché di riduttivo) si ha la sensazione di un deja vu. Perché il cinema italiano non scopre certo con Noi credevamo i lati oscuri e le contraddizioni del Risorgimento. Chi ricorda opere come Allonsanfan, Quanto è bello lu morire acciso Bronte sa che in materia ci si è già espressi con opere di assoluto vigore. E’ però vero che l’occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia e il revisionismo storico dominante (che vede il Risorgimento come una sciagura per il Nord) quasi impongono una rivisitazione del tema che Martone mette in scena con accuratezza filologica (anche se restano misteriose alcune strutture in cemento armato) e con un’attenzione iconografica da sussidiario degli anni Sessanta (con un Mazzini già vecchio nel 1830 quando aveva venticinque anni). L’idea di seguire le vicende (in parte storiche e in parte frutto di immaginazione) dei tre protagonisti che accompagnano lo spettatore nella non semplice articolazione delle posizioni che vedevano contrapposti i fautori dell’unità può senz’altro essere efficace se distribuita televisivamente in due serate.
Lo è meno se si pensa a un’opera della durata di tre ore e mezza circa. Perché si finisce con il disperdersi nella pur acuta e documentata ricostruzione. Resta comunque viva, oltre alla consapevolezza di trovarsi dinanzi a un’opera non di occasione e sicuramente non celebrativa, la sensazione di una coazione a ripetere della politica italiana.
Oltre alla divisione in due fronti (all’epoca repubblicani e monarchici con tanto di trasmigrazioni da un fronte all’altro) emerge con assoluta chiarezza la quasi genetica incapacità a fare fronte comune, la spinta inarrestabile a dividersi a diffidare gli uni degli altri all’interno dello stesso schieramento. La lettura con uno sguardo che ha origine al sud ribalta poi le tesi leghiste senza essere nostalgica della dominazione borbonica ma non nascondendosi le problematiche lasciate irrisolte da una fase storica di cui il popolo, come spesso accade, ha finito con l’essere più spettatore o oggetto che non protagonista in grado di decidere del proprio futuro. Il Parlamento vuoto in cui un determinato e non conciliante Crispi pronuncia il suo discorso marca simbolicamente la morte di un’utopia.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

marzo 22, 2011 at 5:07 pm 1 commento

Elbow – Build a rocket boys! ( cd – 2lp )

Non è facile essere un classico contemporaneo. Ma cosa sarà mai un classico contemporaneo? Per una band, certamente, una simile condizione comporta soprattutto l’agire e il continuare a pubblicare dischi nella consapevolezza che il proprio nome, in qualche modo, si sia già garantito una sopravvivenza più o meno permanente, più o meno estesa, all’interno della storia della musica (o di una delle sue innumerevoli storie). Gli Elbow, con il precedente pluridecorato The Seldom seed kid, hanno effettivamente ottenuto, al culmine di una carriera coerente che mai ha abbassato la guardia, un riconoscimento globale e unanime, tanto di critica quanto soprattutto di pubblico, che ha consentito loro di incidersi nell’immaginario collettivo quali raffinatissimi, dotti e geniali artefici della musica inglese contemporanea. E quando si parla di musica inglese contemporanea, si parla anche di una biforcazione. Uno spartiacque, a suo modo storico, all’interno di quella che è stata, per lo meno a grandi linee, l’evoluzione più recente del linguaggio pop-rock in terra d’Albione. Lo spartiacque, precisamente, che i Radiohead hanno aperto tra il paradigma, da loro stessi fissato, di Ok Computer e la sua successiva scomposizione in chiave astratta-sperimentale operata da Kid A (e, con esso, da tutto quello che è venuto subito dopo), segnando uno scisma irreversibile da cui proprio band come gli Elbow hanno poi finito col prendere le mosse, tentando un ritorno alla tradizione che mantenesse però aperte le ferite e i segni di quello che era accaduto “dopo” di essa.

