Archive for novembre, 2008

Once di John Carney ( dvd )

Nella Dublino sempre malinconica di questi anni incerti, dove la vita diventa frenetica anche lì dove non c’è la grande città, e dove le persone si sfiorano senza toccarsi, ecco che un riparatore di aspirapolveri con il cuore spezzato ulula nella notte suonando la sua chitarra, senza che nessuno lo senta, lungo strade indifferenti.

Ma questa non è una storia di rassegnazione, bensì di speranza, e quindi, in un giorno uguale a tanti, davanti a lui si ferma una ragazza, venditrice ambulante di fiori e come in un incontro del destino, tra un aspirapolvere rotto e una canzone suonata (da lei) al pianoforte e (da lui) alla chitarra, nasce un rapporto profondamente dolce e delicato, che trascende ogni altro tipo di relazione umana come solo una volta nella vita può accadere (appunto, once).

Due vite che si intrecciano creando una favola semplice, senza principi azzurri e principesse, senza cattivi né buoni, dove il nemico da combattere è la perdita del sognare che le cose belle possano accadere quando meno ce lo aspettiamo, che un incontro possa cambiare la vita.

La passione per la musica ed una realtà non facile (lui con una storia d’amore appesa che lo fa struggere e lei emigrata dalla Repubblica Ceca con figlia e madre appresso da mantenere) li unirà nella costruzione del proprio presente e del proprio futuro al ritmo di una canzone che plasmeranno loro stessi, accordo dopo accordo, arrangiamento dopo arrangiamento.

Questa commedia dal sapore dolce-amaro, datata 2006, è diretta da John Carney ed interpretata da Glen Hansard e Marketa Irglova, che, nel marzo del 2008 nella notte più stellata di Hollywood, si sono portati a casa l’Oscar per la Miglior Canzone, Falling Slowly, ovvero la ballata romantica che fa da sottofondo all’intera pellicola e che ne ha decretato l’uscita dall’anonimato iniziale.

Proprio come nel testo della canzone, queste due vite che sembrano destinate ad un naufragio, grazie alla forza della passione per la musica, che rende possibili anche le cose impossibili, riescono a salvarsi dall’affondare, ritrovando la strada verso casa.
Quale sia la “casa” è il colpo di scena finale, che da una parte spiazza ma che dall’altra sembra essere il punto più alto della narrazione, il momento che dà un senso a tutta la storia, richiamando i protagonisti ad un atto di fedeltà talmente profondo che non sembrava più essere possibile nella società contemporanea.

 

E così come il destino può guidare verso strade che non sono previste, allo stesso modo esso pone i protagonisti di fronte ad una scelta, che solo con le loro forze ed il loro coraggio possono compiere, per poi poter finalmente cantare: “You have suffered enough / And warred with yourself / It’s time that you won” (tu hai sofferto abbastanza, e lottato contro te stesso, è tempo che tu vinca).

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novembre 30, 2008 at 5:51 pm Lascia un commento

Thomas Dybdahl – Science ( cd )

