Archive for settembre, 2009

Black Crowes – Before the frost… until the freeze ( cd – lp )

I Black Crowes sono il miglior gruppo di rock & roll attualmente in servizio. I fratelli Chris e Rich Robinson hanno messo assieme il gruppo dal lontano 1984 ed il loro Southern Harmony del 1992 è entrato in più di una classifica dei migliori album di tutti i tempi (è prossimo un big remaster deluxe…). Nello scorso anno questi renegades di Atlanta (Georgia) sono tornati alla ribalta con una formazione nuova fiammante che comprende Luther Dickinson dei North Mississippi All Star alla chitarra e con un album, Warpaint, che rappresenta un manifesto nel suo ispirarsi al magnifico suono dei Rolling Stones di Sticky Fingers, quelli grandi dei primi anni settanta. Quest’anno è già uscito un album doppio dal vivo, Warpaint Live, che comprende da una parte l’intero Warpaint in concerto canzone per canzone, dall’altra un poker di covers d’annata di Eric Clapton con Delaney And Bonnie, Moby Grape e Rolling Stones (da Exile On Main Street, of course).Alla luce del nuovo disco quel Warpaint Live si trova a rappresentare il traghettatore fra gli “Stones” di Warpaint ed il rock americano anni settanta di Before The Frost

Già l’inusuale (per la band) bucolica copertina rappresenta un richiamo al rock poetico di Neil Young o della Band, ed il contenuto non viaggia molto lontano da questi binari.
I sei ragazzi (più Larry Campbell al banjo ed al fiddle) hanno affittato lo studio di Levon Helm a Woodstock (non lontano da dove Springsteen ha registrato con la Seger Sessions Band) e portato un pubblico di amici hanno registrato dal vivo le canzoni di questo doppio album. Due dischi che si sono trovati divisi nelle due parti Before The Frost… e Until The Freeze, due gradazioni del lungo e freddo inverno.
Before The Frost… contiene undici canzoni molto belle e orecchiabili, che potrebbero essere uscite da qualche disco made in USA a cavallo del 1970. A me fanno pensare a Stephen Stills o a Derek & The Dominos
Alcuni sostengono che i Crowes siano più fumo che arrosto e più arrangiamenti che canzoni. Io “posso saltare sul tavolo con i miei stivaletti da cowboy” ed affermare che se Before The Frost fosse uscito nel 1971 oggi sarebbe su tutte le enciclopedie del rock, e per me è già un instant classic. Ascolto e riascolto le belle canzoni, da Appaloosa “Appaloosa, take me home, where I can dream my days away” a A Train Still Makes a Lonely Sound, dalla Been A Long Time (Waiting On Love) dal sapore di creedence e dalle chitarre elettriche che si intrecciano per otto minuti, alla beatlesiana And The Band Played On alla dolce ballata di Last Place That Love Lives.
Il secondo disco, gemello del primo, intitolato …Until The Frost, ha la stessa bucolica copertina ma coperta di neve. Sono altre nove canzoni tratte dalle stesse session a Woodstock, ma accomunate dalla chiave country. Until The Frost è il Sweetheart Of The Rodeo dei Black Crowes. Si apre con un lungo e ipnotico raga in sapore folk blues dal titolo Aimless Peacock, che nella versione in vinile apre lo show. E poi altre otto belle ballate fra cui un titolo proprio di Stephen Stills, So Many Times.
Un lavoro notevole, godibile e divertentissimo. E questo per me dovrebbe essere il rock & roll.
Blue Bottazzi

settembre 15, 2009 at 9:42 am Lascia un commento

Harvestman – In a dark tongue ( cd – lp )

