Arctic Monkeys – Humbug ( cd – lp )

settembre 5, 2009 at 5:25 pm Lascia un commento

Quando nella canzone rock ci si torna a muovere per riff invece che per strati e sequenze di accordi l’ascoltatore attento tende in linea di massima a pensare di trovarsi davanti un buon brano. Questo accade perché, in effetti, un solido “giro”, specie se di basso, caratterizza una melodia meglio e in maniera più ancorata di una sequenza armonica.
Gli Arctic Monkeys, nonostante la loro giovane età, in questo sembrano dei navigati professionisti. Così, ascoltando il loro nuovissimo album, il terzo di una breve ma intensa carriera iniziata nel 2002, pare spesso essere tornati da una parte agli anni ’60, e dall’altra ai primi ’80. In Humbug aleggia infatti lo spettro degli Yardbirds più lisergici (My Propeller, un ottimo pezzo) o dei Cream di Tales of Brave Ulysses, o quello del Jimi Hendrix più visionario e mod; dall’altro lato quello della schizofrenia appena digitale dei Killing Joke degli esordi (Dangerous Animal) fatta di delay, pre delay e compressione ai limiti dell’embolia, passando pure per il Bowie berlinese (The Jeweller’s Aids). E se la cosa funziona è, soprattutto, perché si avverte come la band senta di non dover più dimostrare nulla a nessuno, e dunque si sia permessa di mettere insieme il disco in una libertà quasi totale.
Probabilmente, dopo essersi battuti per il pieno riconoscimento della propria personalità, con Humbug gli Arctic Monkeys sono ora a una svolta che si preannuncia controversa. Alex Turner, ad esempio, rinuncia a una parte della sua smaccata eloquenza nelle liriche a favore di maggiori allegorie che lasciano a volte senza fiato come nella epica secchezza di Dance Little Liar. Ma, più in generale, è importante sottolineare come qui gli Arctic Monkeys sottoscrivano, con la loro forza di propulsione, le motivazioni serie di una band finalmente vera che – dopo una partenza fulminante – ha dovuto sudare le fatidiche sette camicie per dimostrare di essere qualcosa di tangibile e di sostenibile nel tempo. Ma, con singoli come Crying’ Lighting, possono dormire sonni tranquilli e non temere niente. La recessione musicale non abita più qui.

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