Dopo il successo raccolto in patria che gli è valso anche importanti riconoscimenti tra cui alcuni Grammy norvegesi, Thomas Dybdahl ha pubblicato il suo quarto disco per la Rykodisc. Anche se dalle nostre parti se ne sono accorti in pochissimi, questo songwriter merita davvero di essere considerato a livello internazionale e “Science” potrebbe essere l’album capace di garantirgli la meritata visibilità.
Chi si fosse perso la sua “October trilogy“, composta da “”…The great October sound”, “Stray dogs”” e “One day you’ll dance for me, New York City”, rimarrà stupito dal suono acustico di questo ventisettene.
Registrata ad Oslo con musicisti norvegesi, questa nuova raccolta sublima quanto fatto nei dischi precedenti elevando ad uno stadio superiore ricercatezze vocali e strumentali che hanno portato a paragoni illustri con Tim Buckley, John Martyn e Nick Drake. Dybdahl non è ovviamente all’altezza di questi grandi, ma ha un suono sofisticato che ne ricorda per certi versi le atmosfere aperte.
Il disco si apre con “Something real” che crea subito un fondale su cui avanzano a turno gli strumenti, placidi e scintillanti (contrabbasso, piano, archi, clarinetto, sax, chitarra, e-bow). Le canzoni prendono così una patina onirica che rende ancora più affascinante la voce dell’autore, già di per sé capace di insinuarsi in modo sognante.
Per quanto introspettivo e delicato, Dybdahl mantiene sempre uno spessore di assoluto livello grazie ad arrangiamenti stratificati che si collocano con grazia sotto il suo canto, anche quando questo sfiora il falsetto.
La scaletta poi si sviluppa quasi in medley con le tracce che si sciolgono una nell’altra succedendosi come onde: al di là delle suggestioni romantiche, per cui è raccomandato un ascolto preferibilmente notturno e in cuffia, “Science” è un disco organico che penetra l’anima con una purezza naturalista (“Thinking back to the days when the world was still my friend“).
How it feels” e “Still my body aches” non smettono di soffiare nelle orecchie e crescono su fili che risultano esili solo ad un ascolto frettoloso. Splendida anche “Always” con una partitura d’archi che sfocia in una melodia romantica e poi nella successiva “U”, armonizzata e cantata con un soul che ricorda il Jeff Buckley di “Everybody here wants you“.
Incantevole come in “This year” o ritmato come in “Maury the pawn“, quello di Dybdahl è un folk che palpita di particolari, dagli interventi dell’organo ai tocchi della steel fino ai tappetti tessuti dalle percussioni e ai ricami di una chitarra acustica raffinata come un’arpa.
In Italia la sua musica è difficile da trovare e finora impossibile da vedere dal vivo (nonostante un tour europeo con Sondre Lerche e Willy Mason), ma lui è un songwriter coi fiocchi. E “Science” è un disco altamente consigliato.

novembre 29, 2008 at 2:03 pm Lascia un commento

Possession di Andrzej Zulawski ( dvd )

Semplicemente uno dei film più allucinanti e disturbanti di ogni tempo. Il cinema di Andrzej Zulawski è considerato una sorta di tumore informe all’interno della cinematografia mondiale, e “Possession” ne è la pellicola più emblematica, in cui Isabelle Adjani (premiata a Cannes) mette i brividi e firma la sua interpretazione più convincente.
Si è scritto tanto su Possession, film maledetto (ancora oggi non è chiara la sua durata effettiva), venerato da David Lynch, il quale alla consegna del Leone d’oro alla carriera a Venezia nel 2006 lo definì la pellicola più completa degli ultimi trent’anni: horror metafisico, boutade onirico-visiva, opera provocante e malata.

In realtà il film più celebre e celebrato di Zulawski altro non è che una storia sul fallimento del rapporto di coppia. Certo, i motivi di ermetismo, se non di vero e proprio depistaggio, sono molti e disseminati non sempre con coerenza (o forse proprio per via dei numerosi tagli, mai director’s cut, che la pellicola ha dovuto subire) durante tutta la durata della pellicola. Solo altri film maledetti come “Salò o le 120 giornate di Sodoma” e “Cannibal Holocaust” hanno subito sequestri ed incomprensioni da parte della critica al pari di “Possession“.