L’oscura lingua è un idioma astratto che attanaglia le membra, ma solo dopo essersi insinuato nei pigmenti del cervello. Tutte tappe intermedie però. La lingua oscura ha come traguardo finale l’anima, sondarne gli impalpabili recessi, invaderla per agitarsi al suo interno. Dal sapore fortemente ascetico, come il precedente e primigenio capitolo “Lashing The Rye”, In A Dark Tongue è vibrazione allo stato puro che s’intreccia e deforma, segue percorsi autonomi disegnando la mappa di uno strano pianeta in cui zone d’ombra e luce si avvicendano, si compenetrano creando un amalgama dall’essenza unitaria ma nel contempo eterogeneo nella forma in cui viene esposta. Forze cosmiche si allungano e comprimono in maniera elastica (Headless Staves Of Poets) o affrescano mentali atterraggi sul suolo lunare (Birch-Wood Bower). Nei frammenti più ambientali e destrutturati potremmo chiamare in causa Brain Eno. Ad orchestrare questo psicotico trip onirico è Steve Von Till dei Neurosis, intestatario unico della ragione sociale Harvestman. Una scelta giusta e necessaria quella di usare un moniker differente in parallelo alla sua carriera solista, un mezzo per indagare meandri creativi finora inesplorati anche con la sua band-madre (ma molto prossime però alle sperimentazioni griffate Tribes Of Neurot). Discostatosi dai toni celtici del primo album, Harvestman viaggia senza toccare il suolo, eccezion fatta per il mantra ossessivo di By Wind And Sun, odissea di ben quindici minuti sostenuta dalla batteria e dal cantato reiterato dello stesso Von Till: qui è davvero forte l’ascendenza del rock psichedelico degli anni ’60. Si traversano oceani interiori venati da correnti imperiose (The Hawk Of Achill) o ci si affaccia su ampi spazi, proprio come farebbero gli Earth più ariosi (World Ash). Climi mediorientali che sembrano avvolgere un asceta in piena meditazione in un punto sperduto nel deserto mentre il sole s’è arrossato, intento nella sua discesa per lasciar posto alle tenebre (Music Of The Dark Tongue), emergono pure spirituals bucolici dai chiari motivi melodici figli del folk americano (Eibhli Ghail Chiuin Ni Chearbhail), in tutte queste sfumature “In A Dark Tongue” non perde un briciolo d’ispirazione, ogni tassello è mirabilmente ordinato. Sono vivi e di fondamentale importanza gli insegnamenti del kraut più etereo e spaziale (i Tangerine Dream benedicono spiritualmente la gran parte del materiale di questo album), ma si osservano intarsi lisergici scolpiti dalla mano sempre attuale dei Pink Floyd. Le astrazioni provenienti dal drone ringhiano in Carved In Aspen, il cui arpeggio oscuro acuisce una tensione densa come una nebbia impenetrabile e in questo psicotico trip, nella title-track ed in Karlsteine, a far capolino ci sono anche i maestri Skullflower. Album dalle multiformi prospettive e dalle svariate variazioni cromatiche, “In A Dark Tongue” dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’enorme estro creativo di Steve Von Till, uno che ovunque mette mano non sbaglia di una virgola. Musica che parla alla mente, che si annida nello spirito.

 

Marco Giarratana

settembre 14, 2009 at 7:00 pm Lascia un commento

L’Onda di Dennis Gansel ( dvd )

Reiner (il bravo Jürgen Vogel) è un insegnante punkettone di un liceo tedesco. Quando un antipatico collega gli soffia il corso tematico sull’anarchia che avrebbe voluto tenere, è costretto a ripiegare sul tema “autocrazia”. I suoi studenti – già di per loro non particolarmente motivati – non capiscono perché approfondire la questione, giacché secondo loro una dittatura in Germania, oggi,  non sarebbe di certo più possibile. Reiner decide allora di sfidare i ragazzi, contribuendo a far sì che la classe sviluppi una sorta di totalitarismo di cui lui è leader e loro i membri. Inizialmente la disciplina, l’uniforme comune e tutto il resto contribuiscono ad abbattere le barriere tra gli eterogenei gruppi di studenti che frequentano il corso. Ma da dal positivo annesso al senso di appartenenza a a farli sentire membri di una elite che esclude e discrimina chi non è del loro gruppo (chiamato come l’onda del titolo) il passo è breve. E presto, in soli sette giorni, Reiner si trova a dover fronteggiare un fascismo nemmeno troppo strisciante che avrà tragiche conseguenze.

