Archive for febbraio, 2009

Ollabelle – Before this time ( cd )

Il vero fan di un artista è quello che non si fa mai sorprendere dal nuovo disco del proprio beniamino perché ne ha seguito passo a passo le scorribande live, vivendone così in diretta i progressi e i cambi di direzione. Sarà dunque l’impossibilità di concedere tanta attenzione a tutti la ragione per cui l’ascolto di Before This Time degli Ollabelle ci coglie leggermente impreparati, colpa del comprensibile pregiudizio verso un disco live uscito dopo solo due dischi in studio, un’operazione che sa inevitabilmente di band che tergiversa in attesa di tempi creativi migliori. Invece Before This Time è uno di quei dischi live che fa storia a sé, o se preferite, è già di per sé il vero e proprio terzo album degli Ollabelle. Non tanto perché la scaletta offra qualcosa di particolarmente nuovo: quattro brani (Before This Time, John The Revelator, Elijah Rock e Soul Of A Man) vengono dal primo disco del 2004, mentre due (Troubles Of The World e See Line Woman) dall’acclamato Riverside Battle Songs del 2006, e più che altro la band continua a basare il proprio repertorio principalmente su rivisitazioni di traditionals o brani altrui.

Ma Before This Time porta nei nostri stereo una jam che amalgama a perfezione folk, blues, gospel, bluegrass e persino un tocco di jazz, con una tendenza a destrutturare, ad improvvisare, a lasciare liberi di movimento gli straordinari musicisti che compongono il gruppo (le belle voci e chitarre di Fiona McBain e Amy Helm, il bassista Byron Isaacs, il batterista Tony Leone e soprattutto le splendide tastiere di Glenn Patscha). C’è pure la chitarra di Larry Campbell (già produttore del loro secondo disco) in alcuni brani, e c’è anche una serie di ospiti mai di contorno ai fiati. I brani già in repertorio di questo combo newyorkese vivono dunque una nuova vita, trovano un ritmo insolito che va a piazzarsi tra una jam mattutina con i JJ Grey & Mofro, un tè delle cinque preso con i Cowboy Junkies e una nottata passata sui dischi dei Grateful Dead. E proprio quest’ultimi rivivono in una Brokedown Palace pienamente votata al gospel, mentre la dolce Amy non nasconde le proprie origini trascinando la band nel coro di Ain’t No More Caine, brano che papà Levon masticava nelle cantine di Big Pink quando lei non era ancora nata.

Il loro grandissimo merito è quello di strabiliare con materiale scontatamente orecchiabile ai più come Saints, che altro non è che When The Saints Go Marchin’In infarcita di mille altre citazioni, o di pescare brani poco noti come Looked Down The Line di Sister Rosetta Thorpe e farli volare in alto. Il limite resta invece quell’impressione che abbiano molto da dare e poco da dire. Poco male, di band capaci di creare opere a sé stanti su un palco ne sono rimaste davvero poche, a scrivere belle canzoni ci pensino pure i mille songwriters che invadono le strade americane, noi teniamoci intanto ben stretti musicisti di tal livello e sensibilità, fintanto che se ne fanno ancora.

(Nicola Gervasini)

http://www.rootshighway.it

febbraio 24, 2009 at 6:50 pm 1 commento

Sanremo Cult Trash – Jalisse, il cerchio magico del mondo ( cd )

