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King Arthur – Il potere della spada- recensione di Stefania De Zorzi.

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Un manipolo multietnico di simpatiche canaglie, briganti e ribelli: ecco i protagonisti di “King Arthur: il potere della spada”, l’ultima rilettura cinematografica del leggendario Re Artù e dei suoi cavalieri, diretto da Guy Ritchie. Uther Pendragon/Eric Bana viene ucciso con l’inganno dal fratello Vortigern/Jude Law che ne usurpa il regno; il figlioletto Artù sfugge al massacro e, una volta adulto (l’interprete è Charlie Hunnam), snuda la spada dalla roccia rivelando così la sua identità regale. Con l’ausilio della Maga/Astrid Bergès-Frisbey, e di audaci amici vecchi e nuovi, intraprende una strenua battaglia contro lo zio per la propria sopravvivenza e per il regno di Camelot. L’Artù di Ritchie somiglia ai gangster di piccolo calibro di “Rockn’Rolla”, per fisicità, abbigliamento e carattere; gli fa da contraltare il perfido zio, figura fantasy di re e stregone, alleato a mostruose creature degli abissi. Ritchie mescola molti, troppi ingredienti: elefanti e serpenti fuori misura all’assalto di Camelot, arcieri-cecchini che cercano di assassinare il re, soldati mascherati e anacronistiche sepolture con la bandiera ripiegata. Le suggestioni spaziano, con poca armonia, da “Il Signore degli Anelli” a “Conan il Barbaro”, fino a “Snatch -lo Strappo”. Non mancano gli abituali colpi di genio del regista, soprattutto a livello formale: l’allegra accelerazione dell’infanzia perigliosa di Artù, e dei combattimenti contro ratti e pipistrelli giganti nelle Terre Oscure, evitano in modo divertente e originale la trappola di situazioni già abbondantemente viste nel genere. Ipercinetico, volutamente irrispettoso della congruenza con storia e leggenda, è un film godibile anche se squilibrato, in cui la digitalizzazione è eccessiva e affascinante, l’avventura avvincente seppure priva di vero pathos, e Artù/Hunnam simpatico quanto fuori parte. Esaltante la colonna sonora, che da sola conferisce quel tanto di carattere epico, altrimenti negato dagli sviluppi della trama e dei personaggi.

maggio 16, 2017 at 10:00 am Lascia un commento

Guardiani Della Galassia Vol. 2 -Recensione di Marco Zanini-

Guardiani-Della-Galassia-Vol.-2

1980. Una macchina sfreccia nelle campagne del Missouri. La musica e il vento tra i capelli fluiscono tra i sentimenti di una giovane coppia innamorata molto particolare: lei è una terrestre, lui è un alieno. Singolare anche il dono che decide di fare alla sua bella, un vegetale extraterrestre che pianta in mezzo ai boschi. Trentaquattro anni dopo la banda che avevamo lasciato dopo aver salvato Xandar, deve evitare che un gigantesco mostro tentacolare intradimensionale rubi delle preziose batterie ai Sovereign. A missione compiuta i cinque attraversano lo spazio, ma sul loro cammino incappano in due esseri: l’empatica Mantis ed Ego, il padre di Peter Quill.

