Archive for luglio, 2011

Radiohead – The King of limbs ( cd – lp )

Accumulazione ritmica, quasi cardiaca, accumulazione spasmodica di sussulti vitali in un intreccio di voci oniriche.

Ho viaggiato verso Arte Sella con l’ultimo lavoro dei Radiohead annidato nelle pulsazioni dei pensieri ma ancor di più nei miei ritimi fisici e vitali, nel battito cardiaco, nel respiro, nei pochi movimenti che il tuo fisico può compiere nell’abitacolo di una macchina, non sono riuscita a toglierlo dal lettore, ogni volta ripartiva e ogni volta ripartiva il mio respiro, le sensazioni si accumulavano, i nervi percepivano una nuova sequenza ritmica, fino a che al termine del viaggio e al mio arrivo ad Arte Sella mi sono ritrovata esattamente all’interno di “The king of Limbs”.

 

Ho ascoltato e riascoltato i Radiohead, che Antonio Oreste e Michele mi avevano consigliato appena prima della partenza, ad occhi chiusi come in una scatola (tin box?), come se la piccola scatola di cartone che contiene i loro suoni fosse un accumulatore, una cassaforte di ritmiche accatastate nello spazio irreale di un disco, un macchinario che con il giusto battito ci tiene in vita o ci accompagna gradatamente verso il distacco dalla vita stessa; le voci, richiami onirici che cercano per tutta la prima parte del lavoro di scardinare gli intrecci delle ritmiche serrate riescono a scomporle e sparpagliarle solamente per due tracce, in cui prendono il sopravvento e ci cullano per alcuni minuti nella sensazione di totale distacco dalla realtà, fino a che la ritmica riprende il suo lento corso riattiva i nervi e il muscolo cardiaco, ma non siamo più solo carne attaccata alla sopravvivenza e nemmeno sogno che anela all’oblio, siamo vita e chiediamo di svegliarci ancora per un’altra volta.

Fino a che ascolto ad occhi chiusi mi sento in un paesaggio di Boltanski, sono al Grand Palais, cammino nella monumentale dimensione di Personne, e lo faccio ad occhi chiusi, come due anni fa a Parigi. Sono convinta che i Radiohead abbiano passeggiato anche loro tra le cataste di abiti deserti e l’accumulazione di battiti cardiaci, che abbiano ascoltato e donato battiti, che, come me abbiano provato a camminare ad occhi chiusi tra quelle file e si siano accorti che era impossibile perchè tra tanti battiti cerca di prendere il sopravvento il tuo, o meglio la tua voce, che cerca di navigare a vista (e a sentimento) in un’ accumulazione di vite.

Ma poi arrivo ad Arte Sella, nell’ intreccio di un bosco che trasforma l’arte in vita, e mi accorgo che è esattamente quello che hanno fatto i Radiohead, Boltanski e Orsingher (l’artista che ha realizzato Nidi d’Acqua ad Arte Sella che vedete in queste immagini)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hanno accostato in dimensioni monumentali (e quindi naturali?) i grandi contrasti di cui è composta la nostra vita, vuoto e accumulazione, ritimica vitale e voce onirica, acqua e aria, così nella mia vita questi artisti, come alberi di una foresta sconosciuti tra loro, condividono in questo momento il mio terreno in cui affondano radici e i mei sogni in cui intrecciano i loro rami, e ne sono i sovrani.

ah, la ricetta, beh poca cucina e molta meditazione…quindi qualcosa da bere

 

frullato? di pesche e yogurt:

ingredienti: due pesche – tre cucchiai di yogurt – un bicchiere di latte – un cucchiaio di zucchero di canna mascobado – due pezzetti di zenzero candito – sciroppo di cassis – fiori di lavanda –

frullare il tutto:)

Enrica, Fatina in cucina (http://www.fatinaincucina.it/blog/bb/limbs/)

luglio 30, 2011 at 10:44 am 1 commento

Tutti dicono I love you di Woody Allen ( dvd )

 