Tratto da un romanzo di Todd Strasser molto popolare in Germania, a sua volta basato su un fatto di cronaca avvenuto negli anni Sessanta in California, quello diretto da Dennis Gansel è un film tedesco anomalo, per stile e declinazione, meno monolitico di quel che appaia. Specie in tempi di crisi come quelli che tutto il mondo si trova a vivere, poi, mostrare quanto sia facile (e veloce) che i più deboli e insicuri trovino forza e rassicurazione in una qualsivoglia idea di appartenenza, e di come questo si possa rapidamente tramutare a sua volta nella nascita di una cultura dalle chiare tendenze autocratiche e totalitariste, non è un concetto così antiquato e peregrino. Grazie all’azzecata cifra stilistica improntata ad un dinamismo giovanilistico sempre piuttosto contenuto e sobrio, e ad un cast di giovani interpreti di buon valore, L’onda è capace di un’efficacia che in alcuni punti si avvicina quasi ad una (relativa) potenza nelle descrizioni delle evoluzioni psicologiche dei singoli e della collettività.

A voler essere spocchiosi, si potrebbe obiettare che i limiti del film di Gansel stiano nel suo assunto chiaramente pedagogico ed in una certa didascalicità dello svolgimento: ma, paradossalmente, senza queste caratteristiche, proprie della parabola a fini educativi quale è, L’onda non avrebbe avuto poi tanto senso.

Federico Gironi

settembre 9, 2009 at 12:13 pm Lascia un commento

Dead Weather – Horehound ( cd – 2lp )

Ogni anno mi pongo una sfida da vincere in campo musicale: trovare un album di musica rock che mi piaccia. Banditi tutti gli album imberbi e adolescenziali, ovviamente, nonché quelli suonati anche da Dio da vecchi scoreggioni che però compongono la stessa canzone da anni (sì, come Bruce Springsteen). Tra i “vincitori” degli scorsi anni ricordo i Jon Spencer Blues Explosion (Acme) e Otis Taylor (Definition of a Circle), autori di canzoni potenti e, soprattutto, non banali, elemento fondamentale per non smascellarsi di noia già al primo (e unico) ascolto. Questa volta il trofeo va nelle mani dei quattro componenti dei Dead Weather, un supergruppo composto da Alison Mosshart dei Kills, Jack Lawrence dei Raconteurs, Dean Ferita dei Queens of the Stone Age e Jack White dei White Stripes…e credetemi, non ci avrei scommesso un centesimo. Con Horehound, i Dead Weather riescono esattamente nell’intento di suonare in maniera poderosa canzoni rock dalla struttura diversa dal solito, dando all’ascoltatore quel “kick” che si richiede da album di questo genere. La stampa specializzata, abituata a usare l’hype e ad ascoltare i promo è riuscita a inanellare varie inesattezze. Il gruppo non è uno spin-off dei White Stripes e Jack White non è la firma principale dietro le sue canzoni. E’ invece la Mosshart a scriverne la gran parte e a cantarle praticamente tutte, mentre White si ferma a una canzone tutta sua (un convincente ibrido rock-reggae Cut like a Buffalo) e a tre collaborazioni. Tornando alla stampa, notevole anche il recensore di Q che non sa che New Pony è una cover di Bob Dylan, che il gruppo rifà in maniera convincente ma non superiore all’originale. Non vi serve sapere altro: questo album “spacca”, per usare lo slang ggiovane di oggi.

