Archivio dell'autore

Black Panther: Wakanda Forever diretto da Ryan CooglerBlack – recensione di Stefania De Zorzi

Se “Black Panther” aveva messo al centro della narrazione il nero al

posto del bianco, la cultura e le tradizioni africane anziché quelle

anglo-americane, il seguito “Black Panther: Wakanda Forever” compie un

ulteriore passo in avanti nel dar voce a categorie altrimenti messe in

minoranza sia al cinema che nella vita reale, rendendo protagoniste

donne dotate di genio, nonché di straordinaria forza psicologica e

fisica.

T’Challa/Chadwick Boseman è morto di un male misterioso, lasciando una

difficile eredità alla regina Ramonda/Angela Bassett che un anno dopo

deve vedersela con le pretese delle altre nazioni, avide di vibranio,

di cui Wakanda è apparentemente l’unico Stato detentore. Un rilevatore

di vibranio, inventato da una giovane scienziata, Riri

Williams/Dominique Thorne, permette alla C.I.A. di trovare un nuovo

giacimento sommerso nel mezzo dell’Oceano Atlantico. Gli scopritori

vengono però massacrati da un misterioso popolo subacqueo dalla pelle

blu, comandato dallo spietato Namor/Tenoch Huerta, intenzionato ad

allearsi con Wakanda contro il resto del mondo o a combatterla, a

costo di mettere a repentaglio la vita di Riri e della principessa

Shuri/Letitia Wright.

E’ un Marvel diverso da molti suoi roboanti predecessori, e lo si nota

subito dall’intro, virata su un luttuoso colore viola e priva

dell’abituale e rassicurante musica eroica, sostituita dal soffio del

vento, evocatore di ricordi , solitudine, deserto.

Ryan Coogler non rinuncia a vivaci scene d’azione, né al senso di

meraviglia indotto da scenografie spettacolari (il regno sottomarino

di Talokan, la nave futuristica di Wakanda), cari ai fan dei

cine-comics; introduce però anche una spiazzante dimensione intimista,

che prende spunto proprio dalla morte dell’eroe T’Challa, a imitazione

della prematura scomparsa nella vita reale dell’attore Chadwick

Boseman. La presa sul pubblico è fortissima nell’intreccio fra reale e

immaginario, ed è inevitabile immedesimarsi nei dolorosi ricordi e

nella difficoltà di elaborare il lutto sia di Ramonda che di Shuri: il

mondo al femminile significa introspezione, lacrime, sentimenti

espressi nei primi piani sui bei volti intensi delle protagoniste

(meritano menzione anche il generale Okoye/Danai Gurira e l’ex

fidanzata di T’Challa, Nakia/Lupita Nyong’o), e va fortunatamente ben

al di là delle sfide muscolari.

Non c’è solo l’esplorazione del lato emozionale di eroine potenti e

sensibili ad arricchire il film rispetto ad altri cine-comic, ma anche

la presenza di un ottimo antagonista: Coogler ne rilegge le origini,

non più atlantidee ma Maya, e il nome, Kukulkan, il cui alias è Namor

per un’ingegnosa trovata, che diventa anche chiave di lettura del

personaggio. Come tutti i cattivi che si rispettino Namor ha un lato

affascinante seppure oscuro, e la sua storia personale ci fa, almeno

in parte, comprendere le motivazioni dei crimini commessi. L’attore

messicano che gli dà corpo, Tenoch Huerta, ha una forte presenza

scenica, che non si vedeva dai tempi del Magneto di Michael

Fassbender.

Gli splendidi costumi di Ruth Carter restituiscono sia il

coloratissimo mondo africano che quello fantasmagorico dei

discendenti subacquei dei Maya, integrato con gioielli sofisticati e

dettagli hi-tech in combinazioni insolite quanto eleganti. Wakanda è

un altro pianeta, evoluto seppure fortemente ancorato a tradizioni

ancestrali, così come la Talokan degli abissi da cui emergono

sirene-Maya e il mezzo di trasporto più usato è la balena: a confronto

l’uomo bianco nei suoi tristi completi scuri ne esce sbiadito, in

tutti i sensi.

Unica pecca del film è la lunghezza: 2 ore e 40 minuti con alcune

ridondanze e dilatazioni, che non disturbano comunque più di tanto la

visione.

