Archive for dicembre, 2012

La Ribelle di Mark Andrews ( dvd e b-ray )

La principessa Merida è tutta suo padre e poco sua madre. Coraggiosa, audace e insofferente alle regole di corte preferisce cavalcare e tirare con l’arco piuttosto che sedere a tavola composta o curare i suoi immensi capelli rossi. Costretta a sposare uno tra i pretendenti che si scontrano per la sua mano decide di sovvertire le regole e rinnegare la tradizione, subendo la conseguente ira materna.
Fuggita nei boschi per la disperazione incontra una vecchia strega che le offre un rimedio magico ai suoi problemi. Invece che acquietare i contrasti con la madre, il rimedio trasformerà quest’ultima in un orso, l’animale più odiato dal battagliero padre, quello che anni prima gli staccò una gamba.
Tutto ciò che Ribelle ha da dire di originale e affascinante sui suoi personaggi, lo afferma nei primissimi minuti, in quel segmento che anticipa la comparsa improvvisa del titolo e che, come ogni prologo che si rispetti, oltre a narrare un antefatto fondamentale mette anche in scena un livello di lettura più profondo della trama. Si tratta di quell’idea allargata di coraggio intesa come l’unione di forza, ardore e sentimentalismo che esprime il titolo originale (Brave) e che in italiano dovrebbe diventare sinonimo, non si sa bene perchè, di ribellione.
Quello del prologo è un luogo comune del cinema e delle favole che la Pixar ama riproporre dilatandolo, modificandolo, tradendolo e deformandolo. L’ha esteso a quasi mezz’ora in Wall-E, l’ha reso muto e dilaniante in Up ma in Ribelle (come era accaduto per Alla ricerca di Nemo) torna a una versione classica, come classico sarà tutto il resto del film.
Contrariamente al resto della produzione Pixar infatti Ribelle è una favola molto canonica, che sfrutta il passaggio di età di una principessa per orchestrare un racconto di responsabilizzazione e risoluzione dei contrasti generazionali attraverso un’avventura fantastica. Se poco più di un anno fa la Disney con Rapunzel aveva raccontato di una principessa che capisce di dover conquistare l’indipendenza dalla sua figura materna attraverso un atto di ribellione, ora la Pixar propone il rovescio della medaglia: una ribelle che per realizzarsi comprende di dover venire a patti con i genitori e quindi con la tradizione.
Non è allora sul versante del racconto che questa volta lo studio di Lasseter riesce a stupire, quanto su quello visivo e attoriale. Merida è probabilmente il personaggio dal look più interessante degli ultimi 20 anni, dotata di una chioma rossa che da sola ne illustra la forza combattiva, la dolcezza e le asperità di carattere. Inoltre, portando avanti uno studio e una sperimentazione sull’espressività dei volti in computer grafica (rigorosamente senza uso di motion capture), Ribelle compie un ulteriore passo in avanti verso un’idea di vera e propria recitazione da parte di personaggi animati. Proprio la struttura estremamente canonica e priva di sorprese della trama mostra come nelle scene madri la qualità e la gestione dell’emotività espressa dal film passino soprattutto attraverso volti e sguardi. In un tipo di cinema (l’animazione) che non ha mai potuto puntare sulla recitazione per la veicolazione dei propri significati la Pixar, da Toy Stories 3 in poi, sempre di più introduce una propria visione della recitazione di personaggi disegnati al computer.
Gabriele Niola (www.mymovies.it)

dicembre 17, 2012 at 10:48 am 1 commento

Il mio domani di Marina Spada ( dvd )