Piccola curiosità: il modo di cantare della Mosshart in Hang you from the Heavens mi ha spinto a riascoltare un vecchio gruppo degli anni ’80, i Missing Persons dei coniugi Bozzio e Warren Cuccurullo. La nostalgia canaglia che provo verso il loro album d’esordio – Spring Session M del 1982, uno dei primissimi che acquistai quasi trent’anni fa – di rock-new wave Losangelina mi spinge a scrivere che mi ricordano i Horehound anche se non è certamente così. Non fateci caso.

 

Voto: 8

 

crisgras

settembre 5, 2009 at 5:27 pm Lascia un commento

Arctic Monkeys – Humbug ( cd – lp )

Quando nella canzone rock ci si torna a muovere per riff invece che per strati e sequenze di accordi l’ascoltatore attento tende in linea di massima a pensare di trovarsi davanti un buon brano. Questo accade perché, in effetti, un solido “giro”, specie se di basso, caratterizza una melodia meglio e in maniera più ancorata di una sequenza armonica.
Gli Arctic Monkeys, nonostante la loro giovane età, in questo sembrano dei navigati professionisti. Così, ascoltando il loro nuovissimo album, il terzo di una breve ma intensa carriera iniziata nel 2002, pare spesso essere tornati da una parte agli anni ’60, e dall’altra ai primi ’80. In Humbug aleggia infatti lo spettro degli Yardbirds più lisergici (My Propeller, un ottimo pezzo) o dei Cream di Tales of Brave Ulysses, o quello del Jimi Hendrix più visionario e mod; dall’altro lato quello della schizofrenia appena digitale dei Killing Joke degli esordi (Dangerous Animal) fatta di delay, pre delay e compressione ai limiti dell’embolia, passando pure per il Bowie berlinese (The Jeweller’s Aids). E se la cosa funziona è, soprattutto, perché si avverte come la band senta di non dover più dimostrare nulla a nessuno, e dunque si sia permessa di mettere insieme il disco in una libertà quasi totale.
Probabilmente, dopo essersi battuti per il pieno riconoscimento della propria personalità, con Humbug gli Arctic Monkeys sono ora a una svolta che si preannuncia controversa. Alex Turner, ad esempio, rinuncia a una parte della sua smaccata eloquenza nelle liriche a favore di maggiori allegorie che lasciano a volte senza fiato come nella epica secchezza di Dance Little Liar. Ma, più in generale, è importante sottolineare come qui gli Arctic Monkeys sottoscrivano, con la loro forza di propulsione, le motivazioni serie di una band finalmente vera che – dopo una partenza fulminante – ha dovuto sudare le fatidiche sette camicie per dimostrare di essere qualcosa di tangibile e di sostenibile nel tempo. Ma, con singoli come Crying’ Lighting, possono dormire sonni tranquilli e non temere niente. La recessione musicale non abita più qui.

settembre 5, 2009 at 5:25 pm Lascia un commento

The Wrestler di Darren Aronofsky ( dvd )

