Archive for settembre, 2010

David Sylvian – Sleepwalkers ( cd )

Consistency is contrary to nature, contrary to life
(Aldous Huxley)
Questa nuova uscita di David Sylvian raccoglie alcune delle collaborazioni con altri musicisti che il nostro ha registrato durante lo scorso decennio.
Composizioni scritte per i Nine Horses con Burnt Friedman e Steve Jansen, batterista e sperimentatore elettrico – compagno di lunga data – oppure con il vecchio amico Ryiuchi Sakamoto. Poi esperienze più recenti come quelle con Christian Fennesz, Jan Bang e Erik Honoré, oppure con la tromba surreale di Arve Henriksen e il compositore contemporaneo Dai Fujikura, a dimostrare, qualora ce ne fosse mai bisogno, la mente più che aperta di David, la sua indomita curiosità.

World Citizen – I Won’t Be Disappointed“, scritta con Sakamoto è un brano romantico e sensuale, pubblicato su Ep nel 2003 in Giappone e poi l’anno successivo dalla Samadhisound, celebra un periodo di collaborazione con l’artista giapponese testimoniato anche da “No More Landmine” un mini-album (purtroppo non incluso in questa raccolta) realizzato da vari musicisti per sensibilizzare il pubblico sulle atrocità causate della mine antiuomo.
Di altro tenore Pure Genius”, scritta con Chris Vrenna (ex-membro dei Nine Inch Nails) alias Tweaker, un brano offbeat e cupo, dai testi intensi e radicali, e “Sugarfuel“, con musiche scritte da Jean-Philippe Verdin, alias Readymade FC.

Restano fuori altri due frutti sonori coi due musicisti succitati, ovvero la bella “Linoleum”, inclusa nel primo album di Tweaker “The Attraction To All Thing Uncertain”, e la riscrittura acuta e moderna di “A Fire In The Forest” rielaborata da David Sylvian insieme a Readymade Fc per il suo album “Babilonia”.
Thermal” e “Angels“, prodotto da Jan Bang e Erik Honoré, alias Punkt (con Arve Henriksen), vedono Sylvian leggere poesie su soundscape di intricata, notturna atmosfera. Capolavori di sempiterna avanguardia, come il brano omonimo, che apre la compilation, scritto con Martin Brandlmayr.
Oltre a “Sleepwalkers” altre due perle sono state recuperate dal tour book fotografico di David Sylvian, ovvero “The World Is Everything”, che intitolava il libro-cd ed “Exir/Delete” uno stimolante insieme di suoni frutto della maestria del regista e musicista Tagaci Masakatsu (protagonista anche del Penguin Cafe Tribute”), resta da citare “Trauma” un outtake di “Blemish

Sleepwalkers” offre più di un pretesto per farsi apprezzare, resta un po’ d’amaro in bocca per i fan che avrebbero preferito anche una versione extended più esaustiva (come gia avvenuto per “Everything & Nothing” e “Camphor“), le versioni remix con i Nine Horses, gli altri brani mancanti succitati e alcune collaborazioni meno note (alcune rintracciabili nella falsa compilationCommissions“)  potevano arricchire il già ottimo insieme.
Ma salvo questa piccolo neo, “Sleepwalkers”  si segnala come un album giocoforza eterogeneo ma intensamente ispirato. Pure genius…

Massimo Marchini (www.ondarock.it)

settembre 29, 2010 at 5:26 pm Lascia un commento

Crippled Black Phoenix – I, vigilante ( cd – lp )

