Archive for Mag, 2019

Avengers: Endgame regia di Anthony Russo & Joe Russo – recensione di Stefania De Zorzi –

avengers end

“Avengers: Endgame”, mantiene la promessa del titolo e conclude in modo definitivo la saga dei supereroi Marvel.
Nel precedente “Avengers: Infinity War”, il folle titano Thanos/Josh Brolin, dopo essersi impossessato di tutte e sei le gemme dell’infinito, aveva sterminato con uno schiocco delle dita metà delle creature viventi dell’universo. Il capitolo successivo prende le mosse a casa di Clint Barton (Occhio di Falco)/Jeremy Renner un paio di minuti prima che la tragedia si consumi, si sposta due giorni dopo su scala cosmica con l’arrivo di Carol Danvers (Capitan Marvel)/Brie Larson, e compie infine un salto di cinque anni, quando i protagonisti si riuniscono e intraprendono una serie di viaggi nel passato, nel tentativo di sottrarre le gemme e annullare l’Apocalisse.
Alla regia Joe ed Anthony Russo, tanto impavidi quanto i supereroi di cui narrano le gesta: in quest’episodio i due fratelli sfidano con spudorata disinvoltura le leggi che regolano i viaggi nel tempo secondo i canoni classici del genere e, cosa ancora più grave, osano modificare radicalmente gli attributi fisici e morali di alcuni personaggi, rendendoli quasi irriconoscibili agli occhi dei fan.
La prima ora indugia lenta su un mondo in lutto per i propri cari svaniti in cenere nell’aria (bello lo smarrimento iniziale di Renner, così come l’immagine degli alti memoriali su cui sono incisi i nomi delle persone scomparse), povera di azioni roboanti e di effetti speciali. Dopo l’introspezione, il silenzio degli assenti, la ricerca di ex-eroi allo sbando, la narrazione accelera improvvisamente, e lo spettatore viene coinvolto per le due ore seguenti in un gioco trascinante, che incastona sequenze di film passati nella trama come le gemme sul guanto dell’infinito.
Nebula/Karen Gillian è l’eroina femminile più interessante che si sia vista al cinema negli ultimi anni, capace fin dalle prime scene di un’evoluzione umana straordinaria, che la colloca ben al di sopra di Capitan Marvel o di Gamora/Zoe Saldana, rappresentate (e recitate) in modo molto più convenzionale. Iron Man/Robert Downey Jr, col volto smagrito e gli slanci di arroganza e di generosità, insieme a Cap/Chris Evans, incarnazione di un sogno americano dolce e impossibile, spiccano talentuosamente sulla moltitudine di eroi, fianco a fianco del procione Rocket, cui dà voce in originale Bradley Cooper, protagonista digitale ma non per questo di minor simpatia o spessore.


Verso la fine il film diventa affollato, forse troppo, ma la grande battaglia contro Thanos e il suo esercito è epica e alcune scene rimarranno nella memoria (limitando le anticipazioni, quelle che vedono protagonisti Cap, Thor e Iron Man). La parte conclusiva rallenta vistosamente, ma schiva la noia della ridondanza grazie alla svolta a sorpresa su un personaggio cardine.
E’ un film magnifico e imperfetto dal ritmo altalenante, in cui gli eroi giungono, sia caratterialmente che fisicamente, alle loro estreme conseguenze: da cui si esce dibattendo per ore sulle possibili incongruenze dei viaggi nel tempo, o sugli attributi negati di certi personaggi, che perdono la propria natura superiore e diventano “semplici” (forse banali, ma non è detto) esseri umani, o caricature di se stessi.
Lo spettatore percepisce un senso di ineluttabilità, la stessa vantata da Thanos, grandioso malvagio che conferisce una dimensione filosofico-religiosa al film. Fumetto, cinema e mitologia moderna si saldano insieme in un tutt’uno imperdibile, anche per chi non avesse conoscenza degli episodi precedenti.