Senz’altro da vedere, non solo per gli appassionati del genere, con la

speranza di un seguito in cui ritrovare la squadra fiera e simpatica

di eroine a confronto con l’infido Namor.

novembre 19, 2022 at 11:08 am Lascia un commento

DAMPYR diretto da Riccardo Chemello – recensione di Stefania De Zorzi

L’Universo Cinematografico Bonelli ha prodotto il suo primo film: “Dampyr”, diretto da Riccardo Chemello e ispirato all’omonima serie a fumetti ideata da Mauro Boselli e Maurizio Colombo.

E’ il 1992, e Harlan Draka/Wade Briggs sopravvive grazie alla propria fama di “figlio della strega” insieme all’amico Yuri/Sebastian Croft, liberando paesi di campagna da inesistenti spiriti maligni nel bel mezzo dei Balcani in guerra.

Le sorti del cialtronesco duo cambiano quando entrambi vengono prelevati con la forza dalle milizie del comandante Emil Kurjak/Stuart Martin, e condotti in una cittadina i cui abitanti sono stati trucidati da una banda di vampiri. Costretto suo malgrado a combattere, Harlan scopre di essere un Dampyr, figlio di una donna umana e di un Maestro della notte, l’unico in grado di uccidere le demoniache creature.

Il film emula coraggiosamente il modello Marvel: la sigla iniziale riunisce in una bella carrellata in bianco e nero richiami ai fumetti storici della Bonelli, da Tex a Dylan Dog, evocando in una manciata di secondi i beniamini di intere generazioni.

Alcune scene ben riuscite nella prima parte (il vampiro che trascina in una folle corsa in tondo la propria vittima, il primo incontro tra Harlan e Kurjak), sorrette da una buona fotografia notturna che traduce efficacemente sullo schermo la grafica del fumetto, e un’ambientazione azzeccata fra le macerie di paesi devastati dalle bombe, in un passato recente che riecheggia la guerra in Ucraina dei nostri giorni, fanno provare un moderato senso di esaltazione allo spettatore, rassegnato ormai da anni ad un cinema italiano avulso dal genere fantastico.

Risulta più difficile da sopportare la retorica di certi dialoghi, soprattutto nella seconda parte del film, dove la storia scivola su binari prevedibili e il confronto fra gli orrori della guerra e gli abomini vampireschi si banalizza in una sceneggiatura povera, in cui i personaggi rimangono solo abbozzati.

Nel complesso Chemello dirige con mano volonterosa un B-movie sufficientemente godibile, con le approssimazioni tipiche del genere: l’ambientazione geografica nei Balcani, che ricoprono nell’immaginario nostrano una zona ampia e vaga al di là dell’Adriatico, è priva di riferimenti precisi, mentre le immagini diurne risvegliano nella sgranatura ricordi dei film anni Settanta più che dei Novanta.

Gli effetti speciali sono un po’ artigianali, soprattutto ogni qual volta appare il malvagio Gorka/David Morrissey, truccato con un’ improbabile parrucca di capelli lunghi corvini e avvolto da tenebre visibilmente artificiali: ma è un peccato veniale, considerando che i mezzi in dotazione non sono faraonici.

Film da vedere, purché si sia appassionati di fumetti e di horror divertenti (anche in maniera involontaria, vedi la scoperta dell’incredibile libro-fumetto sulle origini di Dampyr nella cattedrale sotterranea) più che paurosi, sperando in un proseguimento più brillante delle vicende dei tre eroi, tutti belli e dannati. Notevole la vampira Tesla/Frida Gustavsson, con un look a cavallo fra Annie Lennox e la replicante assassina di Blade Runner.

novembre 14, 2022 at 11:01 am Lascia un commento

LA STRANEZZA – regia di Roberto Andò – recensione di Stefania De Zorzi

E’ il 1920: Luigi Pirandello/Toni Servillo fa ritorno per un breve periodo in Sicilia, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga/Renato Carpentieri. Arrivato a destinazione viene informato del recente decesso della balia della sua infanzia, Maria Stella, e decide di prendersi carico della sua sepoltura, affidata ai becchini Onofrio Principato/Valentino Picone e Sebastiano Vella/Salvatore Ficarra. Costoro si dilettano di teatro e hanno allestito un dramma-commedia, “La trincea del rimorso, ovvero Cicciareddu e Pietruzzo”, interpretato da alcuni abitanti del paese, da cui Pirandello prenderà ispirazione per la stesura di “Sei personaggi in cerca d’autore”.