Il nuovo “Build A Rocket Boys!” conferma, stilisticamente parlando, quanto già si era in larga parte osservato a proposito del quintetto manchesteriano. Costruito e intagliato dalla band con somma pazienza, lontano da tutto e tutti, ma soprattutto da se stessa, nella contemplazione solitaria e ventosa dell’isola di Mull (nelle Ebridi Interne), l’album evidenzia come gli Elbow attuali altro non siano, in fondo, che gli ultimi e forse più credibili eredi di una genia di grandi maestri britannici di illusionismo onirico (e questi maestri, per non sbagliarsi, sono fondamentalmente tre: Brian EnoDavid Sylvian Robert Wyatt). Nella fibra stratificata del gruppo si ritrovano anche tracce sparse di Blue Nile, Talk Talk, di certo Peter Gabriel, oltre a un diffuso spirito radioheadiano che la band ha saputo far suo nei tempi e modi di cui prima si diceva.

Tornando però al nuovo album, non si può evitare di intenderlo, dopo ripetuti ascolti, come un parziale, ma netto, passo indietro. Il disco inizia puntando la propria traiettoria verso il cielo con il lungo idillio introduttivo, a tratti quasi orchestrale, di “The Birds” (da notare l’ormai rodatissima abilità del gruppo nel coniugare componenti classiche e pigmenti digitali in un suono dai tratti liquidi e spaesanti). Eppure, dopo una fiammata iniziale di tale acutezza poetica (che fa il paio con la finale “Dear Friends”, tra i risultati più equilibrati del lavoro, un tuffo nelle acque limpide della memoria) il razzo fatica a decollare. Rimane a terra. Si spegne a poco a poco.
In episodi come “Jesus Is A Rockdale Girl”, “The Night Will Always Win”, “The River” o “Lippy Kids” si avverte come una silenziosa dispersione di energie espressive, che il gruppo avrebbe potuto mettere a frutto con una concretezza più spiccata. Tanto colorismo accennato, molta atmosfera impressionisticamente suggerita e uno studio quasi ossessivo sulla luce e sullo spazio dei suoni, che tuttavia faticano a varcare la linea esile del bozzetto ineffabile.

“Build A Rocket Boys!” finisce col tramutarsi in una macchina trasparente di tensioni e attese non sempre ripagate. Rimane la sostanza e la complessità “naturale” di episodi come “High Ideals”, “Open Arms” o “With Love”, nei quali la band sa imporre tutta l’autorevolezza della propria firma, attraverso una cifra concettuale che mai (o quai mai) sfiora l’ovvio nel modo in cui intreccia melodie vocali (decisive nell’economia della propria scrittura) o pensa lo svolgimento compositivo di un tema o, ancora, articola la struttura architettonica di un arrangiamento.
Fatta propria la lezione calviniana sull’assenza di peso, Guy Gurvey e la sua ciurma di fidati sognatori plasmano l’etere di una musica praticamente invisibile, presa nel furore alchimistico di una sintesi e ricerca del “quinto elemento” che però questa volta sfugge allo sguardo, dopo aver mostrato una parte così ampia e spettacolare di sé nella pittura metafisica di “The Seldom Seen Kid”.
Per ora non resta dunque che accontentarsi di un’uscita nel complesso apprezzabile, per quanto non troppo incisiva, cui spettava il compito improbo di fornire degna continuazione a un piccolo miracolo. L’incanto, certamente meno intenso, non smette tuttavia (anzi: non può smettere) di ammaliare.

Francesco Giordani (www.ondarock.it)

marzo 21, 2011 at 6:47 pm Lascia un commento

Drive by truckers – Go-go boots ( cd – 2lp )

