Archive for maggio, 2011

Vinicio Capossela – Marinai, profeti e balene ( cd )

profeti marinai e balene

Basta Biscotti! è Domenica:( e io ho un fuso orario sfasato di almeno 48ore per le troppe cose da fare, così b.b. è slittato insieme al fuso… e al riposo che anche questo weekend è saltato!

Così in questa tarda serata domenicale, finalmente seduta a poppa del mio divano fantastico su favolosi viaggi per mare e inseguo orizzonti profondi e turchesi (senza mai sognarmi di scendere dal veliero ovviamente, anche perchè nel frattempo qui nessuno ha mica imparato a nuotare;)  e finalmente mi godo il nuovo lavoro di Capossela che Antonio e Oreste dall’Alphaville mi avevano tenuto da parte già da qualche tempo e il mare sale dalla prua del mio palazzo gli orti diventano orizzonti ventosi e gli alberi vascelli che sembrano voler sbarcare proprio dalla porta del terrazzo…

forse sto mescolando due sogni di questo periodo, infatti in questi giorni avevo due pensieri “marinari” questo album che mi aspettava e la festa di S.Sara, dei gitani, a Saint Marie de la Mer a cui come ogni anno vorrei andare:(, sogni di sbarchi fortunosi, di leviatani che rigettano profeti sulle coste, di pie donne che in preda al mare in tempesta vengono salvate da principesse rom che diventeranno sante e convertiranno il loro popolo; Madonne nere adornate di conchiglie e protettrici di marinai, sante nere protettrici di tutti i gitani di europa, profeti che partono e affrontano tempeste per mare pur di sfuggire ad un destino scritto per loro; tutte storie di un mare in burrasca dal quale non si sa se e come si approderà ad un lido che potrà ospitare il viaggiatore almeno per qualche tempo.

Capossela sembra essere la reincarnazione di questa stirpe di profeti fuggitivi, consapevoli del loro compito visionario e allo stesso tempo rinchiusi nel legno e nel destino che gli è stato assegnato, non è prigioniero di un leviatano e della sua enorme carcassa di ossa ma di un vascello di suoni fantasma che affronta il mare in tempesta aggrappandosi con tutti i suoi marinai alla meraviglia di tutto ciò che è l’universo femminile, sirene, madonne e anche balene, affinchè  li proteggano dall’acqua, dall’esilio e dalla vendetta di una divinità terribile.

( Anche Giona, il mio preferito, e anche Achab, forse il loro incubo non era per niente la balena, lei era la loro salvezza, il terrore era ciò che li avrebbe aspettati dopo la balena!)

 

Ps: l’anticipazione di questo lavoro l’avevamo vista ad uno splendido piccolo festival nel 2008 Aria festival in una notte di lune piena nell’isola della Palmaria

La ricetta c’entra poco, anche se forse può far ricordare un pochino un piccolo naufragio, ma io per oggi avevo già cucinato abbastanza e avevo voglia di qualcosa di estivo e fresco:)

riso nel cocco:

ingredienti-Riso Aromatico dalla Tailandia  400g – Code di gamberi 300g – Noce di cocco fresca 1 – Limone o lime, la buccia grattugiata – Latte di cocco in lattina 200g circa –  Brodo vegetale – Olio, sale

Tostare il riso in padella con un filo d’olio e il sale, coprire con il brodo vegetale e portare a cottura, aggiungendo brodo o acqua calda se necessario, in circa 15 min. Nel frattempo pulire le code di gamberi e scottarle rapidamente in padella con un filo d’olio e sfumandole con il succo di un limone. A cinque minuti dalla fine della cottura del riso aggiungere nella padella le code di gamberi e mescolare. A cottura ultimata mantecare il risotto con il latte di cocco la buccia grattugiata del limone e un paio di cucchiai di cocco fresco grattugiato. Impiattare e servire a piacere con una corona di cocco fresco grattugiato intorno al riso.

Enrica, Fatina in cucina – via S.Siro, 12 a Piacenza (http://www.fatinaincucina.it)

maggio 30, 2011 at 3:52 pm Lascia un commento

This will destroy you – Tunnel blanket ( cd – 2lp )

Già l’inclusione nella seconda o terza “generazione” del post-rock potrebbe nuocere non poco a una band come i This Will Destroy You, esponenti di una temperie artistica vissuta su repentine esaltazioni e lunghe risacche di ispirazione, in maniera quasi speculare all’andamento di tante composizioni caratterizzanti il genere.
Ebbene, lungi dal farsi avvincere da interrogativi “esistenziali” sul senso del post-rock nel 2011, è giusto avvicinarsi alla seconda prova sulla lunga distanza del quartetto texano scevri tanto da pregiudizi d’etichetta quanto dalle positive sensazioni suscitate dalle sue opere precedenti e dalle sue incandescenti prestazioni live.

