Archive for aprile, 2010

Balmorhea – Constellations ( cd – lp )

Nell’intervista rilasciata a OndaRock a ridosso della pubblicazione di “Constellations“, Michael Muller – metà fondante dei Balmorhea insieme a Rob Lowe – aveva annunciato che il nuovo disco si sarebbe distaccato abbastanza dal suo predecessore “All is wild, all is silent“: un lavoro più minimale, una sorta di ritorno al passato e dunque, presumibilmente, alla raffinata intensità cameristica che aveva caratterizzato quel gioiello atemporale di “Rivers arms“.  Ebbene, va subito riscontrato come le aspettative suscitate dalla scarna anticipazione fornita da uno dei suoi artefici principali siano a grandi linee rispettate in questo quarto lavoro in quattro anni firmato dalla prolifica band texana, la cui formazione, come risultante dalle note di copertina del disco, si è adesso consolidata sui cinque elementi, comprendenti anche un terzetto d’archi che affianca ormai stabilmente il pianoforte, la chitarra e il banjo dei due membri originari della band.”Constellations” risulta comunque opera ben più complessa di quanto si potrebbe immaginare, poiché nel corso dei trentotto minuti di durata – che ne fanno l’album più conciso finora realizzato dai Balmorhea – si assiste a una continua ricombinazione dei suoi elementi strumentali e stilistici, attraverso la quale la band riassume, con straordinaria perizia tecnico-emotiva, una pluralità di registri che evidenziano le ispirazioni del suo recente passato e il suo caratteristico stile presente. Concettualmente dedicato al tema della notte, “Constellations” è un album tutt’altro che cupo, poiché la maggior parte dei suoi brani vive ancora sui due principali capisaldi di tiepide note acustiche e intense piéce pianistiche. Le prime rinnovano il legame della musica dei Balmorhea con il loro territorio d’origine, scolorando in parte la propensione al folk di “All Is Wild, All Is Silent” ma riuscendo lo stesso alla perfezione a evocare la solitaria limpidezza di una notte nel Texas più profondo; le seconde tornano invece a costituire un elemento portante del lavoro, così come in “Rivers Arms“, attestandosi ora fluide ed essenziali a puntellare gli arrangiamenti d’archi, ora ergendosi in torsioni nervose o, più spesso, in costruzioni armoniche progressive. Non si pensi, tuttavia, che nel volgere di un anno i Balmorhea non abbiano saputo produrre di meglio che una “via di mezzo” tra i due album precedenti, poiché tutti i nove brani di “Constellations” sembrano essere il frutto di tanti piccoli esperimenti di segmentazioni e incastri nei quali la band ha concentrato tutta la propria tensione compositiva ed emozionale, finalizzandola al conseguimento di un equilibrio insuscettibile di alterazione, pur a fronte delle continue intersezioni tra binomi strumentali e trasformazioni di sfumature, molto frequenti anche all’interno di uno stesso brano. Ne risulta un minimalismo incredibilmente sfaccettato, la cui modulazione di timbriche e cadenze percorre tutto il lavoro ridisegnandone di continuo i contorni, tanto che risulterebbe oltremodo pedante cercare di descriverne i più minuti dettagli. Basti allora scorrere alcuni dei mille incastri sui quali vive l’album: la toccante essenzialità pianistica di “To The Order Of Night” e “Winter Circle“, che traducono in realtà bucolica i compunti studi neoclassici dei Rachel’s, gli accenni jazzy del contrabbasso, gli spogli intrecci tra chitarre (o tra chitarra e banjo) che in “Bowsprit” e “Herons” delineano una costruzione melodica incrementale, in un dialogo in crescendo che non sfocia in alcun prevedibile climax, attestandosi invece su un asciutto romanticismo, incorniciato da florilegi d’archi e arpeggi protesi e ritratti in funzione para-ritmica. E ancora, la disomogeneità della title track, ricondotta a unità nella sua seconda parte dalla melodia pianistica, il dissolvimento cameristico degli archi irrequieti di “Steerage And The Lamp” e quello ad opera di un cristallino accordo di chitarra sulla spettrale circolarità del violoncello della conclusiva “Palestrina” e la persistenza d’organo che, insieme all’affacciarsi deciso della batteria di Michael Bell, dona densità e lontane cadenze post-rock ai rilanci armonici della commovente “On The Weight Of Night“. Questi e mille altri particolari rifiniti dal cesello sapiente dei Balmorhea impreziosiscono la gemma “Constellations“, nuova prova di altissimo livello che conferma l’unicità in divenire di un’esperienza artistica ancora una volta in grado di coniugare perfezione formale e capacità comunicativa. Ben lungi dal replicare se stessi, in questa loro quarta opera, Rob Lowe e Michael Muller si sono voluti mettere in discussione, facendo un passo indietro soltanto apparente dal punto di vista dell’articolazione strumentale, ma in realtà due in avanti nell’esplorazione di soluzioni compositive incentrate su combinazioni di registri e sospensioni temporali che, insieme, rendono straordinariamente tangibili le suggestioni e la vibrante oscurità di una notte texana.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