Nel 2014, quando James Gunn portò i Guardiani Della Galassia sul grande schermo compì l’impresa di rinnovare l’universo Marvel, appesantito da supereroi fotocopia il più delle volte ridicoli o troppo seri. Ecco dunque un quintetto di criminali spietati e pericolosi  ma unici: improbabili e con gravi lacune educative ma a loro modo teneri. Il tutto accompagnato da un’estetica vintage permeata di canzoni anni ’70 e ’80 e un walkman totalmente fuori dal tempo. Il risultato fu grandioso, tanto che quella frase finale: ”I guardiani torneranno” meritava di essere accolta con entusiasmo. Insomma, in tanti non vedevano l’ora di vivere nuove avventure, ora che la squadra era formata e pronta a navigare per la galassia facendo un po’ di cose buone e un po’ di cose cattive. Dopo il breve incipit, meraviglioso tripudio del romanticismo di Gunn fatto di vecchia musica e spensieratezza, l’introduzione del Vol. 2 non delude le aspettative proponendo la prospettiva del piccolo Groot che balla mentre i compari sbudellano il mostro. Strepitoso, ma anche uno dei pochi momenti del film dove gli effetti speciali colpiscono veramente. Sotto questo aspetto il primo capitolo godeva di maggiore ispirazione inanellando inquadrature e scene che meravigliavano per il grande gusto più che per la spettacolarizzazione fine a se stessa. Altresì vero che qui l’operazione di approfondimento stia più nei contenuti che nell’aspetto visivo. I tratti tipici di ironia ed emotività sono stati quindi decuplicati, introducendo anche un umorismo insolitamente greve e scorretto che innalza il coraggio di Gunn, deciso a distinguersi, nonostante la popolarità raggiunta, ed a prendere ancora di più le distanze dal politicamente corretto. I siparietti tra i vari personaggi sono sempre fenomenali. Scavando più in profondità nell’animo dei guardiani ne vengono esaltate le peculiarità, arricchendo la bozza del primo film. Una banda di disperati violenti, nonostante tutto accomunati dal bisogno di trovare qualcuno con cui stare, che si parli di rapporti di sangue o di amicizia. Questo coincide con la comparsa del padre di Quill, così come il riavvicinamento burrascoso tra Nebula e Gamora, che accentuano il concetto di famiglia scontrandosi con la squadra/famiglia creatasi nel frattempo. Una virata decisamente sentimentale tutto sommato affrontata bene, soprattutto nel finale inaspettatamente intenso e commuovente, ma non esente da rischi. Nella fase centrale, ambientata sullo stucchevole ed eccessivamente colorato pianeta Ego, si riconosce il grande momento di stanca, troppo patetico e lento. Qui il racconto scade non solo nella forma ma anche nell’intreccio che va inspiegabilmente a perdere di continuità e fluidità, arrancando in maniera piuttosto vistosa. Complessivamente questo rende il Vol. 2 narrativamente inferiore al suo predecessore, che anche sotto questo aspetto risultava perfetto e scorrevole.

Il finale, come accennato prima, risolleva la baracca esprimendo a piene mani ciò che si porta dentro Guardiani Della Galassia. Qualcosa in cui un giovane sognatore può riconoscersi subito, una sensazione di brivido ed emozione che è la medesima provata da Peter Quill quando, ormai giunta la fine di tutto, ricorda il vissuto e ritrova la forza per combattere, in difesa dell’amore e delle fantastiche canzoni che hanno accompagnato la sua infanzia. Un impeto romantico, che a dispetto delle leggendarie origini, lo rende principalmente umano. Chili di umanità e sentimenti che sfuggono al patetismo grazie all’approccio genuino e al fantastico accompagnamento musicale di Cat Stevens. Al di là dei piccoli difetti di quest’ultimo film, un’opera che per complessità ed originalità si è già distinta e ritagliata uno spazio tutto suo nel mondo dei supereroi.

Zanini Marco

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maggio 12, 2017 at 5:04 pm Lascia un commento

Condi…visione di multi…ri…visione: “La pianista” (2001),“Niente da nascondere” (2005), “Il nastro bianco” (2009), “Amour” (2012) di Michael Haneke (recensione di Annalisa Bendelli).

 

Almeno nel secolo appena scorso gli uomini se lo immaginavano ancora – utopico o distopico che fosse – il futuro, mi fa riflettere l’amico Paolo.

Perché, ha ragione, l’homo europaeus (nel senso più esteso, di portatore del modello, entro la dimensione ormai globalizzata), nel pensiero e nell’immaginario ha proprio cancellato il futuro, non si proietta più in avanti, si è come arenato, incagliato.

Non viaggia più, nel cosmo e nel futuro, non s’imbarca.

Piuttosto si rintana, rinchiude, chi può si arrocca, asserraglia, più o meno munito, equipaggiato, di salmerie e vettovagliamenti materiali e spirituali.

Non intravvedendo più approdi, mondi possibili, desiderabili, attuabili, sembra ripiegare in un atteggiamento di difesa, protezione, preservazione, conservazione strenua, talora rabbiosa e disperata, di sé, del proprio mondo, condizione, status, habitat, milieu, abitazione.