Diventati orfani del ceppo Mogwai e di quello Portishead (sono andati rispettivamente via Dominic Aitchison – bassista degli scozzesi – e Geoff Barrow dei triphoppers di Bristol), i Crippled Black Phoenix sono ormai una creatura sempre più a immagine e somiglianza di Justin Greaves, ex batterista degli Electric Wizard ora passato a fare il frontman/compositore/polistrumentista a tutti gli effetti, con risultati, peraltro, più convincenti che mai. Perdere due mostri in un colpo solo è tutto fuorchè facile ma, come scritto sul myspace del gruppo, “il lupo perde il pelo ma non il vizio” ed è così che prende piede un lento processo di rinascita, di messa a punto delle proprie intenzioni, di rielaborazione interiore. Il tutto dopo tre anni marchiati a fuoco da una fecondità produttiva da lasciar basito chiunque, il cui frutto è stata una trilogia rock sconvolgente, monolitica, tra le più affascinanti esperienze della musica alternativa contemporanea.
I, Vigilante sono i Crippled Black Phoenix che per la prima volta mettono la testa fuori dall’abisso del loro mostruoso trittico incastonato tra il 2007 e il 2009 (il primo, splendido capitolo A Love of Shared Disasters e il doppio album The Resurrectionists/Night Raider, intervallati dall’inutile uscita di 200 Tons of Bad Luck, sorta di mini “best of” fatto uscire solo per i capricci di Geoff Barrow e della sua Invada Records). Eppure, dopo una così mastodontica esperienza (con le fatiche e gli estenuanti sforzi annessi), Greaves e soci sono ancora lì, immutabili e mai stanchi, ancora nascosti dietro quell’inscalfibile immaginario di misteri, deserti enigmatici e labirinti di suoni che è la loro musica.

Ciò che viene fuori da questo inaspettato ritorno è un album sicuramente meno sperimentale, epico e “medievale” (e, forse, anche meno desolante) dei capitoli della trilogia, ma comunque stracolmo di suggestioni, di atmosfere densisissime, di riff abbaglianti. Il tutto trascinato da un rock sempre meno post- ma mai banale, mai scontato, sempre con l’asso nella manica, con una melodia che colpisce e attacca al muro, con un’atmosfera che ipnotizza e catapulta in un nuovo limbo.
Storie, delle fiabe quasi, raccontate con voce commossa, mentre i ricordi riemergono lacerando il tempo e lo spazio, inghiottendoli. Delle vere e proprie “Endless ballads”, così come i CBP chiamano le loro composizioni.
I, Vigilante (in maniera decisamente più laconica rispetto ai precedenti lavori) coglie ed espande il senso di questa denominazione, riunendo ancora una volta i background musicali dei singoli musicisti in una formula equilibrata in cui tutto, dalla perdizione emotiva alla riflessione più razionale, trova spazio e si sviluppa concentrandosi contemporaneamente lungo una sterminata gamma di particolari e colori.

