Archive for settembre, 2016

TRAFFICANTI di Todd Phillips -recensione di Stefania De Zorzi-

trafficanti

“Finché c’è guerra c’è speranza”: così recitava un film di Alberto
Sordi negli anni Settanta, e potrebbe essere lo stesso motto di
“Trafficanti”, commedia dalle sfumature grottesche diretta da Todd
Phillips. David Packouz/Miles Teller ritrova ad un funerale l’amico
del cuore, nonché compagno di marachelle, Efraim Diveroli/Jonah Hill.
I due fanno società, espandendo in breve tempo un fiorente commercio
d’armi col Pentagono; l’acquisizione di una grossa commessa li mette
in contatto con Henri Girard/Bradley Cooper, un criminale sulla lista
nera del governo americano, che procaccia loro un colossale
quantitativo di munizioni dall’Albania. Phillips non si concentra
tanto sui risvolti etici del traffico d’armi in quanto sorgente di
morte e violenza, quanto sul nuovo sogno americano, dove “Scarface” è
l’eroe amorale preso ad esempio da pallidi epigoni, tanto avidi quanto
superficiali. Nel mondo nuovo in cui si muovono con brillante
spregiudicatezza David ed Efraim, la metastasi dei valori e dei
significati è evidente: in una delle scene migliori del film, Efraim
scaccia in malo modo un candidato all’assunzione che ha avuto l’ardire
di sottolineare la mancanza di significato dell’acronimo della ragione
sociale della compagnia, così come l’ignoranza del suo titolare. Ma
anche il governo americano non è da meno, nell’accettare per amore di
risparmio l’improbabile offerta dei due protagonisti; mentre fa
riflettere la facilità con cui l’idealista Iz/Ana de Armas accetta che
il marito David commerci in missili e fucili, purché le dica sempre la
verità. Todd Phillips cita, oltre a Scarface, l’estetica glamour di
Miami Vice, e fa un breve accenno auto-referenziale a “Una notte da
Leoni”, nella sequenza ambientata a Las Vegas. La violenza della
guerra e dei suoi attori, siano essi militari in comando, commissioni
governative, o loschi figuri sospettati di terrorismo, è volutamente
sfiorata; non c’è nulla di particolarmente nuovo sotto il sole, e i
personaggi, malgrado le azioni via via sempre più ai limiti
dell'(il)legalità, non evolvono, semmai si svelano progressivamente.
Jonah Hill è il migliore, con il suo Efraim in perfetta mimesi coi
desideri dei suoi interlocutori, camaleonte vuoto e arrogante. Film
divertente, anche se non molto originale, che mette alla berlina le
nuove logiche di mercato e di successo, piuttosto che i meccanismi
della guerra.

settembre 27, 2016 at 4:26 pm Lascia un commento

Feria d’agosto in differita: RI…VISIONI – Piacenza – Vladivostok (passando per Istanbul e le valli di Comacchio) – viaggio lento di solo ritorno nel cinema già visto, dalla via Emilia all’Est, di Annalisa Bendelli QUARTA (ri)VISIONE: “Alexander Nevskij” di Sergej M. Ejzenstejn, 1938

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Fatico a lasciare la grande Russia… mentre mi volgo a Occidente, vicino al confine, vado a Nord, da Novgorod a Pskov, la regione affacciata sul Baltico dei grandi laghi glaciali, delle praterie e foreste boreali, le grandi distese , le terre contese nei secoli passati tra Tedeschi, Svedesi, Mongoli.

Del principe di Novgorod, Alessandro, il popolo russo ricorda la sconfitta inflitta agli Svedesi, sulla Neva, da ciò l’appellativo, “Nevskij”.

Ho appena lasciato la Russia di Rubliev rievocata da Tarkosvkij, risalgo ancora di un secolo sulle tracce del grande condottiero…

Seguo le indicazioni di un caro amico, è lui che mi ha parlato del film di Ejzenstejn, della grandiosa rappresentazione della grande battaglia del lago ghiacciato, il lago Peipus, dove si scontrano i Cavalieri dell’Ordine Teutonico e l’esercito della Rus’ guidato da Nevskij.

Più ancora che una rivisione questa è una condi…visione, davvero la devo al mio amico, alla sua evocazione commossa del momento epico e mitico: gli schieramenti contrapposti, l’arrivo della cavalleria nemica che penetra a cuneo nello schieramento avversario, i paesaggi lunari e sospesi, prima e dopo la battaglia, la scena della crosta gelata che si crepa e inghiotte i Teutoni in rotta…

Lo aveva visto da ragazzo, molti anni fa, ne ha mantenuto un ricordo vivido, l’emozione, direi quasi l’esaltazione, suscitata dalla carica della cavalleria teutone – i bianchi manti, i vessilli e gli stendardi crociati – dalla solennità della celebrazione religiosa negli attendamenti dei Cavalieri germanici, dalla musica suggestiva di Prokofiev (è il primo film sonoro di Ejzenstein, “in cui il contrappunto audiovisivo combinava organicamente il montaggio delle immagini e la partitura di Prokofiev”, scrisse G. Sadoul).

Ho la sensazione di averlo visto, il film, ancor prima attraverso le parole del mio amico… il suo sguardo emozionato (proprio lui che so essere uomo colto e sensibile ma schivo, trattenuto, poco incline a esternare sentimenti, emozioni).