Monica è una consulente impiegata presso una società di formazione aziendale. Single e ‘amante’ del suo capo, vive a Milano e frequenta nel tempo libero un corso di fotografia. Ogni fine settimana non manca di fare visita al suo vecchio padre, fervente cattolico che vive aspettando soltanto di morire. Nella bassa padana risiedono anche il nipote, un adolescente sensibile e depresso, e la sorellastra, figlia illegittima di una scappatella materna. Dentro una città in trasformazione e a quattro anni dall’Expo, si muove muta e uguale a se stessa la vita di Monica, incapace di vedere il mondo e di vedersi. Almeno fino a quando il padre viene a mancare e con lui il legame con un passato rimosso e doloroso. In sintonia con la sua città e coi suoi progetti di ‘riqualificazione’, Monica comincerà a riempire i vuoti e a (ri)costruire da zero e davvero.
In Italia solo il cinema di Marina Spada è capace di inventare sullo schermo spazi architettonici e puntare dichiaratamente sulle immagini. Immagini che vanno a cercare l’interiorità delle sue protagoniste abituate fino all’assuefazione alle regole delle grandi città. La Monica di Claudia Gerini, sbiadita, annebbiata e affinata, è persa nel vuoto a rendere di una vita che gira su se stessa e nelle isole pedonali di una metropoli che prova a risorgere all’ombra di edifici ecosostenibili in vetro e ferro. Il mio domani, terzo lungometraggio della regista milanese, è un film che abita letteralmente a Milano e idealmente altrove, in un luogo interiore nel quale da troppo tempo è impigliata la protagonista. Un vuoto di senso da cui non riesce a uscire, da cui non può uscire. Tuttavia non è impedita la fuga geografica che interrompe le coordinate metropolitane per spingersi nella campagna della bassa padana, dove sopravvivono i ricordi rabbiosi di Monica, donna ‘interrotta’ dagli occhi colmi di malinconia e della mania milanese del controllo. Ma proprio Milano, ancora personaggio ma questa volta organismo vivente e riconoscibile, è il punto di riferimento e il luogo dove Monica impara a guardare. Una città lontana dal comune senso del rumore, una città silenziosa perché è nel silenzio che le voci di fuori ci raggiungono e la realtà si avvia. Il mio domani ci dice molto e bene di quello che si è costruito, che si sta costruendo e che si costruirà, restituendo allo spettatore la piena percezione dei mutamenti in corso nelle nostre città e all’impatto che avranno sulle nostre esistenze come su quella di Monica, che guarda al di là delle nuvole grigie per ‘grattare’ il cielo e rubarne un po’ di azzurro. Orgoglioso di non appartenere a nessuna moda del momento, il cinema della Spada si muove ai margini e dalle parti della Poesia, producendo una precisa cifra stilistica sintonizzata sulle esperienze personali e sulle sensibilità dell’autrice, che al funerale del padre di Raffaele Pisu ‘comprende’ dentro un’inquadratura il dolore privato accanto quello interpretato della (e dalla) protagonista. Un’addolorata Claudia Gerini che lontano da Roma si mostra (più) bella e possibile, investendo su uno splendore algido e giocando la carta dell’essenzialità. Occhi nudi, i suoi, che si aprono sull’infinito e indicano la strada per una nuova lettura attoriale e autoriale.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

dicembre 16, 2012 at 10:43 am Lascia un commento

Womb di Benedek Filegauf ( dvd )