Roberto Andò dirige e in parte sceneggia, coadiuvato da Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, un film dall’architettura stratificata su diversi livelli.

C’è la commedia tinta di humour nero, animata dai giochi di parole e dalla verve del duo comico Ficarra e Picone, che lascia intravedere, seppure con leggerezza, la corruzione della pubblica amministrazione e la soggezione ai poteri forti: il disonesto impiegato comunale e la mafia del padrino locale da una parte, e la Chiesa del parroco dall’altro. Vi è poi il racconto delle vicende umane di Pirandello, tormentato dai ricordi della moglie pazza, temuto e incompreso da molti perché, parafrasando le parole dell’amico Verga, ha minato con una bomba le certezze del realismo; e l’intreccio con le peripezie amorose e teatrali dei due becchini-commediografi, circondati dall’umanità verace di un mondo piccolo-borghese che vede nel teatro un modo per re-inventarsi un’identità ed uscire, almeno per il tempo della messa in scena, dalle convenzioni soffocanti dell’epoca.

L’ultimo livello di lettura è quello alla radice dell’opera di Pirandello: la relatività della percezione che isola gli individui e vanifica gli sforzi di comunicazione, e la difficoltà a distinguere fra personaggio e persona, fra realtà e finzione.

La stranezza è il malessere da cui Pirandello si lascia prendere quando i fantasmi dei personaggi di un’opera ancora da scrivere sfilano nottetempo dinnanzi a lui nell’ampio salone, imprigionati nella sua mente: anche una volta saliti sul palcoscenico, nella sequenza finale della rappresentazione a Roma di “Sei personaggi in cerca d’autore”, rimangono comunque incastrati in un non-tempo dove tutto è già successo e continuerà a succedere, condannati per l’eternità ad un limbo in cui non possono vivere con autenticità le proprie emozioni.

Andò modula con maestria lo scivolamento progressivo dalla commedia al dramma e l’intreccio fra realtà e artificio, in un ammirevole gioco ad incastro che delizia e sorprende.

Il quadro è una Sicilia di inizio Novecento magnifica e decadente, superstiziosa e appassionata, fotografata in modo superbo da Maurizio Calvesi, fra la luce calda del giorno che si riversa su mura scrostate e vestigia barocche, e le ombre inquietanti del palazzo in cui si agitano gli spettri.

Molte sono le scene memorabili, da quella nel Comune, spazio immenso e kafkiano invaso da infiniti faldoni polverosi, con la macabra stanza dei “sospesi”, all’incontro breve e profondo con Verga, per giungere infine alle due rappresentazioni teatrali, l’opera farsa messa in scena dai becchini, e la prima dei “Sei personaggi”, laddove in entrambi i casi vita e teatro entrano in collisione.

Film assolutamente da vedere, per il connubio raro di una storia architettata con garbo ed intelligenza, animata da dialoghi di volta in volta arguti e dolenti, con un cast di attori grandiosi: non solo Toni Servillo, che interpreta il fascino ironico e la spigolosità inquieta di Pirandello con la solita naturalezza, o Renato Carpentieri, che riassume ore di letteratura italiana con poche magiche parole, ma anche Ficarra e Picone, interprete l’uno dell’anima di un uomo semplice e un po’ cialtrone, l’altro del dramma personale di una sorta di maestro di campagna che ambisce invano alla grandezza della creazione artistica.

novembre 2, 2022 at 8:29 PM Lascia un commento

ILLUSIONI PERDUTE – regia di Xavier Giannoli – recensione di Stefania De Zorzi

llusioni perdute” narra due storie: da un lato le peripezie del giovane Lucien de Rubempré/Benjamin Voisin, poeta squattrinato di indole romantica, che dalla provincia campagnola si trasferisce a Parigi per amore della bella aristocratica Louise de Bargeton/Cécile de France, diventa giornalista e si innamora ricambiato di una giovane attrice, Coralie/Salomé Dewaels. Contemporaneamente è il racconto delle origini di un giornalismo commerciale votato a “rastrellare” denaro anziché a servire ideali di verità e giustizia, di un’editoria ad esso collegato, fortemente condizionata dalle leggi del mercato, e di un teatro popolare dove imperversano claque che promuovono o stroncano carriere e spettacoli a pagamento.