Pur incardinandosi saldamente nella cornice del genere, i This Will Destroy You hanno fin dall’inizio mostrato l’ambizione di essere qualcosa di diverso rispetto ai troppi emulatori dei “soliti noti” e anche rispetto a quanti delle cavalcate strumentali e delle abrasive trame chitarristiche hanno saputo intendere solo l’incedere matematico o la veemenza para-metallica. Ecco così il pur timido innesto dell’elettronica, l’accento posto sulla fragilità emozionale e le dissolvenze che già popolavano l’omonimo primo album, pubblicato all’alba del 2008.
Dai medesimi presupposti trae origine l’ora di musica raccolta in “Tunnel Blanket”, nella quale la band texana mostra ulteriori segnali di una creatività che, pur muovendo da canoni ben identificabili, anche grazie al supporto del produttore John Congleton (Black Mountain, Bill Callahan, Modest Mouse), tende a scomporli e ricombinarli in forme estremamente scarne, risultanti da un ingente lavoro di sottrazione, dal quale risulta un suono in prevalenza lento e dilatato, eppure in costante movimento nel suo incedere magmatico.

Certo, lungo le otto composizioni comprese nell’album (due delle quali, “Communal Blood” e “Reprise” lo avevano anticipato in forma di un limitato vinile 7”) si ritrovano ancora tracce di crescendo, spasmi laceranti e armonie frutto di costruzioni incrementali; tuttavia, questi elementi vengono trasfigurati attraverso un gusto minimale e un’impostazione sinfonico-cinematica che sposta l’abituale barra di navigazione del post-rock da una ripetitiva maestosità a orditi scheletrici e avvolgenti spire ambientali.
I tre minuti di dilatazioni che fungono da intro a “Little Smoke” chiariscono già a sufficienza il substrato sotteso a un album pur non privo di chitarre granitiche e improvvise irruzioni di drumming marziale, come quelle che appunto squarciano il brano iniziale, che poi si snoda fino a dodici minuti di durata tra ritmiche serrate, aperture più luminose e modulazioni di tempi. Ce n’è già abbastanza per rendersi conto del continuo dualismo tra coerenza e discontinuità al quale i This Will Destroy You hanno improntato questo loro secondo disco: da un lato una tensione alimentata gradualmente ma mai del tutto liberata (si vedano in particolare “Communal Blood” e “Black Dunes”), dall’altro scenari astratti, percorsi da drone ronzanti, sibili e fluttuanti field recordings, che insieme danno luogo a una sorta di ambient sfrigolante e vitalissima, le cui frequenti strutture circolari vibrano come fuoco sotto la cenere (“Glass Realms”, “Powdered Hand”), abbandonandosi a cadenze sempre più rallentate (“Reprise”).

Si direbbe, dunque, che in “Tunnel Blanket” la band texana continui a utilizzare strumenti e costruzioni proprie del post-rock per trasformarne i risultati e quasi confutarne l’essenza. A livello superficiale, non ci si discosta poi più di tanto da capisaldi consolidati, ciononostante ai This Will Destroy You va quanto meno riconosciuta un’acutezza e una vitalità creativa che ormai costituisce merce rara anche tra i più celebrati esponenti del genere.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

maggio 28, 2011 at 10:29 am Lascia un commento

Come lo sai di James L. Brooks ( dvd )

Lisa è vincente da quando aveva otto anni, i codini biondi e una palla di cuoio da lanciare più lontano di qualsiasi maschietto. Giocatrice carismatica e blasonata di una squadra di softball, Lisa viene estromessa dalla squadra da un allenatore ottuso che considera ‘troppi’ i suoi soli trentacinque anni. Scoraggiata e confusa trova base e rifugio nell’appartamento esagerato di Matty, un vanesio lanciatore di baseball col vizio delle donne e dell’ego. Folgorato dall’estroversa complessità di Lisa, Matty decide di cambiare la sua condotta e di farne il suo unico grande amore. Mentre l’altleta mette a punto una strategia maldestra di corteggiamento, Lisa accetta un invito a cena al buio. Dall’altra parte del tavolo incontra George, un affidabile uomo d’affari accusato ingiustamente di illecito finanziario che si innamora perdutamente di lei. Contesa da due uomini e momentaneamente incapace di intendere i suoi sentimenti e di volere un partner alla volta, Lisa dovrà fare i conti con la sua vita nell’intervallo che separa un attico da una fermata d’autobus. Ha voglia di tenerezza la Lisa di Reese Witherspoon che vediamo allettata e poi fuggevole lungo il filo di una lunatica e inconfessatamente amorosa amicizia col morbido George di Paul Rudd, circuito dal genitore di Nicholson e incalzato dal rivale di Wilson. Sette anni e cinque film dopo, James L. Brooks torna a innamorare i suoi protagonisti dentro una romantic comedy metropolitana e pulsante di un classico scontro tra sessi. Perché l’interesse sentimentale della protagonista per il vertice febbrilmente acuto (Rudd) e per quello amabilmente ottuso (Wilson) del triangolo si manifesta, almeno nella fase iniziale, in forma di conflitto, ribadendo la premessa teorica e formale della screwball. Stirato e goffo il primo, consumato tombeur il secondo, la coppia di candidati ha occhi e cuore soltanto per Lisa, unico e irripetibile (s)oggetto del loro desiderio. Lei intanto subaffitta il suo appartamento e sposta la sua vita chiusa in valigia tra un block e l’altro, tra Matty e George, che conosce dentro un’incantevole cena muta e riconosce dentro un ascensore, perde dietro le porte chiuse di un autobus e ritrova a una fermata d’autobus. I protagonisti, interpretati da attori intensi e bravissimi, scivolano, inciampano e si rialzano, sono acrobati sul filo teso tra rovesci e fortune, alla ricerca dell’amore e della prova che sia vero amore. Come lo sai si domanda Lisa e il titolo (per una volta traduzione corretta di quello originale) se sei innamorata e se l’uomo che baci ad occhi chiusi è quello ideale? Non lo sai, non puoi saperlo mai, ma il sentimento, per sua natura alchemico, puoi sperimentarlo e sentirlo addosso come faranno Lisa, George e Matty, scoprendo molto presto che può esistere solo una direzione. Commedia più brillante che romantica, complice forse il virtuosismo comico di Owen Wilson, Come lo sai si scioglie in un finale lieto e rincuorante con la sorpresa di un Nicholson che raggiunge vertici assoluti di controllo comico.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