A due anni dal suo ultimo film, “The Fountain“, il regista dell’apprezzato “Requiem for a Dream”, Darren Aronofsky torna a parlarci con il linguaggio che ama di più, ma questa volta lo fa con un’opera molto diversa dai suoi precedenti lavori.
Forte infatti era il desiderio di raccontare una storia, come quella di un ex wrestler professionista, della sua difficile, malinconica, convivenza in un mondo, che sembra avergli voltato le spalle per sempre.
Una pellicola, dallo straordinario impatto emotivo e narrativo, che ci regala un protagonista su tutti, in una prova maiuscola, forse la più alta della sua carriera.
Già quel Mickey Rourke, che nella vita, tante volte, ha conosciuto la celebrità, è caduto, si è rialzato, ha vissuto sulla propria pelle (ricordiamo che per anni ha abbandonato il cinema per darsi al pugilato) la fatica, il sacrificio di rimettersi in gioco, centra l’obiettivo giusto e rinasce a nuova vita, ma questa volta lo fa davvero.
La sua interpretazione è davvero potente, sincera, commovente, perfetta.
L’umiltà con la quale Rourke si avvicina al personaggio, fisicamente e psicologicamente, ci spiazza a tal punto, che gli anni di insuccessi, di silenzi, di buio, sembrano essere dimenticati.
In realtà qualche spiraglio positivo lo si era già intraveduto dal suo cameo in “Sin City” di Robert Rodriguez, ora però qualcosa è mutato veramente, il talento puro, quello nascosto, quello forse mai emerso, è ben visibile e ci emoziona.
Il regista racconta in maniera preziosa la vita dello sportivo, prima nell’Olimpo dei grandi, ora a fare i conti con gli anni che passano, col fisico che non regge (subisce un infarto), con l’udito e la vista che non funzionano più come una volta.
E in questa risalita professionistica, e umana, è lì che trova nuovi stimoli, recuperando non solo la gloria perduta e il rispetto dei suoi tifosi, ma anche l’affetto della figlia, (l’ottima Evan Rachel Wood) che sembrava aver perso.
Cerca un appoggio, e forse lo trova nell’amore di una spogliarellista (Marisa Tomei), si adatta ai lavori più difficili, vive ai margini, grida la sua amarezza, non si abbatte, vince l’ultimo match, quello con la vita.
Aronofsky ha grande merito non c’è che dire, non solo per costruire una storia intensa come questa, ma anche per come ci mostra un mondo di stelle, in questo caso quelle degli ex lottatori, che sembra forse metafora, dell’Hollywood degli alti e bassi, fatta di trucchi e stratagemmi, con i suoi momenti d’oro, con i suoi declini più tristi, con le sue vane glorie.
The Wrestler ha il merito di farci vedere e scoprire un mondo, Rourke quello di essere il faro più luminoso

Andrea Giordano

settembre 4, 2009 at 7:22 pm 1 commento

The Reader di Stephen Daldry ( dvd )

La difficoltà di misurarsi con un passato dal peso insostenibile e la trasmissione della responsabilità morale da una generazione all’altra: sono questi i temi alla base della vicenda raccontata nel film “The reader”, adattamento cinematografico del romanzo “A voce alta”, dell’autore tedesco Bernhard Schlink. Diretto da Stephen Daldry, il regista di “The hours”, e sceneggiato dal drammaturgo David Hare, “The reader” rievoca gli orrori dell’Olocausto tramite lo sguardo attonito e partecipe di Michael Berg, un ragazzo tedesco che, seppure indirettamente, si trova a fare i conti con il periodo più tragico nella storia della Germania. A differenza della maggior parte delle pellicole sull’Olocausto, però, il film di Daldry assume una prospettiva decisamente inusuale: quella del rapporto, allo stesso tempo erotico ed affettivo, che unisce il protagonista alla misteriosa Hanna Schmitz, una donna che nasconde un inquietante segreto.

La narrazione, sospesa fra passato e presente, ripercorre diversi momenti nella vita di Michael Berg, interpretato da ragazzo da David Kross e in età adulta da Ralph Fiennes. La prima parte del film, che si svolge verso la fine degli Anni ’50, è incentrata sulla relazione fra Michael ed Hanna Schmitz (Kate Winslet), una donna più matura che con disarmante disponibilità si offre di soddisfare i desideri sessuali del giovane. Ma questa “iniziazione” si rivela ben presto un percorso a doppio senso: se Michael, alla soglia dei sedici anni, vive i suoi primi turbamenti erotici fra le braccia di Hanna, quest’ultima proprio grazie a Michael ha modo di accostarsi alle grandi opere della letteratura (Omero, Cechov, Lawrence). La passione dei corpi si fonde così con l’anelito alla cultura, che dalla pagina scritta si manifesta attraverso la voce (quella del “lettore” del titolo), suggellando un legame di straordinaria intimità.