Xavier Giannoli adatta e mette in scena il romanzo omonimo di Honoré de Balzac, una sorta di “Fiera delle Vanità” sul modello inglese, dove il protagonista è sia vittima che fautore della propria fulminea ascesa e caduta: l’ambientazione è la Francia della Restaurazione, che ha conosciuto i fermenti libertari della Rivoluzione e le guerre napoleoniche, e dove nobiltà e monarchia cercano di riconsolidare vecchie posizioni di forza con l’uso della violenza, oltre che attraverso rigide convenzioni sociali.

La rievocazione storica è accurata, sia grazie alle scenografie che rievocano lo sfarzo delle dimore aristocratiche, l’atmosfera confusa e operosa dei giornali, lo scintillio un po’ fasullo dei teatri, i passaggi su assi traballanti per evitare le strade fangose, sia grazie  ad una fotografia che alterna con talento pittorico luci calde e fredde, l’ebbrezza delle feste e la miseria della caduta. Notevole anche la mimesi di costumi e acconciature rispetto ai ritratti del primo Ottocento.

In sovrapposizione alla ricostruzione puntuale di un preciso periodo storico, Giannoli mescola elementi di epoche successive (la celebrazione del successo di Lucien e la sua ricercatezza modaiola sfumano nel Decadentismo di Oscar Wilde), e racconta attraverso una voce narrante a tratti ironica, a tratti rassegnata, un mondo moderno dove lo spettatore riconosce senza fatica gli antesignani di influencer e troll.

Nell’adattamento dal romanzo scritto da Giannoli e da Jacques Fieschi spiccano dialoghi indimenticabili per la loro arguzia: fra questi l’iniziazione alla stroncatura feroce e sistematica di Etienne Lousteau/Vincent Lacoste, o ancora le scene con un imponente Gérard Dépardieu, nei panni di Dauriat, ex fruttivendolo ed editore di successo.

Giannoli evita il tranello della presa di posizione politica, e del manicheismo poveri/ricchi: colpisce la facilità con cui Lucien abbandona l’arte e tradisce la propria onestà intellettuale, pur di poter partecipare agli agi e alle celebrazioni di un mondo elitario da cui sarebbe altrimenti escluso, mentre d’altra parte i giornali che si vantano di essere liberisti sono i primi a (s)vendere la propria penna con intenti puramente economici.

Il cast ha un livello eccellente anche nei comprimari: Xavier Dolan è l’affascinante scrittore Raoul Nathan, Jeanne Balibar sprizza perfidia da tutti i pori nel ruolo della potente Marchesa d’Espard, e Vincent Lacoste è un novello Mefistofele.

Film assolutamente da vedere, giustamente premiato in Francia con abbondanza di César: non da ultimo anche per lo sguardo commosso del regista sulla perdita dell’innocenza del suo giovane protagonista, a dispetto di debolezze ed errori.

luglio 4, 2022 at 11:55 am Lascia un commento

Il visionario mondo di Louis Wain di Will Sharpe – recensione di Stefania De Zorzi –

Ci sono artisti di valore in un passato non troppo remoto la cui memoria oggi è evaporata, vittima delle mode del momento, e che un buon film può contribuire a far riscoprire agli spettatori. E’ il caso de “Il Visionario Mondo di Louis Wain”, un biopic incentrato sulla vita dell’omonimo illustratore, che visse a cavallo fra l’epoca vittoriana e i primi decenni del Novecento. 

Louis Wain/Benedict Cumberbatch mantiene con un certo sforzo la famiglia, composta dalla madre e da cinque sorelle, grazie ai propri disegni; si innamora e sposa l’istitutrice Emily/Claire Foy, generando scandalo nella società rigidamente classista del suo tempo. Negli anni successivi Wain diventa famoso grazie alle illustrazioni di gatti antropomorfi dai grandi occhi, ma la celebrità va di pari passo con la sua ingenuità finanziaria e con le pressioni della famiglia in difficoltà per i debiti. Il genio, già messo psicologicamente a dura prova, viene minato nell’ultima parte della sua vita dall’infermità mentale.

Letta così la storia può sembrare molto drammatica, con uno sbilanciamento verso la tragedia: tuttavia il regista Will Sharpe riesce a conferire un tocco leggero e surreale alle peripezie del protagonista, sia evitando la ricostruzione pedante (con il contrappunto di musiche e balli moderni, pettinature arruffate, la voce narrante di Olivia Colman che commenta con affetto ed ironia vizi e virtù del tempo e dell’artista), sia tuffando lo spettatore nella struggente umanità di Louis e Claire, dell’amabile datore di lavoro Sir William Ingram/Toby Jones, delle sorelle tanto buffe quanto insopportabili, e naturalmente del rapporto tenero e giocoso con l’amatissimo gatto Peter.