Questa la trama: siamo nella Berlino della cortina di ferro; una Berlino immaginaria, le cui strade e piazze sono vuote quasi come se ci si trovasse all’interno di un sogno, o di un’opera di De Chirico, o ancor meglio, di Magritte. In un appartamento a ridosso del muro, metaforicamente a simboleggiare il bene e il male, yin e yang, maschile e femminile, vivono Marc ed Anna, interpretati da due bravissimi Sam Neal e Isabelle Adjani, coppia sposata con pargoletto di cinque anni. I due sono in crisi; Marc scopre che la moglie lo tradisce con Heinrich, uno strano personaggio (interpretato da un altrettanto straordinario Heinz Bennet) dedito all’uso costante di droghe che lo aiutano ad intraprendere dei favolosi viaggi onirici in cerca di Dio.
Per questo motivo Marc, che lavora nei servizi segreti tedeschi, decide di abbandonare il lavoro. I suoi datori di lavoro (loschi agenti segreti berlinesi) gli propongono un periodo di riflessione e nel frattempo lo incaricano di un tanto bizzarro quanto misterioso incarico: ritrovare uno strano tizio ricercato il cui unico indizio sembra essere quello di portare dei calzini rosa.
Esasperato dai comportamenti di Anna, Marc si affida quindi ad un investigatore privato. Questi, dopo averla pedinata lungo le strade di una Berlino inquietante ed irreale, la segue con una scusa fin dentro l’immobilito appartamento che la donna ha preso in affitto. Da lì scopre l’orripilante verità. Anna ha un secondo amante, un rivoltante essere polipesco con il quale si accoppia regolarmente. Anna elimina quindi il poliziotto ed il suo successivo aiutante che si era recato nell’appartamento a cercarlo.
A questo punto Marc si rivolge ad Heinrich e questi decide a sua volta di far visita ad Anna. Dopo avere anch’egli scoperto l’allucinante verità, si salva dalle pugnalate di un’inferocita Anna, ma viene ucciso da Marc nei bagni del bar situato proprio sotto la casa di lei. Da qui il grande ed apocalittico finale: scopriamo che Anna ha generato l’essere polipesco con un processo di partenogenesi nei corridoi della metropolitana di Berlino, in quella che viene definita una delle scene più schoccanti della storia del cinema.
Anna ha partorito due esseri: bene e male, nero e bianco, est ed ovest, maschile e femminile. Il bene si è sviluppato in un’Anna ideale, buona compagna di Marc e materna ed amorevole maestra d’asilo del piccolo figlio della coppia. Anna ha custodito e allevato la parte maligna, il Male (il bene per Zulawski non è altro che un riflesso del male) per farlo diventare un superuomo, il Marc ideale. In questa visione nichilista si trova però uno spiraglio di luce: anche il male può diventare bene. Ma a quale prezzo?

novembre 25, 2008 at 7:22 pm Lascia un commento

Fear and Desire di Stanley Kubrick ( dvd )

Nel 1953, Stanley Kubrick gira il suo primo lungometraggio, Fear and desire. Nonostante lo stesso regista lo abbia definito in un’intervista del 1962 «a pretentious, inept and boring film, a youthful mistake costing about 50,000 dollars» («un film pretenzioso, inetto e noioso, un errore di gioventù costato circa 50.000 dollari») e in altra sede «un maldestro esercizio di cinema amatoriale», Fear and desire è senza dubbio un’opera prima complessa e molto matura per l’allora ventiquattrenne Kubrick, sia per la ricerca tecnica che per i contenuti.