aprile 30, 2010 at 7:21 pm Lascia un commento

Jakob Dylan – Women and country ( cd )

Ok, il titolo non è dei migliori, almeno per un occhio/orecchio distratto. “Women and country” fa pensare a Nashville, e se poi c’è di mezzo uno che di cognome fa Dylan, ti viene in mente la svolta country del padre, che a suo tempo fece discutere parecchio.

Jakob Dylan si porterà sempre appresso la benedizione/maledizione di quel cognome che di più ingombranti non ce n’è, nella musica, e adesso non può più neanche nascondersi dietro i Wallflowers, che non pubblicano dischi nuovi da 5 anni, anche se qualche segno di vita l’hanno dato, ultimamente. Però questa volta ha davvero fatto centro: questo album è il secondo lavoro da solista, ed è decisamente più a fuoco del precedente, “Seeing things“, dignitoso e scarno lavoro prodotto da Rick Rubin.
Qua c’è un altro grande produttore che ci mette lo zampino, T-Bone Burnett, che lavorò al maggior successo dei Wallflowers, quel capolavoro che risponde al nome di “Bringin’ down the horse“. E ci sono un sacco di ospiti (si fa per dire, perché non è che facciano capolino in una canzone, ma sono lì, dietro le quinte in quasi tutto il disco): Neko Case , i New Pornographers, ovvero nomi riconosciuti del nuovo tradizionalismo indipendente.
Il risultato è un vero gioiello: nei suoni che sì, sono country, ma tutt’altro che banali: ballate delicate, e stratificate, con suoni ricercati, in cui si sente la mano di Burnett. A partire dall’iniziale “Nothing but the whole wide world” in poi, è un bel caleidoscopio di sonorità vintage, che aiutano una scrittura eccellente. Che Dylan jr. sappia scrivere grandi canzoni non è una novità, e qua lo dimostrano “Everybody’s hurting” e “Truth for a truth“. La novità è invece che Jakob abbia trovato una perfetta terza via tra il rock radiofonico dei Wallflowers e il cantautorato minimale e paterno del primo disco.

(Gianni Sibilla)

aprile 28, 2010 at 4:40 pm Lascia un commento

Parnassus di Terry Gilliam ( dvd e b-ray )