Il titolo originale “The Electrical Life of Louis Wain” introduce meglio di quello italiano al concetto di elettricità, centrale nel film, che influenza i decenni di fine Ottocento non solo come scoperta scientifica ed applicazione tecnologica, ma anche come forza vitale ed artistica. L’arte di Wain, che si esprime principalmente attraverso i suoi gatti, dona agli uomini una visione divertita ed ottimista rispetto ad una realtà in cui “tutto puzza di sterco”, come recita la voce narrante, e si rivela a sua volta come il commovente dono di Emily per il marito.

Di spicco, oltre alla sceneggiatura di Simon Stephenson che restituisce il tormentato mondo interiore di Wain con delicatezza e sensibilità, anche l’ottima fotografia di Erik Alexander Wilson, che tinge di blu i momenti  permeati dall’amore della moglie Emily, e trasforma in illustrazioni la splendida campagna inglese fiorita.

Nella seconda parte il film perde un poco della sua grazia nella descrizione della progressiva infermità mentale, i toni diventano più cupi, e il ritmo si sfalda nelle allucinazioni del protagonista. Si tratta però di uno smarrimento temporaneo, che non compromette la visione di un biopic  psichedelico e struggente, interpretato da un cast magistrale, con Cumberbatch nelle vesti di uno dei suoi personaggi migliori. 

Film irrinunciabile anche per tutti gli appassionati del mondo felino, che abbiano intenzione di scoprire le fondamenta storiche della mania contemporanea per i gattini.

aprile 8, 2022 at 1:02 PM Lascia un commento

I Mitchell contro le macchine – recensione di Stefania De Zorzi –

Esiste la famiglia perfetta? Probabilmente solo in certe foto stucchevoli pubblicate sui social, e comunque non è mai la propria. E’ il punto di partenza de “I Mitchell contro le macchine”, diretto e co-sceneggiato da Mike Rianda e Jeff Rowe: la diciottenne Katie, aspirante regista in rotta col padre Rick da cui si sente amata ma non compresa, è ansiosa di lasciare casa per andare al College in California alla scuola di Cinematografia. Durante il lungo viaggio in macchina organizzato a sorpresa dal padre insieme alla madre Linda, al fratellino Aaron e al carlino Monchi, Katie dovrà affrontare insieme a tutta la famiglia un’apocalittica rivolta di robot, e cercare di salvare l’umanità.

La storia della battaglia delle macchine contro gli uomini non è certo nuova, da Terminator a Matrix: Rianda però rianima il cliché a vari livelli.

L’interazione fra i membri della strampalata famiglia (che nei connotati fisici richiama non poco “Gli Incredibili”), ognuno col suo carattere ben definito, le sue debolezze e le sue virtù, è uno dei principali punti di forza del film: la contrapposizione fra il mondo di Rick, analogico e retrò, e quello della giovane Katie, che usa telefonino e computer come un prolungamento naturale della propria persona, è brillante e affettuosa, priva di moralismi.

Il ritmo della narrazione è serrato, i dialoghi scoppiettanti, e il regista non lesina le citazioni cinefile, che ricalcano la passione della protagonista per un cinema avventuroso e fantascientifico: Terminator, Star Wars, L’alba dei morti viventi, Mad Max, 2001: Odissea nello spazio, sono fra i molti richiami che si possono cogliere, come tanti “Easter Eggs” disseminati lungo l’arco della storia.

Da un punto di vista formale il film è un tripudio creativo, dove si mescolano con brio animazione tridimensionale e 2D, video-collage fotografici, scritte sovrapposte ed effetti volutamente amatoriali, volti a riprodurre la freschezza e l’imperfezione tecnica di una film-maker in erba, che usufruisce di tutti gli strumenti digitali con l’entusiasmo di una geniale e prolifica principiante.

Per finire, una menzione speciale va al carlino strabico Monchi, protagonista di molte fra le scene più esilaranti: buffo e goffo, è una sorta di avatar dei suoi strampalati padroni.