Rebecca e Tommy si conoscono da preadolescenti e tra loro nasce un sentimento che verrà bruscamente interrotto dalla partenza di Rebecca. Quando, divenuti ormai un uomo e una donna, si incontrano di nuovo, l’amore ha modo di manifestarsi in tutta la sua intensità. Per breve tempo però, perché Tommy muore investito da un’auto e Rebecca si sente in qualche modo corresponsabile dell’incidente. Essendo ormai possibile la clonazione di esseri umani decide di farsi impiantare nell’utero un Tommy che crescerà come un figlio amatissimo. Senza rivelargli nulla della sua origine ma anche con la prospettiva di ritrovarsi davanti, una volta cresciuto, la copia dell’uomo che continua ad amare.
Premiato al Festival di Locarno nel 2010 Womb (letteralmente: grembo materno) è un film che sarebbe semplice accostare ad altre opere che hanno affrontato il tema della clonazione, prima fra tutte Non lasciarmi. Gli elementi ci sono tutti: un futuro che assomiglia al nostro presente, una società che discrimina le ‘copie’ che una fiorente attività ospedaliera aiuta a realizzare. Quello che però Benedek Fliegauf mette in luce è un elemento psicologico che non ha bisogno di attendere i cosiddetti ‘progressi’ della scienza per potersi manifestare con tutte le sue implicazioni devianti. La stessa scelta della location, le stupende spiagge selvagge del Mare del Nord battute dal vento, allontana il film da una prospettiva solo ed esclusivamente da science-fiction. Perché quella che ci viene raccontata di fatto è una mancata elaborazione della perdita della persona amata che finisce con il riversarsi morbosamente su un figlio. Quanti casi ha trattato la pratica psicoanalitica in cui una madre vuole rivedere nel figlio il consorte prematuramente scomparso?
La clonazione permette al regista di andare oltre, di non fermarsi dinanzi alla prospettiva dell’incesto originato da un aspetto che anche fisicamente è quello di chi non c’è più. Ma tutto il percorso precedente ci illustra, più con i silenzi che con le parole, il rapporto di protezione che si trasforma in gelosia nei confronti di un figlio a cui si attribuisce un duplice ruolo. Eva Green (che Fliegauf sembra avere avuto timore di invecchiare violandone la bellezza anche quando la storia lo richiedeva) porta sulle sue spalle il compito di sostenere un personaggio incapace di liberarsi da un senso di colpa profondo di cui seguiamo la complessa evoluzione descritta con grande sottigliezza psicologica che viene mantenuta fino all’ultima scena in cui una frase di Tommy rimette in gioco le certezze che credevamo acquisite.

giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

dicembre 15, 2012 at 10:55 am 1 commento

Qualche nuvola di Saverio Di Biagio ( dvd )

In un quartiere popolare ai margini della città eterna, vive Diego, un giovane coscienzioso che ama il proprio mestiere, fa il muratore ed è molto stimato dal datore di lavoro, e sta per sposarsi con Cinzia. Sono cresciuti insieme, nello stesso condominio, sullo stesso pianerottolo. Per guadagnare qualche soldo in più e far fronte alle imminenti spese per il matrimonio, il ragazzo accetta un lavoro extra, la ristrutturazione di un grazioso appartamento nel centro storico abitato dalla bella e giovane nipote del capo, Viola.
Opera prima firmata da Saverio Di Biagio, Qualche nuvola attraverso una vicenda privata, racconta piuttosto bene, con levità, la vita di una borgata romana, dove qualsiasi decisione, problema o dubbio viene condiviso dai genitori, dai parenti o dagli amici. La mdp si limita ad osservare, a riprendere benevolmente quel che accade, restituendo gli affanni e le incertezze della futura sposa, sempre alla ricerca della migliore rubinetteria, del ristorante più adatto, del letto più comodo. Diego, dal canto suo, si lascia vivere, lascia che siano gli altri a prendere le decisioni importanti. Ma chi ha detto che il sogno più grande sia per forza quello del matrimonio con la ragazza della porta accanto?
A Diego sfiora il dubbio, soprattutto nel momento in cui entra in contatto con un altro mondo, con quello dei vernissage e delle abitazioni del centro, con una ragazza che gli chiede di esprimere opinioni ed emozioni, magari di fronte a qualche fotografia che ha da poco terminato di sviluppare.
Qualche nuvola ha tutti gli ingredienti per una commedia riuscita, riesce a caratterizzare e a rendere credibili i propri personaggi, evitando lo stereotipo, toccando temi importanti come la dignità del lavoro, l’importanza di scegliere la strada giusta, la lealtà verso la propria famiglia e verso i propri amici, la solitudine, oltre, ovviamente, a riflettere sul tradimento e sul senso del matrimonio.