Il Dottor Parnassus gira per le strade con il suo carrozzone dalle qualità particolari. In compagnia di un giovane, una fanciulla (sua figlia Valentina) e un nano mette in scena ovunque uno spettacolo che ha al suo centro uno specchio. Chi lo oltrepassa si trova in un mondo in cui puo’ realizzare i suoi desideri piu’ fantasiosi. Parnassus e’ immortale ma ha conquistato questa dote grazie a una scommessa vinta con il Diavolo che ha assunto le sembianze del perfido Mr. Nick. Sono trascorsi i secoli e, nel momento in cui ha trovato il vero amore, il Dottore ha stipulato un nuovo patto con Mr. Nick il quale vuole che Valentina sia sua al compimento del sedicesimo anno di età. La data è ormai prossima.
Terry Gilliam è indubbiamente uno di quei pochi registi che fanno del cinema la vera arte dell’immaginario. Sin dal suo primo film Brazil aveva dato prova di una creativita’e di una cultura vastissima in campo figurativo. Le sue sono state produzioni spesso tormentate (a partire dai problemi di budget quella de Le avventure del Barone di Munchausen fino al disastro del film su Don Chisciotte splendidamente raccontato nel documentario Lost in La Mancha) e anche in questo caso non sono mancati i problemi. La morte improvvisa di Heath Ledger ha portato a una revisione profonda della sceneggiatura che ha prodotto l’affidamento del suo personaggio anche a Johnny Depp, Colin Farrell e Jude Law che hanno devoluto il compenso alla figlia dell’attore.
Gilliam ha saputo fare, come si dice, di necessità virtù riuscendo a realizzare un omaggio davvero particolare all’attore scomparso. Perché questo suo film è un inno alla vita e all’immaginario che debbono poter vincere nonostante tutto e, spesso, anche nonostante i lati oscuri delle fantasie che ci pervadono. È un gioco di alto equilibrismo sulla corda tesa della fantasia quello a cui il regista ci propone di partecipare. Gilliam è da sempre Parnassus. Non sarà immortale ma la sua inesauribile voglia di immagini che (al contrario di quanto troppo spesso accade) non ottundano la fantasia ma la provochino ad aprirsi a nuovi orizzonti è rimasta intatta con il trascorrere degli anni e, grazie agli sviluppi della tecnologia, ha trovato nuovi materiali su cui esercitarsi. Il bambino che è in Terry è più vivace che mai, conosce la luce e il buio, la felicità e la paura e aspetta che passiamo a trovarlo. Vive sul carro del Dottor Parnassus.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

aprile 27, 2010 at 6:50 pm 1 commento

Ballakè Sissoko & Vincent Segal – Chamber music ( cd )

Ballaké Sissoko proviene da una famiglia griot del Mali. I griot sono poeti/cantori che hanno il preciso compito di conservare la tradizione orale degli antenati. Fin da bambino lo strumento del cantore Ballaké è sempre stato la kora, lo stesso di Toumani Diabaté, con il quale ha inciso celebri duetti.

Vincent Segal è un violoncellista francese. Pur provenendo da una formazione classica, ha sempre condotto ricerche sperimentali sul proprio strumento. Questa volontà l’ha portato ad affiancare gli artisti più svariati (da Sting a George Moustaki a Blackalicious)  

Chamber music” non fa altro che unire questi due opposti. La musica diventa una forza invisibile in grado di far avvicinare due magneti con poli uguali. Non è neanche una questioni di titoli, di canzoni o cos’altro. Qui ci sono solo vaghi richiami, attimi di delizia sospesa, sentori d’Africa e vibrazioni da Classica contemporanea. Sperimentalismo metropolitano e tradizione del deserto. Qui non c’è più “noi” e non c’è più “loro”. Qui non c’è più niente che non sia collettivo, raccolto, profondo, cardiaco.

Basta sollevare la puntina del giradischi e farla ricadere su un solco qualsiasi. Le strutture circolari di “Houdesti” (impreziosite dal suono del balafon di Fassery Diabaté), i virtuosismi di “Oscarine”, i silenzi solenni di “Histoire de Molly”. In ogni minuto di “Chamber music” si percepisce il connubio potente tra la ferma ispirazione di Sissoko e la spinta deviante di Segal. Proprio il francese, con il suo stile ricco ma mai troppo presente, dona linfa melodica alle strutture complesse di Sissoko, creando un viatico accessibile anche a quella sensibilità europea che difficilmente riesce ad apprezzare la musica tradizionale africana (a partire dallo stesso Toumani Diabaté).

E se ancora permanesse qualche malagevolezza, la voce di Awa Sangho (che rende “Regret – à Kader Barry” il pezzo più “concreto” dell’album, con il violoncello a creare nuvole che potremmo definire da “folk appalachiano”) e il finale affidato ad una calda, dolorosa e notturna “Mako Mady” faranno tremare le gambe anche ai più insensibili.  

“Abbiamo costruito una complicità reciproca passo dopo passo. Oggi, quando suoniamo, ci capiamo senza dover dire una sola parola: basta uno sguardo. I nostri cuori sono uniti” . Ballaké Sissoko.