Peripezie sentimentali di una famiglia ricca, eccentrica e liberal di New York durante una trasferta in Europa, tra Venezia e Parigi. È la 1ª commedia musicale di un autore-attore che ha sempre fatto un cinema zeppo di canzoni. È una romantic comedy con vecchi trucchi e nuovi effetti speciali (anche il ricorso alla computer-graphic) in cui si parla d’amore e sull’amore si mette l’accento: amori che nascono, amori che passano. Il romance stinge nella malinconia, ma il sessantenne Allen ha la malinconia generosa: sull’amore fa intenerire, ma anche sorridere o ridere: “in Allen parlare di cuore significa necessariamente parlare anche di testa, anzi di cervello” (F. La Polla). È anche una dichiarazione d’amore alle tre città che ama. Come si conviene a una commedia musicale, c’è una forte carica di irrealismo: nessuno lavora in questa famiglia, e gli agganci con la realtà sociale sono rari, spesso non felici. Ma il colpo di stiletto sulla conversione a destra di uno dei figli, in polemica con il radicalismo chic dei genitori, va a segno. È una sagra di canzoni swing degli anni ’30 e ’40, mirabilmente arrangiate da Dick Hyman per la sua grande orchestra. Allen è un regista melodico.

luglio 29, 2011 at 11:21 am Lascia un commento

Horrors – Skying ( cd – lp )

Arriva finalmente sui banchi dei negozi l’attesissimo terzo album della compagine londinese. Forse per giocare d’anticipo su pettegolezzi e indiscrezioni formicolanti (sempre più in voga e fuori controllo nell’era del leak impenitente e a cuor leggero), il quintetto ha pensato bene di mettere a disposizione degli ascoltatori lo streaming integrale di “Skying” sul proprio sito ufficiale. La band guidata dal taciturno Faris Badwan (uno che ha sempre ascoltato almeno un disco in più rispetto a chi ha il gramo compito di tentare di descrivere e raccontare la sua musica) si trova del resto di fronte a uno snodo particolarmente sensibile e delicato di una carriera fulminante, iniziata appena cinque anni fa. Dopo un album complesso e totalizzante come Primary Colours, le aspettative nei confronti dei cinque albionici sono, ragionevolmente, elevatissime, e se qualcuno già si annoda un bavaglio attorno al collo con la bava alla bocca, qualcun altro nel frattempo, c’è da scommetterci, affila rumorosamente i coltelli, sogghignando in attesa della prevista debacle. D’altra parte si sa: da un grande potere derivano grandi, a volte addirittura smisurate, responsabilità (è il bello del gioco, in un certo senso).

Responsabilità alle quali gli Horrors rispondono portando il discorso da tutt’altra parte, attraverso un album denso e labirintico, immaginato e costruito ingranaggio su ingranaggio nel loro studio, in completa autarchia creativa. Come già l’incredibile singolo “Still Life” (più U2 degli ultimi U2) ha annunciato a trombe spiegate, “Skying” è un album che dimentica le distorsioni e il rumore granuloso ripiegato a falde e strati spessi del precedente “Primary Colours”.
Gli Horrors hanno fatto del camuffamento un’arte più raffinata e temeraria della verità, questo è noto, ogni loro creazione è infatti una ri-creazione e ogni loro suono una magnifica ri-sonanza di altri suoni galleggianti nella nostra memoria inconscia come spettri. In tutto ciò risiede, in senso stretto, la potente contemporaneità della band e da questo punto di vista gli Horrors restano perfettamente coerenti alla poetica che sin dall’inizio ne ispira le gesta, riposizionando i propri territori di caccia in un immaginario new wave che non potrebbe intendersi e volersi più classico e ortodosso. L’immaginario romantico e declamante dei Simple Minds (sentite la splendida “I Can See Through You”, quasi un omaggio programmatico) così come di Psychedelic Furs, Chameleons, Danse Society, Theatre Of Hate o Sad Lovers And Giants, tanto per intenderci.