Peccato che la pandemia abbia negato la distribuzione in sala a questo film, che si annovera fra i lungometraggi di animazione più divertenti ed originali degli ultimi anni.

aprile 4, 2022 at 10:04 am Lascia un commento

THE BATMAN – regia di Matt Reeves – recensione di Stefania De Zorzi

 E’ la notte di Hallowen, e attraverso le spesse lenti deformanti degli occhiali di un feroce serial killer, lo spettatore spia dall’esterno di una ricca magione un quadretto domestico destinato a finire in tragedia. L’incipit di “The Batman” è intrigante e ingannevole, in un gioco di specchi e di citazioni che il regista Matt Reeves inserisce ingegnosamente nell’arco della storia: la scena del bambino che abbraccia teneramente il genitore, di cui rimarrà orfano di lì a poco, ricorda le origini del Cavaliere Oscuro, ma l’orfano non è Bruce Wayne. Quest’ultimo, interpretato da Robert Pattinson, veste i panni dell’eroe-ombra avvezzo a combattere i criminali comuni, che deve compiere il “ salto di qualità”, scontrandosi da un lato con gli efferati delitti compiuti dall’Enigmista, dall’altro con la corruzione dilagante ad alti livelli di Gotham City. Interagiscono con lui personaggi noti, quali Oswald Cobblepot/ il Pinguino/Colin Farrell (reso totalmente irriconoscibile dal trucco), l’audace ladra Selina Kyle/Catwoman/Zoe Kravitz, il commissario Gordon/Jeffrey Wright, ed alcune new entry, fra cui spicca il mafioso Carmine Falcone/John Turturro.

Matt Reeves dirige e in parte sceneggia il nuovo inizio, difficile per definizione visti i precedenti numerosi e illustri, di Batman, eroe cupo e tormentato ai limiti del nichilismo, personaggio non facilmente assimilabile dalla cultura contemporanea in quanto quasi del tutto privo di auto-ironia, di solito riservata ai malvagi di contorno.

Reeves rende centrale il tema della maschera, così che il protagonista mostra il suo volto solo in rare sequenze: tanto Batman è impavido e coriaceo, tanto Bruce Wayne appare vulnerabile e ansioso, come se l’eroe potesse essere tale solo se rivestito dalla sua corazza. 

Maschere e costumi sono anche icone sexy: c’è una notevole alchimia fra Batman e Catwoman, dal primo incontro al buio in cui il protagonista la immobilizza in un abbraccio sensuale, fino alla riproposizione ammiccante del bacio in altura, dove l’eroe è languidamente alla mercé dell’eroina.

La trama si snoda seguendo le tortuosità del labirinto dell’enigmista, in un percorso a spirale che dura quasi tre ore, con alcune scene da antologia: memorabili sia la prospettiva capovolta del Pinguino al termine di un inseguimento automobilistico da cui Batman emerge come un nuovo Madmax, sia l’inquadratura pittorica dell’eroe che brandisce la fiaccola della salvezza in mezzo alle acque.

La splendida fotografia di Greig Fraser modula una perpetua notte piovosa in immagini che ricordano l’inchiostratura del fumetto, mentre Reeves orchestra combattimenti che accentuano gli stacchi anziché la fluidità dei movimenti, con un effetto sequenziale che pure si avvicina stilisticamente alle pagine illustrate.

Il film non è privo di difetti, in particolare nella parte finale, troppo dilatata a partire dalla rivelazione dell’Enigmista fino al monologo interiore abbastanza retorico di Batman, dopo la grande battaglia finale.

Si tratta comunque di peccati veniali rispetto ad un’opera innovativa soprattutto nella forma, in cui Reeves trasforma i grotteschi cattivi della DC in disturbanti serial killer o in mafiosi disumani, e regala al tempo stesso un ritratto affascinante e più umanizzato dell’Eroe mascherato.