La sezione centrale della pellicola è ambientata invece nel 1966, quando Michael, che ora è uno studente di legge, assiste ad un processo contro un gruppo di ex guardie carcerarie dei campi di concentramento, accusate di aver provocato la morte di trecento donne ebree. È in questa occasione che si verifica la dolorosa presa di coscienza del protagonista, il cui animo è ora scisso fra i suoi sentimenti verso Hanna e la repulsione per le atrocità consumate durante lo sterminio degli ebrei. Il personaggio di Hanna risulta dunque emblematico della condizione – culturale oltre che morale – della Germania durante il nazismo: il suo inconfessato analfabetismo (che, a livello metaforico, può anche essere letto come un “analfabetismo etico”) è indice del comportamento debole e sottomesso di un popolo che, con il suo silenzio e la sua passiva obbedienza, si è reso complice dei crimini del Terzo Reich. E Michael, pur appartenendo ad un’altra generazione (quella che non ha vissuto in prima persona il dramma del nazismo), è costretto comunque a confrontarsi con questo senso di colpa collettivo; soltanto nei suoi occhi carichi di sgomento è possibile intravedere il futuro di una nuova Germania.

Nel trattare questioni tanto delicate e complesse, il film evita di adottare soluzioni troppo facili o consolatorie: l’umanità di Hanna, che lo spettatore impara a considerare come una persona prima che come una criminale, non diventa mai un elemento di giustificazione per le sue colpe. E nell’epilogo, la storia ci mostra come non esista alcuna forma di redenzione per ciò che è avvenuto: il passato non si può modificare né dimenticare, si può solo prenderne atto e continuare a vivere. Con “The reader”, Stephen Daldry firma una pellicola dura ed emozionante, che può contare su un’accurata ricostruzione d’epoca (impreziosita dalla fotografia di Chris Menges e Roger Deakins) e su un eccezionale gruppo di attori, tutti bravissimi (incluso il diciottenne David Kross). Kate Winslet, per la sua toccante interpretazione nella parte di Hanna, ha ricevuto il premio Oscar come miglior attrice ed il Golden Globe. Lena Olin compare nel doppio ruolo di Rose Mather, una donna sopravvissuta ai campi di sterminio, e di sua figlia Ilana. Dedicato alla memoria di Anthony Minghella e Sydney Pollack, co-produttori del film.

settembre 2, 2009 at 11:19 am Lascia un commento

Mum – Sing along to songs you don’t know ( cd – 2lp )

I Mum sono cambiati. Organico, filosofia, bouquet sonoro, tutto in questa seconda fase della band islandese emana un profumo diverso rispetto a prima. Per la verità lo spartiacque del loro stargate musicale fu il disco di due anni fa, “Go Go Smear The Poison Ivy”. A partire da quell’album, infatti, attorno ai membri cardini Gunner Tynes e Orvar Smàrason, s’è accomodato un collettivo di musicisti isolani con esperienze diverse alle spalle, su tutti la cantante e violoncellista Hildur Gudnadòttir. Dunque scordatevi i primi Mum, quelli spettrali, minimali, dark, lasciateveli alle spalle soprattutto alla luce del nuovo ed estivo Sing Along To Songs You Don’t Know. Un disco colmo di pieni e vuoti, un’intera orchestra che aggiunge inserti sonori e che poi gradualmente li sottrae. Una montagna che si sbriciola e che si ricompone in ralenti. Dall’esplosione di luci e strumenti in Prophecies & Reversed Memories ai rigagnoli di If I Were A Fish, quello dei Mum, così, è un mondo tutto da attendere, nei suoi cieli paurosamente scuri e nei mattini che si svegliano allegri. Non manca certo la passione di Smàrason per le musiche elettroniche per consolle in pieno stile Amiga-Commodore (The Smell Of Today Is Sweet Like Breastmilk In The Wind) e qualche musica “sigurosiana” (sembra un plagio Show Me), ma insomma è l’intero succo di queste “canzoni sconosciute” che ben fermenta dentro allo stomaco. Un pezzo come Illuminated ad esempio, tra cori, percussioni, xilofono, violino a rasoio è la perfetta icona di un disco imbottito di suoni e di motivi per essere ascoltato. Perché si prova gusto allo stesso modo lasciandosi andare alla preghiera pagana Ladies Of The New Century che alla filastrocca pop Hullaballabalù e si vive con partecipazione sia la parabola barocca A River Don’t Stop To Breathe che la psichedelica Last Shapes Of Never (pezzo splendido). E dunque piace molto questo nuovo corso dei Mum, forse adesso prima europei che islandesi. Forse ora meno schiavi di un cliché stilistico. Forse finalmente band completa.