Degli antichi retaggi sopravvivono certe code o ouverture psichedeliche tendenti all’ampia veduta strumentale, che mettono bene in evidenza il gusto e la raffinata eleganza esecutiva della band (si considerino l’atmosferica “Endlees Blue”, la bellissima “Moving Furher Away”, con le sue liquide pennellate di synth in dissolvenza, o “Oceans Burning”, ai limiti del dream-pop) ma, nel complesso, “Skying” brilla di una bellezza propria e diversa, né superiore né inferiore rispetto a quanto già dimostrato dalla band in passato. Si dirà forse che c’è meno introspezione e più forma, meno dolore e più superficie, ma canzoni come “Dive In”, “Monica Gems” o “Wild Eyed” parlano da sole: il gruppo ha ormai conseguito un’identità che si compone di infinite e vertiginose similitudini, consegnando alle orecchie dell’ascoltatore un frutto maturo e agrodolce, generato da innesti multipli di sapori ed essenze combinate tra loro.
Per tutte queste ragioni (e per tante altre, che scoprirete o non scoprirete ascoltando): lunga vita agli Horrors.

Francesco Giordani (www.ondarock.it)

luglio 28, 2011 at 11:09 am Lascia un commento

Into paradiso di Paola Randi ( dvd )

Alfonso è un ricercatore universitario: timido, impacciato e drammaticamente precario. Alla notizia del suo licenziamento, decide di rivolgersi ad un vecchio amico d’infanzia, un politico in ascesa, nella speranza di ricevere una raccomandazione. Ottenuto il favore, viene coinvolto in una resa dei conti tra camorristi e, costretto a scappare, si rifugia nel piccolo appartamento sul tetto di Gayan, un ex campione di cricket srilankese. La convivenza forzata tra i due permetterà la nascita di una solidarietà umana che cambierà le loro vite.
Napoli è una città vitale, dove la multiculturalità – secondo la regista Paola Randi – detta legge, anche quando camorra e malavita seminano terrore. Il suo esordio al lungometraggio è un gioiello che brilla della luce vigorosa degli abitanti napoletani. Classicismo e sperimentazione si alternano come pesi di una bilancia che carica una storia complessa e ricca di riferimenti all’attualità. La rappresentazione della politica, infatti, è in linea con l’immagine dei governatori italiani; come dice Alfonso nel film, i “politici mangiano tutto”, dimostrando con un’espressione breve e incisiva l’arraffamento smanioso della classe dirigente italiana. La dignità osannata ma mancata del politicante sta in mezzo ai due estremi, Alfonso e Gayan. Il luogo dell’incontro tra quest’ultimi, chiamato realmente “Paradiso” dalla comunità singalese che ci abita, è un mondo a sè, distaccato da Napoli per tradizioni popolari ma vicino alla città per esuberanza di colori. Lo spaesamento di Alfonso è indice di un’ingenuità atavica che tende a perdonare tutto, a livellare su uno stesso piano ciò che è buono e cosa non lo è affatto, la gente per bene e i camorristi.
L’ironia con la quale la regista si diverte a raccontare queste contraddizioni passa attraverso scenette esilaranti che prendono in giro le abitudini private dei cittadini: l’ossessione per le telenovelas e l’incontentabile signora borghese che sfrutta Gayan come badante. La leggerezza che ne consegue smorza i toni tragici dell’intreccio, senza però appiattire i temi trattati. La denuncia di una malavita distruttiva rimane in primo piano. Ma allo stesso tempo la possibilità di una conciliazione tra due mondi diversi come quelli di Alfonso e Gayan mette il punto sulla speranza.
L’estrosità dello stile registico e la forza dei contenuti dimostrano come sia possibile contribuire alla resistenza del cinema italiano con coraggio e sfrontatezza. Malgrado qualche lieve caduta di sceneggiatura, un debutto del genere va difeso senza tentennamenti.

Nicoletta Dose (www.mymovies.it)

luglio 27, 2011 at 9:41 am Lascia un commento

Penguin Cafè – A matter of life ( cd )

È la nostalgia il sentimento più forte che accompagna l’ascolto del nuovo album della Penguin Cafè Orchestra (ora solo Penguin Café); orfano di Simon Jeffes l’ensemble affida al figlio Arthur il risveglio simbolico della grande creatività del musicista inglese.
 