E’ tutto un serrare, sprangare, chiudere di porte e finestre e cancelli nei film dell’austro-francese Michael Haneke, per esempio, che di questo mondo arroccato della civiltà europea superstite, nella specificazione sociale della medioalta borghesia, è esponente di razza nonché sottile, finissimo, ossessivo, spietato, dipintore.

Un ‘vedutista’ d’ambienti, mi vien da dire, la dice lunga in proposito, documentata nei contenuti extra di “Amour”, la maniacale ricostruzione dell’appartamento dei due coniugi, uguale uguale a quello in cui il regista ha vissuto da ragazzo.

Tutti ‘sti giri di chiave, dicevo, scatti di chiavistelli, scorrere di catenacci, franare di serrande, tirare di tende, sbattere di imposte e vetrate per tener fuori l’intruso, l’estraneo, il nemico, lo straniero (già, l’algerino subalterno della banlieue in “Caché”, tremendamente, commoventemente, realistico e contemporaneo e insieme circonfuso di sentore letterario che rievoca Camus e il contorto rapporto della cultura francese con l’imperialismo e la guerra d’Algeria) .

Magari il ladro, lo scassinatore, paventato e mitizzato nel suggestionato e suscettibile immaginario metropolitano (nel prologo-antefatto di “Amour” i due coniugi anziani sono alle prese con la serratura della porta d’ingresso e, preoccupati, fin un po’ esaltati, si raccontano recenti episodi di effrazioni in abitazioni nella cerchia dei conoscenti).

O il ‘male’ tout court (sempre in “Amour”, incarnato e simboleggiato dallo sconosciuto che assale alle spalle il protagonista nell’incubo dell’androne allagato).

Al limite il (l’altro) sesso: sono macchine mobili di assedio e difesa, transenne, trincee, barricate, gli armadi e le poltrone rabbiosamente trascinati e accatastati contro gli usci dalla pianista e dalla madre per difendersi, proteggersi, l’una contro l’altra, le due insieme, microcosmo femminile, contro l”altro’ (il maschio, l’amante).

Non credo sia casuale l’insistenza pervasiva nella cinematografia contemporanea, in Haneke e altri, su ambientazioni, arredi e suppellettili.

Qualcosa di più di uno sfondo, assumono valenze tematiche, simboliche, una nuova pregnanza, gli oggetti e ambienti della tradizione e quelli che vi penetrano con la tecnologia e la modernità che avanza, prima allotri e stridenti, via via assorbiti, assimilati.

Finanche gli attrezzi protesici degli infermi sembrano prima violare l’ambiente, poi diventano essi stessi rocche e torri munite degli individui che se ne devon servire: quel letto reclinabile introdotto brutalmente dagli operatori sanitari, la carrozzina parcheggiata come un baluardo davanti alla finestra, in “Amour” …

En passant Stefania De Zorzi, recensendo il recente “Elle” di Verhoeven, nota con le consuete sensibiltà e acutezza “gli interni borghesi lussuosi e solitari fotografati in una luce calda ma tutt’altro che rassicurante”, dove la signora agée perfida seducente giustiziera (chi si ri…vede, la Huppert, così cara e congegnale al Nostro…) conduce il suo gioco di tremenda perversa vendetta e dove si riverbera “il lato oscuro che le convenzioni di civiltà di solito occultano”.

E poco prima, nella sua intelligente lettura di “Barriere” (appunto!) di Denzel Washington, Marco Zanini rilevava la pregnanza simbolica del cortile di casa, insieme alle mura domestiche, “spazio ritagliato” di appartenenza e separazione sociale nel contempo, dove il nucleo familiare si protegge, difende ma pure si autosegrega ( nel film, nota Zanini, “ si mette fuori il naso pochissime volte”), costruendo steccati, delimitazioni, chiusure.

La dicotomia esterno-interno è costitutiva dello sguardo registico di Haneke, ribaltando magari i tradizionali punti di vista: in “Caché”, per esempio, l’hitchcockiana finestra che guarda, spia, il cortile si rovescia in un cortile-slargo che guarda, spia, la finestra.

L’esterno è più spesso traguardato, spiato di straforo, con timore, inquietudine, trepidazione, contorcimenti di desiderio, da finestrini, spioncini, fenditure, oppure traspare velato dalle vetrate e tendine, come allontanato da sottili eleganti diaframmi.

