Archive for ottobre, 2008

Hellsongs – Hymns in the key of 666 ( cd – 2lp )

Nota dopo nota, la voce di Harriet, il piano di Johan e la chitarra di Kalle ti sollevano da terra e ti depositano dolcemente su quel morbido giaciglio che solo la buona musica sa costruire. Canzone dopo canzone si viene conquistati e non è solamente l’effetto ricostituente e taumaturgico della musica quello che si prova. Queste canzoni possiedono l’indefinibile magia che divide le semplici canzoni dalle belle canzoni. Durante il rapito ascolto di “We’re not gonna take it”, una distratta occhiata alla track list impietrisce: ciò che l’interpretazione del terzetto ha stravolto e mascherato non può essere celato leggendo i titoli dei brani. Scatta l’allarme rosso e ci si dirige decisi su Google dove è bandita la privacy, dove nulla è tenuto nascosto.
In un attimo si scopre che i tre ragazzi svedesi portano avanti un progetto che essi stessi definiscono lounge metal. I dieci brani che compongono l’album sono pescati nella vasta discografia di Iron Maiden, Ac/Dc, Metallica, Twisted Sisters, Slayer, Megadeth ma rivisitati da par loro. L’idea di proporre in chiave semi acustica e indie pop classici dell’hard rock non è male, ma quello che conta – al di là delle etichette e delle generalizzazioni – è il risultato finale. Qui è veramente buono.
Symphony of destruction” è semplicemente perfetta, una irresistibile sinfonia boogie che, fossero in competizione tra loro le cover di questo cd, premieremmo con il gradino più alto del podio. Le versioni di “The trooper” e “Run to the hills” sfidano orgogliose gli Iron Maiden riuscendo a non soccombere. “Seasons in the abyss” ci consiglia di chiudere gli occhi e, cullati da voce e piano, ci pare il miglior consiglio possibile da decenni a questa parte. “Thunderstruck” è tanto delicata e sinuosa quanto era diretto e deciso l’originale degli australiani Ac/Dc.
Hymns in the key of 666” è un album di cover che esalta gli originali riuscendo a vestirli con nuove stole e nuovi colori. Spesso il mondo dell’hard rock e, soprattutto, quello del metal preferisce chiudersi o viene rinchiuso in squallide riserve, il merito degli Hellsongs è quello di gettare un ponte, oltrepassare il canyon ed entrare in queste riserve che nascondono tesori. E quando dalle cuffie anche l’ultima nota si è esaurita, anche noi, ancora una volta, complice la musica, abbiamo attraversato il nostro personale canyon di malumore e malinconia e siamo restituiti alle umane facezie.

ottobre 31, 2008 at 8:53 pm Lascia un commento

Jolie Holland – The Living and the Dead ( cd – lp )

The Living and The Dead

Deliziosa Jolie Holland, torna in azione con un nuovo album colpevolmente snobbato da parecchie riviste di settore. La Holland è stata scoperta nel 2003 da Tom Waits che ha praticamente obbligato la sua casa discografica Anti a pubblicarle il primo CD, nella stessa versione demo che lei distribuiva in giro. Catalpa, a tutt’oggi la sua opera più bella, dimostrava che era nata una nuova stella del genere “Americana”. Con i successivi Escondida e Springtime can Kill You, la Holland mischia le carte dando vita a canzoni personalissime intinte nel jazz e nel blues (è stata definita “An Appalachian Billie Holiday”), suonate in maniera raccolta e raffinata. The Living and the Dead vede la co-fondatrice delle Be Good Tanyas prendere una direzione più grintosa del solito, insieme a musicisti come M.Ward (oggi richiestissimo), Marc Ribot e al produttore Shahzad Ismaily, già collaboratore di Bonnie “Prince” Billy. Il disco viaggia su buonissimi livelli e sforna almeno una gemma di assoluto valore, Fox in its Hole, anche una dichiarazione di intenti dell’autrice. Disco consigliato caldamente, così come il resto del catalogo della Holland, specialmente l’esordio Catalpa, per andare al sangue e alle ossa della musica “Americana”. 