Luisa Ceretto (www.mymovies.it)

dicembre 14, 2012 at 7:30 pm Lascia un commento

Contraband di Baltasar Kormakur ( dvd e b-ray )

Prima di analizzare le qualità comunque evidenti del drama-thriller diretto dall’islandese Balthazar Kormakur vale la pena spendere due parole sulla bontà dell’operazione che ha portato a questo film. Voluto dalla star e produttore Mark Wahlberg, Contraband è costato soltanto 25 milioni di dollari ed ha puntato, oltre che sulla presenza della star e di un gruppo di attori di consumata affidabilità, soprattutto sull’efficacia e la spendibilità del prodotto sul mercato interno. Un’ambientazione poco battuta ma affascinante come la zona portuale di New Orleans, una storia in grado di fornire al pubblico sia la tensione del genere che la necessaria possibilità di riconoscersi nei personaggi.
Insomma, Contraband può a buon diritto essere preso come esempio di quell’adeguato prodotto medio che sul mercato americano continua a funzionare a meraviglia e sostenere le Major per gli sforzi economici e produttivi più importanti. E infatti il lungometraggio sul solo mercato statunitense ha incassato più di sessanta milioni di dollari, doppiando abbondantemente il costo della sua realizzazione. Come accennato, il film merita ampiamente il successo ottenuto. Non che si tratti di un capolavoro alla maniera dei migliori Scorsese o Coppola, ma allo stesso tempo è un’opera che lascia trasparire una professionalità evidente.
Kormakur, già regista in patria di alcuni film d’azione, imposta il suo stile di regia in maniera precisa, attaccata ai personaggi ma mai inutilmente isterica. La messa in scena consente quindi agli spettatori di calarsi nel cuore dell’azione senza rimanerne travolti o peggio ancora storditi. Almeno un paio di sequenze sono poi splendidamente girate e montate, come ad esempio quella della rapina nella parte centrale. Oltre che sicuro nella gestione del ritmo e dello spettacolo, Kormakur si dimostra anche sapiente direttore d’attori, in particolar modo dei numerosi e valevoli caratteristi che lavorano come spalla a un Mark Wahlberg che senza strafare si dimostra ben calato dentro il suo ruolo. Su tutti a svettare però è la coppia formata da Ben Foster e Giovanni Ribisi, due attori che si sono evidentemente divertiti a interpretare i propri ruoli. Una nota stonata del cast una Kate Beckinsale che appare non particolarmente centrata nel proprio ruolo.
Cinema intelligente e confezionato con lucidità, che evita di sperperare in roboanti momenti di spettacolarità ma preferisce puntare sulla tensione delle situazioni e della trama. Tra strizzate d’occhio al cinema urbano e accaldato di Michael Mann – la rapina sopra citata – e il riferimento estetico abbastanza preciso a una serie TV di culto come The Wire, il film di Kormakur intrattiene senza particolari cadute di ritmo e con un senso dell’immagine di discreta efficacia. Merita dunque pieno consenso la volontà di Mark Wahlberg di puntare su opere più piccole ma costruite e girate con indubbia sapienza.

Adriano Ercolani (www.mymovies.it)

dicembre 14, 2012 at 12:25 pm Lascia un commento

Eva di Kike Maillo ( dvd e b-ray )