Fabio codias ( www.storiadellamusica.it)

aprile 24, 2010 at 4:54 pm 2 commenti

Il nastro bianco di Michael Haneke ( dvd e b-ray )

Un villaggio protestante nel nord della Germania. Anni 1913-1914. La vita si presenta con i ritmi delle stagioni e con la sua monotona ripetitività. Fino a quando accade un fatto inspiegabile: il medico si frattura gravemente una spalla in seguito a una caduta da cavallo dovuta a un filo solido ma invisibile teso sul suo percorso. A raccontare gli avvenimenti è la voce di un anziano: all’epoca dei fatti era l’istitutore arrivato in loco da un paese non troppo lontano. L’attentato al medico però non resta isolato. Altri eventi si susseguiranno sotto lo sguardo attento e misterioso dei bambini delle varie famiglie.
Haneke continua lucidamente e implacabilmente la sua analisi delle relazioni tra gli esseri umani decidendo, in questa occasione, di incentrare la sua attenzione su un microcosmo che assurge a laboratorio del futuro della Germania. Grazie a un bianco e nero bergmaniano il regista austriaco costruisce un clima di opprimente attesa. Ciò che gli interessa non è la detection (scoprire chi sta all’origine degli inattesi episodi di violenza) quanto piuttosto riflettere su una società che sta ponendo a dimora i semi che il nazismo, dopo la Prima Guerra Mondiale, farà fruttificare.
Le relazioni tra gli adulti e tra questi e i bambini sono quanto di più algido e privo di un senso di umanità vera si possa concepire. Nei personaggi del Medico, del Pastore e del Barone si concretizzano tre modi di esercitare l’autorità e il sopruso (in particolare nei confronti della donna) che forniscono un modello da amare/odiare per i più piccoli. I quali finiscono con l’introiettare la violenza che domina la società, per quanto apparentemente celata dalle convenzioni. Il nastro bianco che il Pastore impone ai figli più grandi dovrebbe simboleggiare la necessità, per loro, di raggiungere una purezza che dovrebbe coincidere con l’acquisita maturità. Di fatto in quel piccolo mondo, in cui solo l’istitutore e la sua timida e consapevole innamorata, sembrano credere nella positività della vita il disprezzo domina. Non passeranno molti anni e quei nastri bianchi si trasformeranno in stelle di Davide. Ad appuntarli sul petto delle nuove vittime saranno proprio quegli ex bambini.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

aprile 21, 2010 at 6:54 pm Lascia un commento

Amparo Sanchez – Tucson-Habana ( CD )

Dopo aver passato dodici anni alla guida del gruppo Amparanoia, la cantante Andalusa Amparo Sanchez ha deciso di cominciare una carriera solista con un pezzo da 90, un disco elegante e sopraffino, di eccellente gusto e qualità.
La spinta è giunta dopo la collaborazione con Calexico (il formidabile duetto con Jacob Valenzuela per Inspiración su Carried to dust) che l’ha resa definitivamente un’artista internazionale. […]
Se in Spagna godeva già di un rispettabile successo di pubblico e critica, quella collaborazione è riuscita a regalarle parecchie soddisfazioni anche all’estero tant’è che proprio durante una promozione televisiva coi Calexico, in Canada, Amparo ha rotto gli indugi ed ha consegnato a Burns e Convertino un demo con alcune canzoni.
I due americani sono rimasti talmente affascinati da quel materiale da invitare immediatamente Amparo agli studi Wabelab di Tucson dove hanno iniziato a lavorare alla stesura degli arrangiamenti finendo per incaricarsi della produzione dell’album le cui registrazioni sono finite qualche mese più tardi a L’Havana nei prestigiosi studi Egrem.
Il disco, dall’emblematico titolo Tucson-Habana, è un eccellente miscela tra le sonorità dolenti dell’Arizona e gli squillanti ritmi dei Caraibi.
La partecipazione, anche in veste di musicisti, dei due Calexico (batteria e chitarra in tutto l’album) è immediatamente riconoscibile e ben si accompagna al morbido contrabbasso di Jordi Mestres con il banco di regia magnificamente gestito da Kaki Arkarazo.
Nelle session cubane, s’è unita al gruppo anche la grandissima Omara Portuondo (79 anni ed una voce ancora impeccabile!) per un eccellente prova a due voci (La Parrandita De Las Santas) che nella dinamica dell’album si configura come un momento di grande emozione.
Amparo ci regala un impianto sonoro davvero squisito, completamente analogico, che non si vergogna di mostrare la musica come un veicolo per raccontare storie e mostrare passioni.
I brani, tutti originali, hanno il retrogusto amaro di certe ballate western ma lo spirito di chi conosce l’animo umano e sa come arrivare a scuoterlo.
La voce, diretta e lacerata, porta con sé un’emozione che è arte allo stato puro, come se Amparo potesse far ascoltare il suo respiro e riuscisse a farlo arrivare direttamente senza passare prima per carta e penna, cogliendo lo spazio magico che c’è tra chi scrive e quello che viene scritto.
Un album splendido, scostato dalle acerbità degli Amparanoia, da ascoltare sorseggiando Rum al Buena Vista Social Club, che manderà in sollucchero gli appassionati dei Calexico ma che sarà capace di brillare di luce propria, delineandosi come un disco passionale e sensuale in grado di conquistare chiunque abbia il palato fino.