Mussole e pizzi, vetri smerigliati… la struggente e meravigliosa vetrata liberty verdeacqua da cui il coniuge di “Amour”, autosegregatosi nella cocciuta missione di accudimento della consorte invalida, aspira di nascosto boccate di ossigeno o fa uscire le volute del fumo.

Quella medesima vetrata da cui entra ed esce il piccione, enigmatico angelico messaggero di aria e libertà e apertura, al mondo, alla vita, agli altri.

E quelle porte e portoni (gli usci intagliati e laccati nel décor di opulenza austera delle case borghesi, il grande portone scuro e blasonato della villa nobiliare in “Il nastro bianco”) che chiudono, celano, misteri e angosce, turpitudini, vizi più che virtù, sopraffazioni e violenze (interni come prigioni… eh, quelle gabbiette per gli uccellini nella dimora del pastore protestante sono abbastanza simboliche…).

Oppure aprono improvvisamente a scenari en plein air di bellezza abbacinante, colti con sensibilità di impressionista macchiaiolo nella raffinatissima fotografia: ancora nel “Nastro bianco” il viaggio in calesse attraverso il campo di grano maturo, i vialoni alberati, i campi innevati su cui si stagliano le elegantissime silhouettes nerovestite degli abitanti del villaggio, quel sinistro, inquietante, plotone dei bambini severi e accigliati.

Ma quanti recinti e recinzioni e cancelli, dai campi ai cortili, alle aie, ai sagrati, alle piazze, agli slarghi, alle stanze, spazi delimitati e perimetrati, diligentemente, accuratamente, ordinatamente, caparbiamente (ah, come ci ha compenetrati la cultura nordeuropea delle ‘enclosures’…).

E le case, da quelle più umili, delle classi subalterne, a quelle più ricche e lussuose, sono tane, fortini, castelli, rocche difese e munite.

Non se ne esce (solo dopo la morte i coniugi di “Amour” ne usciranno liberati, pacificati, prendendo il cappotto e rivarcando finalmente la porta d’ingresso).

E vi si entra solo assediandole, violandole, scassinando, sfondando (nella violenta prolessi narrativa di “Amour” – anticipazione della fine – sono le istituzioni, il presidio delle forze dell’ordine e sanità, a sfondare a colpi d’ariete la porta d’ingresso per trovare il cadavere composto sul letto dell’anziana signora).

Comunque una vera ossessione dell’oggi e del cinema d’oggi la casa, il bene immobile, presidiato, ricercato, con ansia, preoccupazione per l’oscillazione delle quotazioni (la figlia dei signori di “Amour” ne parla al capezzale della madre delirante, in una sorta di monologo ossessivo, non sa comunicarle altro…).

Anche gli arredi sono transenne e barriere, nella loro funzione di rappresentanza e rappresentazione di status, di ruolo, di affermazione, economica, sociale, intellettuale.

Quelle pareti-quinte (barricate?) di libri allineati, un’ossessione visiva in “Caché”, leitmotiv del décor. Come le boiserie, le sequenze di pannelli che rivestono e travestono di eleganza e rappresentanza le pareti negli studi e salotti e anticamere.

Dalla libreria del soggiorno – sala di pranzo della coppia di borghesi parigini inurbati arrivati e colti (per lo meno si fingono, si dichiarano tali, nel teatro sociale), a quella allusiva e simbolica (e pure ‘finta’, i volumi sono involucri, copertine di nulla… rappresentano la cultura ma non la contengono) che fa da sfondo al dibattito della trasmissione culturale televisiva di cui il protagonista è conduttore.

Libri e librerie come suppellettili, oggetti e mobilio di rappresentanza e decoro,  anche nella variante contemporanea, documentata soprattutto in “Caché”, easy, funzionale, sdrammatizzata, alleggerita, meticciata, magari seguendo la vulgata IKEA…

Il tavolo di cristallo, luogo del desco e dell’incontro con amici e colleghi, piuttosto algido stilema di essenzialità ed eleganza, capace solo di raccogliere assenze di dialogo familiare e cicalecci vacui e sciocchini nelle conversazioni con gli amici (miseranda deriva, proprio in terra francese, dello spirito del dialogo e dibattito utile e illuminato delle idee).