“A Matter Of Life” è caratterizzato da una sobrietà che rende onore al suo passato e conserva il fascino discreto e autorevole dei musicisti della piccola orchestra di folk da camera.
Pur senza raggiungere le vette creative di Simon Jeffes, Arthur mette insieme una serie di composizioni mai banali, con alcune tracce più sperimentali che incrementano le qualità dell’album, nonostante le costante citazioni del passato e la mancanza di nuove idee.
L’attitudine alla curiosità e alla ricerca in altri patrimoni musicali resta elemento caratterizzante per la Penguin Café Orchestra, ed ecco le splendide Northumbrian Pipes di Kathryn Tickell nella festosa “Landau” e i ritmi afro abilmente modulati e raffinati per “Sundog”, due brani dall’inconfondibile marchio del pinguino.
 
Maggiore attenzione nella stesura delle composizioni è data al piano; la sua presenza è sempre discreta e molto classicheggiante, ed è indiscusso protagonista della fantasiosa e delicata “Finland” e della malinconica “Harry Piers”, scritta per il memoriale di Simon Jeffes, ma resta la predilezione per strumenti inusuali come ukulele e marimba in “Pale Peach Jukebox” e cuatros e shakers in “The Fox And The Leopard”.
Pur conservando il fascino di musica ambient, è innegabile che “A Matter Of Life” offre un consistente insieme lirico: le agili strutture di piano e orchestra sono sempre ricche di brio, come nell’iniziale “That, Not That”, e le incursioni nella musica colta e avantgarde di “From A Blue Temple” hanno una profondità inattesa.

“A Matter Of Life” è un album di ottimo livello. Arthur Jeffes ha elaborato una serie di brani che non temono il confronto con i classici dell’ensemble, anzi hanno le caratteristiche giuste per rinvigorire il loro patrimonio artistico, così come tutte le peculiarità e le flessuosità che caratterizzano le loro esibizioni live hanno nuove radici liriche. Non è difficile immaginare “Ghosts In The Pond” perfettamente incastrata tra “Music For A Found Harmonium” e “Air a Danser”, mentre la breve “Coriolis” si candida come giusto finale di un album che oltre all’ammirazione cattura anche un caloroso applauso.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

luglio 26, 2011 at 11:16 am Lascia un commento

I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko ( dvd e b-ray )

Nic e Jules sono una perfetta coppia lesbica di mezza età. Profondamente innamorate l’una dell’altra, hanno costruito col tempo un sereno ambiente familiare assieme ai due figli adolescenti, Joni e Laser. Quando Joni compie diciotto anni, è il fratello minore a farle pressioni perché si rivolga alla banca del seme e scopra l’identità del donatore segreto con cui condividono il patrimonio genetico. Inizialmente scettica, Joni si mette sulle tracce del padre e scopre che questi è Paul, un dongiovanni che gestisce un ristorante biologico alla periferia di Los Angeles. Quando per caso le due madri vengono a conoscenza del fatto, non resta che introdurre Paul all’intero nucleo familiare.
Mentre la versione nostrana della commedia moderna e progressista arranca incerta fra il desiderio di trasgressione, la campagna di sensibilizzazione e il timore della contestazione dei benpensanti, da una tipica produzione indie americana arriva una commedia che riesce a coniugare perfettamente tematiche gay e valori tradizionali.
L’assunto mostra una coppia con due figli adolescenti stabile e integrata, nonostante il fatto che l’ “uomo di casa” sia una Annette Bening coi capelli corti. Il preciso rifiuto da parte di Lisa Cholodenko di descrivere questo nucleo familiare come un’anomalia o come un microcosmo militante e dissociato, non dev’essere interpretato come una visione favolistica o un eccesso di umanesimo; al contrario, la regista americana (che di conflitti familiari in realtà se ne intende, come ha mostrato nel suo precedente Laurel Canyon problematizza l’identità della coppia attraverso un progetto che ribalta intelligentemente la tipica prospettiva delle commedie sull’omosessualità. Se in queste il carattere atipico della coppia gay viene tematizzato per raccontare la normalità del rapporto, The Kids Are All Right racconta invece un’anomalia, un incidente di percorso nel rapporto di coppia, per enfatizzare la normalità dell’Amore.
Oltre a questo, non ci sono colpi di scena particolarmente esaltanti o improvvisi detournement nell’evoluzione della storia. Anzi, si direbbe proprio che è il modo del tutto convenzionale di affrontare una storia su un nucleo familiare non convenzionale l’idea forte del film. Che, ovviamente, se funziona è grazie soprattutto ad un ottimo processo di scrittura e ad un cast eccezionale. La Cholodenko si serve delle migliori celebrità americane (per lo meno, di quelle più convincenti fra le star aperte al circuito indipendente) e costruisce sequenze e dialoghi senza mai puntare su esagerazioni o storture. Piuttosto, la sua storia appassiona e diverte perché riesce a far vibrare i suoi personaggi con tutte le tenere debolezze dell’agire umano e a parlare di turbamenti, gay porn e amore saffico senza piegarsi né alla risata grassa della farsa né al ghigno infantile della pruderie.