Canzoni consigliate: Fox in its Hole; The Future 

7,5/10 

crisgras

ottobre 29, 2008 at 12:27 pm Lascia un commento

Lou Reed – Berlin, Live at St.Anne’s Warehouse ( cd – 2lp )

Live at St. Ann's Warehouse

Gennaio 1972. Lou Reed a Parigi, sul palco del Club Bataclan assieme ai compagni di Velvet Underground & Nico, cioè la cantante e attrice Nico (appunto) e l’inglese John Cale. Lou Reed è alla vigilia dei suoi giorni più belli: in quello stesso anno registrerà il disco “glam” con David Bowie e Mick Ronson (Transformer) che gli regalerà un successo di pubblico che non perderà mai più. Nel 1974 sarà in tournée con Rock n Roll Animal, e nello stesso decennio registrerà altri dischi perfetti come Berlin, Coney Island Baby e Street Hassle, e avrà la soddisfazione di vedere riconosciuto da pubblico e critica il ruolo seminale della sua vecchia band, i Velvet Underground. In futuro gli rimarranno un paio di ottime cartucce: New York e Songs For Drella, quest’ultimo di nuovo con John Cale.
A Bataclan Lou Reed canta la prima versione, molto bella, della canzone Berlin (come finirà sul suo primo disco), con Nico che lo osserva dal palco. Nel 1973 quella canzone costituirà l’ispirazione di una intera “storia” in rock, sull’amore malato e maledetto di due junkies, Jim e Carolyne. Un’opera non banale ma anche molto godibile che nonostante la perplessità della casa discografica è diventata uno dei lavori preferiti dai fans del poeta newyorkese. 
Nel 2006, dopo più di trent’anni, Berlin è tornato per trasformarsi in una tournée che, preso l’avvio alla St.Ann’s Warehouse a NYC (dove è stato registrato disco e film dell’evento. Perché non a Berlino?) ha poi girato il mondo, compreso il nostro paese.
Berlin è sempre stato uno dei miei dischi preferiti e riviverlo dal vivo non può farmi altro che piacere. Gli arrangiamenti dello show sono aderenti a quelli originali, ed il risultato è molto simile a quello che ci si può immaginare: una musica che si giova della maggiore profondità dell’evento live, un po’ più muscolosa nella prima parte grazie alla mai abbastanza apprezzata chitarra di Steve Hunter, un po’ meno agghiacciante nella seconda, dove inevitabilmente le canzoni “dolorose” di The Kids, The Bed e Sad Song perdono un po’ di quella stranita immobilità del disco originale. La voce in questi trent’anni è diventata più profonda, più recitata, meno cantata ed espressiva. 
Berlin Live è bella esperienza ed una bella riscoperta, addirittura per più di una generazione forse una nuova scoperta (Berlin non ha mai goduto di un remaster all’altezza) anche se la mancanza dei testi stampati di queste canzoni nel cofanetto è un difetto non da poco. In quanti li andranno a cercare in rete?
L’operazione ricalca in qualche modo quella dei Cowboy Junkies (che dei Velvet sicuramente sono figliastri) con la Trinity Session reinventata dal vivo in Trinity Revisited.
Al termine di Berlin resta lo spazio per un epilogo, con Candy Says, un trascurabile episodio dei Velvet cantato da Antony (un marziano che a Lou piace così tanto e a me così poco) e Rock Minuet, un insopportabile canzone di Ecstasy che nei fatti sembra ricordarci di quanto minori siano gli ultimi sforzi del musicista — probabilmente al contrario delle sue intenzioni nella sua scelta. Da ultima una versione (forse troppo) rilassata di Sweet Jane che in cinque minuti rischia di essere il pezzo migliore del concerto.
Adesso però Berlin è ora di riascoltarlo in originale.
Blue Bottazzi

ottobre 29, 2008 at 12:24 pm Lascia un commento

Jenny Lewis – Acid Tongue ( cd – 2lp+cd )

Seconda uscita da solista per Jenny Lewis, leader della banda indie Rilo Kiley, dopo il particolarissimo Rabbit Fur Coat del 2006. La Lewis lascia gli arrangiamenti scheletrici e volutamente zoppicanti al precedente album per circondarsi da una agguerrita band che porta le sue composizioni su ibride strade pop, rock, country e blues senza nessuno sforzo. Un paio di esempi: Carpetbaggers è una canzone rock (cantata insieme a Elvis Costello) di quelle che da anni non riescono più a Springsteen; Next Messiah esplode da tutte le parti per più di 8 minuti, unione di 3 canzoni dallo stile differente per dare vita a una piccola operetta. Tutto ben suonato e decisamente piacevole, ma che non mantiene quell’originalità e personalità che caratterizzava la prima fatica della Lewis. Anzi, con Acid Tongue la cantautrice del Nevada si avvicina di più al sound dei Rilo Kiley, oggi probabilmente disciolti. Tra gli ospiti, oltre a Costello, da notare Zooey Deschanel, M. Ward e Chris Robinson.