Assoluti trionfatori del Festival di Sanremo del 1997, il duo dei Jalisse danno successivamente alle stampe addirittura per la Sony/Columbia il loro album d’esordio, Il Cerchio Magico del Mondo, contenente il brano vincente Fiumi di Parole. La loro vittoria al Festival è l’apice sublime della manifestazione musicale italiana cult-trash per eccellenza dal 1951 ad oggi, una vittoria non giustificata neanche da palesi handicap dei due “artisti” (il cosiddetto “effetto Ray Charles” che fece vincere Annalisa Minetti, Aleandro Baldi etc.), dunque assolutamente inspiegabile. Eppure, questa versione da autogrill degli Eurythmics riesce a ipnotizzare le varie giurie di qualità (sic), riuscendo a surclassare in classifica gente come i Ragazzi Italiani, Randy Roberts, Massimo Caggiano e addirittura Mikimix. Se non altro, il testo del brano è impegnato, tratta di un argomento delicato: la logorrea del partner. In pratica, lui parla tanto e lei, per zittirlo, stremata gliela da’. Capolavoro assoluto. L’album è un trionfo di “melodie” dopolavoriste che neanche Nilla Pizzi e Wilma De Angelis, con testi strepitosi per la loro vuotezza finto piena, riportati con cura (e con fior di refusi) sul booklet insieme a imbarazzanti fotografie del duo miracolato per qualche giorno. Tra i ringraziamenti (insieme al mio ad Antonio e Oreste per avermi regalato questa perla dopo anni che gli facevo la corte, unico esemplare riposto in una teca dell’Alphaville), i due tapini citano tra gli altri Valeria Marini e il loro parrucchiere Rolando. Inarrivabili. Le ultime parole famose: “Questa è una pista di decollo, per noi.” Firmato: Fabio Ricci, dei Jalisse. Primo scalo, l’oblio.

 

Canzoni consigliate:

 

1/10 (alla carriera)

 

crisgras

febbraio 23, 2009 at 5:32 pm Lascia un commento

Non desiderare la donna d’altri / Non uccidere – K. Kieslowski ( dvd )

Come negli altri capitoli del Decalogo, siamo in un casermone anonimo di Varsavia, dove il diciannovenne Tomek, venuto dall’orfanotrofio, abita una camera nell’appartamentino d’un amico. Impiegato all’ufficio postale del quartiere, accudito dalla vecchia madre dell’amico, Tomek non sa nulla dell’amore ma è ghiottissimo della dirimpettaia, una Magda sui trent’anni che la sera, quando la donna si spoglia, egli spia dalla finestra col cannocchiale. E con la quale cerca nei modi più diversi di entrare in contatto: convocandola in ufficio per un falso vaglia postale, improvvisandosi garzone del lattaio per vederla al mattino in vestaglia, telefonandole per sentire la sua voce. Per interrompere le sue espansioni con uno sconosciuto le fa piombare in casa gli operai del gas, ma viene il giorno che, non potendo più reggere la disperazione, le rivela il proprio segreto. Dapprima Magda lo insulta, poi addirittura lo provoca facendo l’amore con lo sconosciuto davanti alla finestra (e Tomek si lascia picchiare dall’amico di lei), finché la donna, incuriosita dal suo appassionato perseverare e abbandonata dal proprio amante, se lo porta in casa. Dove il ragazzo è vinto dall’emozione col solo sfiorarle le gambe, e lei vuol fargli credere che l’amore stia soltanto nel provare un attimo di piacere. Turbato da quelle parole, Tomek scappa e si taglia le vene. Quando Magda viene a saperlo, lo cerca per chiedergli perdono, ma non riesce a rintracciarlo, né la padrona di casa di Tomek intende aiutarla. Tornato dall’ospedale, il ragazzo l’ha in casa, ma a Magda è vietato avvicinarlo. Se lui è uscito adulto da quell’esperienza, a lei non resta che rimpiangerlo. Si mette al cannocchiale, e guardando verso il proprio appartamento vede se stessa confortata da Tomek. Trova nel sogno ciò che si è lasciata sfuggire, e ora sorride…
Il titolo italiano fa un gran pasticcio, perché quello originale, «Breve film sull’amore», si riferiva al sesto comandamento, «Non commettere atti impuri», anziché al nono «Non desiderare la donna d’altri», ma grazie al doppiaggio soddisfacente l’operina di Kieslowski (nemmeno un’ora e mezzo) esprime tutta la sua carica morale e la sua forza stilistica con ammirevole intensità. Kieslowski, anni 48, uscito dall’esperienza amarissima della Polonia comunista con una totale indifferenza ai destini collettivi, è oggi tutto impegnato nell’analisi dell’individuo e dei suoi problemi perenni. Se porta sul piccolo e sul grande schermo storie ispirate ai Dieci comandamenti, non è per richiamarci all’obbligo di osservarli ma per confrontarne i duri moniti con la complessità del reale. Nel suo film non c’è alcun riferimento storico o politico. C’è la rappresentazione della sofferenza umana attraverso i ritratti d’un ragazzo vergine e d’una donna matura che la vita ha deluso ma non ancora bruciato. C’è la persuasione che l’amore è necessario, forma della carità, ma spesso è difficile riconoscerlo nel groviglio di sentimenti che nutriamo (vedete la padrona di casa di Tomek, che vuole proteggerlo ma anche difendere se stessa dalla solitudine…). Guidato da un occhio asciutto, Kieslowski racconta il suo apologo con immagini, e brevi battute, di semplicità assoluta, dense di verità. Le accompagna con qualche rintocco musicale, ci aggiunge un pizzico di humour, e ci trascina con una crescente tensione che fa pensare a Bresson. Con pochissimi mezzi ci dà una gamma larga di emozioni, e ci fa conoscere un’attrice brava. Si chiama Grazyna Szapolowska, che recita con intelligenza accanto al giovanissimo Olaf Lubaszenko.