maggio 27, 2011 at 4:19 pm Lascia un commento

Low – C’mon ( cd – lp )

In una chiacchierata di qualche tempo fa, a margine del tour del suo divertessement vintage-rock Retribution Gospel Choir, Alan Sparhawk raccontava come, una volta superata la fatidica soglia dei quaranta, anche per i “rocker” la vita possa essere fatta di ordinaria quotidianità, di bollette da pagare, di pannolini e figli, di impegni familiari che costringono a centellinare le apparizioni dal vivo, senza che, tuttavia, ciò inaridisca la vena creativa e spenga quell’insopprimibile desiderio di continuare a coltivare la propria arte, tra coerenza stilistica e pulsioni di cambiamento.

È anche da queste premesse che nasce “C’mon”, a ben quattro anni di distanza dall’ultimo “Drums and guns“.

Se il disco precedente aveva rappresentato una significativa sterzata rispetto al canonico suono dei Low, attraverso il cospicuo utilizzo di un’elettronica abrasiva, “C’mon” restituisce la band di Duluth a un registro più “classico”, che si congiunge in maniera abbastanza palese ai fasti di “Things We Lost In The Fire” e “Trust“. Al contempo, laddove “Drums And Guns” gettava uno sguardo cupo e apocalittico sui destini di un’umanità fragile e disorientata, le nuove canzoni delineano un ripiegamento nel privato, negli affetti e nei sentimenti più autentici.
Registrati nei Sacred Heart Studio di Duluth (siti in una chiesa sconsacrata), dove vide la luce anche “Trust”, i dieci brani di “C’mon” risultano canzoni sospese in una dimensione temporale aliena, nella quale tornano a incontrarsi brumose carezze al rallentatore e accorate elegie modellate su scarnificazioni degli stilemi del rock e sulla raffinatezza di melodie tanto eteree quanto compiute.

I Low sono oggi una band pacificata, le cui inquietudini hanno lasciato progressivamente spazio alla grazia e alla tenerezza di sentimenti più intimi e quotidiani che, tuttavia, non fiaccano né banalizzano la capacità evocativa della loro musica.
In diciotto anni di carriera, Alan e Mimi hanno cesellato le loro canzoni con un approccio minimale e obliquo, sempre evitando la strada più semplice e scegliendo percorsi a volte impervi, altre volte tortuosi e impegnativi.
Questa volta, sin dal brevissimo titolo, hanno invece deciso di rendere la loro musica più immediata, arrivando a comporre il loro lavoro più classico e genuinamente “americano”.

Le melodie, che spesso erano celate dalle distorsioni o diluite dalla dilatazione dei suoni, in “C’mon” sono in primissimo piano, pure, limpide e non hanno bisogno di alcuna mediazione o mascheramento. I Low, del resto, sono da tempo consapevoli di avere un suono paradigmatico ed è per questo motivo che non hanno più alcuna remora a contaminare la propria musica: l’hanno fatto con l’ibridazione indie-rock di “The Great Destroyer“, con le “sporcature” elettroniche di “Drums And Guns” e non vi rinunciano neanche in “C’mon”.
In questo caso, però, scelgono di incidere e suonare un disco nel quale il suono “Low” si sposa al più classico dei generi americani: quel folk-rock che, a detta dello stesso Sparhawk è la vera voce della gente.
È “C’mon”, in qualche modo, il disco che sancisce definitivamente come i Low siano un gruppo folk, un gruppo di musica tradizionale che rilegge la grande tradizione americana alla luce del maelström che da lungo tempo ne intorbida e ne rende perigliose le acque. E alla luce di questa prospettiva anche le straordinarie ballate che ne costellano i precedenti lavori – dalla riproposizione di “Sunshine” dell’album d’esordio, fino a “(That’s How You Sing) Amazing Grace”, passando per “In Metal” e “Lion/Lamb” – riescono a essere docilmente ricondotte nell’alveo della “classicità”, intesa come continua esplorazione dell’animo umano attraverso l’espressone musicale.