Il film è un racconto allegorico ambientato durante una guerra indefinita; narra le vicende di quattro soldati che, dopo esser sopravvissuti ad un incidente aereo, riescono a trovare rifugio in una foresta situata in territorio nemico. I quattro cercano di costruire una zattera per risalire il fiume e tornare nel proprio territorio, ma si imbattono in una donna, subito uccisa dal soldato Sidney, che aveva precedentemente cercato di violentarla. Dopo l’omicidio, Sidney, come impazzito, fugge nella foresta mentre Corby, l’ufficiale in carica, e il soldato Fletcher, si imbattono in un generale nemico e i suoi soldati: i due uccidono i nemici, ma si accorgono che questi hanno le loro stesse sembianze. Intanto il quarto soldato, Mac, prova a discendere da solo il fiume in zattera, ma viene ferito e si ritrova in preda al delirio. Corby e Fletcher fuggono in aereo, per poi attendere a valle l’arrivo della zattera: su di essa ci sono Mac, privo di coscienza, e Sidney, che, impazzito, canta nenie insensate.
In questo suo primo film, Kubrick tratta il tema della guerra con l’intenzione di sottolineare «l’assoluta inutilità della violenza e lo stretto rapporto tra violenza e follia», per mezzo di una storia che vuole raccontare in modo universale l’assurdità della guerra; un’interpretazione in un certo senso suggerita dalla voce fuori campo che introduce il film: «C’è la guerra in questa foresta. Non una guerra che sia stata combattuta o una che lo sarà, ma una qualsiasi guerra e i nemici che lottano qui non esistono finché non li chiamiamo a esistere. Questa foresta, allora e tutto quello che adesso vi accade, è al di fuori della Storia, solo le immutabili forme della paura, del dubbio e della morte provengono dal nostro mondo. Questi soldati che voi vedete parlano la nostra lingua e vivono il nostro tempo, ma non hanno altro paese che la mente».
In Fear and desire, Kubrick introduce a chiare lettere uno dei temi principali della sua filmografia, quello dell’uomo contro se stesso, e lo fa attraverso una scena che, se il regista non avesse fatto sparire tutte le copie esistenti del film, sarebbe entrata senz’altro nell’immaginario collettivo della società attuale: quella in cui i protagonisti uccidono i soldati nemici, scoprendo poi che essi hanno i loro stessi volti. Il tema del doppio in qualche modo richiama quello degli scacchi, altro motivo ricorrente del cinema di Kubrick; la scena appena descritta incarna l’essenza stessa degli scacchi: un gioco di guerra dove si concentrano la paura di perdere (fear) e il desiderio di vincere (desire), e in cui ciascun pezzo ha il suo doppio nel campo avversario. La battaglia simulata dal gioco non è soltanto una guerra tra eserciti contrapposti ma si può interpretare anche come la metafora dell’incessante lotta tra la vita e la morte, quella come già detto dell’uomo contro se stesso, ma anche tra il conscio e l’inconscio, la cui disputa mina l’integrità dell’individuo con la minaccia della follia

novembre 25, 2008 at 6:26 pm Lascia un commento

Tracy Chapman – Our Bright Future ( cd )

Our Bright Future

Sarà l’esperienza ventennale, sarà il clima di rigenerazione e fiducia che in questi mesi ha galvanizzato molti artisti afro-americani, sta di fatto che Tracy Chapman ha firmato uno dei lavori più riusciti della sua carriera. Our Bright Future, prodotto con intelligenza e rigore da Larry Klein, è un album ricco di sonorità e di spunti tematici diversificati. Tracy Chapman canta con una consapevolezza davvero straordinaria i fermenti sociali e le inquietudini dell’anima. Sa essere a proprio agio con le atmosfere swing di I Did It All e con le venature folk di The First Person On The Earth e Theory. Inoltre, primeggia con le ballate soffuse e accorate nella quali è maestra. Ascoltare Something To See( No War) e Spring significa sognare e riflettere concedendosi qualche frammento di bellezza e di armonia.

novembre 25, 2008 at 6:05 pm Lascia un commento

Marianne Faithfull – Easy Come Easy Go (cd – 3cd – 2lp)

Marianne Faithfull - Easy Come, Easy Go (cover)

Easy Come, Easy Go é il 22esimo album di Marianne Faithfull, ed é il terzo prodotto da Hal Willner (dopo Strange Weather e Blazing Away). Come Strange Weather, Easy Come, Easy Go è una raccolta di canzoni scritte da altri ed interpretate meravigliosamente da Marianne. Tutte le canzoni, che spaziano da “Solitude” di Billie Holiday a “To The Crane Wife” dei contemporanei The Decemberists sono state scelte da Marianne Faithfull ed Hal Willner e rispecchiano il loro amore sconfinato per una bella canzone. Tra le altre canzoni “Sing Me Back Home” di Merle HaggardChildren Of Stone” degli Espers, la title track “Easy Come, Easy Go Blues” di Bessie Smith, “Dear God Please Help Me” di Morrissey, “Down From Dover” di Dolly Parton, e “Salvation” dei Black Rebel Motorcycle Club.

