Avengers: Endgame regia di Anthony Russo & Joe Russo – recensione di Stefania De Zorzi –

maggio 11, 2019 at 7:23 pm Lascia un commento

avengers end

“Avengers: Endgame”, mantiene la promessa del titolo e conclude in modo definitivo la saga dei supereroi Marvel.
Nel precedente “Avengers: Infinity War”, il folle titano Thanos/Josh Brolin, dopo essersi impossessato di tutte e sei le gemme dell’infinito, aveva sterminato con uno schiocco delle dita metà delle creature viventi dell’universo. Il capitolo successivo prende le mosse a casa di Clint Barton (Occhio di Falco)/Jeremy Renner un paio di minuti prima che la tragedia si consumi, si sposta due giorni dopo su scala cosmica con l’arrivo di Carol Danvers (Capitan Marvel)/Brie Larson, e compie infine un salto di cinque anni, quando i protagonisti si riuniscono e intraprendono una serie di viaggi nel passato, nel tentativo di sottrarre le gemme e annullare l’Apocalisse.
Alla regia Joe ed Anthony Russo, tanto impavidi quanto i supereroi di cui narrano le gesta: in quest’episodio i due fratelli sfidano con spudorata disinvoltura le leggi che regolano i viaggi nel tempo secondo i canoni classici del genere e, cosa ancora più grave, osano modificare radicalmente gli attributi fisici e morali di alcuni personaggi, rendendoli quasi irriconoscibili agli occhi dei fan.
La prima ora indugia lenta su un mondo in lutto per i propri cari svaniti in cenere nell’aria (bello lo smarrimento iniziale di Renner, così come l’immagine degli alti memoriali su cui sono incisi i nomi delle persone scomparse), povera di azioni roboanti e di effetti speciali. Dopo l’introspezione, il silenzio degli assenti, la ricerca di ex-eroi allo sbando, la narrazione accelera improvvisamente, e lo spettatore viene coinvolto per le due ore seguenti in un gioco trascinante, che incastona sequenze di film passati nella trama come le gemme sul guanto dell’infinito.
Nebula/Karen Gillian è l’eroina femminile più interessante che si sia vista al cinema negli ultimi anni, capace fin dalle prime scene di un’evoluzione umana straordinaria, che la colloca ben al di sopra di Capitan Marvel o di Gamora/Zoe Saldana, rappresentate (e recitate) in modo molto più convenzionale. Iron Man/Robert Downey Jr, col volto smagrito e gli slanci di arroganza e di generosità, insieme a Cap/Chris Evans, incarnazione di un sogno americano dolce e impossibile, spiccano talentuosamente sulla moltitudine di eroi, fianco a fianco del procione Rocket, cui dà voce in originale Bradley Cooper, protagonista digitale ma non per questo di minor simpatia o spessore.


Verso la fine il film diventa affollato, forse troppo, ma la grande battaglia contro Thanos e il suo esercito è epica e alcune scene rimarranno nella memoria (limitando le anticipazioni, quelle che vedono protagonisti Cap, Thor e Iron Man). La parte conclusiva rallenta vistosamente, ma schiva la noia della ridondanza grazie alla svolta a sorpresa su un personaggio cardine.
E’ un film magnifico e imperfetto dal ritmo altalenante, in cui gli eroi giungono, sia caratterialmente che fisicamente, alle loro estreme conseguenze: da cui si esce dibattendo per ore sulle possibili incongruenze dei viaggi nel tempo, o sugli attributi negati di certi personaggi, che perdono la propria natura superiore e diventano “semplici” (forse banali, ma non è detto) esseri umani, o caricature di se stessi.
Lo spettatore percepisce un senso di ineluttabilità, la stessa vantata da Thanos, grandioso malvagio che conferisce una dimensione filosofico-religiosa al film. Fumetto, cinema e mitologia moderna si saldano insieme in un tutt’uno imperdibile, anche per chi non avesse conoscenza degli episodi precedenti.

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