Alex Garel è un ingegnere cibernetico che sogna di costruire un robot fornito di cuore e anima. Tornato dopo dieci anni a Santa Irene, ritrova i suoi affetti e riprende i progetti lasciati a metà. Stabilitosi nella casa paterna, riordinata e riassettata da un domestico meccanico, Alex scopre molto presto che il fratello David ha una bambina ed è sentimentalmente legato alla donna amata e abbandonata dieci anni prima. Eva è una fanciulla curiosa e ciarliera che prova un’istintiva simpatia per Alex e la sua professione. Invitatasi nel suo laboratorio resta affascinata da un robot bambino a cui l’ingegnere sta lavorando per conto terzi. Tra esperimenti falliti e scivoloni sulla pista di pattinaggio, Alex comprenderà presto che niente è come sembra e che il cuore di Eva nasconde un segreto che lo riguarda da vicino.
Per il suo esordio in lungo il regista spagnolo Kike Maíllo sceglie la fantascienza e confronta l’uomo e la macchina in un film dagli echi collodiani. Eva è più precisamente una science fiction, prodotto principe degli studios e dei laboratori digitali americani. Questa volta tuttavia ci troviamo davanti a un ‘articolo’ squisitamente europeo che combina felicemente tecnologia e drammaturgia, scomodando per la sceneggiatura il drammaturgo catalano Sergi Belbel. Il risultato è un film che mette in relazione l’uomo e le macchine attraverso una storia di sentimenti potenti al cui centro c’è uno scienziato, epigono del dottore di Shelley, che desidera simulare la vita. Ma anche questa volta, come fu per il celebre Frankenstein, l’irriducibile ricercatore patirà la colpa di essersi sostituito a Dio nella creazione della vita. Lo patirà con lacrime e dolore, decidendo del destino di una bionda replicante, un organismo artificiale che come il burattino di Collodi promette sempre di fare il bravo.
Cortocircuitando attori e cyborg, materia organica e inorganica, Maíllo crea un futuro che viene dal passato ed è già presente, dove gli uomini convivono con robot meccanici, di cui sviluppano l’aspetto emotivo e quello sentimentale. L’amore, empatia da cui erano esclusi i replicanti di Blade Runner, è di fatto il motore che muove l’ingegnere di Daniel Brühl verso Eva, angelo lacerato fra le sue due nature che anelano a un saltus verso l’umano. La piccola Eva è allora figura di un desiderio umano di realizzazione, l’anelito di un inferiore a una condizione superiore. Una bambina perfetta che brama l’imperfezione dell’umano. Di quella madre e di quel padre che l’hanno ‘concepita’ contro natura e dentro un laboratorio.
Eva non cerca nelle creature artificiali che mette in schermo informazioni sulla natura del comportamento umano, piuttosto ipotizza e ‘ammette’ relazioni altre e oltre con macchine capaci di innamorarti il cuore. Androidi che non imitano gli umani ma che sono già umani. Una storia, quella di Eva, che ‘non è vera’ ma che dice la verità sul mondo e sull’uomo. Un uomo che creò una bambina perché lei lo amasse.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it9

dicembre 12, 2012 at 12:43 pm Lascia un commento

Margaret di Kenneth Lonergan ( dvd )