Riccardo Marra

settembre 2, 2009 at 11:14 am 1 commento

Gran Torino di Clint Eastwood ( dvd )

“Non c’è nulla di sbagliato nell’America che non possa essere curato da ciò che c’è di giusto nell’ America”. Queste famose parole dell’ex presidente Usa Bill Clinton sono la prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver visto Gran Torino. Tra i pregi dell’ultimo film di Clint Eastwood c’è infatti quello di riuscire a mostrare le due facce opposte di un grande Paese come gli Stati Uniti, per di più condensandole all’interno di un unico personaggio.

Walt Kowalski è un uomo in età avanzata che ha passato una vita in catena di montaggio alla Ford e vive da decenni nella stessa abitazione in un quartiere periferico di Detroit (la stessa città che oggi è in ginocchio per la crisi dell’automobile). Reduce della guerra di Corea, Kowalski non nasconde la sua ostilità e il suo atteggiamento razzista verso gli immigrati Hmong (un’etnia originaria dell’Asia sudorientale) che stanno invadendo il suo quartiere, trasferendosi nelle case appartenute un tempo ai suoi amici.

Kowalski
è un burbero indurito dalla vita e tormentato dall’incubo della guerra e delle atrocità alle quali è stato costretto. Ha con i due figli e le rispettive famiglie un rapporto quasi da estraneo, e gli unici beneficiari del suo affetto e della sua devozione sono la sua cagna Daisy e la sua Ford Gran Torino, che cura e coccola come una moglie (quella vera è morta).

Ma un poco alla volta, a rompere il muro di durezza che quest’uomo ha eretto attorno a sé saranno il giovane Thao e la sorella Sue Vang Lor, trasferitisi con la loro famiglia Hmong nella casa accanto a quella di Walt. E quando i due adolescenti finiscono nel mirino di una gang asiatica della zona, il veterano Kowalski è costretto a imbracciare di nuovo il fucile per difendere coloro ai quali tiene di più.

Come sottolineato da molti, Gran Torino è un film sulla redenzione. Di un Paese, ancor prima che di una persona. In questo senso, la pellicola è una perfetta metafora dell’America di Obama, che dopo gli 8 terribili anni dell’era Bush si è riscattata buttando finalmente all’aria oltre due secoli di pregiudizi razziali e guardando in faccia al futuro.

Il film, chiariamolo, non è esente da pecche. La regia non è sempre perfetta e alcune scene – penso in particolare ad alcuni scontri fisici – pagano il fatto di essere un po’ legnose e impacciate. Ma non è questo il punto: il film è un capolavoro semplicemente per il suo contenuto umano e per la sua statura morale. Osservando l’evoluzione e il riscatto di Kowalski, noi capiamo molte cose su noi stessi, sulle contraddizioni e i pregiudizi che dominano la nostra vita.

Nel personaggio di Walt si ricongiungono il mito western della frontiera e le sfide odierne cui l’America (e tutto il mondo occidentale) deve fare fronte. E qui emerge la grande generosità e nobiltà che questo Paese sa richiamare nei suoi cittadini in tempi di crisi. Clint Eastwood dà vita a un’interpretazione che non brilla dal punto di vista della varietà di espressioni facciali ma che va dritta al cuore dello spettatore per la sua onestà e verità.