Mag 11, 2019 at 7:23 pm 1 commento

Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia – L’annientamento di una civiltà regia Ciro Guerra, Cristina Gallego – recensione di Marco Zanini –

oro verde

 

In Colombia, alla fine degli anni sessanta, Zaida, giovane ragazza degli indiani Wayuu, viene scelta da Rapayet come moglie. Úrsula però, l’anziana della tribù, fissa la dote che Rapayet deve pagare per sposare Zaida: trenta capre, venti mucche, cinque collane e due muli. Per ottenerli il ragazzo vende marijuana a degli hippy americani. E’ l’inizio di un business che porterà grande ricchezza ma anche un devastante percorso di violenza.

Ciro Guerra e Cristina Gallego dirigono e raccontano una triste e sanguinosa fase della storia colombiana: il percorso del commercio della droga che negli anni ottanta vedrà la nascita del cartello di Medellìn e al contempo l’avvento del capitalismo che ha distrutto un microcosmo di piccoli clan pacifici e arretrati.

I due registi fanno guadagnare l’eccellenza formale al loro film inquadratura dopo inquadratura, rapendo lo sguardo dello spettatore con una fotografia sontuosa e attraverso rituali folcloristici da brividi. Il rosso del vestito di Zaida durante la danza del corteggiamento con Rapayet, i volti coperti dai veli bianchi e neri durante il funerale, la cantilenante messa funebre nella riesumazione di un corpo, i paesaggi che vanno dai deserti, alle foreste e alle spiagge colombiane. Questa cura per l’immagine, unita al ricorso quasi totale alla lingua indios sottotitolata, affiancata allo spagnolo e all’inglese, donano un tocco documentaristico che esplode improvvisamente nel cinema gangster, che fa’ sembrare Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia una sorta di poetico Scarface colombiano. I richiami alla tradizione però per Guerra e Gallego sono si emozionanti e raffinati, ma anche una condanna per i Wayuu. Nonostante infatti Rapayet avvii un florido commercio di droga con nobili propositi, deve continuamente fare i conti, non solo con individui violenti delle tribù rivali con cui si mette in affari, ma anche con l’attaccamento di Úrsula alla tradizione e ai messaggi precognitivi che le arrivano da una grande entità chiamata “sogno”. E Úrsula questa riconoscenza verso gli antichi non la perderà mai, nemmeno quando le cose precipiteranno sul serio. Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia infatti non parla solo dell’intervento annichilente del capitalismo come arma di distruzione e come mezzo di sudditanza dell’uomo al potere, ma anche della sua incompatibilità con una realtà estremamente conservatrice e attaccata a valori che non c’entrano nulla con la società occidentale. Lo stesso sogno di arricchimento ed immagine che snaturerà completamente i Wayuu portandogli indumenti, macchine sempre più grandi, un quantitativo spropositato di armi e case che sembrano castelli, ma anche una ferocia e una spietatezza inarrestabili. Da benessere tutto si trasforma in terrore quando il rispetto impone che un torto subìto debba essere vendicato e represso nel sangue.

Non è solo una fetta di Colombia ad essere ingurgitata dagli Stati Uniti, che indifferenti contribuiscono alla cancellazione dei rimasugli di una civiltà già colonizzata, ma anche il tessuto cinematografico, che muta in terrificante action videoludico con una sparatoria degna di Michael Mann. Il film di Guerra e Gallego attacca tutto: l’ottusa ed insensata religiosità Wayuu, i soldi, la ricchezza, quel commercio della droga senza regole, la violenza disumana, la forma aberrante che acquisì il movimento hippy che arrivò a demonizzare il comunismo e ad esaltare il capitalismo. Nelle parole di Carmiña Martínez, interprete di Úrsula: “I narcos oggi sono di moda e Hollywood ci lucra.”, giusto per chiarire il messaggio. Nel film nessuno piange perchè ogni reazione emotiva è annientata dalle pallottole, ma Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia è il tardivo pianto disperato di un popolo.

Zanini Marco

Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia – L’annientamento di una civiltà.

 

Mag 4, 2019 at 7:07 pm Lascia un commento


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