 

Canzoni consigliate: The Next Messiah; Godspeed 

7/10 

crisgras

ottobre 29, 2008 at 12:07 pm Lascia un commento

L’uomo privato di Emidio Greco ( dvd )

Tra Torino e Pisa si svolge la vita di un professore universitario di Diritto, socialmente e professionalmente affermato. Dotato di grande intelligenza e di un fascino sfuggente, l’uomo e il professore conducono un’esistenza “ritirata” che sconfina qualche volta nei letti di amanti occasionali. Deciso a controllare la realtà e a tenerla accuratamente a distanza, viene suo malgrado coinvolto nella morte per suicidio di uno studente. Il ragazzo, ossessionato dalla vita del professore, ha registrato scrupolosamente le sue lezioni, i suoi comportamenti, le sue abitudini…
La forza del cinema di Emidio Greco, e in questo senso L’uomo privato non fa eccezione, sta tutta nell’essenzialità stilistica, nel razionale svolgimento narrativo e nella coraggiosa anti-spettacolarità. Il suo cinema eminentemente letterario (L’invenzione di Morel, Una storia semplice, Il consiglio d’Egitto), si avvale questa volta di un soggetto originale scritto dallo stesso autore.
Al centro della sua storia c’è un professore senza nome, elegante ed introverso, che tiene gli occhi aperti ma finisce per avere lo sguardo di chi attraversa la realtà in stato di trance. Tutto quello che si dispiega davanti a lui, gli studenti in aula, le amanti, gli amici, i colleghi, hanno le caratteristiche di un (brutto) sogno, che la sua logica semplificatrice non sa “vedere” e comprendere. Nel film c’è solo un uomo che “esiste”, gli altri non “sono”.
Protagonista e spettatore unico del proprio sogno, l’uomo privato (e perfetto) di Tommaso Ragno, procede per forza di inerzia in un tragitto che contempla evoluzioni impreviste: la morte di uno studente. Pedinato e spiato sfacciatamente, il professore resta cieco davanti all’evidenza, incapace a raccogliere i segnali, a decifrare i codici, a leggere i simboli. Quella morte precoce lo priva per sempre del controllo sul reale. La presunzione della razionalità e della positività si stemperano fino a diventare in lui un’insospettata propensione alla vertigine.
Il film di Greco, concettuale e rigoroso, non dice nulla con le parole e tutto con le immagini. Accentuando la parte “detta” il regista privilegia la dimensione pubblica della vicenda, immergendo “l’uomo privato” nel cicaleccio ridondante e senza senso dei “salotti” e nell’abisso delle coscienze.

ottobre 25, 2008 at 11:06 am Lascia un commento

La Zona di Rodrigo Plà ( dvd )