Un decadente affresco che con lo stesso, enigmatico pennello abbraccia possenti tappeti doom rock, slo-core, soavi cornici folk acustiche, salti indietro nel tempo verso blues e psichedelia (Pink floyd docet, ancora una volta), inasprimenti hard rock ed evoluzioni d’insieme quasi orchestrali per l’energia e il magico tocco con cui si manifestano. I, Vigilante è un album indubbiamente meno prolisso dei precedenti e, per certi versi, più semplice e meglio organizzato; risultando molto più lineari e meno contorti, i fraseggi strumentali dei Crippled Black Phoenix si sciolgono con naturalezza estrema, senza mai esagerare nei contenuti, senza mai azzardare troppo nel formalismo e nella sperimentazione. Ogni elemento al proprio posto, quindi, accantonando al contempo quel bisogno di creare complesse misture melodrammatiche tipico della prima trilogia (nella quale, comunque, il discorso di estensione e complessità del linguaggio calzava a pennello).
Il disco si concentra così su singoli punti focali e li sviluppa con eleganza, senza mai risultare indigesto o tirato troppo per le lunghe; in I, Vigilante i diversi elementi stilistici non si fondono più assieme in stranianti melting pot ma vengono approfonditi in sedi separate (ne sono esempi lampanti la conclusiva Burning Bridges e la cover di Of a Lifetime dei Journey, insoliti intermezzi tra le più ricercate radici rock dell’album), rendendo vario ma meno uniforme il proprio assetto stilistico definitivo. Se è quindi vero che il campo di studio e sperimentazione della band sembra ridursi, dall’altra parte l’intero impianto strumentale risulta molto stabile e, soprattutto, estremamente efficace nella sua laconica veste espressiva.
A non mancare mai, comunque, sono le canzoni brillanti, i gioielli colmi fino all’orlo di melodie struggenti e fraseggi ondulati: l’opener Troublemaker è solo il primo esempio della classe cristallina e della profondità del songwriting messo in mostra dai Crippled Black Phoenix, un concentrato purissimo di distensioni pinkfloydiane, strofe lente e sommesse, voci delicate e melodie d’altri tempi, filtrate in un sound come sempre massiccio e imponente anche nei suoi momenti più delicati. Con meno riferimenti al rock ’60-’70 ma pervasa da un’energia interna decisamente più toccante, We Forgotten Who We Are apre l’atmosfera di I, Vigilante e la colora con i pastelli di un linguaggio ruvido e decadente ma sempre sinuoso. Sulla falsariga dei due precedenti brani, Fantastic Justice si sviluppa tra crescendo atmosferici pieni di pathos e cullanti distensioni strumentali, mettendo ancora più in luce il canonico contrasto tra la delicatezza delle strofe e le robuste cavalcate rock. Molto più pacati e distesi sono invece i toni della splendida Bostogne Blues, soavemente coperta da un sottile velo di psichedelia e raffinata nel suo limitare i momenti più distorti e orchestrali (qui racchiusi esclusivamente nello splendido finale di chitarra e archi) per abbandonarsi ad uno slo-core cameristico lento e avvolgente, tra i momenti più indimenticabili dell’intero album.

E pensare che a cavallo tra il 2010 e il 2011 i Crippled Black Phoenix hanno annunciato l’uscita di un nuovo capitolo discografico. Che si tratti di una nuova trilogia o di un ancor più complesso insieme di opere distinte? Impossibile saperlo. L’unica cosa certa è che il progetto di Justin Greaves, dopo una carriera estremamente feconda nonostante la sua ‘giovinezza’, è rimasto immutato negli intenti e nella qualità della propria arte. Più di questo non ci si poteva aspettare, davvero.

www.rockline.it

settembre 27, 2010 at 4:01 pm Lascia un commento

Soffocare di Clark Gregg ( dvd )

Trasposizione fedele di uno dei romanzi di Chuck Palahniuk, qua anche sceneggiatore, Soffocare racconta di un modo inedito per sbarcare il lunario, studiato da un giovane sex addicted, nella America degli altruisti, quella cioè precedente agli attentati terroristici che ne hanno in parte cambiato la disposizione verso il prossimo. In questa nazione piena di persone pronte ad intervenire per somministrare la manovra Heimlich ad un incauto giovane, la cosa più naturale che può accadere è che il salvatore in questione si senta legato emotivamente alla persona che ha sottratto a morte certa e decida di mandargli un po’ di soldi ogni tanto. Victor ha basato parte dei suoi introiti, interamente devoluti alla degenza ospedaliera di sua madre, su questa piccola truffa che compie con allarmante frequenza. Quando non è impegnato a farsi salvare da soffocamento, Victor si divide equamente tra il suo altro lavoro, in cui recita un contadino del secolo scorso a beneficio di scolaresche e turisti, e il suo gruppo di aiuto per persone ossessionate dal sesso. Vive col collega di dipendenza Danny, e di tanto in tanto mette in atto le sue ossessioni facendo sesso per lo più con donne sconosciute. In ospedale incontra Paige, che lo mette a parte di una bizzarra teoria che riguarda le cellule fetali, e che dovrebbe aiutare sua madre a guarire. Ed è per questo che i due si dedicano assiduamente all’attività di maggiore interesse per lui, il sesso. Inoltre Danny scopre che la madre di Victor ha tenuto un diario, ma questo è redatto in italiano, quindi totalemte inutile ai fini del raggiungimento di un altro degli obiettivi dell’iperattivo giovane: scoprire l’identità di suo padre.

