Archive for gennaio, 2011

Marianne Faithfull – Horses and high heels ( cd – 2lp )

Buone notizie. Dopo una vita turbolenta che negli anni ’70 l’ha portata sull’orlo del precipizio, oggi Marianne Faithfull si sente realizzata, fortunata, motivata a lavorare e in buono stato di salute. Vuole farlo sapere in giro, e così succede che anche il suo divorce album, nato sulle ceneri della dolorosa separazione dal compagno e manager François Ravard (che conserva qui il ruolo di produttore esecutivo: i rapporti, dunque, non si sono completamente guastati), sia un “happy record”, un disco “felice”. Anche se “la felicità convenzionale”, è lei la prima ad ammetterlo, “non è il mio modo di essere, sapete”. Sappiamo. Però Marianne non l’ha buttata lì, e mantiene la promessa: “Horses and high heels” è un album di chitarre e di ritmi spesso vivaci, di ritornelli ariosi e di azzardi coraggiosi, di ammiccamenti a volte sorprendenti e autoironici. Come quando, con la sua voce rugosa e le sue 64 primavere, la Faithfull affronta baldanzosa “Past present and future”, drammone pop adolescenziale recitato sullo sfondo del celeberrimo arpeggio di pianoforte della “Sonata al chiaro di luna” di Ludwig van Beethoven. Nei Sixties scalò le classifiche grazie alle vocette angeliche delle Shangri-Las; in seguito se ne appropriò un’altra regina del pop-kitsch come Agnetha Faltskog degli ABBA. La Faithfull ci gioca, evitando il ridicolo in virtù di un tocco di humour e di un’autocompiaciuta eleganza. Non si prende troppo sul serio, insomma, ma si conferma interprete di alto rango sulla scia del precedente album di cover Easy come easy go anche se stavolta l’impianto strumentale è molto meno classico/vintage e la scaletta è un piatto assortito, diviso quasi a metà tra ripescaggi e brani originali (quasi tutto firmati di suo pugno). Nel segno della continuità, alla console siede di nuovo Hal Willner, il mago e gourmant della canzone che proprio con quel disco, a vent’anni di distanza, era tornato a lavorare a fianco della sua Musa. Stavolta, però, le cose stanno diversamente: mr. Willner ha smesso quell’atteggiamento da professor serioso che sull’album precedente aveva spalmato un velo di austerità e di rigore formale persino eccessivo, e stavolta lui pure si lascia andare aprendo le porte a una ventata d’aria fresca e a un suono più conciso, asciutto, primitivo, percussivo. In una parola: rock (e chitarristico, con il contributo di Lou Reed, di Wayne Kramer ex MC5 e del produttore/musicista John Porter). Un suono vibrante, caldo e avvolgente, venuto a galla durante le sedute di registrazione tenute nel Quartiere Francese di New Orleans e pilotate sul campo dal bassista dei Meters George Porter Jr. (una garanzia di spinta e dinamismo al reparto ritmico). La Crescent City ha detto la sua anche nella scelta del repertorio: il saporito gumbo di “Gee baby” non poteva che nascere lì, tra il Tipitina’s e la Preservation Hall. E il soul funk di “Back in baby’s arms”, puri anni Settanta, porta le stimmate di due massime glorie locali: la firma di Allen Toussaint, maestro del New Orleans Sound, e il pianoforte di Dr.John, lo stregone voodoo che continua a praticare i suoi esorcismi sotto la luna creola. Anche Marianne, stavolta, è meno “sciantosa” del solito, e non è per niente un male: in un colpo solo, si dà una botta di energia e si libera da un cliché un poco soffocante. Come sempre, dalla resurrezione di “Strange weather” in poi, le piace guardare al passato come al presente, ciondolare in altalena tra il Brill Building e il meglio del rock “alternativo”, tra il pop d’annata e la canzone moderna, il mainstream (spesso dimenticato) e l’underground. E così, accanto a standard come “Goin’ back” stavolta infila, in apertura, la tenebrosa e avvolgente “The stations”, parto recente dei gemelli da marciapiede Greg Dulli e Mark Lanegan alias i Gutter Twins. Il meraviglioso gioiello pop firmato Gerry Goffin e Carole King, invece, ha predecessori numerosi con cui confrontarsi: l’ugola maestosa di Dusty Springfield, le squillanti dodici corde dei Byrds, il professionismo pop di Phil Collins (che l’ha inclusa pochi mesi fa nel suo disco tributo al soul e alla Motown). Hal e Marianne scelgono prudentemente una chiave intimista, con un arrangiamento spoglio incentrato sul pianoforte che amplifica lo struggimento nostalgico del testo (e se vi viene una stretta al cuore, sappiate che non siete i soli). Azzecatissimo, e vincente, anche il vestito sonoro confezionato per “Love song” di Lesley Duncan, la cantautrice e vocalist scomparsa pochi mesi fa che la affidò ad Elton John ai tempi lontani di “Tumbleweed connection”: la voce cartavetrata della Faithfull, un ipnotico arpeggio di chitarra acustica e una lap steel assolutamente pinkfloydiana (Pura coincidenza? La Duncan, per inciso, fu una delle coriste di “The dark side of the moon”) rendono memorabile anche questa ripresa. Sono scelte accurate, curiose e niente affatto scontate, quelle operate dalla coppia: “That’s how every empire falls”, ballata sontuosa ed elegante, attinge al catalogo recente di F.B. Morrris, cantautore del Tennessee sconosciuto ai più; e il riff rock di “No reason”, con Kramer nella parte di Keef e un purissimo spirito da honky tonk blues, è farina del sacco di Jackie Lomax, vecchio sideman di George Harrison ed Eric Clapton. Il resto, le canzoni inedite che portano la firma di Marianne, sono (quasi) pura autobiografia: cavalli e tacchi a spillo, ricordi di vita vissuta tra Parigi e Dublino (“The old house” si avvale di un testo del drammaturgo irlandese Frank McGuinness), il trauma dell’abbandono in “Why did we have to part” (“Era finita/e io non lo sapevo”) e la voglia di rinascita, un tocco di country e un altro pizzico di soul, i caldi fraseggi di Hammond di “Prussian blue” e il profumo folk della title track. E tanto per non nascondersi dietro un dito, nella esotica “Eternity” Marianne recupera addirittura un campione sonoro da quel leggendario disco dei marocchini Master Musicians of Jajouka che Brian Jones produsse nel 1968. Allora la Faithfull era l’icona della Swinging London, un giglio bianco pronto a sporcarsi l’anima. Quarantatre anni dopo può ricordare serenamente e con affetto anche “quel” passato, e le sue vite precedenti.