aprile 19, 2010 at 4:17 pm Lascia un commento

Kaki King – Junior ( cd )

Al primo ascolto ero indeciso se cestinarlo. Al secondo ho realizzato che ´Junior´ è un gran disco. Mea culpa! Ho impiegato molto tempo per disaffezionarmi dall’immagine della King tessitrice di strumentali mozzafiato, e dai suoi primi due album. Sì, la ragazza che usava la sua Ovation con una tecnica simile a quella di Preston Reed (etichetta che giustamente le è stata stretta fin da subito).
´…Until We Felt Red´ (2006) è l’inizio di una rincorsa all’equilibrio tra un ´classico´ songwriting – strofa/ritornello, melodie lineari- e la sua inclinazione alle suite, acustiche e percussive o elettriche, evocative come delle soundtrack, talora psichedeliche. Equilibrio trovato nell’ottimo ´Dreaming Of Revenge´ (2008) in cui convivono armonicamente semplicità e sperimentazione, vocalità e silenzio, ma Kaki se ne infischia e manda tutto all’aria. Di qui lo spaesamento iniziale, superato il quale però, è solo delizia! ´Junior´ contiene tre strumentali, affascinanti come sempre, ma senza nessuna novità di rilievo: ´Everything Has An End, Even Sadness´, ´My Nerves That Committed Suicide´, con un imponente bridge che piacerebbe ai Motorpsycho, e ´Sloan Shore´. Il resto sono canzoni che affondano le radici in disparati generi musicali, ed è una vera goduria ascoltare come KK si muova con naturalezza in questo labirinto di stili. Il dinamismo creato dalla sezione ritmica è una delle chiavi del disco: ´The Betrayer´ parte a razzo giocando con l’alternanza vuoto/pieno (sempre d’impatto), chitarra stoppata nel verse e accordi aperti dal respiro arioso nel chorus -da segnalare la maturazione vocale di Kaki e un solo di chitarra! ´Spit It Back In My Mouth´, dal motivo rétro, pesca nel mare psych degli Stereolab e stende arpeggi di sei corde su un groove letale; ´Falling Day´, simile nella struttura, butta via la psichedelia e si fa ´space´ (con gran lavoro di Dan Brantigan all’EVI -sorta di sax midi); ´Communist Friends´ ci catapulta in un mondo di britpop zuccheroso consegnandoci il secondo solo dell’album. Niente hammering, tapping o fanning quando la King imbraccia l’acustica, solo -si fa per dire- ballad dalla spiccata essenza pop (altra chiave di lettura dell’album): ´The Hoopers Of Hudspeth´, che troverebbe il suo spazio vitale persino in una pietra miliare come ´OK Computer´, ci scombussola l’animo con l’irripetibile mestizia di Elliott Smith, ´Sunnyside´, leggera e inconsapevole, cala il sipario su undici brani da cui è difficile prescindere. Perla rara!