Un muro alto e impraticabile separa la Zona, un quartiere residenziale e abbiente di Città del Messico, da un mondo di baracche e di miseria. Un temporale e il crollo di un cartellone pubblicitario provocano una breccia in quel muro, dove si infilano tre adolescenti delle favelas in cerca di denaro e di fortuna. Ma il destino decide altrimenti e tragicamente. Due di loro muoiono abbattuti dai colpi della sorveglianza, soltanto Miguel trova rifugio nella cantina di una villa e nel (buon) cuore di Alejandro, un coetaneo più felice e fortunato. Mentre Miguel e Alejandro imparano a conoscersi, i residenti intraprendono una folle caccia all’uomo. Nella prima sequenza della Zona un adolescente percorre una strada residenziale a bordo di un Suv. La vernice brillante dell’auto riflette ville e giardini curati: un dentro perfetto e asettico che riproduce se stesso, mentre il suo fuori, caotico e disperato, “ruba” l’amore sopra un pullman rugginoso.
Nell’opera d’esordio di Rodrigo Plà e nell’universo chiuso della Zona c’è il vuoto spaventoso di una lucida determinazione, che spinge residenti sfacciatamente ricchi a confinarsi e a confinare l’umanità derelitta. È un viaggio di sola andata nelle coscienze, paranoiche e mai riscattate, di un gruppo di uomini, donne e ragazzini, nessuno escluso, che si sono dati un sistema di regole fisse che non ammettono né concepiscono eccezioni.
La zona non è una storia di adolescenti ma è il racconto di una crescita, con orrendi segreti da scoprire e contrasti da sciogliere: il sopra e il sotto (la casa e la cantina; il ricco e il povero), il dentro e il fuori (le favelas e il quartiere residenziale), la luce e il buio e i grandi e i piccoli (cattivi padre e cattivi poliziotti contro figli che si lasciano toccare da ciò che è diverso, scoprendolo uguale).
Rodrigo Plà gira un film corale in cui la regressione dell’uomo allo stadio crudo del primordiale rende i rapporti tra vittima e carnefice nitidi e perfetti: non sono più la legge e la giustizia a regolamentare la convivenza all’interno di quella società (auto)esiliata. I residenti nella Zona si offrono al puro istinto, si è prigionieri o carcerieri, non possono esserci vie di mezzo, al punto che la valutazione etica dei personaggi viene messa in relazione con il comportamento tenuto nei confronti del prigioniero/vittima. Tutto appare più semplice e il vero totem contro l’ipocrisia e l’ottusità degli adulti diventa un adolescente. Il senso della storia e della giustizia è dalla sua parte. È Alejandro a spezzare la catena della disuguaglianza e dell’isolamento. Nel suo gigantesco gesto si rivela la sostanza tragica del racconto: la trasgressione di Alejandro riguarda la legge del padre, è un atto di disubbidienza rispetto a quello che gli è stato prescritto, è un percorso etico e conoscitivo.
Quella insubordinazione non significa incoscienza, sfrontatezza o irresponsabilità ma comporta il coraggio di rompere gli schemi, di affrancarsi dalle catene del sangue e della violenza, dalla storia e dalla legge di un universo maschile di cui pure è figlio.

ottobre 25, 2008 at 10:31 am Lascia un commento

Antony and The Johnsons – Another World ( cd ep )

Another World

Per guadagnare tempo in attesa del terzo album The Crying Light (uscita prevista ai primi del 2009), Antony pubblica un ep che contiene un pezzo che sarà nel nuovo lavoro e altri quattro a fargli da contorno. Tre di questi sono destinati a venire dimenticati subito, uno a entrare nel catalogo delle cose migliori del cantante newyorkese. Il guaio è che il capolavoro in questione, intitolato Shake That Devil, sembra aver poco a che fare con il resto del materiale. Si tratta infatti di un’improvvisazione o quasi in chiave swamp per voce, batteria, sax e qualche disturbo elettronico che riesce nell’impresa sublime di accostare  Screamin’ Jay Hawkins a David Sylvian. Potrebbe essere un nuovo punto di partenza per un artista che sembra imbrigliato dalla sua stessa riconoscibilità vocale e quasi prigioniero delle ospitate che ne hanno accresciuto la fama in questi anni. Probabile che si tratti invece di un occasionale esperimento, visto che la title-track e il resto del materiale nulla aggiungono alla consolidata tradizione fatta di voce gorgheggiante (sempre bellissima ma ormai più omologata che straniante), piano classico-notturno e testi che non possono fare a meno di parlare di morte.

ottobre 25, 2008 at 10:27 am Lascia un commento

Solo un bacio per favore di Emmanuel Mouret ( dvd )

Ogni storia ne racchiude mille altre e da ogni frammento possono derivare pericoli e opportunità. Ne è fermamente convinta la bella Emilie, attratta dall’affascinante Gabriel conosciuto per caso. La sua volontà di non baciarlo, trasformando la conoscenza in una storia, deriva dall’esperienza di un’amica. Il film del francese Emmanuel Mouret (anche sceneggiatore e interprete) è costruito sugli incastri dei racconti a cui si abbandonano i personaggi, in grado di condizionare gli eventi del presente. I protagonisti, sia quelli reali che quelli raccontati, fanno di tutto per razionalizzare un sentimento affettivo cercando di circoscriverlo il più possibile attraverso un’etichetta. Un codice riconoscibile in grado di evitare le conseguenze di trasporti pericolosi per il quieto vivere. Sembra quasi un film d’altri tempi per le remore dei personaggi nel lasciarsi andare alla passione (in molti hanno citato Truffaut e Rohmer) ed è soprattutto un raffinato gioco intellettuale. La spontaneità maschera insicurezze e manipolazioni, le consapevolezze tardano ad arrivare e sono fuggite come la peste, ma il film vuole evitare facili psicologismi e pare interessato soprattutto ad aprire le porte che ogni storia racchiude. L’andamento leggero, brioso e coinvolgente è frutto di un sottile lavoro di scrittura, di una regia pudica e discreta, ma non per questo poco incisiva, e di un’accurata direzione degli attori. Nell’affiatato quartetto, oltre alla graziosa Virginie Ledoyen, alla magnetica Julie Gayet e al già citato Mouret, c’è spazio anche per Stefano Accorsi, a suo agio con la lingua francese ma sempre un po’ imbambolato.