Per un rocker dei ’70 (vale a dire: un fruitore della musica rock di quegli anni), gli anni 2000 sono stati una faticaccia. Una faticaccia trovare qualche band che entusiasmi da inserire fra i propri beniamini. Negli anni novanta la cosa mi era riuscita senza fatica con Phish, Dave Matthews Band, Blues Traveler. A cui aggiungere i primi eccitanti passi di band minori come Sheryl Crow, Spin Doctor, Popa Chubby. Il sound southern / west coast dei Jayhawks. E naturalmente l’inno irripetibile ed irripetuto di Bringing Back The Horse dei Wallflowers di Jakob Dylan, lo zenit dei miei anni novanta.
Ma negli anni duemila, di chi ti innamori? Usciti di scena i Phish (ritornati poi solo per autocitarsi), rimasta la DMB efficace solo nel live show, chi vai a scovare? I Gov’t Mule, autori con The Deep End 1/2 del nostalgico capolavoro di esordio del decennio, poi di dischi capaci di infiammarmi solo per un paio di settimane, e di show registrati, con una qualità che si alterna fra il sublime e il noioso.
E poi? Calexico? Ryan Adams? Lucinda Williams? Mary Gauthier? Black Crowes mk II? Drive-By Truckers?
Questi Drive-by Truckers sono una band piuttosto singolare. Sudisti della Georgia (di Athens, come quella jam band, i Widespread Panic, e come il cantautore Vic Chesnutt), il chitarrista Patterson Hood è il figlio del bassista della Muscle Shoals Rythm Section, come dire un pezzo di storia della musica americana. La MSRS è la in-house band dei famosi Muscle Shoals Studios, dove andavano ad incidere i bei nomi della Atlantic/Stax: Wilson Pickett, Aretha Franklin, Percy Sledge, Staples Singers… avete presente When A Man Loves A Woman? Ma anche Rolling Stones (Sticky Fingers), Bob Seger (Night Moves) e persino Willie DeVille, sia pure per il suo disco meno ispirato (Sportin Life) e infiniti altri fra cui Rod Stewart e Joe Cocker. Leon Russell diede alla band il soprannome di The Swampers che sopravvive fra i versi di Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd.
Pur ispirandosi ai temi della mitologia dell’American Sound, come nel lunghissimo Southern Rock Opera, o The Dirty South dedicato alla Sun Records di Sam Phillips, o facendo da backin’ band a una leggenda vivente come Booker T Jones (quello di Green Onions, non so se mi spiego), i Drive-By Truckers fanno altra musica, per una generazione più giovane. Partiti da essere una rock’n’roll band vagamente ‘American Rolling Stones’ (o ‘American Faces’) alla Lynyrd Skynyrd, hanno finito per inglobare suoni di ballate delicate alla Neil Young o di ballate maledette e murder songs lontane parenti dei Violent Femmes di Halloweed Ground.
Avevo già apprezzato la band, specie nell’album Brighter Than Creation’s Dark, dark e swampy alla Zagor; o in Live From Austin Texas concentrato sulle ballate morbide, a tratti perfettamente a fuoco, in altri più persi nella noia. Ma mai avevo sentito i Drive-By Truckers come una “mia band speciale” fino a questo Go-Go Boots. Intanto, per la prima volta questo disco dei DBT l’ho atteso da prima che fosse dato alle stampe. Perché avevo sentito in anteprima il singolo, come ai bei tempi, quando l’uscita del 45 giri precedeva, anche in classifica, quella del 33. Il singolo in oggetto è una splendida cover di un R&B di un altro mito della cotton belt, Everybody Needs Love di Eddie Hilton, ubriacone instabile cantante soul bianco dalla voce nera, chitarrista della citata Muscle Shoals Rythm Section, amico dei fratelli Allman e venerato dai D-B Truckers. Everybody Needs Love nella versione della band è una canzone di quelle che si ascoltano senza sosta, una volta dopo l’altra, esattamente come quando compravo i dischi singoli a 45 giri e li riascoltavo sul giradischi per giornate intere.
Ma anche il resto del disco non delude di certo. Messa la parte l’atmosfera messianica e dark, le canzoni del disco sono perlopiù dolci e intime con un mood rilassato e laid back come, mutatis mutandis, un disco di Mark Knopfler o magari il primo dei Dire Straits. Parlo di canzoni come Assholes, The Fireplace Poker o The Tanksgiving Filter. Anche Pulaski è perfettamente country-Knopfler. Qua e la si inseriscono, anzi si innestano, tracce ispirate dalla tournée con Tom Petty & The Heartbreakers: Go-Go Boots e la bella Used To Be A Cop potrebbero essere tratte pari pari da Mojo. Sapori tex come il robusto country rock di Cartoon Gold e The Weakest Man che ascoltate al buio potresti attribuire ad artisti come Willie Nelson. E lo spin rock di I Believe, vivace cantilena indie; e la voce femminile di Shonna Tucker su Dancin’ Rickie e Where’s Eddie (cover di Hinton). Ottimi anche gli arrangiamenti e il bel tocco dei musicisti, fra cui il fascinoso Hammond B3 di Jay Gonzalez.
So che non tutti i fan di vecchia data hanno apprezzato le atmosfere rilassate di Go-Go Boots, mentre per me al contrario questo è finalmente il disco che mi rende parte della cerchia degli estimatori della band, ed uno dei tre dischi di quest’anno che sto suonando in continuazione e con immenso piacere.
Go-Go Boots è dedicato dalla band alla memoria di Vic Chesnutt. Ma torneremo su Vic parlando del nuovo disco dei Cowboy Junkies, composto interamente di cover di sue composizioni.
Blue Bottazzi (http://bluebottazzibeat.blogspot.com/)

marzo 19, 2011 at 12:31 pm 2 commenti

Adam resurrected di Paul Schrader ( dvd )