I frontalini dei caminetti, che dovrebbero simboleggiare il calore domestico, mai accesi, solo di figura, evocativi di un décor d’antan che funziona ancora come mero richiamo e blasone sociale.

E gli armadioni e i comò della nonna, mescolati agli scaffali e all’attrezzatura razionale e basica: quanti ne ha intorno, accumulati e accatastati la Girardot disfatta e istrionica nel ruolo di matriarca, in “Caché”, raggiunta nella grande cascina avita dal figlio ansimante nel suo congestionato e indotto “À rebours” e prima ancora ne “La  pianista” chiusa e arcigna vestale della memoria familiare nell’appartamento del quartiere altoborghese.

Già, il pianoforte, vuoi mettere, che campeggia nei saloni, monumento più ancora che strumento, totem, simbolo maestoso e baluardo di civiltà e livello culturale superiore.

Secondo un concetto di disinvoltura, nonchalance abitativa che mescola il confortevole e pratico all’evocazione della tradizione e dell’appartenenza.

Con derive di sciatteria significative, le buste di plastica del supermercato disseminate sui mobili, gli abiti un po’ stazzonati di lei, la ciabattina da casa essenziale e chic ma trasandata, gli impermeabili accumulati disordinatamente all’ingresso…

Quella certa negligenza diffusa nelle ambientazioni borghesi contemporanee, a fronte della quale appare tanto più decorosa, seria, la modestissima abitazione sottoproletaria del maghrebino nella banlieu, nel suo squallore dignitoso, il mobilio rigorosamente funzionale, utile e basico, religiosamente ordinato per far da sfondo alla sconvolgente ed altrettanto essenziale, icastica, mattanza di sé.

Estrema terribile provocazione del subalterno che urla silenzioso contro la società asserragliata che lo esclude e lo rimuove e lo emargina.

Dopo essersene servita, magari, come si è servita dei tanti gnomi operai e braccianti che le han coltivato i campi ben recintati, costruito le case, fabbricato i mobili, le suppellettili e per secoli gliele hanno aggiustate, rinforzate, riparate (disgustoso, si indigna la giovane, bellissima, raffinatissima baronessa de “Il nastro bianco” contemplando lo scempio dei cavoli recisi nel campo ben riquadrato dal contadino ribelle, ah quei fabbri che non arrivano mai, non aggiustano più come un tempo, si lamenta signorilmente il marito in “Amour”).

Da secoli a oliare un sistema- congegno-carillon cui forse stan per saltare le molle e gli ingranaggi (arancia meccanica/a orologeria suggerirebbe la perfida coppia Kubrick/Burgess).

Perché loro, i proprietari, i padroni, di prima e dopo il naufragio, che se le tengono così strette e care quelle arche-fortezze, non se le sanno più costruire né munire e nemmeno più abitare.

E vi si rinchiudono intristiti e inetti e vi soffocano tra cose che paion relitti più ancora che reliquie.

Altro che Robinson Crusoe…

aprile 26, 2017 at 1:20 pm 7 commenti

RECORD STORE DAY 2017

TED

 

aprile 22, 2017 at 10:10 am Lascia un commento

ELLE di Paul Verhoeven -recensione di Stefania De Zorzi

ELLE

 