E non è un caso, quindi, che, sebbene in ognuno dei brani che compongono “C’mon”, ricorrano suggestioni e richiami ai lavori passati della band (“Nightingale”, “Majestic/Magic”, “Nothing But Heart”), quest’album sia fortemente caratterizzato e pieno di personalità.
Sono l’apertura quasi pop di “Try To Sleep” e la chiosa festosa di “Something’s Turning Over” – con i giovanissimi figli Hollis e Cyrus ad accompagnare ai cori – che evidenziano come Alan e Mimi abbiano in qualche modo scacciato i propri fantasmi (che, probabilmente, angosciavano soprattutto il primo). Ma è, anche questa volta, laddove il canto si fa più veemente e la musica più intensa che il livello emotivo dell’album decolla definitivamente: la semplicità struggente di “$20”, la soave e vivida “Nightingale” nella quale le voci dei due coniugi più intonati d’America si carezzano vicendevolmente e si allacciano, preludendo all’appassionato amplesso di “Nothing But Heart”, ripetitiva e catartica, o l’incalzare di “Majesty/Magic” sono i vertici di un’opera solida e coinvolgente.
Niente orpelli, quindi, e poche concessioni alla sperimentazione o al travestimento: solo una band nuda, sincera e comunicativa (più del solito). E a mettere in dubbio tale atteggiamento e tale genuinità si finirebbe per dimostrarsi non solo duri d’orecchio, ma soprattutto, con un cuore duro come una pietra.

Francesco Amoroso (www.ondarock.it)

maggio 26, 2011 at 2:17 pm Lascia un commento

Post Mortem di Pablo Larrain ( dvd )

Santiago del Cile, 1973. Mario Corneo lavora come funzionario presso l’obitorio. Trascrive a macchina le autopsie. Si innamora di una ballerina di cabaret, Nancy, sua vicina di casa. Ma sono i giorni del colpo di stato, l’obitorio si riempie di cadaveri, della casa e della famiglia di Nancy non rimangono tracce. La ragazza si nasconde nel cortile della casa di Mario, che le porta il cibo e le sigarette. Intanto, all’obitorio, i morti riempiono le sale, i corridoi, le scalinate dell’ospedale.
Il cileno Pablo Larrain dà nuovamente prova, dopo Tony Manero, di una capacità di racconto ammirabile, perché inedita ed efficace. Il protagonista è ancora Alfredo Castro, figura ambigua, tra obbedienza e umanità (rispetto alla tragedia in atto), sentimento e istinto (nel rapporto con Nancy, e fino all’epilogo), mondo dei vivi e terra dei morti. Un essere che appartiene da subito all’universo del Post Mortem che dà al film il titolo e diversi significati. La sua esistenza squallida, priva di qualsivoglia slancio vitale, si movimenta un giorno al contatto con la morte, scuotendo improvvisamente anche il film intero e ridisegnandone le coordinate. Quel giorno, infatti, sotto gli occhi di un gruppo schierato di uomini in divisa e sotto le mani del medico con cui lavora Mario, finisce il corpo del presidente Salvador Allende, il suo cervello bucato dal proiettile. D’un tratto, non è più una storia di vita ordinaria, ma un giorno straordinario, di morte. Il dopo sarebbe stato, a lungo, un traumatico post mortem.
L’idea del film nasce da un articolo letto su un giornale a proposito dell’uomo che fece, insieme con pochi altri, l’autopsia ad Allende e si ritrovò nella posizione (nel “ruolo”, di fatto) di anonimo protagonista della storia della nazione. L’ossimoro è piaciuto a Larrain, per la commistione di testimonianza, storia e finzione che portava potenzialmente con sé, per la poesia e l’assurdo. Com’è nel suo stile, il regista ha poi caricato: nel suo caso, una scena spoglia, negli arredi e nel dialogo, non vuol mai dire leggera e qui si parla di carichi pesantissimi, com’è pesante un corpo morto, moltiplicato per migliaia (nei 17 anni che Pinochet restò al potere). L’assurdo del mondo è tragico e sgradevole, come il finale del film, non fa sorridere, non (si) intenerisce.
Autore per stomaci forti, a 34 anni Larrain fa già del grande cinema, continuando ad inventare i modi del racconto e quelli dell’inquadratura. Superba, in questo senso, la scena della distruzione della casa di Nancy, che il vicino Mario riesce a non vedere né sentire, da sotto la doccia.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

maggio 25, 2011 at 6:46 pm Lascia un commento

Hereafter di Clint Eastwood ( dvd e b-ray )