La storia è raccontata con toni a metà tra la commedia e il dramma familiare e, intervallata da piccoli flashback, ci svela lentamente il passato di Victor e di sua madre, insieme alla strabiliante esperienza che il ragazzo ha vissuto semplicemente seguendo la donna, nelle brevi parentesi in cui lei era fuori da carceri e ospedali. Sua madre si rivela essere una figura incredibilmente travolgente, e dallo strano potere di ammaliare chi la conosce davvero. I due attraversano l’infanzia di Victor su uno scuolabus rubato, e lui non potrà fare a meno di scoprire, vivendo con lei, che l’unico modo per attirare l’attenzione è quello di correre un serio pericolo di morte. Da qui la brillante intuizione di fingere un soffocamento, divenuta arte col semplice rinforzo delle genereose mance ricavate dalla performance.
La regia è minimale e l’intera rappresentazione è retta dalla sensazionale performance di Sam Rockwell cui fa da amplificatore un’ispiratissima Anjelica Huston, madre folle e affascinante, nel passato come nel presente. I due costruiscono senza sforzo un credibile per quanto strano equilibrio familiare, e i momenti in cui sono in scena insieme regalano un’alchimia che finisce per rendere sbiadite persino le acrobazie sessuali e i momenti pur esilaranti in cui Victor tenta di vivere, assai stancamente in verità, una vita normale. E se già il libro in sè portava il germe di una sceneggiatura più che interessante, da questo momento in poi nessuno che si trovi a leggerlo potrà immaginare un volto diverso, per Victor e per sua madre che non sia quello dei magici attori che qui sono chiamati a dar vita alla loro folle storia.

Anna Maria Pelella

settembre 25, 2010 at 11:12 am Lascia un commento

Vendicami di Johnnie To ( dvd )

Una donna, un uomo, due bambini. Lei di origine francese, lui cinese. All’improvviso la morte che entra in casa per mano di sicari che compiono una strage. Solo la donna si salva. Suo padre, Costello, raggiunge l’Estremo Oriente con un proposito preciso: vendicare la morte del genero e dei nipoti. Per farlo ingaggia tre killer che ha scoperto in azione mentre eliminavano l’amante infedele di un boss della malavita.. Con il loro aiuto cercherà di portare a compimento la missione che si è prefisso.
Johnnie To si è finalmente (e speriamo definitivamente) scrollato di dosso i vincoli narrativi che almeno fino ad Election ne avevano in qualche misura ostacolato la genialità visiva. Sembrava cioè che il regista si sentisse in dovere di giustificare da un punto di vista sociologico l’agire dei suoi personaggi preoccupandosi quindi oltre misura del contesto. Intendiamoci: oltre misura per un regista come lui assolutamente in grado di intervenire sui generi interpolandoli con lo scopo di andare ‘oltre’ la verosimiglianza per puntare dritto al piacere della visione.
Qui, a partire dall’esplicito omaggio a Melville sottolineato nel cognome del protagonista, è un susseguirsi di luoghi del cinema pronti a sottoporsi a reinvenzione. Se dispiace che il ‘samurai’ melvilliano Delon abbia rifiutato il ruolo di protagonista il dispiacere è di breve durata perchè Johnny Hallyday è praticamente perfetto nei panni del vendicatore che pronuncia le battute più improbabili con la stessa determinazione con cui reciterebbe Shakespeare. Con un interprete così To è libero di giocare con le immagini (indimenticabile lo scontro con i contendenti che si proteggono con inusuali barriere individuali) raggiungendo un livello di astrazione che fonde magistralmente cinefilia e spettacolo.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

settembre 22, 2010 at 7:07 pm Lascia un commento

Deer tick – The black dirt session ( cd )