Alessandro Passarelli (www.mescalina.it)

aprile 14, 2010 at 3:56 pm Lascia un commento

Capitalism: a love story di Michael Moore ( dvd )

Ovazione da parte della stampa per il film di Michael Moore, Capitalism: a love story, presentato al Festival del cinema di Venezia. Un docu-film in perfetto stile Moore che racconta come le grandi aziende americane riescano ad influenzare la vita quotidiana degli americani. E non solo. Come al solito il film prende le mosse dall’ormai famosa Flint, cittadina del Michigan da dove lo stesso regista arriva e che è stata già lo sfondo di alcuni film precedenti, culla della General Motors fino ad arrivare a Wall Street e alla Casa Bianca cercando di indagare quanto costa, in termini economici e umani, la folle rincorsa al capitalismo dell’America in crisi. Ed è proprio la crisi delle aziende ad essere portata sullo schermo con testimonianze di chi ha perso tutto e racconti sul salvataggio delle banche a rischio fallimento. La tesi di Michael Moore è chiara: il sistema economico non è democratico e per questo andrebbe rifondato esattamente come si dovrebbe fare per la Borsa; il regista mostra come l’1% delle popolazione americana gestisca circa il 90% delle ricchezze del Paese. Si scopre così che esiste un sistema corrotto che prevede la riscossione di tangenti da parte di un giudice per spedire in galera dei giovani, la possibilità per un’azienda di riscuotere assegni di una certa consistenza alla morte di un dipendente assicurato sulla vita senza che nessuno ne sapesse niente; ma anche storie di anziani cui la crisi ha tolto tutto e che vivono in strada. Bersaglio resta sempre George W. Bush e l’intreccio tra politica e aziende che è stato il caposaldo della precedente amministrazione americana. Si chiude in maniera disperate e speranzosa allo stesso tempo: con le immagini dell’uragano Katrina che spazzia via tutto. E la metafora per cui anche il capitalismo andrebbe abbattuto e il sistema economico riformato da zero. Certo, si può pensare che Capitalism racconti solo quello che tutti già sanno ma nella realtà le cose stanno diversamente e il merito di Michael Moore sta nel riuscire a dare coerenza ad eventi che sui media appaiono come disordinati e senza un filo logico restituendone tutta la drammaticità e l’impatto sulla gente “normale”. Il tutto sempre raccontato con ironia, dissacrazione e in perfetto stile Michael Moore: provocatorio, vero e reale. Come reale è la crisi che l’America e il mondo stanno vivendo

aprile 13, 2010 at 5:21 pm Lascia un commento

Erykah Badu – New Amerykah Prt.2 ( cd – lp )

E’ trascorso oltre un decennio dall’album che ci annunciava la filosofia musicale di Erykah Badu. “Baduizm” del 1997, si collocava nella rosa dei miracoli sonori che diedero vita al cosiddetto “neo-soul”, in un’epoca intrisa di r&b lascivo e privo di autentici valori. Il successo di quegli esordi, è però andato scemando negli anni, lasciando ancora in campo solo quanti hanno continuato ad avere voglia di lottare e perseverare nella missione di produrre buona musica, anche se per pochi eletti. Erykah Badu non si è mai tirata indietro, ne ha mai tentato ammiccamenti che l’aiutassero a tornare ai fasti di un tempo. Il suo “Baduismo” piuttosto, si è sempre spinto oltre, creando un mondo tutto suo, fatto di ambientazioni rarefatte e talvolta persino inospitali, ma quanti hanno continuato a credere in lei, hanno trovato la chiave d’accesso per decifrare il suo mondo e ne sono stati risucchiati come in un vortice. Così, due anni fa, Erykah lanciava “New Amerykah part one: 4th world war”, un album che introduceva un’idea di trilogia musicale post neo-soul, difficile da collocare nella moderna concezione musicale di r&b e hip hop. “Weird chic”, qualcuno l’ha definito, unendo l’innegabile eleganza vocale della cantante alla stranezza e al fascino del suo personaggio. Di certo, lei suggerisce un’idea futuristica di un soul cha ha radici molto, molto lontane.
New Amerykah part two: return of the ankh”, in realtà non sembra essere una logica conseguenza del suo predecessore, suggerendo che dietro alla serie “New Amerykah” ci sia un progetto avulso da continuità tematiche e stilistiche, indicando che l’unico trait d’union sia proprio Erykah Badu e il suo magico mondo. Ciò detto, mentre il suo predecessore s’inseriva in un contesto pre-Obama dalle indubbie connotazioni politiche e sociali, “Part two”, si concentra piuttosto sulle faccende di cuore. Dal senso di rottura di “20 feet tall” in apertura, sino ai dieci minuti della vulnerabile “Out my mind. Just in time”, la Badu scompone il tema ampiamente noto dell’amore e lo priva dei suoi clichè romantici, consegnando una visione più terrena dei sentimenti, non tanto in un’ottica universale, quanto dalla sua prospettiva unica e personale. Così, canzoni come “Love”, trovano il compianto produttore hip hop J Dilla a forgiarne i contorni e “Fall in love (your funeral)”, si muove in un quasi dichiarato omaggio a Notorious B.I.G., ripercorrendo passaggi da “Warning”, ma utilizzando campioni da “Intimate friends” di Eddie Kendricks (usato di recente da Alicia Keys). Questo tipo di approccio, si ripete con successo in “Turn me away (get munny)”, dove la cantante sceglie un campione di Sylvia Striplin tratto da “You can’t turn me away”, ma utilizzando la versione dei Junior M.A.F.I.A. (gruppo sotto la protezione di Notorious B.I.G.) di “Get money”.
Attraverso le nuove canzoni di “New Amerykah part two”, Erykah Badu sottolinea che anche un tema semplice come l’amore, universalmente condiviso e ampiamente documentato, non corrisponde necessariamente con la scelta più facile. L’amore, forse più di tutto il resto, è pieno di insidie e trattarlo fuori dagli schemi soliti delle canzoni, è tutt’altro che facile, soprattutto quando si ha l’ambizione di fare buona musica. La Badu non ha mai voluto scegliere la via più comoda e anche stavolta, resta fedele a se stessa e al suo magico mondo.