E’ un film di ricostruzione storica e di propaganda indiretta, in chiave patriottico nazionale – i Teutoni che prefigurano i Nazisti invasori, il film è girato nel 1938 , con quegli elmetti dei fanti che rozzamente precorrono la foggia delle Sturmtruppen – ma non è questo che conta…

… non conta perché la sua forza espressiva è altrove, è nella potenza visionaria delle immagini, in quel cielo metafisico di nuvole grigio argento, nelle distese d’erba mossa dal vento, nella luce abbagliante sulla superficie dei laghi, nella rappresentazione della battaglia, che trae ispirazione nell’arte figurativa quattrocentesca (Paolo Uccello, Piero della Francesca), nella grandiosità delle scene di massa… in quegli sfondi che, nella loro stilizzazione, sono scenari, fondali di teatro, opera lirica (il regista lavorò come scenografo teatrale negli anni Venti, per Mejerchol’d).
E c’è una focalizzazione metonimica degli elementi che assurgono a simboli, di operosità, lavoro, civiltà: le prue ‘normanne’ delle navi ancorate, le reti dei pescatori, i tronchi di legno tagliati, le grandi campane che diventeranno tanto care a Tarkosvkji, le croci, gli elmi e le scuri…Abbastanza paradossale ma significativo nel contempo che la pellicola, premiata per l’osservanza dei canoni del realismo sovietico, sia tutt’altro che realistica, c’è piuttosto lirismo, epopea, simbolismo, dicevo, soprattutto grande tensione estetizzante, vi confluiscono le esperienze surrealiste, futuriste, le varie avanguardie primonovecentesche frequentate da Ejzenstejn.

Ho chiesto al mio amico per chi parteggiasse: non per l’esercito del popolo russo arruolato da Nievskij, mi ha confessato, ma per i Cavalieri tedeschi… mi viene il sospetto che Ejzenstein stesso, almeno dal punto di vista estetico e figurativo, parteggiasse per i nemici della grande Russia…

Un consiglio: vedetevelo (anzi ri…vedetevelo) in lingua russa, con i sottotitoli in italiano… il doppiaggio nella nostra lingua è come quasi sempre un po’ penoso… quanti danni ha fatto l’impostazione scolastica retorica e classicheggiante da noi, anche nella dizione degli attori, atteggiata, manierata, declamatoria, convenzionale e falsa, vuota ed esangue, ridicola infine… ma questa è un’altra questione… o no?!

 

settembre 19, 2016 at 11:53 am 3 commenti

Il diritto di uccidere di Gavin Hood -recensione di Stefania De Zorzi-

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Esiste un modo “giusto” in senso legale, politico ed umanitario per
combattere una guerra? E’ l’interrogativo messo in scena da Gavin Hood
in “Il diritto di uccidere”: il colonnello britannico Katherine
Powell/Helen Mirren, coadiuvata dall’intelligence e dalle truppe
keniote, scova a Nairobi, in un quartiere dominato da milizie
fondamentaliste, un gruppo di terroristi in procinto di compiere un
attentato suicida. D’accordo con il generale Frank Benson/Alan
Rickman, deve convincere la commissione governativa inglese e il
pilota di droni americano Steve Watts/Aaron Paul, a colpire con un
missile la casa in cui sono rintanati i terroristi, malgrado la
presenza negli immediati paraggi di una potenziale vittima innocente.
Il regista è abile a presentare il tema molto contemporaneo della
guerra sporca e invisibile fra terroristi decisi a compiere strage di
civili, e la tecnologia ultra-sofisticata dei droni impiegati per lo
spionaggio (camuffati da uccelli o da coleotteri) e per il
bombardamento. Il dilemma è quello classico, se sia meglio risparmiare
una sola vita innocente, o se invece sacrificarla in nome della
salvezza di un numero molto più grande di persone altrimenti destinate
a morte pressoché certa. Ma c’è anche molto di più: perché i governi
democratici, come quello inglese, sono impastoiati da questioni ai
limiti del surreale di ordine legale (dove l’interrogativo è su ciò
che è lecito, rispetto agli accordi internazionali fra paesi, ed al
protocollo delle regole d’ingaggio) e soprattutto da preoccupazioni di
ordine politico. Ogni azione viene valutata in primo luogo per
l’impatto che avrà la sua eventuale risonanza mediatica sull’opinione
pubblica: il quadro che ne esce è quello grottesco di politici pavidi
e incapaci di assumersi responsabilità, e di consulenti dalla morale
ipocrita, messi a confronto con l’integrità e la lucida spietatezza
dei militari. Hood alterna scene in interni, fitte di dialoghi, con
scene d’azione “sul campo”, conferendo ad entrambe un ritmo serrato e
uno stato di tensione che non lasciano lo spettatore fino all’ultimo
minuto. Si arriva quasi ad odiarla, quella bambina innocente che non
se ne vuole andare dal luogo della prossima ecatombe; e proprio nel
momento in cui saremmo propensi a lanciare il missile, proviamo la
stessa esitazione del pilota di droni. Un bel film, sorretto da un
cast potente (oltre ai già citati Mirren, Paul, il compianto Rickman,
anche Jeremy Northam e Iain Glen, fra gli altri, forniscono una grande
prova d’attore), e da una sceneggiatura ricca di dettagli: la morale,
come sempre al di fuori delle fiabe, non è semplice né scontata.

settembre 16, 2016 at 6:40 pm Lascia un commento


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