 Marie Lelay è una giornalista francese sopravvissuta alla morte e allo tsunami. Rientrata a Parigi si interroga sulla sua esperienza sospesa tra luccicanza e oscurità, alienandosi fidanzato ed editore. Marcus è un fanciullo inglese sopravvissuto alla madre tossicodipendente e al fratello gemello, investito da un auto e da un tragico destino. Smarrito e ‘spaiato’ cerca ostinatamente ma invano di entrare in contatto con Jason, di cui indossa il cappellino e conserva gli amabili resti. George Lonegan è un operaio americano in grado di vedere al di là della vita. Deciso a ripudiare quel dono e a conquistarsi un’esistenza finalmente normale, George ‘ascolta’ i romanzi di Dickens e frequenta un corso di cucina italiana. Sarà proprio la “piccola Dorrit” dello scrittore britannico a condurlo fino a Londra, dove vive Marcus e presenta il suo nuovo libro Marie. L’incontro sarà inevitabile. George, Marcus e Marie troveranno soccorso e risposte al di qua della vita.
Non si può vedere “al di là” delle cose senza finire prigionieri del dolore. Lo sanno bene George e Marie, protagonisti adulti di Hereafter, che hanno oscillato sulla soglia, sperimentando la morte e scampandola per vivere al meglio quel che resta da vivere nel mondo. Un mondo reso meno imperfetto da un ragazzino che ha negli occhi e nei gesti qualcosa di gentile. Qualcosa che piacerà al George di Matt Damon e troverà un argine alla sua solitudine. Nella compostezza di una straordinaria classicità, che si concede un momento di tensione quasi insostenibile nella sequenza lunga e spietata del maremoto, l’ultimo film di Clint Eastwood insegna qualcosa sulla vita confrontandosi con la morte, quella verificata (Marie), quella subita (Marcus), quella condivisa (George).
Hereafter prende atto che la vita è un esperimento con un termine e si articola per questo attraverso prospettive frontali: al di qua e al di là del confine che separa la presenza dall’assenza. È questa linea di demarcazione a fare da perno al montaggio alternato delle vite di una donna, di un uomo e di un bambino dentro una geometria di abbagliante chiarezza e spazi urbani pensati per gravare sui loro destini come in un romanzo sociale di Dickens. Destini colpiti duramente e deragliati ineluttabilmente dalla natura (lo tsunami in Indonesia), dalle tensioni sociali (gli attacchi terroristici alle metropolitane londinesi), dalla fatalità (l’incidente stradale), destini che si incontrano per un attimo (o per la vita) in un mutuo scambio di salvezza. Perché da tempo i personaggi di Eastwood hanno abbandonato l’isolazionismo tipico dell’eroe americano a favore di una dialettica che mette in campo più interlocutori e pretende il contrasto.
Hereafter non fa eccezione e prepara l’incontro, il controcampo del campo: lo sguardo di Cécile De France che ha visto, quello di Matt Damon che riesce a vedere, quello del piccolo Frankie McLaren che vuole andare a vedere. Facendosi in tre l’autore mette lo spettatore al centro di qualcosa di indefinibile eppure familiare come il dolore dell’essere, produce punti di vista potentemente fuori binario sul tema della morte e offre a Damon l’occasione di comporre la migliore interpretazione della sua carriera. Disfandosi della cifra della neutralità, il divo biondo conquista l’emozione e la cognizione del dolore, abitando un sensitivo che ha visioni di morti (e di morte) al solo contatto delle mani, una tristezza profonda piena di pietà e il desiderio di smettere di vedere il passato di chi resta e di immaginare il futuro (e il sapore) di un bacio.
Clint Eastwood con Hereafter conferma la vocazione alle sfumature, azzarda l’esplorazione della morte con la grazia del poeta, interroga e si interroga su questioni filosofiche e spirituali e contrappone alla debolezza del presente e dentro un epilogo struggente l’energia di un sentimento raccolto nel futuro. Raccolto inevitabile, come un trapasso e ogni altra dinamica di natura.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

maggio 24, 2011 at 11:57 am Lascia un commento

Vinicio Capossela – Marinai, profeti e balene ( 2cd )