Adam Stein nella Germania degli Anni Venti era stato una star del Cabaret. Mago, clown e abile entertainer conduceva una vita agiata con la moglie e due figlie. Aveva però un problema: era ebreo. Oggi, Anni Sessanta, Adam è un sopravvissuto all’Olocausto che viene temporaneamente accolto presso una struttura sanitaria collocata nel bel mezzo di un deserto israeliano. Vi si curano (o si tenta di curare) pazienti che hanno subito gravi traumi. Come lo stesso Adam che era stato costretto dal comandante Klein a comportarsi come un cane e che ora si ritrova a tentare di aiutare un bambino che cammina a quattro zampe e abbaia.
Paul Schrader non ha mai abbandonato la scelta della visionarietà, sia come sceneggiatore che come regista, nelle sue opere. Affronta ora il tema della Shoah tratteggiando (sostenuto da Jeff Goldblum al massimo del suo positivo istrionismo) la figura di un uomo che fa della rappresentazione il suo punto di forza proprio perché nel passato lo ha precipitato nell’abisso. Adam ha dovuto suonare il violino mentre la moglie e una delle figlie venivano condotte nella camera a gas. Adam ha dovuto camminare a quattro zampe e abbaiare per il sadico e raziocinante piacere del Gauleiter del campo di sterminio. Oggi Adam può trasformare in positività quel dolore per aiutare un essere in formazione a uscire dalla propria gabbia. Tutto questo tra dottoresse compiacenti, pazienti che suonano la tromba da ferroviere e roventi ardenti nel deserto da cui emergono gli incubi del passato. Schrader, abbandona temporaneamente le ossessioni indotte da un cattolicesimo vissuto in maniera oppressiva per rivolgere lo sguardo altrove in una continua ricerca di un’umanità che sia in grado di prevalere sulle forze che pervadono i meandri della psiche.
   
 Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)    

marzo 18, 2011 at 8:34 pm Lascia un commento

Brad Mehldau – Live in Marciac ( 2cd+dvd )

Live In Marciac, composto da due cd e un dvd, è la seconda raccolta live del pianista e compositore Brad Mehldau, dopo Live in Tokyo del 2004. Registrato durante un festival estivo a Marciac, in Francia, la tracklist comprende sia composizioni originali dello stresso Mehldau sia il frutto delle sue approfondite esplorazioni nel materiale di altri artisti e autori quali Nick Drake, Radiohead, John Lennon e Paul McCartney, Kurt Cobain, insieme a grandi classici di Cole Porter (“It’s All Right With Me”) e Rogers and Hammerstein (“My Favorite Thing”). Il dvd ricrea l’incredibile atmosfera della performance francese, grazie a una serie di inquadrature che ben rendono la magia delle mani – e della mente – di Mehldau al lavoro. Come ha giustamente rilevato il giornale inglese Telegraph “E’ un pianista capace di tutto a livello tecnico e ha inoltre un magnifico cervello in grado di miscelare diverse tradizioni musicali.” L’uscita di questo live arriva alla fine di un anno davvero importante per l’ artista, che ad Agosto ha compiuto 40 anni. Per questa stagione Mehldau è stato insignito del prestigioso Richard and Barbara Debs Composers Chair alla Carnegie Hall come riconoscimento per il suo lavoro “sensuale, cerebrale e incandescente”. Nel corso della primavera 2011 il suo nome sarà spesso in cartellone alla Carnegie Hall con una serie di concerti inclusa la premiere live del suo ultimo album, Highway Rider oltre a collaborazioni con altri artisti. E’ la prima volta che il riconoscimento viene assegnato ad un artista jazz e, come ha notato il New York Times, “mica a uno qualsiasi – a un pianista ricco di influenze e con uno stile cerebrale”

marzo 14, 2011 at 6:27 pm 1 commento

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