Nell’album compaiono anche guest vocalist di alto livello: Keith Richards sulla già menzionata “Sing Me Back Home”, Antony Hegarty su “Oo Baby Baby” e Jarvis Cocker su “Somewhere“. Altri ospiti sono Rufus Wainwright che contribuisce con la sua potente voce a “Children Of Stone“, sua zia Kate e sua mamma Anna McGarrigle che incantano con “The Flandyke Shore“, Warren Ellis che suona il suo magico violino su 3 delle canzoni, e Nick Cave che presta un po’ della sua inconfondibile voce a “The Crane Wife“. Sean Lennon e Teddy Thompson suonano la chitarra su qualche pezzo, e Cat Power armonizza “Hold On, Hold On” di Neko Case.

Il disco é stato registrato dal vivo nel più vecchio studio di registrazione di Manhattan, il famoso Sear Sound. Gli arrangiamenti di Cohen Bernstein e Weinberg Goldtsein sono stati fatti espressamente per Marianne. La sezione di archi e corno é diretta da L. Picket, e la band include Marc Ribot, Greg Cohen, Rob Burger, Barry Reynolds e Jim White. Sono stati necessari solo pochi take per completare il lavoro: alcune delle canzoni sono state addirittura fatte in un solo singolo take (i sound engineer di Londra negli anii’60 soprannominavamo Marianne “One Take Faithfull” proprio per questo motivo), e pochissimi sono gli overdub.

novembre 25, 2008 at 1:31 pm Lascia un commento

Fabrizio De André – Effedia ( 2cd+dvd )

Effedia - sulla mia cattiva strada (dvd+2 cd) L’11 Gennaio 2009 saranno 10 anni che non c’è più, ma Fabrizio De Andrè in realtà non se n’è mai andato, ma anzi col passare del tempo, ha rafforzato la sua forza di “moderno” pensatore, anche, e soprattutto, per le generazioni degli ultimi anni.
Un uomo semplice, un artista semplice, che ha saputo toccare le corde più variegate, dal sociale più impegnato, ai sentimenti più nascosti, alla polemica mai velata.
Grazie a Dori Ghezzi, compagna di una vita, e all’amica – giornalista Teresa Marchesi, prende vita un documentario biografico (il primo in assoluto), di rara bellezza e intensa emozione.
Effedia evoca il De Andrè pensiero attraverso ricordi, condivisioni, interviste, immagini amatoriali, inediti, che ce lo fanno ammirare in tutta la sua potenza.
In una sorta di viaggio a tappe è lo stesso cantautore a raccontarsi: la giovinezza prima, gli studi in Giurisprudenza poi (interrotti), l’incontro illuminante con la musica di Georges Brassens, la frequentazione con i Tenco, Paoli e Bindi, gli inizi di leggenda “grazie” a Mina, il triste sequestro in Sardegna nel 1979 (al quale dedicherà Hotel Supramonte), il tributo dei più grandi nella sua Genova, poco dopo la sua scomparsa.
Ci sono i tanti amici, che di lui ne descrivono l’animo nobile, la libertà di comunicazione, i silenzi inequivocabili: Fernando Pivano, Gabriele Salvatores (regista di un suo videoclip), Sergio Castellitto (che ne La Carne di Ferreri ne decanta le note).
Ed ancora Enza Sampò, Fiorello, gli omaggi di Franco Battiato, Mia Martini, Roberto Murolo, Zucchero, Vasco Rossi, tutti concordi nel proclamarne il mito.
Ma è la poesia della musica a condurci per mano in questo percorso della memoria: Le passanti, Amore che vai, La canzone di Marinella, La Guerra di Piero, Bocca di Rosa, Via del Campo, Crêuza de mä, Don Raffaele, ci parlano di vita, di amori, sono testamenti vivi di un passato che fu, ma che per questo non sa farsi dimenticare.
La sua voce di ieri, che è anche quella di oggi, è uno strumento necessario, non solo per farci comprendere quell’assoluta coerenza tra arte e vita, insegnamento più che mai prezioso, ma anche per mostrarci quanto disarmante e geniale sia stato il suo essere precursore, arrivando a parlare a tutti, senza distinzione di classe.
Perché di veri artisti, di veri “antidivi” come lui, ce ne sono stati ben pochi.

novembre 17, 2008 at 5:43 pm Lascia un commento

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