“Marinai, Profeti E Balene” è il titolo del nuovo, straordinario, album del cantautore, uscito a fine aprile. Un album doppio per un’opera senza precedenti, in cui Vinicio presta il suo genio a visioni ed enigmi tra romanzi, profezie ed un sorso di vino. Due dischi: uno “oceanico”, l’altro “omerico e mediterraneo”. Un ennesimo capolavoro, composto da diciannove canzoni che rievocano “Moby Dick” come “Il libro di Giobbe”, “Scandalo negli abissi” come “Lord Jim”, narrandoci storie, leggende e personaggi che la letteratura di viaggio ha saputo vestire di fascino e che in quest’opera riprendono vita per svelarsi in mezzo all’oceano, tra canti di sirene e balene. Vinicio compie un viaggio per conoscere il tempo e lo spazio, per sfidare il destino e l’ignoto che ci tormentano, e lo fa per il mare oscuro, metafora di tutto ciò che è arcano ed imperscrutabile. Vinicio ci presenta “Il Grande Leviatano”, figura mitologica che Melville incarnò nel capodoglio, e lo fa giocando con musiche classiche e popolari, servendosi dei cori all’occorrenza. C’è ancora Melville ne “L’Oceano Oilalà”, mentre Céline ispira lo swing di “Pryntyl”, sirenetta amata da Nettuno e trasformata da una Venere gelosa in essere umano fino ad essere esiliata sulla terraferma, dove diventerà una ballerina. Dopo “Polpo d’Amor” (rivisitazione del polpo in cerca d’amore presente nell’ultimo album dei Calexico), appare Conrad nel misterioso “Lord Jim”. C’è ancora spazio per Melville nelle note plumbee de “La Bianchezza della Balena” come in “Fuochi Fatui” e nel blues indolente di “Billy Budd”, quest’ultimo tratto dalla sua ballata “Billy in the darbies”, presente nell’omonimo racconto di un marinaio giovane e innocente condannato a morte ingiustamente. Chiudono il primo disco “Job” (tratta dal “Libro di Giobbe”) e “La Lancia del Pelide”, brano che inaugura la dimensione omerica del secondo. E’ un Vinicio che sorprende e meraviglia di album in album, e lo fa anche stavolta. Il secondo disco si apre con “Goliath”, brano in cui Moby Dick e la Bibbia incontrano Ulisse. Prosegue con “Vinocolo”, storia di Ulisse e Polifemo culminata con l’accecamento del ciclope stordito dal vino. Vinicio fa spazio a “Le Pleiadi” e alla mitologia greca, al cieco “Aedo” e alla ninfa “Calypso”, senza dimenticare la seduzione de “Le Sirene”. Se l’Ulisse di Dante viaggia verso Itaca senza far mai ritorno in “Nostos”, ne “La Madonna delle Conchiglie” marinai e naviganti pregano la propria protettrice, mentre in “Dimmi Tiresia” la conoscenza si paga con la solitudine.

Il viaggio verso la conoscenza è necessario ma rischioso, come testimonia la condanna dell’Ulisse dantesco alla tribolazione eterna nel XXVI canto dell’ Inferno. Vinicio sceglie di affrontare l’esistenza e la creazione per conoscere il mondo, tra lirismo ed epopea. Supera sé stesso, varca i limiti del proprio genio e realizza un disco monumentale. Chapeau!

Stefano Grimaldi (www.impattosonoro.it)

maggio 23, 2011 at 10:09 am Lascia un commento

Il discorso del Re di Tom Hooper ( dvd e b-ray )

Duca di York e secondogenito di re Giorgio V, Bertie è afflitto dall’infanzia da una grave forma di balbuzie che gli aliena la considerazione del padre, il favore della corte e l’affetto del popolo inglese. Figlio di un padre anaffettivo e padre affettuoso di Elisabetta (futura Elisabetta II) e Margaret, Bertie è costretto suo malgrado a parlare in pubblico e dentro i microfoni della radio, medium di successo degli anni Trenta. Sostituito il corpo con la viva voce, il Duca di York deve rieducare la balbuzie, buttare fuori le parole e trovare una voce. Lo soccorrono la devozione di Lady Lyon, sua premurosa consorte, e le tecniche poco convenzionali di Lionel Logue, logopedista di origine australiana. Tra spasmi, rilassamenti muscolari, tempi di uscita e articolazioni più o meno perfette, Bertie scalzerà il fratello “regneggiante”, salirà al trono col nome di Giorgio VI e troverà la corretta fonazione dentro il suo discorso più bello. Quello che ispirerà la sua nazione guidandola contro la Germania nazista.
Dopo aver raccontato la storia della Rivoluzione americana in nove ore, dentro una mini-serie e attraverso gli occhi del secondo presidente degli States (John adams), Tom Hooper volge lo sguardo verso il vecchio continente, colto in tribolazione e alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale. Al centro del palcoscenico la cronaca del malinconico e addolorato Duca di York, figlio secondogenito dell’energico Giorgio V, inchiodato dalla balbuzie e da una complessata inferiorità di fronte allo spigliato fratello maggiore David. Crogiolo d’angoscia (im)medicabile e di squilibri emotivi sono quelle esitazioni, quei prolungamenti di suoni, quei continui blocchi silenti che impediscono a Bertie di esprimersi adeguatamente, ingenerando una sensazione di impotenza.
Il regista britannico si concentra sul vissuto interno del protagonista, rivelando le conseguenze emotive del disagio nel parlato ai tempi della radio e in assenza del visivo. Il discorso del re non si limita però a drammatizzare la stagione di vita più rilevante del nobile York e relaziona un profilo biografico di verità con un contesto storico drammatico e dentro l’Europa dei totalitarismi, prossima alle intemperanze strumentali e propagandistiche di Adolf Hitler. Non sfugge al re sensibile di Colin Firth e alla regia colta di Hooper l’abile oratoria del Führer, che intuì precocemente le strategie di negoziazione tra ascoltatore e (s)oggetto sonoro, il primo impegnato nel tentativo di ricostruire l’immagine della voce priva di corpo, il secondo istituendo un rapporto di credibilità se non addirittura di fede con la voce dall’altoparlante.
Se il mondo precipitava nell’abisso non era tempo di guardare al mondo con paura, soprattutto per un sovrano. Bertie, incoronato Giorgio VI, doveva ricucire dentro di sé il filo interrotto della relazione con l’altro, affrontando il suo popolo dietro al microfono e l’immaginario radiofonico. Fu un illuminato e poco allineato logopedista australiano a correggere il “mal di voce” di un re che voleva imporsi al silenzio. Lionel Logue sostituì col metodo il protocollo di corte, educando la balbuzie del suo blasonato allievo e incoraggiandolo a costruire la propria autostima, a riprendere il controllo della propria vita e a vincere prima la guerra con le parole e poi quella con le potenze dell’Asse.
A guadagnare la fluenza e a prendersi la parola è il ‘regale’ protagonista di Colin Firth, impeccabile nell’articolare legato, solenne nella riproposta plastico-fisica del suo sovrano e appropriato nell’interpretazione di un re che ‘ingessa’ emozioni e corporeità nel rispetto rigoroso della disciplina. Dietro al ‘re’ c’è l’incanto eccentrico di Geoffrey Rush, portatore di una “luccicanza” che brilla, rivelando la bellezza della musica (Shine) o quella di un uomo finalmente libero dalla paura di comunicare. Lunga vita al re (e al suo garbato precettore dell’eloquio).