Perfida, anaffettiva, ferocemente intelligente: è Michèle/Isabelle Huppert, protagonista di “Elle”, tratto dal romanzo di Philippe Dijan e diretto da un anziano e straordinario Paul Verhoeven. L’incipit è lo stupro, prima solo udito e poi visto a cose fatte, di Michèle; figlia di un genitore “mostro” in carcere da più di trent’anni, la donna snuda il suo lato psicopatico e va a caccia dell’aggressore, che si nasconde nella sua cerchia di conoscenti. Sulla carta sembra l’ennesima storia di vendetta catartica, in cui l’agnello diventa lupo e si fa giustizia in autonomia; tuttavia da subito Verhoeven ci mostra un percorso ben differente. Perché Michèle è vittima di un crimine odioso, ma è anche un personaggio sgradevole e ambiguo, colpevole di tradimenti e manipolazioni, totalmente irrispettosa dei sentimenti di chi le sta accanto. Le novità non si fermano qui: Verhoeven osa mostrare una donna sessantenne che affascina e seduce uomini assai più giovani di lei (sposati per di più), mossa tanto dal desiderio di vendetta quanto dai propri appetiti sessuali. La macchina da presa si sposta abilmente dalla prospettiva raso terra del principio, alla drammatica dinamicità della violenza rivissuta nel ricordo, in interni borghesi lussuosi e solitari, fotografati in una luce calda eppure tutt’altro che rassicurante. Gli uomini ne escono maluccio: fedifraghi ipocriti come Robert/Christian Berkel, bellocci ignavi (il figlio e l’amante della madre), o ancora pavidi nerd (il giovane collaboratore), in ogni caso creature fondamentalmente deboli e incapaci di cogliere le sfumature e la forza letale di Michèle e delle altre. Verhoeven infrange in un solo film diversi tabù: mostrandoci un’anziana signora seducente e sfrontata, una strega che, senza i roghi dell’inquisizione e le limitazioni del politicamente corretto, organizza i suoi personali sabba alto-borghesi e la fa franca, in barba alle leggi degli uomini e della morale comune. A tratti divertente (compresa la parentesi sui video-giochi fantasy e orgasmici), sostenuto da un buon ritmo e ricco di suspense , è un film inquietante, che spiazza e disturba, per lo svelamento di quel lato oscuro che le convenzioni della civiltà di solito occultano. La Huppert è sublime, Verhoeven probabilmente al culmine della sua carriera.

aprile 12, 2017 at 9:39 am Lascia un commento

Condi…visione di ri…visione: “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick, 1971 (recensione di Annalisa Bendelli)

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Qualcuno ha osservato che “Arancia meccanica” è ciò che sta tra la scena delle scimmie che scoprono il monolite e la scoperta dello spazio in “2001 Odissea…”.

A (ri)pensarci…se “Odissea” ecc. è l’apologia smagliante e utopica della generazione e rigenerazione umana, “Arancia” ecc. è la spettacolarizzazione della sua degenerazione: l’utopia visionaria e didascalica lascia luogo alla distopia di un futuro a corto raggio quasi appiattito sulla contemporaneità degradata e arenata.

Così come il viaggio iperbolico, supersonico, intergalattico, tecnologico e teleologico si traduce e riduce a bighellonaggio terra terra senza meta né scopo.

Non sa né stare né andare l’Alex dell’apologo poetico e visionario di Kubrick tratto dal romanzo distopico di Burgess.

Piuttosto ama vagabondare, teppista perverso, attraverso una Londra prossima ventura al tempo della produzione del film, livida, sfregiata, sfigurata, stravolta, degradata.

L’ambiente in cui è collocato e in cui imperversa l’antisociale A-lex ha i chiari, spaventevoli tratti, insieme materiali e simbolici, dell’abbrutimento e del brutto, della perdita di senso e orientamento e di bellezza dell’umanità (nella specificazione che ha prodotto la civiltà occidentale allargata però a dimensione planetaria ).

E’ la rappresentazione visiva e visionaria, giusta la ribadita poetica del regista, di quell’approdo, anzi di quella deriva prefigurata dagli apocalittici della seconda metà del secolo scorso puntualmente verificatasi al suo scadere, sfondo e luogo di una società spietata, disperata, degenerata, violenta e incapace di regolarsi se non attraverso coercizioni e regimi dittatoriali.

Inquietante e psichedelica messa in scena della misera fine di tutte le utopie illuministiche e progressive, di civiltà e benessere, di confort abitativo, di funzionalità, affrancamento dai gravami materiali, di relazioni positive e urbane.

Quei marciapiedi e quelle aiuole ingombre di rifiuti, i viadotti grigi di squallore geometrico che non portano a nulla, le palazzate anonime e desolate, gli arredi dall’estetica improntata al confortevole e funzionale rotti, sventrati e accatastati in disordinati accumuli negli androni e negli atri…

E poi gli appartamentini popolari come l’abitazione del protagonista gremiti di oggetti-feticcio del design d’epoca (riferimento artistico imprescindibile la pop art nella sua infinita e seriale sottoproduzione) mescolati alla irredimibile, orrida e patetica chincaglieria kitsch, le oleografie, i velieri fatti con le conchiglie, i centrini sulle poltrone e i tavolini, i mobiletti-bar…

Dentro questo incubo perfetto, questa scenografia sinistra, però di iperrealistica verità, il perfido candido Alex si muove insieme ai suoi ‘drughi’ come un ballerino ambiguo e perversamente fascinoso compiendo gesta vandaliche e spietate di assoluta squisita gratuità.