 

gennaio 31, 2011 at 5:08 pm Lascia un commento

London River di Rachid Bouchareb ( dvd )

luglio 2005. A Londra esplodono bombe sui mezzi pubblici causando numerose vittime. Mrs. Sommers, che vive in un paesino su una delle isole della Manica, apprende la notizia dalla televisione e subito telefona alla figlia Jane che studia a Londra. Jane non risponde alle numerose chiamate. Ousmane è un africano che lavora alla tutela del patrimonio forestale. Anche suo figlio, che non vede da quando era piccolo, vive e studia a Londra. Sia Mrs. Sommers che Ousmane partono per la capitale britannica nella speranza di trovare i reciproci figli ancora vivi. Si incontreranno e scopriranno di essere i genitori di due ragazzi che si amavano. Ma dove sono ora?
Rachid Bouchareb continua a perseguire un’idea di cinema che proponga il dialogo tra culture diverse. Lo fa, in questa occasione, con un film alla Loach non tanto per l’ambientazione quanto per il modo di guardare alle persone comuni. Mrs. Sommers e Ousmane sono due genitori come tanti, con la loro quotidianità scandita da un lavoro fatto con passione. Le fedi differenti (lei protestante lui musulmano) potrebbero dividerli, secondo quanti predicano (da una parte e dall’altra) l’odio e la divisione. Si incontrano casualmente proprio perché l’odio seminato a piene mani tra la folla potrebbe aver reclamato i loro figli come vittime. A partire da una iniziale diffidenza costruiranno un percorso comune sostenendosi a vicenda in una ricerca che sperano sia a lieto fine. Nel frattempo impareranno molto su se stessi e anche sui figli di cui in fondo non conoscevano le scelte. 
Giorgio Gaber nel suo ultimo spettacolo, in un monologo, diceva che se riuscissimo ad ammettere con noi stessi la diffidenza iniziale e quasi istintiva, piccola o grande, che proviamo nei confronti di chi non è come noi (per colore della pelle, cultura, religione) avremmo fatto un primo reale passo per abolire il razzismo. È quello che fanno i protagonisti di questo bel film: partono dalla distanza (soprattutto Mrs. Sommers) per giungere alla conoscenza e alla comprensione reciproche. Non è facile ma è possibile e necessario.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

gennaio 29, 2011 at 10:41 am Lascia un commento

Iron & Wine – Kiss each other clean ( cd – lp )