Lisa è una studentessa che frequenta una scuola privata a New York. Un giorno, colpita dal cappello da cowboy del conducente di un bus, lo distrae dalla guida provocando così la morte di una passante. Invitata a testimoniare dalla polizia Lisa afferma il falso per evitare la perdita di lavoro dell’autista ma da quel momento si sente doppiamente in colpa. La sua tensione si riversa sulla madre Joan, attrice di teatro, che ha già problemi personali sia per lo spettacolo con cui andrà in scena sia per il nuovo compagno. Lisa finisce per coinvolgere in questo suo malessere tutti quelli che le sono più vicini a partire dai compagni di scuola e dagli insegnanti. Non le resta che decidere se ritrattare oppure no la sua testimonianza.
Chi ha visto il film e ha letto la datazione 2011 deve aver pensato di essere di fronte a un effetto di ritorno al futuro. Cosa ci fanno un’Anna Paquin, un Matt Damon, un Matthew Broderick, un Mark Ruffalo così giovani in una produzione dello scorso anno? A volte anche le vie di un film diventano quasi infinite. È ciò che è accaduto a Margaret che, completato nella sua versione di tre ore nel 2005, ha subito innumerevoli traversie. Il regista, reduce dal buon successo di Conta su di me che aveva ottenuto due nomination all’Oscar, non intendeva cedere alle richieste dei produttori (tra cui due nomi di peso come Sidney Pollack Anthony Minghella) miranti a una maggiore sinteticità. Tra montaggi e vari e necessità di rifinanziamenti per completare l’opera si è giunti alla data di cui sopra. La domanda a questo punto è: ne valeva la pena o era meglio che andasse a fare compagnia a tanti altri film girati e poi finiti su uno scaffale? La risposta, nonostante qualche complessità di troppo dovuta probabilmente agli editing che si sono succeduti, è a favore di Margaret.
Perché Anna Paquin riesce ad offrire il ritratto di un’adolescente che risulta sempre meno simpatica nel suo avvilupparsi in una nevrosi che coinvolge chi non c’entra per nulla ma le cui vicende attraggono l’attenzione in quanto legate a un tema come quello del senso di colpa. Lisa non sa come uscire dalla sensazione di essere responsabile di una morte e, al contempo, dalla consapevolezza che la responsabilità maggiore non è sua.
Lonergan non si limita a descrivere un turbamento psicologico (anche se il nome della protagonista rinvia a un classico in materia come David e Lisa del 1962) ma allarga la riflessione chiedendosi come l’arte possa esprimere in modo ‘alto’ i sentimenti che gli individui provano in una quotidianità cronologicamente anche molto distante da quando l’artista ha realizzato la propria opera. Un esempio? Il titolo del film che non fa riferimento ad alcun personaggio della vicenda bensì alla poesia di Gerald Manley Hopkins del 1880 intitolata “Spring and Fall” e dedicata ‘To a young child’ di nome Margaret.
Il testo affronta la scoperta del dolore in un animo ancora ‘bambino’ e rappresenta con grande efficacia un film che nel 2005 avrebbe avuto un maggiore legame con il clima del post 11 settembre e che oggi non perde comunque le sue ragioni di interesse.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

dicembre 11, 2012 at 7:27 pm Lascia un commento

Cosmopolis di David Cronenberg ( dvd e b-ray )

Erick Packer è un brillante giovane che controlla gli oscuri meccanismi dell’alta finanza. Tutto è a sua disposizione, a partire da una limousine bianca con tanto di autista e guardia del corpo. È una giornata difficile per Manhattan. C’è il Presidente degli Stati Uniti in visita e la viabilità è stata rivoluzionata. Ma Erick ha un obiettivo preciso: vuole raggiungere il suo parrucchiere di fiducia che sta all’altro capo della città. Per fare ciò è disposto ad affrontare le sommosse contro la situazione economica che stanno mettendo a ferro e fuoco New York. È pronto anche a trovarsi dinanzi colui che, secondo più di un segnale attendibile, vuole ucciderlo.
A David Cronenberg va riconosciuto il merito di non aver mai smesso di sperimentare pur conservando intatte le proprie tematiche di fondo. In questa occasione si potrebbe dire che la sperimentazione ha inizio dal casting. Scegliere (con alle spalle un produttore rigorosamente cinefilo come Paulo Branco) Robert Pattinson come protagonista poteva essere un azzardo privo di ritorni oggettivi. Sia chiaro: a differenza di quanto alcuni scrivono questo non è l’unico film che ha liberato la star della saga di Twilight dai canini. C’è stato anche (con uscita anteriore nelle sale) l’apprezzabile Bel Ami di Declan Donnellan Nick Ormerod. Qui però il giovane attore idolo delle adolescenti affronta una prova ancor più al limite della precedente e, dal momento in cui si toglie gli occhiali scuri, riesce a superarla. Cronenberg lavora sul libro di DeLillo rispettandone (forse troppo) la struttura che si basa sui dialoghi ma apportandovi anche significativi cambiamenti. La limousine in cui Packer si rinchiude diventa metafora di un mondo economico impermeabile alla realtà. “Ciò che è attuale è troppo contemporaneo” (come afferma uno dei personaggi) e quindi è meglio prenderne le distanze per poter riprodurre dinamiche di rapporto che prevedono scambi (sessuali e non) che implichino il minimo possibile di sentimento. In un mondo sconvolto in cui i ratti divengono l’eloquente simbolo della voracità senza controllo non resta che perseguire l’estetizzante simmetricità che i fatti smentiscono a ogni giro di ruota dell’ingombrante mezzo di trasporto. Ecco allora che una prostata asimmetrica si ritrova a fare il paio con un taglio di capelli che viene completato da una sola parte. Sarà proprio questa doppia asimmetricità a spingere Packer tra le braccia (e dinanzi al mirino di un’arma) di chi lo bracca da anni. Perché va sanzionata la falla nella vita di chi domina, sempre meno occultamente, le sorti degli altri mentre presidenti privi di effettivo potere democratico intasano le strade. Cronenberg ce lo ricorda in un dramma claustrofobico (anche quando va in esterno) in cui sembra però che l’apprezzabile tesi abbia un po’ tarpato le ali al suo talento visionario.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