Semicosciente provocatore guida la masnada dei suoi compagni di ventura in una scorribanda coreografata che sembra voler riscattare, trasfigurare, dunque trascendere, sublimare in senso est…etico il vuoto di senso e il brutto in cui è immerso.

A questa funzione demiurgica, in chiave parodistica e blasfema per il rimando all’iconografia vulgata dell’occhi divino, sembra ammiccare in copertina l’occhio irraggiato di ciglia finte inscritto nel triangolo della A.

Così i drughi, cavalieri-predoni erranti, chierici (stra)vaganti, delinquenti-giustizieri, angeli-demoni irrompono, devastano, seviziano, assaltano a passi di danza e al suono di musiche esaltanti e trascinanti in arrangiamenti psichedelici (la Nona di ‘Ludovico Van’, La “Gazza ladra” di Rossini, Singing in the rain… ).

E poi assediano e violano fortilizi e magioni arroccate ed esclusive, i luoghi degli odierni incastellamenti, la villa isolata dello scrittore di successo, progettata dall’architetto di grido, con tutti gli stilemi dell’abitabilità ottimizzata, moderna, smart, razionale e confortevole, equipaggiata ed ergonomica, soprattutto esclusiva (ma quanto è odiosa e ridicola la signora in calzamaglia rossa accovacciata a leggere dentro la seduta-guscio, e lui, alla scrivania, nell’autorappresentazione dello scrittore arrivato, con quelle quinte di librerie alle spalle, tronfio e pago di affermazione e benessere) e poi l’antica dimora old Britain di stucchi tappezzerie e moquette, trasformata in scuola di danza e abitata dalla megera e dai suoi innumeri gatti.

La violenza anarchica dei singoli si contrappone alla violenza strutturale e organica della società in un delirante e disturbante spettacolo in cui si mescolano genialmente tutti i generi e gli stili di rappresentazione visiva del secolo, grafico, fumettistico, pop art, musical e balletto.

E i disumani teppisti rischiano di conservare più di tutti gli altri l’ultimo residuo di umanità, non foss’altro che per la nostalgia di nobiltà cavalleresca che tradiscono nei loro paludamenti e armature, nella predilezione per i vertici della produzione artistica umana, nella struggente ricerca di una casa, covo (il Korova Milk Bar…) o nido… come suggerisce quella scritta HOME (non so quanto sweet) al neon, più volte inquadrata, davanti al vialetto che porta alla villa dello scrittore, prima assaltata invasa e profanata poi rimaterializzatasi come asilo e porto di salvezza – benché temporanei e illusori – per il protagonista rimasto senza famiglia e amici…

Già… il tema visivo e simbolico della casa percorre le immaginazioni e proiezioni avveniristiche di registi come Kubrick, rocca, fortino, tana, rifugio, arca, approdo (penso alla suite regency del finale di Odissea, e pure alla dacia ricreata su Solaris nel film di Tarkovskji…) o piuttosto luogo di un (im)possibile ritorno.

aprile 5, 2017 at 12:54 pm 11 commenti

I FILM PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NEI MESI DI FEBBRAIO MARZO

1 Truman – Un vero amico è per sempre

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2 The Witch

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3 Il diritto di uccidere

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4 Una squillo per l’ispettore Klute

SQUILLO

5 Un padre, una figlia

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6 Sing Street

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7 Tangerines

TANGE

8 Corvo rosso non avrai il mio scalpo

CORVO

9 La grande partita

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10 Escobar

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11 Lo Chiamavano Jeeg Robot

12 Alla ricerca di Dory

13 Veloce come il vento

14 Fuochi d’artificio in pieno giorno

15 Indivisibili

16 Fiore

17 Heart of a Dog

18 Sole Alto

19 Animali notturni

20 Black l’amore ai tempi dell’odio

aprile 3, 2017 at 5:45 pm Lascia un commento

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