febbraio 21, 2009 at 1:20 pm Lascia un commento

Oltre il giardino – Hal Ashby ( dvd )

Nel suo penultimo film, questo “Oltre il giardino” di Hal Ashby del 1979, Peter Sellers, che morì giusto un anno dopo, ci regalò un altro indimenticabile personaggio, che gli valse fra l’altro una strameritata nomination all’Oscar ed un Golden Globe. Stiamo parlando di Chance il giardiniere, un uomo di cui ci si innamora subito per la sua ingenuità, per il suo spirito pacifico e per quello schermo che sembra circondarlo, e che gli fa scivolare addosso i problemi e la frenesia del mondo moderno. Un mondo che lui non conosce (e da cui non è infettato se non attraverso la televisione), visto che ha vissuto sempre nel giardino del suo padrone.

Il meccanismo comico su cui poggia il film è per modo di dire semplice, il classico scambio di persona. Chance, costretto a lasciare la sua casa, viene erroneamente considerato da una famiglia danarosa un misterioso ed arguto uomo d’affari; ovviamente gli equivoci si sprecano ed il risultato è esilarante. Ci sono sketch in “Oltre il giardino” che sono piccoli capolavori, vedi la prima passeggiata per le vie di Washington di Chance, resa ancora più grandiosa dall’accompagnamento musicale, una rivisitazione moderna del motivo di “2001 – Odissea nello spazio“, oppure il surreale rapporto sessuale fra il giardiniere ed Eve O’Brien (Shirley MacLaine). Il finale poi, con Chanche dotato di un potere oramai fuori controllo, è geniale. Fra molte risate non mancano una vena malinconica che rende lo spettacolo più agrodolce (lo stesso Chance è un personaggio di cui spesso si ride ma che al tempo stesso suscita un po’ di tristezza) e qualche strascico sarcastico sulla società di fine anni ’70, incapace di discriminare semplicità e profondità, e dove la televisione già iniziava a tessere il suo ben conosciuto potere.

Ovvio dare i meriti di tutto ciò alla sceneggiatura di Jerzy Kosinski, tratta dal suo stesso romanzo “Presenze” del 1971, e agli interpreti, fra cui oltre all’eccezionale Sellers meritano menzione Shirley MacLaine e Melvyn Douglas, premiato con l’Oscar per il suo Ben, un uomo d’affari moribondo. Meno in rilievo, ma non meno importante, è poi la regia di Hal Ashby, sempre precisa nel suo commutarsi da vivace a nostalgica quando la vicenda lo richiede. Una pellicola comica, infine, come se ne vedono poche, tutta da gustare.

febbraio 21, 2009 at 12:40 pm 1 commento

Lisa Hannigan – Sea sew ( cd – lp )

Habemus Lisa.

Dopo tanta attesa viene finalmente dato alle stampe il primo disco solista di Lisa Hannigan, ex spalla canora di Damien Rice, sia nel capolavoro “O” che sull’ottimo “9”, senza dimenticare i pregevoli concerti live con il cantautore irlandese.