L’apparenza inganna. Che c’entra un folkie schivo e irsuto come Sam Beam in arte Iron & Wine, con quella sua aria da boscaiolo rustico e d’altri tempi, con il pop sofisticato e levigato di “Kiss each other clean”? Il physique du rôle, in effetti, è un’altra cosa. E infatti qualcuno lo accusa già di tradimento (complice il passaggio, in America, dal mondo indie alla major Warner Music), rimpiangendo quei primi dischi di rigore quasi monastico – una sei corde acustica, un registratore a quattro piste e niente altro – che a molti avevano ricordato i primi passi di un altro barbuto amante degli pseudonimi, Will Oldham alias Bonnie Prince Billy. Ma se fare rock, oggi, significa ancora e anche solo vagamente giocare un po’ d’azzardo, prendersi qualche rischio e divertirsi a disattendere le aspettative, allora non gli si può contestare nulla, al signor Beam. E’ vero: anche per chi (come il sottoscritto) ha conosciuto Iron and Wine soltanto in occasione delle sue frequentazioni con i Calexico e della pubblicazione del delizioso “The shepherd’s dog” (da allora sono passati più di tre anni), “Kiss each other clean” rappresenta una sorpresa. Un disco “slick”, non c’è dubbio, artigianale nel miglior senso del termine ma anche iper professionale. Rifinito, arrangiato e prodotto con estrema cura grazie all’aiuto prezioso dell’ormai inseparabile Brian Deck: altro che lo-fi, suona benissimo in cuffia e su un impianto ad alta fedeltà. Beam aveva un’ideuzza che gli frullava insistentemente per la testa, confezionare un disco pop con tutti i crismi che suonasse “come quella musica che si sentiva da ragazzini nell’auto dei genitori, musica di inizio-metà anni ’70 da radio FM”. Riferimenti espliciti, i Fleetwood Mac, Stevie Wonder, soprattutto il primo Elton John . E Joni Mitchell: che dopo un disco intimista e autoconfessionale come “Blue” si dedicò anima e corpo al soft jazz rock di “Court and spark” (scalando le classifiche). Sono indizi suggestivi, ma parzialmente fuorvianti: l’album non suona mai così mainstream e orecchiabile, nel manipolare i materiali pop e la miriade di altri suoni che oggi incorpora nel suo stile Iron and Wine si avvicina piuttosto all’approccio curioso, giocoso e intellettuale di un David Byrne o di Andy Partridge con gli XTC. A dispetto della eterogeneità dei contenuti c’è un filo rosso e un’immagine ricorrente che lega le dieci canzoni (il fiume, inteso alternativamente come flusso vitale o elemento naturale distruttivo e maligno), c’è un’attenzione costante alla costruzione di tessuti poliritmici e di complesse architetture vocali (quasi) degne di Brian Wilson, c’è uno sguardo a occhi aperti sul mondo: il folk e l’ “Americana”, certo, con angeliche armonie e delicate chitarre acustiche, ma poi anche interferenze e borbottii elettronici, synth e bassi pulsanti, il funk e il jazz, percussioni e sezioni fiati, l’amore già manifestato in passato per la musica africana (con certi riff chitarristici un po’ Tinariwen e un po’ Paul Simon ) e per la Giamaica (gli accenti dub di “Monkeys uptown”). Beatamente indeciso su quale strada imboccare e coadiuvato da un manipolo di anime gemelle prese a prestito da altre band “alternative” (Doveman, Antibalas, i Califone soprattutto), Beam alterna serene elegie a minacciose progressioni ritmiche, passando senza sosta dal groove alla melodia. Mai vicino come oggi alla sua altra grande passione, la pittura, pennella le canzoni a tinte ora fosche ora brillanti, moltiplicando le voci (in particolare la sua, attraverso le sovraincisioni), ricorrendo alla iterazione e alla stratificazione sonora. Esemplari, in questo senso, i titoli che aprono e chiudono la raccolta: “Walking far from home”, un’unica strofa ripetuta che sull’accumulo progressivo di voci, sintetizzatore, pianoforte, cori e batteria costruisce una mini sinfonia minimalista corredata da un testo suggestivo e scandito da una sequenza incalzante di immagini flash; e “Your fake name is good enough for me”, un lungo brano di oltre sette minuti diviso in due tronconi con un crescendo finale accelerato e convulso che non può lasciare indifferenti. In mezzo sbocciano piccole e grandi sorprese, un orticello di canzoni che pretendono ascolti ripetuti alla caccia dei tanti dettagli sonori che non si possono cogliere al primo colpo. “Me and Lazarus” (riecco l’immaginario religioso tanto caro ad Iron and Wine) si distingue per un imprevisto assolo di sassofono e per una cadenza funk che torna, accentuata, tra i blip, gli xylofoni e i clavinet di “Monkeys uptown” e nelle atmosfere neorleansiane di “Big burned hand” “sporcate” da suoni e voci in distorsione. “Rabbit will run”, una filastrocca tesa e minacciosa con una suadente coda jazzata in cui dialogano organo e flauto, è un altro dei titoli destinati a sconcertare i fan hardcore della prima ora. I quali potranno magari consolarsi con il versante più melodico e lineare del disco: il soffice country & western di “Half moon” (uno dei pochi episodi vecchio stile e immediatamente riconoscibili), per esempio, i cori celestiali e la luminosità pastorale di “Tree by the river” (con il testo più decifrabile ed esplicitamente nostalgico del disco: o è solo apparenza?). O, meglio ancora, l’elegante pop cameristico di “Godless brother in love” (arpa, chitarra acustica, pianoforte e polifonie vocali), e la squisita “Glad man singing”, dal cui fade in introduttivo emerge una melodia liquida, sognante e cristallina. Altrimenti, si mettano il cuore in pace: dalla fattoria alle porte di Austin in cui oggi risiede, mr. Beam sembra deciso a intraprendere un viaggio che lo porterà chissà dove.

Alfredo Marziano (www.rockol.it)

gennaio 28, 2011 at 7:28 pm Lascia un commento


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