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

maggio 21, 2011 at 4:10 pm Lascia un commento

Okkerville River – I am very far ( cd – 2lp )

C’è un tempo per cercare di dominare le onde e un tempo per lasciarsi travolgere dalla corrente. Perdere il controllo, abbandonarsi alla piena: le acque del fiume Okkervil rompono gli argini, invadono terre, anime e corpi. “I Am Very Far” è un alluvione che spinge lontano, trascinando ogni cosa con sé: così lontano che, stavolta, Will Sheff e la sua ciurma sembrano smarrire la rotta di casa.
La densità prevale sulla misura, l’evocazione prevale sul racconto. “Lo scopo”, per usare le parole di Sheff, “era spingere la mia mente in posti dove non volevo andare”. Luoghi nascosti nel profondo di sé, al di là della soglia su cui vegliano le nere sagome raffigurate da Will Schaff in copertina. Come Orfeo oltre le porte degli inferi, senza mai voltarsi indietro.

Una certa grandeur è sempre stata nell’indole degli Okkervil River: basta pensare agli ambiziosi concept di Black Sheep Boy e della coppia The stage names / The stands ins Ma “I Am Very Far” vuole andare oltre: dilatare i confini, accrescere gli spazi. “Dopo gli ultimi dischi ero stanco della mia personale versione di musica accessibile”, spiega Sheff. “Volevo qualcosa che fosse solo per me stesso e non per gli altri”. L’imperativo è non porsi limiti, anche quando significa riunire in uno studio una “giant band” fatta di due batterie, due pianoforti, due bassi e sette chitarre, tutti a suonare insieme tra le stesse mura.
Il passo marziale di “The Valley” investe subito con il fragore dei suoi accenti, gonfiati da ritmiche tonanti e marcature orchestrali. Poi, la voce di Sheff scivola sul groove flessuoso di “Piratess”, lasciandosi tentare da inedite seduzioni soul. Dove prima dominava l’urgenza, ora si fa strada l’enfasi: il classico crescendo di “We Need A Myth” rimane gravato di ingombranti impalcature barocche, mentre la cavalcata alla New Pornographers di “Rider” suona come una “Our Life Is Not A Movie Or Maybe” sovraccarica di cori, chitarre, archi, tastiere e percussioni.

L’affrancamento dalla mano del produttore Brian Beattie (presente stavolta soltanto in un paio di episodi) sembra lasciare a Sheff e soci una libertà difficile da gestire: “Quando lavoravamo insieme a Brian, la maggior parte del tempo la passavamo a discutere… È stato eccitante avere la possibilità di fare tutto quello che volevamo”. Non manca la voglia di azzardare, insomma, come nell’assolo di “Piratess”, realizzato con il nastro di una cassetta in fast-forward. Eppure, è proprio al fianco di Beattie che “I Am Very Far” riesce a trovare il suo momento più acuto, quando i fiati tornano a disegnare in controluce l’intreccio di tradimento e fedeltà di “Hanging From A Hit”, con un contorno di cori dal romanticismo coheniano.
Nonostante tutto, però, i punti di riferimento degli Okkervil River non cambiano: c’è sempre la concitazione degli Arcade Fire nel pop sinuoso di “Your Past Life As A Blast” o nel connubio di tastiere incalzanti e accumuli di percussioni di “White Shadow Waltz”; e c’è sempre la magniloquenza dei Bright Eyes (era Cassadaga) nella declamazione stentorea del singolo “Wake And Be Fine” o nell’attacco veemente di “The Valley”. Il fatto è che, quando i toni si fanno meno invadenti, anche la scrittura sembra rivelare di aver perso qualcosa rispetto alla consueta solidità, come nelle sfumature di “Show Yourself” o tra i flauti pastorali di “Lay Of The Last Survivor”.