Risale all’inizio del 2007 la rottura (artistica e professionale) tra i due. Da allora la graziosa cantante ha lavorato a questo “Sea Sew” (“Il mare cucito” – come “cucita” è anche la foto di copertina dell’album), ed i risultati sono impeccabili.

Si tratta di un lavoro davvero pregevole, dove, tra chitarre acustiche ed archi, calde armonie cristalline avvolgono canzoni dolci ed autunnali, ideali per fare da contorno ad una storia d’amore che comincia (o ad una che finisce).

Ad ammaliare è soprattutto lo squisito pop di “I dont’know”, ma anche il terzetto conclusivo composto da “Pistachio”, “Teeth” e, soprattutto, “Lille” non è da meno. Il pregio di “Sea Sew” è che, nonostante la presenza di tre musicisti presi in prestito dalla band di Rice (Tom Osander, Shane Fitzsimons e Vyvienne Long), riesce ad avviarsi su binari musicali ben diversi, prendendo le distanze dai due dischi dell’autore di “The Blower’s Daughter“.

Come se non bastasse la nostra ventisettenne venuta dalla verde Irlanda può contare su una voce in grado di far impallidire molte colleghe.

febbraio 21, 2009 at 12:26 pm Lascia un commento

Van Morrison – Astral weeks Live at the Hollywood Bowl ( cd – 2lp )

 “Astral weeks” fu di fatto il primo disco di Van Morrison dopo i Them. Nel 1967 era uscito “Blowin’ your mind“, compilato senza il parere dell’artista.
L’anno dopo, Van Morrison firma per la Warner e consegna il primo di una lunga serie di capolavori. Questo album è forse meno famoso di quello che lo ha seguito, “Moondance“, e il motivo fu che la Warner non ci lavorò granché. Van Morrison – notorio pignolo e rompiscatole, vuole la leggenda – non è mai stato contento di quell’album, e così ha deciso di reinciderlo a 40 anni di distanza. Lo ha fatto con due concerti dal vivo a Los Angeles, di cui questo album è la documentazione.
Ora, premesso che “Astral weeks” era e rimane un capolavoro checché ne dica l’autore, anche qua non si scherza. La scaletta originale è stata cambiata, per esempio spostando verso l’inizio la lenta “Slim slow slider“, che chiudeva il disco. Questo onore ora è lasciato a “Madame George“, che ha invertito la posizione con “Ballerina“. Il disco si chiude con un paio di bonus tracks non comprese sull’album originale, tra cui “Listen to the lion“, che è anche il nome della nuova etichetta autonoma di Van Morrison.
Rispetto alla versione originale di “Astral weeks”, le canzoni sono dilatate, spesso con improvvisazioni o con code che citano altri brani. Più che un “cover album”, “Astral weeks Live at the Hollywood Bowl” va inteso semplicemente come un gran bel disco dal vivo, che riporta Van Morrison ad un suono più vicino a quello dei primi dischi. Non che “Keep it simple” o “Magic time” – gli ultimi due album “normali”, inframezzati dal tributo al country di “Pay the devil” – fossero brutti. Ma è dal vivo che Van Morrison ti sposta, se è in vena giusta, e se sceglie le canzoni giuste del suo repertorio. Qua entrambe le condizioni sono rispettate, e il risultato è spettacolare.

(Gianni Sibilla)

febbraio 20, 2009 at 11:56 am 1 commento

Morrissey – Years of refusal ( cd – cd+dvd – lp )