Uno dei maggiori punti di forza del film è poi il modo in cui viene trattato il tema dell’amicizia: non solo quella tra Walt e i due giovani Hmong che gli abitano accanto, ma anche la squisita goliardia che lega l’uomo al suo barbiere italo-americano (protagonista di alcune delle scene più spassose del film).

E soprattutto, la solidarietà che finisce col crearsi tra Walt e il giovane parroco del suo quartiere: nei loro dialoghi e nei loro contrasti vediamo emergere con forza e onestà diversi interrogativi sulla vita e la morte, su ciò che rende una vita degna di essere vissuta e sul ruolo che la religione ha in questa vita.

Entrambi alla fine si mettono in gioco e riescono a incontrarsi a metà strada, non più divisi dai reciproci steccati ideologici.
Potrei dire molto altro, ma non voglio farvi perdere tempo. Sono sicuro che questo film vi commuoverà, vi divertirà e vi farà riflettere come ha fatto con me.
(Recensione di Angier)

settembre 1, 2009 at 11:54 am Lascia un commento

Joe Henry – Blood from stars ( cd )

Con Joe Henry, il gioco delle assonanze e dei rimandi funziona fino a un certo punto. Perché, d’accordo, può ricordare Elvis Costello, però non è altrettanto cinico; va bene, certe atmosfere paiono sottratte a Tom Waits, ma quello domiciliato presso la Asylum; ok, concediamo anche che la penna evochi Randy Newman, sottolineando come questo sia complimento tra i più belli per un cantautore d’oltreoceano. Però tutti costoro non sono mai interamente presenti e li osservi intenti a darsi il cambio sotto lo sguardo vigile dell’autore in canzoni eleganti, colte, personali.

Insomma, quando sullo stereo gira qualcosa di Joe te ne accorgi subito e idem se è un lavoro cui ha messo le mani in sede produttiva. Sta lì buona parte del talento suo, giacché aiutare gli altri a concretizzare quanto gira in testa serve ad averle di già chiare le tue, di idee. Se non è di Giamaica o elettronica che parliamo, sono pochissimi i produttori ad essersi cimentati con una brillante carriera autoriale di là del banco: ricordiamo giusto Brian Eno e Daniel Lanois, qui un riferimento per talune atmosfere sospese e cinematiche.

Dunque con questo fanno più di vent’anni sulle scene e una sfilza di lavori mai banali o sfocati; almeno un capolavoro (Scar, del 2001) e una ressa da non credersi per la medaglia d’argento. Alla quale da oggi partecipa Blood From Stars, a un’incollatura dal podio in virtù della penna al solito scintillante di jazz e country, di latinità e New Orleans; per la scrittura puntuale e ogni stile restituito con personalità. Basta a farlo il gran disco che è, non vi fosse lo stuolo di ospiti di rodata abilità e nuovi talenti come il figlio Levon – diciassette anni e bel soffiare sax soprano – o il pianista Jason Moran, ognuno che offre arti e cervello a un talento cristallino. Che mostra forza senza limitarsi a citare ironicamente o ricalcare senza vergogna come i troppi “vorrei ma non posso” odierni. Che allestisce un’ora compatta di “american sound” trasversale e urbano, blues della mente venato di jazz e prezioso di intarsi e dettagli certosini.

Più di tutto contribuiscono alla sensazionale riuscita la risacca All Blues Hail Mary e una The Man I Keep Hid dritta da Good Old Boys; le missive dalla Louisiana Bellwether e Death To The Storm; una serena Channel e il babà jazzato Over Her Shoulder; quel sapore latino che emerge da This Is My Favourite Cage e l’epopea filmica Suit On A Frame. Vi paiono troppe e siete scettici? Sappiate che sono solo le preferite di oggi e domani chissà. Poco da stupirsi: Joe Henry è un patrimonio prezioso, tanto più quando si rifiuta di dormire sugli allori.

(7.8/10)

Giancarlo Turra ( www.sentireascoltare.com )

settembre 1, 2009 at 11:50 am Lascia un commento


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