“Volevo tornare a casa e ricominciare a scrivere da capo, come se non avessi mai scritto una canzone prima”, racconta Sheff. Il taglio dei vecchi dischi, ai suoi occhi, appare come un’impietosa messa a nudo, “un’autopsia sotto le luci fluorescenti”. Ed è proprio questo il rischio che vuole evitare: “Ho tentato di rifiutare l’idea di scrivere in maniera cerebrale, per cercare di scrivere in maniera intuitiva o emozionale”. Così, per mettere mano ai brani del nuovo album (in origine più di trenta, a quanto pare), Sheff si è ritirato nel mezzo della campagna del New Hampshire, tra le vecchie stanze della casa dei nonni. Un luogo popolato dai fantasmi dell’infanzia, che si affacciano tra le pieghe delle canzoni come presenze impalpabili.
È il rosso del sangue a tingere i versi di “I Am Very Far”: sangue su lame assassine, sangue come eco del destino. Violenza e passione, forze che sovrastano qualsiasi illusione di controllo. “Press your ear up to my wrist”, invoca Sheff in “Your Past Life As A Blast”, “The blood is racing someway, going wherever”. In che direzione scorre il nostro sangue? In che direzione si muovono i nostri passi? È una strada quello di cui avremmo bisogno, come proclama il manifesto di “We Need A Myth”, non l’ombra di un mito fatto per svanire sulle rive del Lete: “We need a path through the mist / Like in our beds we were just kids / Like what was said by our parents”. Sarebbe come ritrovare una voce sicura, una voce in cui poter riporre fiducia senza riserve.

Gabriele Benzing (www.ondarock.it)

maggio 21, 2011 at 10:47 am Lascia un commento

La pecora nera di Ascanio Celestini ( dvd )

Nicola ha trentacinque anni e vive rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dove lo hanno dimenticato una mamma impazzita, una nonna “ovarola”, un padre prepotente e due zii inadeguati. Le sue giornate sono scandite dalla spesa e accompagnate da una suora che prega e paga il conto e da un amico immaginario che conta le puzze della sorella e sogna di riviste per uomini senza parole. Al supermercato c’è Marinella, il suo amore infantile che offre caffè in cialde a clienti svogliati e ride ascoltando le sue cronache marziane. Nicola è un “povero scemo” che la guerra non l’ha mai fatta, che mangia ragni e beve l’acqua di mare, che crede ai santi ma non in dio, che distribuisce pasticche e torna sempre indietro al novantanovesimo cancello perché è stanco, perché il mondo fuori è come dentro, soltanto più ordinato. Nicola è la pecora nera, il diverso che diventa poesia da declamare, storia da raccontare, canzone da cantare, pio pio pio.
Dopo il teatro (tanto teatro) e due documentari per la Fandango, Ascanio Celestini gira il suo primo film di finzione, che affonda il dito nella ferita più dolorosa del corpo sociale: la malattia mentale. La pecora nera, già realizzato per il palcoscenico e già pubblicato nella forma del libro, non compie un’indagine sulla situazione della salute mentale in Italia, piuttosto parte da un’indagine condotta negli ospedali psichiatrici per approdare a un film lirico su una biografia disgraziata e un’emarginazione inespressa. Le “parole sante” dei santi matti da (s)legare le trova e le incarna il Nicola di Ascanio Celestini, personaggio di sconcertante bellezza dimenticato sotto le macerie della struttura familiare, esempio di coscienza nella parabola di un rifiuto.
Sensibile e in ascolto degli umori della natura umana (e sociale), l’autore e attore romano svolge il racconto del suo “scemo di guerra” in tempo di pace sul volto innocente del suo personaggio, specchio di pensieri poveri e puri ma vertiginosamente profondi. Nicola è nato nei “favolosi anni Sessanta”, quelli che avevano il sapore del sale ed erano ancora troppo lontani dalla riforma di Franco Basaglia, psichiatra illuminato che promosse la progressiva eliminazione del sistema manicomiale e il reinserimento nel corpo della società dei pazienti con disturbi mentali. Nicola è uno dei tanti, troppi bambini che ha visto confluire il suo disagio in un istituto religioso per persone definite “subnormali”, un luogo dove ha comunque continuato a sognare, incapace di entrare in rapporto attivo col mondo al di là del muro, inesplicabile e terrorizzante orizzonte di non-senso accomodato ordinatamente lungo le corsie di un supermercato.
È importante sottolineare la forte originalità di Ascanio Celestini nel panorama italiano, per la scelta di storie e temi di urgente attualità, capaci di non sovrapporsi al messaggio semplicistico offerto dalla cronaca, per la volontà di lavorare con volti e corpi attoriali inediti o poco impiegati sul grande schermo. Si innalza al di sopra di tutti la performance di Giorgio Tirabassi, volto fragile e proiezione dolorosa della “follia” di Nicola. Un bambino solo sul cuore della terra, un uomo mai conciliato, mai integrato.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

maggio 11, 2011 at 4:56 pm Lascia un commento

Articoli meno recenti


Iscriviti al gruppo Alphaville su Facebook
Vista il sito dell'Associazione CINEROAD
Videosettimanale telematico di attualità e cultura
il suono degli strumenti
maggio: 2011
L M M G V S D
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Archivi

Blog Stats

  • 164.140 hits