Morrissey torna al rock, dicono le cronache. Del terzo disco dell’ex cantante degli Smiths dopo il suo ritorno sulle scene con “You are the quarry” si è detto molto, forse troppo.
Il disco è pronto dallo scorso anno, ma poi è stato rimandato per pubblicare un greatest hits. Sulla sua lavorazione circolano diverse voci: si dice che che Tony Visconti (storico produttore di David Bowie e del precedente “Ringleader of the tormentors”) sia stato licenziato, anche causa di una dichiarazione poco felice della sua protetta Karen Young durante un concerto di apertura di Morrisey. Voci smentite, sta di fatto che Morrissey è tornato a lavorare con Jerry Finn, produttore di “You are the quarry”, che poi è morto a soli 39 anni un mese dopo il completamento del disco.
Sia quel che sia, “Years of refusal” è un disco che conferma il buon stato musicale di Morrissey. E’ vero, Moz è tornato a fare rock, con canzoni schitarrate come “Something is squeezing my skull” “All you need is me” (peraltro già inclusa nel greatest hits dello scorso autunno, come “That’s how people grow up”). A dire il vero, quando Morrisey sceglie questi suoni, quelli sono i momenti in cui si sente di più la mancanza dell’ex sodale negli Smiths Johnny Marr. Poi ci sono gemme di pop orchestrale come il singolo “I’m throwing my arms around Paris“.
Personalmente, preferisco questi ultimi momenti, che i suoni troppo carichi e saturi di buona parte del disco. Ma Morrissey è Morrisey, e stiamo parlando comunque di un disco di ottimo livello.

(Gianni Sibilla)

febbraio 20, 2009 at 11:50 am Lascia un commento

V/A – Dark was the night ( 2cd – 3lp )

Nel suo ventesimo anno di attività, la Red Hot Organization pubblica la sua ventesima compilation! Il primo dicembre, in occasione della giornata mondiale per la lotta all’AIDS, la 4AD ha annunciato l’ uscita di Dark Was The Night, una compilation a favore della Red Hot Organization. John Carin, fondatore della Red Hot Organization, ha affidato la produzione di questo disco ad Aaron e Bryce Dessner dei The National. In totale sono state registrate appositamente per questa raccolta 32 tracce, che sono ora disponibili su doppio CD e triplo vinile, ed i cui proventi andranno a favore della Red Hot Organization, un’associazione di beneficenza internazionale che si occupa di raccogliere fondi per la lotta all’HIV ed all’AIDS. La Red Hot si fonda sul principio che, sebbene ad oggi non si sia trovata una cura, l’AIDS rimane una malattia che si può prevenire, e la musica è senz’altro un ottimo veicolo per diffondere questo messaggio e creare consapevolezza.

Tra i nomi coinvolti: Antony, Arcade Fire, Beirut, Andrew Bird, Bon Iver, David Byrne, Cat Power, Josè Gonzales, Iron & Wine, My brightest diamond, My morning jacket, Sufjan Stevens, Kevin Welch e Yo la tengo.

febbraio 18, 2009 at 4:59 pm Lascia un commento

Till Bronner – Rio ( cd – 2lp )

Dischi come questo sono disarmanti. Hanno tutto al posto giusto. Nessuna smagliatura. Non danno, almeno apparentemente, alcun appiglio alle feroci zanne dei critici musicali. C’è un produttore importante, Larry Klein, che garantirebbe per tutto. C’è un’etichetta prestigiosa, la Verve, e una casa discografica multinazionale, la Universal, che proteggono dalle tempeste dei mercati. Poi c’è una pletora di ospiti e guest star da far impallidire, e sessionmen che non sono da meno. C’è poi un musicista, Till Brönner, tedesco di Germania, tromba e voce alla Chet Baker, che non si nasconde certo dietro un assolo virtuosistico: sa che fare musica significa comunicare, cercare un pubblico il più vasto possibile. Il curriculum parla chiaro. La sua trasversalità non è una novità. Lo vedi ora impegnato con Dave Brubeck e Ray Brown ora con Snoop Dog e Carla Bruni. Risultato? Nel 2005 diventa il musicista jazz tedesco più venduto nella storia.  Ci aveva già provato con Oceana (2006), sempre prodotto da Klein, a trovare un crossover a 360 gradi.La sua espressività potrà sembrare troppo cool, vellutata, ma alla fine, che faccia cantare come usignoli gente del calibro di Milton Nascimento (“Misterios”, “Tarde”), Sergio Mendes (“Ela e Carioca”), Kurt Elling (“Sim ou Nao”), Luciana Souza (“Aquelas Coisas Todas”) e Vanessa da Mata (“O Que Sera”). Che si affidi alla bravura, come mai ci era dato ascoltare, di Annie Lennox (“Misterios”) e al fascino misterioso di Melody Gardot (“Alta Noite”), non può essere solo pura speculazione alle spalle del cinquantennale della bossa nova o di qualche improvvido ascoltatore. Le sirene nu-jazz e l’elettronica che spesso violenta la poesia dietro le sincopate armonie bossa, per un attimo sembrano lontane mille miglia dalla genuinità patinata di questo disco. Per fortuna.