Edoardo Becattini (www.mymovies.it)

luglio 25, 2011 at 9:46 am 1 commento

Vite vendute di Henri Georges Clouzot ( dvd )

Las Piedras, cittadina dell’America Centrale, quattro avventurieri – due francesi, un italiano e uno scandinavo – accettano di trasportare su due autocarri 900 chili di nitroglicerina a 600 km di distanza, necessari per spegnere un pozzo petrolifero in fiamme. È, dopo Il corvo (1943), il film più personale di Clouzot “che si paga il lusso di un’introduzione smisurata (un’ora intera prima della partenza degli autocarri), affresco di un inferno immobile, preludio all’inferno in movimento del viaggio stesso” (J. Lourcelles). Suspense infallibile, sostenuta da una cura maniacale del particolare; un quartetto di personaggi sbalzati con icastico rilievo; un dramma del fallimento, venato di senso dell’assurdo e di un sottofondo segreto di umorismo nero; splendida fotografia di A. Thirard. Musica: G. Auric. Girato in Camargue, vicino a Nîmes, con riprese interrotte per mesi dal maltempo e incidenti vari. Gran Premio a Cannes e menzione speciale per Vanel. Da un romanzo di Georges Arnaud. Rifatto a Hollywood con Il salario della paura (1977).

luglio 23, 2011 at 12:01 pm Lascia un commento

Non lasciarmi di Mark Romanek ( dvd e b-ray )