Alessandra Zacchino (www.rockol.it)

aprile 12, 2010 at 6:46 pm Lascia un commento

Natalie Merchant – Leave your sleep ( cd – 2cd )

Che quella di Natalie Merchant sia una delle voci più belle della musica rock è fuori di dubbio. La sua credibilità è dovuta, prima ancora che alla prima fase nei 10.000 Maniacs, ai dischi solisti, che hanno permesso alla voce di spaziare su diversi generi, dalla canzone d’autore al rock, dalle cover alle rivisitazioni folk.
Proprio in questo campo la Merchant ha pubblicato il suo ultimo lavoro, ormai nel 2003. “Leave your sleep” è la prima uscita pubblica in quasi sette anni, se si eccettua una raccolta nel 2005 e un DVD. Ed è – inevitabilmente? – doppio, vista la lunga assenza. Ma non un doppio di quelli del tempo del vinile, ma un doppio CD: 26 brani, quasi 3 ore di musica.
Beh, preparatevi a salire sulla giostra, che qua se ne vedono delle belle: la Merchant ha scelto di mettere in musica poesie e scritti di gente come Robert Louis Stevenson, Robert Graves, e Christina Rossetti (sorella di Dante Gabriel Rossetti), proseguendo in parte sulla scia di “The carpenter’s daughter”.
Se in quel caso, il termine “folk” era inteso in senso abbastanza stretto, qua la Merchant lo intende in senso molto più ampio, passando dalle influenze irlandesi al country, dal klezmer al r‘n’b, esplorando le diverse facce delle eredità musicali anglosassoni e non solo, ogni tanto sconfinando in sonorità world. Ad aiutarla c’è gente come Medeski, Martin & Wood, i Klezmatics, Wynton Marsalis.
“Leave your sleep” è un capolavoro, e non soltanto per l’interpretazione della Merchant, la cui profondità vocale non è una sorpresa, ma anche per la maestria musicale degli arrangiamenti. E’ difficile scegliere una o più canzoni da citare, come si fa nelle recensioni di solito: non c’è un brano debole in “Leave your sleep”. Ed è vero che 26 canzoni sono troppe, che è facile disperdersi, che forse poteva pubblicarle in più volumi. Ma il progetto di questo disco è talmente particolare che valeva la pena portarlo alla gente in un colpo solo; per chi si spaventa di fronte a tanto materiale, verrà comunque pubblicata anche una versione “ridotta” di 16 brani.
Insomma: “Leave your sleep” conferma l’intelligenza e la raffinatezza musicale di questa grande, grandissima cantante. Speriamo presto di rivederla alle prese con brani originali (i suoi primi tre dischi da solista sono uno più bello dell’altro…), ma per il momento non c’è davvero di che lamentarsi.

(Gianni Sibilla)

aprile 10, 2010 at 11:53 am 1 commento

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