febbraio 18, 2009 at 1:21 pm Lascia un commento

Andrew Bird – Noble beast ( cd – 2cd – 2lp )

Nobile animale, l’uomo: tra le pieghe del suo cuore la realtà si rende trasparente a sé stessa. Bestiale come ogni altra creatura, eppure sempre animato da una scintilla misteriosa. Animale, ma non solo animale: “a-non-animal”, per dirlo con il pittoresco neologismo creato da Andrew Bird per il suo nuovo disco.
“Noble Beast” è un variopinto microcosmo popolato di esseri bizzarri e di innocui sociopatici, un miraggio partorito dalla fantasia di un violino incantato: basta un cenno di archetto per spazzare via in un istante tutte le incertezze lasciate da Armchair Apocrypha, restituendo Andrew Bird all’essenza del proprio talento.

Fin dal modo in cui la melodia di “Oh No” si presta all’intreccio tra la voce morbida di Bird e quella della cantante georgiana Kelly Hogan, le ingombranti stratificazioni elettriche del precedente album lasciano il posto a un’anima acustica che rimanda direttamente alle atmosfere di “The mysterious production of eggs“.
Ecco allora riapparire quel fischiettìo vibrante e svagato, quel violino dalle movenze eclettiche, quella voce capace di librarsi con grazia Buckleyana… Ingredienti inconfondibili, ma che non per questo rendono scontata l’alchimia della musica di Andrew Bird: il segreto sta tutto nella leggerezza con cui ogni elemento sa intessersi insieme agli altri, senza che le cesellature della trama finiscano per suonare ridondanti.

Registrato per la maggior parte a Nashville, con le note dei vecchi dischi di Kris Kristofferson e degli Everly Brothers nell’aria, “Noble Beast” non si lascia costringere facilmente in un’unica definizione: tessiture ritmiche e screziature sintetiche offrono direzioni inattese ai brani, trasformando le tinte folk di “Masterswarm” in un lieve incedere dal profumo latino, mentre gli slanci che avvolgono “Nomenclature” assumono un tono quasi radioheadiano, con accenti che solo in “Not A Robot, But A Ghost” si fanno troppo marcati.
Tra battimani e irresistibili volteggi, “Fitz And The Dizzyspells” porta M Ward a lezione dai Fab Four per aggiornare il manuale della perfetta canzone pop. Il velo arpeggiato di “Natural Disaster” e il pianoforte di “Souverian” accarezzano le tenui sfumature del Beck di “Sea change”, il passo dinoccolato di “Tenuousness” rinnova il paragone con l’arguzia del Paul Simon solista; e il violino, come sempre vero protagonista della scena, alterna al caratteristico pizzicato i sapori pastorali di “Effigy” e il fluttuante lirismo di “Anonanimal“.

Sciami di insetti e microscopici protozoi attraversano i versi di “Noble Beast”, sbucando dalla copertina da sussidiario di entomologia della deluxe edition del disco (che aggiunge al programma un secondo cd interamente strumentale, dal titolo “Useless Creatures”). “Solo la melodia è pura, i testi possono essere corrotti”, si schermisce Bird. Ma per un geniale affabulatore come lui, la parola ha un fascino irresistibile.
Parole ironiche e ricercate, parole che si fanno musica per il loro stesso suono: con le proprie parole, l’animale-uomo sa costruire intorno a sé un perfetto specchio di illusioni, riducendo la realtà a un “pallido facsimile” fatto di “false conversazioni a telefoni inesistenti”. Eppure, quelle stesse parole hanno anche il potere di portare con sè “una differente nomenclatura”, di restituire alle cose il loro significato. Nomina sunt consequentia rerum, ammonivano gli antichi. In fondo è proprio in questo che sta la nobiltà dell’uomo: dare alla realtà il suo vero nome.

febbraio 18, 2009 at 1:04 pm 1 commento


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