Kathy H. è una badante che affianca i pazienti durante le donazioni degli organi. In un lungo flashback ricorda l’infanzia e l’adolescenza trascorse nel college inglese di Hailsham, l’amicizia con Ruth e l’amore per Tommy. Durante quegli anni i protagonisti vennero informati da una tutrice che il loro destino era già stato pianificato. Kathy si presenta con l’iniziale del suo cognome: ‘H’. Questa mutilazione anagrafica (oltre che citazione kafkiana) prefigura già una privazione dell’identità. I tre protagonisti non accenneranno mai ad un’origine o ad un legame di parentela. Vivono questa condizione di orfani, assuefatti alla grigia e silente crudeltà di Hailsham, un college mengheliano che li riduce a polli da batteria per servire il progresso scientifico. Sono creature che non diranno mai ‘io’.
Il film è un thriller soffuso, cadenzato, con tinte fosche e angoscianti. Prevalgono tonalità grigie dalle divise collegiali alle mura degli ospedali. La scenografia firmata da Mark Digby (The Millionaire) è tutt’uno con lo stato d’animo e la condizione larvale della vita. L’unica vibrazione che scuote lo stato emotivo, destando sogni e desideri, è espressa dal ritornello di una canzone :‘Darling, hold me and never never never let me go’. Dalla penna di Kazuo Ishiguro, scrittore nato a Nagasaki e cresciuto nel Paese dove è avvenuta la clonazione della pecora Dolly, non poteva mancare un confronto con le conseguenze del progresso scientifico. Un confronto che diviene interrogativo sulla condizione umana, sull’omologazione, la libertà individuale e la pressione di un potere che vorrebbe livellare il pensiero. Il suo romanzo ‘Never let me go’ al quale ha lavorato per quindici anni, anche se descrive un mondo parallelo dominato dalla clonazione, è tragicamente umano. Ci sono dentro gli interrogativi sulla scienza, sul senso dell’amore, dell’amicizia e dell’arte.
La regia di Mark Romanek (celebre autore di video musicali come ‘Bedtimestories’ di Madonna o ‘Scream’ di Michael Jackson) fedele alle intenzioni di Hishiguro, riesce a condurre l’esperienza reale e ordinaria della vita di un college inglese, verso un piano sempre più astratto e metaforico. La tragedia di questa lenta rassegnazione al destino è tramata con un’eleganza tipicamente nipponica, senza contrasti, atti di forza o ribellione. La scelta degli attori adulti è suggestiva oltre che ispirata. La coppia Ruth – Tommy (interpretata da una metafisica Keyra Knightley e uno stilizzato Andrew Garfield) è lunare e consunta. Entrambi sembrano emergere dal dolore dei dipinti di Munch, Kirchner e Kokoschka. Nessuno di loro metterà al mondo bambini perché ‘generare’ è un atto creativo e la ‘creatività’ è bandita dalle loro vite. Per questo c’è una sessualità triste, frustrata come quella immortalata dagli espressionisti. Si tratta di una prigionia psichica, più affilata e capillare di quella schiavistica, che non contempla la salvezza.
L’immagine dell’uomo che non può più mettersi in viaggio e cercare, è espressa dalla nave sdraiata sulla sabbia, arrugginita ed in-ferma. Una nave che non può più sperare l’orizzonte. Vale la pena vivere se l’identità è censurata? Cosa resta all’uomo se può fare a meno della creatività per rispondere ad una volontà estranea al cuore? Se perdiamo noi stessi a che vale il progresso scientifico? Veniamo consegnati alla morte se le idee si spengono, sembra svelarci sottovoce questo film esangue e magnifico.

Andreina Sirena (www.mymovies.it)

luglio 22, 2011 at 9:44 am Lascia un commento

In the electric mist di Bernard Tavernier ( dvd e b-ray )

New Iberia, Louisiana. Il detective Dave Robicheaux è a caccia di un serial killer che dilania i corpi di giovani donne. Di ritorno dai rilievi sul cadavere di una prostituta minorenne ferma per eccesso di velocità la star hollywoodiana Elrod Sykes che si trova nella zona per girare un film sulla Guerra di Secessione. Il film gode dei finanziamenti di un boss della criminalità locale, Baby Feet Balboni. Sykes rivela al detective di aver rinvenuto, nel corso delle riprese, lo scheletro di un uomo incatenato. Ora Dave si trova dinanzi alla memoria di un delitto avvenuto in un passato abbastanza recente che potrebbe avere collegamenti con gli omicidi delle ragazze.
A volte anche il materiale che viene fornito dagli uffici stampa soffre di lacune gravi. È quanto accade con il pressbook di questo film nel momento in cui riporta la filmografia del regista e dimentica il documentario Mississippi Blues del 1983. In quell’opera codiretta Tavernier dichiarava tutto il suo amore per la cultura profondamente intrisa di musicalità afroamericana che pervade quest’area degli Stati Uniti. Ora riesce a girarvi un film che trasuda cinefilia da tutti i pori pur non rinunciando alla narrazione di una detection che segue i canoni tradizionali. Innervati però da una molteplicità di elementi che la denunciano come uno sguardo europeo sugli States.
A partire da quella che a ogni film, come forse è accaduto solo a Clint Eastwood, diviene sempre più un’icona dell’America: Tommy Lee Jones. Il suo detective Robicheaux colpisce duro e ‘senza misericordia’ ma dalle rughe del suo volto e dal suo sguardo, colmo di una tristezza atavica, si fa strada la sensazione di un senso di colpa collettivo. Senso di colpa che nell’era del trionfo di Obama ci ricorda che c’è ancora un lungo percorso da compiere sul versante dell’integrazione reale in alcuni States.
Il passato non è del tutto passato e ritorna sotto le spoglie del Generale John Bell Hood che combatté nella Guerra Civile ed appare a Dave sul confine tra realtà e immaginazione. Ma Tavernier dichiara l’amore per questa terra anche nel modo in cui ne riprende i territori, anch’essi liminari tra la civiltà e la Natura incontaminata, accompagnandoli con la musica Cajun che solo alla fine cede il passo all”europeo’ Handel.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

luglio 21, 2011 at 10:31 am Lascia un commento

Sorelle mai di Marco Bellocchio ( dvd e b-ray )