Dopo “Twilight” Pattinson è probabilmente destinato, suo malgrado, ad un’altra grande saga cinematografica.

marzo 10, 2022 at 11:20 am Lascia un commento

The King’s Man – Le Origini – recensione di Stefania De Zorzi

Matthew Vaughn, con il suo approccio scanzonato e irriverente ai (super)eroi, regista di storie dissacranti ai limiti del grottesco, ama sorprendere gli spettatori: il suo ultimo film “The King’s Man -Le Origini”, non fa eccezione, sebbene con modalità differenti.La trama inizia nel 1902 in Sudafrica, durante il conflitto anglo-boero, per poi spostarsi con un salto temporale e geografico 12 anni più tardi, in Inghilterra. Il giovane Conrad/Harris Dickinson è ansioso di eguagliare le azioni valorose compiute in passato dal nobile padre, Orlando Oxford/Ralph Fiennes, e si addestra al combattimento sotto la guida del fedele Shola/Djimon Hounsou, mentre il genitore è coadiuvato da Polly/Gemma Arterton, “tata” dalle molte risorse. Lontano dal maniero aristocratico, in un luogo imprecisato sulla cima di una montagna impervia, si riunisce un gruppo di cospiratori che annovera fra le sue fila il monaco Rasputin/Rhys Ifans e il consigliere del Kaiser, Hanussen/Daniel Bruehl, capeggiato da un misterioso “Pastore” smanioso di scatenare morte e distruzione attraverso tutta l’Europa. Fin dalla sequenza iniziale si capisce che qualcosa non va rispetto ai precedenti episodi di “ Kingsman”: sulla scena si consuma in pochi minuti una tragedia, di cui si può dire, senza voler svelare troppo, che è il preludio a molte grandi favole. A partire da quel momento, Vaughn alterna il registro brillante e scapestrato che gli è abituale (nella scena dominata da un magnifico Rhys Ifans, che impersona un Rasputin guaritore lascivo, danzatore, assassino e praticamente invulnerabile, o ancora nel duello col gigante che scaglia gli eroi come fuscelli nel covo dei cattivi), con toni seri e drammatici, in cui l’ironia, se presente, ha comunque una sfumatura tragica (i tre sovrani, re Giorgio d’Inghilterra, lo zar Nicola di Russia e il Kaiser Guglielmo di Germania, sono interpretati dallo stesso attore, Tom Hollander,  a significare che gli uomini di potere, seppure con sfumature diverse, si assomigliano).Vaughn, pur se originale, è debitore del “1917” di Sam Mendes nelle sequenze girate fra le trincee, con la scenografia e i combattimenti da video-game dark, mentre il Rasputin ricorda la versione diabolica e a suo modo irresistibile del monaco in “Hellboy”. Non a caso l’ispirazione fumettistica, dalle graphic novels di Mark Millar e Dave Gibbons, è sempre ben evidente, con qualche sbavatura: nella rilettura disinvolta degli episodi storici, nelle libertà narrative di diversi passaggi, così come nei tratti caricaturali di alcuni personaggi, e naturalmente nelle scatenate sequenze d’azione. Il regista tira un violento colpo basso agli spettatori fiduciosi di ritrovare la leggerezza degli episodi precedenti, difende con un calore in odore di Brexit, seppure stemperato da considerazioni pacifiste e anti-colonialiste, l’amata Inghilterra, mentre non risparmia dalla satira politica ne’ i monarchi europei ne’ il presidente degli Stati Uniti d’America.Il risultato è un film intrigante che tradisce le regole della serialità, anche se non sempre riuscito proprio a causa dell’oscillazione continua e talvolta fastidiosa fra fumetto e storia, avventura mirabolante e tragedia improvvisa, umanità alternativamente grottesca e dolente.

gennaio 11, 2022 at 10:48 am Lascia un commento

Mr Link di Chris Butler recensione di Stefania De Zorzi

Ci sono film che catturano lo spettatore dalla prima inquadratura fino ai titoli di coda: è il caso di “Mr Link”, film d’animazione vincitore del Golden Globe nella sua categoria nel 2020, diretto e sceneggiato da Chris Butler.
Sir Lionel Frost/Hugh Jackman, aristocratico appassionato di creature mitologiche, scommette col bieco e reazionario Lord Piggot-Dunceby/Stephen Fry la propria ammissione ad un esclusivo club di “Uomini Straordinari”, a patto che riesca a portargli le prove dell’esistenza del leggendario Sasquatch. La creatura, anello di congiunzione fra l’uomo e la scimmia (da cui il titolo originale “Missing Link”, l’anello mancante), esiste davvero nel selvaggio West, e si accompagna a Sir Frost e all’ex fidanzata di quest’ultimo Adelina Fortnight/Zoe Saldana in un periglioso viaggio intorno al mondo, fino alle pendici dell’Himalaya, alla ricerca di Shangri-La e del popolo degli Yeti.
La storia, piacevolmente avventurosa, è ambientata in un tardo Ottocento in cui le novità scientifiche (l’elettricità, la fotografia, l’evoluzionismo) rivoluzionano il mondo tanto quanto il movimento per il suffragio universale.
Il Sasquatch, doppiato in inglese da Zach Galifianakis, è il personaggio più umano e simpatico: durante il viaggio di scoperta e di formazione dovrà imparare a riconoscere i suoi veri simili, che non sono per forza quelli a lui geneticamente più prossimi.
Butler usa la tecnica dello stop-motion coniugato alla CGI in modo strepitoso, creando sontuosi scenari esotici, vittoriani, western. Fra le sequenze più avvincenti spiccano l’inseguimento sulla nave in mezzo alla tempesta e quella sul ponte di ghiaccio, fra citazioni e rimandi a Jules Verne, Titanic, Cliffhanger, fino alla piccola sirena mummificata di Imogen Hermes Gowar.
Film assolutamente da vedere, su piani diversi e parimenti godibili per adulti e bambini: la morale è che non c’è bisogno di essere donna per decidere di chiamarsi Susan, ed è tutt’altro che scontata.