dicembre 10, 2012 at 11:10 am Lascia un commento

Neil Halstead – Palindrome Hunches ( cd – lp )

Se c’è un elemento che idealmente metta insieme tutte le esperienze della carriera (ormai più che ventennale) di Neil Halstead, questo sta probabilmente nell’attitudine innata del musicista inglese nel creare un’atmosfera morbida, suggestiva, intima ed emozionante nelle sue canzoni. Lo faceva quando – nei primi anni 90 – disegnava spiraliformi paesaggi elettrici con i pionieri dello shoegaze Slowdive. E lo faceva ancora – tra ’95 e 2006 – quando la sua band si è trasformata in quel prezioso ponte folk-pop, gettato fra la tradizione britannica e quella americana, chiamato Mojave 3.
Giunto alla terza prova da solista dopo “Sleeping On Roads” e “Oh! Mighty Engine”, Halstead continua sulla strada acustica cantautorale imboccata negli ultimi anni che – nonostante i recenti rumours inerenti una reunion degli Slowdive – sembra ormai una scelta stilistica definitiva.

Ascoltando “Digging Shelters”, il gioiellino scintillante di folk rurale che apre “Palindrome Hunches”, la memoria non può che andare alla luminosa malinconia delle canzoni che rendono “Excuses For Travellers” il vero “disco perfetto” non solo dei Mojave 3, ma dell’intera carriera di Neil Halstead. Uguale la pensosa gentilezza. Uguale l’avvolgente, tiepida delicatezza del vestito acustico e della voce di Neil. Uguale la capacità – quella di cui parlavamo prima – di costruire molto partendo dal poco: gli arpeggi quieti delle chitarra, poche sognanti note di pianoforte, un violino d’infinita dolcezza.
Se il piccolo e primaverile quadretto campestre “Bad Drugs And Minor Chords” fa pensare (con nostalgia) al folk fragile e al contempo esuberante dei Gorky’s Zygotic Mynci, e la nuda splendente semplicità di “Spin The Bottle” sembra quasi un’improvvisazione registrata d’impronta sul patio di casa, è comunque nel lento e timidamente solenne intimismo di pezzi come “Wittgenstein’s Arm” e “Full Moon Rising” che il musicista inglese sembra trovare la sua dimensione più compiuta. Una dimensione che l’equilibratissima produzione di Nick Holton e gli apporti strumentali di un pugno di professionisti racchiusi nella Wallingford’s Band Of Hope rendono musicalmente ricca, elegante e completa, senza ricorrere ad alcun artificio (le registrazioni non sono avvenute in studio, ma quasi interamente dal vivo, utilizzando l’aula di musica di una scuola elementare dell’Oxfordshire).

È indubbio che il modello più forte e pervasivo del songwriting di Halstead sia Nick Drake (soprattutto quello di “Pink Moon“), con quella miracolosa commistione di serena mestizia, speranze e rassegnazione, cieli sereni e inquietudini radicate, affidata alle corde della chitarra e alla sincerità delle liriche e della voce. Non c’è da sorprendersi allora che gli arpeggi di “Tied To You” e di “Love Is A Beast” si facciano fitti e intricati come quelli del solitario genio di Tanworth-in-Arden e l’atmosfera diventi a un tratto densa e accorata.