ottobre 22, 2008 at 11:57 am Lascia un commento

James Taylor – Covers ( cd – lp )

Il titolo dice tutto: in “CoversJames Taylor reinterpreta brani altrui. Non c’è molto altro da dire, per certi versi, se non la scoperta del repertorio, che va da “Suzanne” di Leonhard Cohen a “Wichita lineman” di Jimmy Webb, rispettivamente un classico della canzone d’autore e un classico di quello che qualcuno chiama “Easy listening”, ma anche una delle più belle canzoni americane dei decenni passati.
L’accusa che spesso si fa a James Taylor è proprio quella di scivolare troppo verso l’ascolto facile. Vero, ma è un complimento, non un limite: la sua voce, la sua musica scivola via che è un piacere e queste canzoni sembra che le abbia scritte lui, che è il miglior complimento che si possa fare ad un disco di cover. Ma tutto non si limita alla canzone malinconica. C’è un altro lato della musica di Taylor che questo disco rappresenta bene, che è quello più bluesato e corale: non stupisce vedere in scaletta classiconi come “Hound dog” (resa famosa da Elvis), “Not fade away“, o “Summertime blues“. Quest’ultima è lontana anni luce dalla versione ruvida e rock che Bruce Springsteen ne ha offerto in apertura del suo concerto di San Siro: ma Taylor non ha nessuna intenzione di fare il trascinatore di masse, e neanche l’agit-prop arrabbiato come il suo collega Jackson Browne, in uscita guarda caso negli stessi giorni con un disco a metà tra denuncia politica e riflessione intimista, di cui vi parleremo presto.
No, con “Covers” James Taylor vuole fare solo l’intrattenitore di buon livello: in questa ottica. L’album è un ottimo risultato.

ottobre 21, 2008 at 10:50 am Lascia un commento

Hold Steady – Stay Positive ( cd )

C’è un rock di NYC? Vediamo un po’… Garland Jeffreys che canta “r… o… c… k… ROCK!”; il Bruce Springsteen di The River e E Street Shuffle; il grande Elliott Murphy; Willie Nile; Lou Reed, non si discute; Mink DeVille… Se c’è un NYC ROCK questi Hold Steady sono i suoi più recenti esponenti. È difficili raccontarli questi Hold Steady. Un suono “delle chitarre”  sguaiatamente rock quasi fossero gli Who, con qualche picco quasi punk che farcisce lunghe e dense canzoni newyorchesi alla Elliott Murphy, sbavate e fuori fuoco come se fossero i Black Crowes in trasferta. Una voce tosta e romantica, quella di Craig Finn, due chitarre alla Townshend (Tad Kubler), basso e batteria che picchiano come se ne andasse della loro vita, ed un tastierista Franz Nicolay che ho preso per Roy Bittan (sono veramente andato a cercarne traccia sulle note del disco). Le canzoni belle sono belle davvero, come il rock tosto di Slapped Actress, la springsteeniana Sequestered in Memphis, e le ballate, strane, un po’ oniriche e nebbiose, come One For The Cutters che viene introdotta da un clavicembalo, la lunga e malinconica Lord I’m Discouraged, l’intensa Both Crosses. Le canzoni hanno spesso cori da stadio a cui aggrapparsi come se dovessero finire su un album degli U2, come Stay Positive, ma intrise invece di una malinconia più rock notturna da Del Fuegos.  Insomma, c’è tanta carne al fuoco in questo Stay Positive e in questi Hold Steady. Una scoperta che dimostra che forse davvero il rock & roll non muore mai…

Blue Bottazzi

ottobre 18, 2008 at 5:23 pm Lascia un commento

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