Maggio 17, 2021 at 1:03 PM 1 commento

SONG OF A NAME – di François Girard – recensione di Stefania De Zorzi

Parafrasando “Le mille e una notte”, una buona storia può salvare la vita, o almeno mitigare il limbo del confinamento casalingo di questi mesi: è il momento di scoprire film belli e invisibili, rimasti tali anche per la chiusura delle sale cinematografiche durante gran parte del 2020.Fra questi “The Song of Names – La Musica della Memoria”, diretto dal regista franco-canadese François Girard, ispirato all’omonimo romanzo di Norman Lebrecht. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Dovidl Rapoport, violinista prodigio a soli nove anni (interpretato da Luke Doyle nei panni di Rapoport bambino, Jonah Hauer-King in quelli del giovane uomo, e Clive Owen da adulto), viene affidato dal padre Zygmunt ad una famiglia inglese; il fratello adottivo Martin (interpretato nelle tre età della vita rispettivamente da Misha Handley, Gerran Howell e Tim Roth) sviluppa con Dovidl un’amicizia profonda, sebbene conflittuale. Alla vigilia del concerto che dovrebbe lanciare nell’Olimpo dei grandi violinisti il ventunenne Dovidl, questi scompare misteriosamente nel nulla. Trentacinque anni dopo Martin, che non si è mai rassegnato alla scomparsa di Dovidl, si mette sulle sue tracce ripercorrendo una strada sbiadita dal tempo fra Londra, Varsavia e New York.Non è facile, dopo oltre settant’anni dalla fine dell’Olocausto, raccontare il dramma di un ebreo sopravvissuto allo sterminio senza scadere nel déjà-vu o nel facile dramma: tuttavia Girard riesce nell’intento grazie ad un soggetto intrigante, che si sviluppa con l’andamento di un thriller a sfondo storico, alternando in un montaggio sapiente il passato e il presente. Fino al momento in cui il mistero viene svelato e il tempo si ricompone, mostrando la continuità fra il gesto del bambino e quello dell’uomo maturo.La sceneggiatura delinea vivacemente i protagonisti, che emergono dallo schermo con tutta la loro prepotente forza interiore, sia nelle schermaglie feroci e innocenti fra bambini, che nel confronto difficile fra adulti ossessionati dal passato.Tim Roth e i giovanissimi interpreti sono straordinari; brava anche Catherine McCormack nei panni della moglie Helen, mentre Owen rimane fra tutti un po’ granitico.E’ un film attraversato dalla tragedia dell’Olocausto e della diaspora delle famiglie ebree, in cui la sofferenza, la rabbia e la commozione sono sublimati attraverso la musica e il realismo poetico con cui Girard evoca sia la formazione di due ragazzini nella Londra sfigurata dalle bombe, che la dolorosa presa di coscienza del giovane Rapoport.Da vedere, per capire meglio il valore mistico della memoria e lasciarsi commuovere senza timore di sentimentalismi.

febbraio 10, 2021 at 11:56 am 1 commento

Articoli meno recenti


Iscriviti al gruppo Alphaville su Facebook
Vista il sito dell'Associazione CINEROAD
Videosettimanale telematico di attualità e cultura
il suono degli strumenti
novembre: 2022
L M M G V S D
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
282930  

Archivi

Blog Stats

  • 181.468 hits