Nonostante l’esperienza ci fornisca anche coordinate diametralmente opposte a quello che sto per dire, sono assolutamente convinto che la fortuna di certi generi musicali passi necessariamente attraverso logiche ben precise e che in quelle di un certo tipo di “americana” sia, senza ombra di dubbio, fondamentale la personalità del frontman. Giunti al terzo disco per Fargo/Naive, i Deer Tick, da Providence nel Rhode Island, non mi aiutano comunque a fugare questa asserzione. Sia perché non trovo rifugio nella mistione turlupinatrice di John McCauley, continuamente sospeso tra il graffiante Axl Rose, il sofferto Layne Staley e l’arroventato Bob Dylan, sia e soprattutto perché è mostruosamente grigio il tenore delle sue liriche laddove queste indagano l’introspezione umana. La vita, la morte, la fede, l’amore sono terreni comunque difficili da praticare riuscendo ad essere credibili. Vero hic et nunc! Eppure, da tempo non ascoltavo un disco così bello di southern. The Black Dirt Session è un ottimo disco. E se il precedente Born on a flag day era stato così abile ad imbastire una liason perfetta tra i luoghi dell’anima e gli orizzonti fisici, queste “sporche sessioni” continuano a non sbandare sulla stessa scia, declinando la terza persona del verbo rock con un impasto a base seventies e frequenti deja vù folk-blues. Il legnoso del double bass ed una certa ruvidezza dei suoni sono poi il lievito di preziose trottate come Mange e Choir of Angel, che puntano dritto alle belle cose dei Creedence Clearwater Revival ancor prima che ai The Black Crowes ed ai Lynyrd Skynyrd. Rapsodici candori à la Widespread Panic e sofisticato songwriting, gravido tributo ad un Neil Young più riflessivo, informano di se invece tracce come Piece by piece, frame by frame e When she comes. Devastanti, inoltre, gli episodi intimisti affidati ai copiosi accordi di piano di Goodbye, Dear Friend e Christ Jesus od alle schitarrate dylaniane di The Sad Sun e Twenty Miles, secondo archetipi dignitari che potrebbero imputarsi a Gov’t Mule e Storyville. Immaginarsi con i capelli al vento sulla propria cabrio mentre si sfreccia sulla Route 66 fieri di essere americani, potrebbe comunque darci un’idea abbastanza verosimile.

Francesco Cipriano

settembre 21, 2010 at 4:50 pm Lascia un commento

L’uomo nell’ombra di Roman Polanski ( dvd e b-ray )

L’ex primo ministro britannico Adam Lang vive su un’isola negli Stati Uniti con la moglie, la segretaria e le guardie del corpo. Viene raggiunto da un ghost writer incaricato di rivedere da cima a fondo la sua autobiografia. Lo scrittore va a sostituire il precedente ghost writer che è morto cadendo da un traghetto in circostanze misteriose. In breve tempo lo scrittore comprende di essersi accollato un’impresa scottante e non solo sul piano letterario. Lang viene infatti accusato di avere, nel corso del suo mandato, consentito la tortura di prigionieri sospettati di terrorismo e di avere inconfesssati legami con la Cia.
Roman Polanski potrebbe, a buon diritto, farsi aggiungere il nome di Alfred dopo questo suo thriller che si rifà al grande Hitchcock con una consapevolezza della classicità che pochi possono vantare senza scadere nel rifacimento privo di originalità. Il regista ha sempre privilegiato nel suo cinema l’ambiguità del vivere, sia che si trattasse di giovani donne in attesa del figlio del demonio che di fanciulli costretti a rubare nell’Inghilterra dickensiana. Approda ora al thriller con risvolti spionistici grazie a un romanzo che rispetta profondamente e a un Ewan McGregor che ricorda senza perdere nulla in modernità (Al Qaeda e soprattutto Cia sono sempre minacciosamente presenti) i Cary Grant e James Stewart di un tempo. E’ perfetto nei panni dell’uomo qualunque costretto a destreggiarsi in una trama (letteraria, di rapporti gerarchici, politici e sentimentali) che rischia ad oggni passo di travolgerlo con le sue parziali rivelazioni. Si avverte il divertimento di Polanski che finisce con il non essere disgiunto da una sorta di consapevolezza preveggente.
Il suo Adam Lang vive negli Stati Uniti dove non esiste un trattato di estradizione con l’Inghilterra. Roman Polanski, come tutti sanno, è stato arrestato in Svizzera per un lontano reato di rapporto sessuale con una minorenne. Stati Uniti e Svizzera hanno invece un trattato di estradizione. Un’avvertenza: non fatevi raccontare da nessuno il finale. Magari lo avrete già previsto ma sarà decisamente più piacevole scoprirlo in progress.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