Giunti alla metà dell’album, ci si potrebbe aspettare qualche colore più sgargiante e marcatamente pop, ma sarebbe in fondo una deviazione non necessaria in una raccolta di canzoni che possiede invece una sua compattezza tematica e stilistica così forte e definita.
La leggerezza – altro tratto tipico della scrittura di Halstead – torna nella breve e giocosa “Palindrome Hunches”, nella fresca e rigenerante brezza folk di “Sandy” e nell’andatura dinoccolata e cantilenante di “Hey Daydreamer”, prima di chiudere il sipario sul soffice e rilassato crepuscolo acustico di “Loose Change”.

Insomma, in definitiva si può ben dire che l’ex-Slowdive non abbia ceduto un solo centimetro rispetto all’alto livello dei sui lavori precedenti, testimoniando anzi di avere trovato nel suo buen retiro nella verde provincia inglese (da anni vive con la famiglia in Cornovaglia) un luogo di quiete in cui alimentare di canzoni la sua serena malinconia.

Andrea Cornale (www.ondarock.it)

dicembre 9, 2012 at 12:47 pm Lascia un commento

Killer Elite di Gary McKendry ( dvd e b-ray )

1980 Danny Brice e il suo referente e modello Hunter sono due killer al massimo livello che operano nell’ambito dello spionaggio. Nel corso di un’azione Danny scopre di aver rischiato di uccidere un bambino e va in crisi ritirandosi dal servizio attivo. Dovrà però tornare ad uccidere quando uno sceicco, che vuole vendicare la morte di tre suoi figli uccisi nel corso del conflitto in Oman, prende in ostaggio Hunter. L’uomo sarà liberato solo se Danny ucciderà i tre killer facendo sembrare che si tratti di morti accidentali e non prima di avere ottenuto da loro una piena confessione in merito agli omicidi.
Gary McKendry è al suo esordio nel lungometraggio dopo aver diretto diversi spot pubblicitari e un cortometraggio che ha ricevuto la nomination per l’Oscar. Per questa sua opera prima si rifà a un libro scritto da Ranulph Fiennes che si basa su vicende che l’autore (citato anche nel film) dichiara come realmente accadute quando lavorava per l’esercito britannico e per il SAS (Special Air Service). Il libro, edito nel 1991, creò molteplici polemiche in Gran Bretagna.
In questi casi il riferimento vero o presunto al reale è però secondario così come accadde per Confessioni di una mente pericolosa che attrasse un George Clooney anch’egli all’esordio dietro la macchina da presa proprio per il labile confine che sussisteva tra riferimento a fatti reali e invenzione pura nella biografia di riferimento. McKendry rispetta i canoni classici sin dall’inizio con quel bambino dal volto insanguinato che ricorda da vicino il ragazzino ucciso per sbaglio dal killer interpretato da Colin Farrell in In Bruges.
La presenza di De Niro e i numerosi inseguimenti in auto fanno poi tornare alla mente Ronin di John Frankenheimer. In questa occasione però la star hollywoodiana si ritaglia un ruolo di contorno che emerge nell’ultima parte della narrazione e gli permette di lavorare su quell’understatement che è ancora uno dei suoi punti di forza.
Il film impernia il plot sull’azione da compiere che implica il confronto tra due gruppi specializzati in azioni rischiose e complesse. Jason Statham e Clive Owen sono decisamente funzionali ai rispettivi ruoli con la differenza che al primo viene narrativamente offerto un background psicologico maggiore. Ciò che poi crea attenzione nello spettatore appassionato al genere è il fatto che attorno al settantacinquesimo minuto l’intera missione sembra essersi conclusa ma restano ancora 40 minuti di film. È a questo punto che la sceneggiatura compie lo scatto in più passando a un livello inatteso che implica un mutamento sostanziale della vicenda ampliandone la dinamica.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

dicembre 8, 2012 at 10:46 am 2 commenti

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