Giorgio legge Čhecov, si rifugia dalle zie a Bobbio e si prende amorevolmente cura di sua nipote Elena. Sara recita Shakespeare, rifugge la provincia emiliana e lascia che siano le sue vecchie zie a crescere la sua bambina. Giorgio e Sara si rinfacciano i loro destini sfumati e lontani da Bobbio, ma è davanti al Trebbia che finiscono sempre per tornare, tuffarsi e volersi ancora bene, cavandosi a turno dagli impacci. Attrice senza successo lei, attore con un futuro incerto lui, Sara e Giorgio aspettano l’occasione della vita, eternamente attesi dalle zie e “amministrati” da Gianni Schicchi, doppio pucciniano e amico di famiglia che li ama e li consiglia. Sulle sponde del Trebbia scorre intanto la loro giovinezza e fiorisce quella di Elena, ormai adolescente e desiderosa di sperimentarsi.
Ogni film di Marco Bellocchio è una tappa, qualcosa di nuovo rispetto a quello precedente. Così il suo film successivo non lo trovi mai dove te lo aspetteresti. Dopo la parabola di un regista che si interroga sull’identità di chi fa cinema e quella di una donna sacrificata dal potere che riflette sui “cattivi” padri della nazione, il regista piacentino torna a bagnarsi coi suoi protagonisti “familiari” nelle acque fresche del Trebbia. Sorelle mai è un “film per caso” composto da sei episodi girati in sei anni, compresi tra il 1999 e il 2008, e puntuale proseguimento di Sorelle, medio metraggio realizzato quattro anni prima in collaborazione con gli studenti del laboratorio “Fare Cinema”. Interpolando le immagini digitali con la pellicola in bianco e nero del suo debutto, Bellocchio torna ad abitare la casa dei Pugni in tasca affollandola di parenti, amici, comparse e attori. Il “richiamo di questo paese è immutabile”, dichiara Piergiorgio Bellocchio nel film, confessando alla sorella della Finocchiaro l’impossibile “addio al passato” che ha contagiato le nuove generazioni, incapaci di chiudere con l’ossessione familistica, la provincia e la ribellione. Eppure questa volta Bellocchio lascia che sorelle, figli e nipoti, sue ideali proiezioni, trovino una riconciliazione con un ingombrante passato. Cercare di realizzare una forma di disubbidienza non implica più l’assassinio della madre.
Come già inteso e messo in scena nell’Ora di Religione, al delitto si sostituisce la separazione, la fuga. Incessante come quella di Giorgio e Sara, sempre in arrivo, sempre in partenza contro la stanzialità confortante delle zie. Un’altra vacanza in Val Trebbia per i Bellocchio, un altro battesimo nelle sue acque gelide anche d’estate, da non intendere come sfogo narcisistico ma piuttosto diario intimo, che rivela un’idea di cinema con cui riprendere un contatto più intimo e profondo.
C’è il racconto familiare e c’è ancora e sempre il melodramma verdiano, che muove le deflagrazioni interiori dei personaggi, di cui Bellocchio rivela fin l’ultima piega emotiva. Ovunque, e soprattutto nel cuore, c’è Bobbio, la provincia da fuggire e insieme il luogo da abitare. Nell’epilogo, che si lascia trascinare in acqua dall’iperbole della fantasia, c’è Gianni Schicchi, complice affettuoso cucito nel frac di Modugno. Coi pugni in tasca e un cilindro per cappello interpreta l’ “addio al mondo e ai ricordi del passato”.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

luglio 20, 2011 at 5:14 pm Lascia un commento

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