settembre 20, 2010 at 4:03 pm Lascia un commento

Il Profeta di Jacques Audiard ( dvd )

Malik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Entra con poco o nulla, una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti troppo usurati, che a detta delle guardie non vale la pena di conservare. Quando esce ha un impero e tre macchine pronte a scortare i suoi primi passi. In mezzo c’è il carcere, la protezione offertagli da un mafioso corso, l’omicidio come rito d’iniziazione, l’ampliarsi delle conoscenze e dei traffici, le incursioni in permesso fuori dal carcere, dove gli affari prendono velocità.
Ciò avviene all’interno di una prigione, il cinema lo ha già raccontato altrove meglio che qui, per non parlare di come nasce un padrino. Quello che fa Audiard, nel suo film, è prendere il genere per mostrarsi infedele, instaurare con esso un doppio gioco, come fa Malik con il boss corso, stare apparentemente nelle regole ma prendersi la libertà di raccontare anche molto altro.
Malik è uno che apprende in fretta. Impara ad uccidere ma, dallo stesso crimine, impara anche che nel carcere c’è una scuola dove possono insegnargli a leggere e a scrivere. Dalla scuola apprende un metodo, grazie al quale impara da autodidatta il dialetto franco-italiano della Corsica: di fatto si procura un’arma, che obbliga il capo a tener conto di lui. Dagli arabi impara a capire cosa vogliono, dai Marsigliesi impara a trattare, da un amico, forse, imparerà a voler bene.
I compagni di galera prendono a definirlo un profeta, perché lui è quello che parla, con gli uni e con gli altri, quello che porta i messaggi dentro e fuori, che conosce la gente che può far comodo negli affari. Egli fa grandi cose, insomma; la sua via è tracciata come quella di chi ha una missione.
Ancora una storia che ruota nell’universo tanto umano quanto traditore della comunicazione, dunque, dopo quella in cui Vincent Cassel leggeva dalle labbra e quella in cui Romain Duris si affidava alle note. Qui le lingue sono almeno tre, ma è quella silenziosa del sangue che sigla gli accordi, e il potere, in questo codice, è inversamente proporzionale al numero di parole che richiede.
La critica di Audiard alla mala educazione del sistema carcerario è evidente, talvolta aspra, talvolta sarcastica (le uscite per “buona condotta”), ma non è tramite la parola che si esprime: la sua lingua è quella della regia, di cui è interprete sicuro e abile. Quello che propone allo spettatore, qui come in tutte le sue opere, è l’immersione completa nel mondo che racconta, la sospensione del pre-giudizio, lo spettacolo della complessità di un personaggio maschile. La pretesa questa volta, però, va oltre l’offerta: nonostante l’ottimo Tahar Rahim, protagonista, Un prophète si dilata oltremodo, prova qualche artificio ma non fino in fondo, sfiora emozioni interessanti che abbandona troppo in fretta, si lascia imprigionare dalla materia che vorrebbe liberare. Un film più maturo dei precedenti, ma meno comunicativo.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

settembre 18, 2010 at 5:09 pm Lascia un commento

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