Archive for marzo, 2017

BARRIERE di Denzel Washington recensione di Marco Zanini

 

barri

Troy Maxson fa’ il netturbino nella Pittsburgh degli anni ’50. Sta discutendo con il collega ed amico Jim Bono sul fatto che, in quanto afroamericani, vengono impiegati solo per svuotare il camion anziché guidarlo. E’ solo l’inizio della prima notevole fase di Barriere, dove Troy, la sua famiglia e Jim sciorinano dialoghi fluviali parlando del più e del meno. Come prevedibile si parte dalla discriminazione razziale, passando per la morte, lo sport e argomenti di pura natura sociale e riflessiva. I personaggi si radunano nel cortile di casa e trovano il loro ambiente comune dove allontanarsi dalla società che non li considera. Il sogno di Troy però è quello di ritagliarsi uno spazio per appartenervi. Progressivamente compaiono la moglie Rose, i due figli Lyons e Cory e il fratello di Troy, Gabe, rimasto danneggiato al cervello dopo la guerra.

Barriere, adattamento dell’opera teatrale Fences, diretto ed interpretato da Denzel Washington è da un punto di vista registico limitato ed essenziale e si accontenta di ambientare la maggior parte della storia tra le mura domestiche o nel giardino, mettendo fuori il naso pochissime volte. E’ tutto al servizio delle interpretazioni, che tra Denzel Washington (Troy), Viola Davis (Rose) e Mykelti Williamson (Gabe), si superano in prove di grande spontaneità e naturalezza; infatti Viola Davis ha meritato l’Oscar come miglior attrice non protagonista. La vicenda della famiglia Maxson è prettamente allegorica: Rose vuole che Troy costruisca uno steccato intorno al giardino per tenere la famiglia unita e protetta, mentre il marito vorrebbe costruirsi una vita più integrata all’interno della società. Se all’inizio il cortile di casa, non delimitato rappresentava un punto di aggregazione per amici e familiari, con la costruzione della barriera arriva ad accentuare le tensioni interne soffocandole. I figli, Lyons e Cory, entrambi sognatori con la passione della musica e dello sport, devono fare i conti con il padre autoritario che li vorrebbe solo sistemati in un lavoro sicuro. L’adolescenza di Troy, problematica, va così a ripercuotersi su di loro riproponendosi. La situazione peggiorerà continuamente fino a collassare su se stessa facendo emergere tutti i problemi strutturali della famiglia eretta da troy Maxson, egoista e prepotente. Sullo sfondo il simbolismo del baseball, con i suoi strike decisivi come la vita.

Se la prima parte di Barriere impressiona per la sua ricchezza di spunti di riflessione, tramite i suoi discorsi logorroici e superbamente recitati, la seconda scade un po’ nel melodrammatico, offrendo solo una magnifica Viola Davis. Eterna frustrazione di un uomo segregato, desideroso di appartenere con i suoi mezzi al sogno americano, ci ricorda l’autorevolezza delle figure paterne di un tempo, a cui tutto era dovuto. Un ubriacone estraneo al buon senso e desideroso solo di cambiare la propria situazione sociale. Peccato poi si debba anche assistere alla sua mistica glorificazione. Si faranno ricordare indubbiamente le interpretazioni di Washington, Davis e Williamson.

http://igufinarranti.altervista.org/barriere-recensione-film/

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marzo 21, 2017 at 5:33 pm Lascia un commento

Ciao Paolo

Era sempre sorridente e pronto allo scherzo,
ma chi lo conosceva bene sapeva quanto fosse timido e schivo.
Non amava la confusione, ma in compagnia sapeva far brillare
il suo inconfondibile umorismo.
Era, soprattutto, una persona autentica.
Amava la vita e ne sapeva trarre i piaceri più semplici e genuini.
Aveva un profondo senso dell’amicizia e un modo di porsi franco, leale, senza filtri.
E da lui emanava una rara gentilezza.
Era solare e sapeva trasmettere positività ed entusiasmo,
ma aveva anche un lato malinconico, e amava la musica triste
e sceglieva con cura le giornate più uggiose per ascoltarla.
Adorava gli animali, in particolare i gatti.
E il suo cuore era pieno di musica.
La musica era per lui necessaria come l’aria,
era il suo cibo, il suo nutrimento.
Ha accompagnato Alphaville fin dal lontano 1982,
con una passione e una assiduità e un amore unici.

Paolo ci ha lasciato ieri
e noi lo ricordiamo con grande commozione
e con immenso affetto

marzo 14, 2017 at 5:56 pm Lascia un commento

Logan – The Wolverine di James Mangold recensione di Stefania De Zorzi.

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L’universo cinematografico Marvel è stato retto finora da divinità rassicuranti: i supereroi non invecchiano, possono essere vulnerabili, ma solo per brevi periodi di tempo, e naturalmente non muoiono mai (se succede, come nel caso di Superman, la resurrezione è dietro l’angolo). “Logan”, diretto e co-sceneggiato da James Mangold, apre a una dimensione differente, dove il tempo e la malattia incancreniscono e rischiano di uccidere anche i mutanti più amati. In un prossimo futuro Logan/Hugh Jackman, visibilmente invecchiato, si prende cura del Professor Charles Xavier/Patrick Stewart, afflitto da una grave degenerazione a livello cerebrale, che gli provoca attacchi potenzialmente letali per chi lo circonda. L’equilibrio precario delle loro esistenze nel cuore del deserto messicano, viene sconvolto dall’arrivo di Laura/Dafne Keen, undicenne misteriosamente dotata degli stessi artigli di adamantio di Wolverine e del suo fattore rigenerante. “Logan” segna uno stacco sia nei contenuti che nelle forme dai film precedenti del filone: mancano le tutine sgargianti, il latex nero, le astronavi e le armi tecnologiche. Allo stesso modo il brillante cervello del Professor X è paurosamente in disgregazione, mentre il protagonista tossisce sangue e fatica a stare in piedi, e i suoi artigli sono molto meno letali di quanto ci aspetteremmo. Spetta alle nuove generazioni, a Laura e ai suoi coetanei creati in laboratorio, imparare a essere forti, e salvare se stessi prima ancora che il mondo. Mangold eccelle nel distruggere icone per poi ricomporle: l’uomo Logan ironizza sulla rappresentazione esagerata e fantasiosa del personaggio Wolverine e degli altri X-Men (assenti, in quanto involontariamente decimati da Xavier in una delle sue crisi) nei fumetti; eppure l’Eden, il luogo della salvezza verso cui tende spasmodicamente Laura, viene proprio da un albo gelosamente custodito. Realtà o fantasia? L’una non esclude l’altra, e gli eroi sono tali ancora di più, una volta perso il lato super. Il finale è coraggioso e molto bello, e non lascia spazio alla breve sequenza dopo i titoli di coda, marchio di fabbrica Marvel. Uno “Snikt!” on-the-road, crepuscolare, struggente, forse il migliore fra quelli dedicati in esclusiva al personaggio: da vedere, tenendo a portata di mano il primo X-Men, dove in altri tempi un Wolvie giovane e invincibile faceva strage di malvagi e di cuori.

marzo 10, 2017 at 1:00 pm Lascia un commento


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