Archive for settembre, 2018

Una Storia Senza Nome di Roberto Andò recensione di Stefania De Zorzi

storia senza

Roberto Andò ama trattare della politica italiana e delle sue storture, usando mano leggera nello sviluppo di argomenti pesanti. E’ questo il caso anche dell’ultimo film da lui diretto e co-sceneggiato, “Una storia senza nome”: un funzionario di polizia in pensione, Alberto Rak/Renato Carpentieri, racconta a Valeria/Micaela Ramazzotti, segretaria di una casa di produzione cinematografica, la storia di come la mafia abbia richiesto ad un noto critico d’arte inglese una perizia sulla Natività del Caravaggio, capolavoro rubato nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, e mai più ritrovato. Valeria scrive il soggetto e la sceneggiatura di una “Storia senza nome” ispirata ai fatti narrati dall’investigatore, e li passa ad Alessandro Pes/Alessandro Gassman, sceneggiatore in crisi creativa da diversi anni. Quest’ultimo li presenta come propri, ottenendo in tal modo sia l’attenzione del produttore, intenzionato a realizzare un film, sia quella della mafia, che lo rapisce.
E’ solo l’inizio di una trama avvincente in cui Andò mette non poca carne al fuoco, evidenziando come i tentacoli della piovra mafiosa si insinuino ovunque, dagli studi cinematografici ai vertici dello stato. Oltre al versante pubblico è forte anche quello privato, incentrato sulla protagonista femminile che non osa prendersi ciò che le spetta, dal merito per le belle sceneggiature regalate al seduttore cialtrone, all’esclusività sull’uomo che ama, faticando a proteggere perfino il proprio spazio fisico ed emotivo da una madre affettuosa ed invadente, Amalia/Laura Morante.
Andò si diverte a costruire il labirinto affascinante del racconto nel racconto, in un film che parla (anche) di cinema, con un taglio giallo-rosa e spionistico che ricorda “Sciarada” o a tratti, nella trasformazione della protagonista, “True Lies”. Da antologia le scene della tela di Caravaggio stesa sul pavimento della piscina fatiscente, calpestata senza riguardo da Totò Riina, su cui invece il critico d’arte si inginocchia con devozione. La prima parte del film è la migliore, mentre la seconda non è esente da una certa fragilità nella narrazione, con la segreta riunione fra ministri ridotta al rango di una pochade, e le peripezie di Valeria segretaria/scrittrice/spia che perdono progressivamente credibilità nei corridoi di palazzo.
Nel ricco cast domina il talento della Ramazzotti e di Carpentieri, una spanna o due sopra a tutti gli altri.
Girato con una cifra stilistica riconoscibile ma non opprimente, recitato da interpreti simpatici, il film comunque diverte e coinvolge lo spettatore dall’inizio fino (quasi) alla fine, e vale sicuramente la visione.

settembre 25, 2018 at 9:34 am Lascia un commento

MOGWAI – “Kin – Original Motion Picture Soundtrack” recensione di Paolo Rosati.

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Non fatevi ingannare: questo album non è soltanto una colonna sonora. È un disco bello, rarefatto e ricco di momenti assai suggestivi.

Rifinito in maniera perfetta ed elegante, questo lavoro conferma l’estrema versatilità del gruppo scozzese e la capacità di creare musica con un marchio di fabbrica oramai inconfondibile.

Non ci sono le chitarre elettriche a tratti roventi del capolavoro “Every Country’s Sun”, ma il gran lavoro dei musicisti si è orientato verso una maestosità sonora che a tratti suona quasi epica.

Unica canzone vera e propria è l’ultimo pezzo, il solo che ci riporta al già citato disco che ha preceduto quest’ultimo album.

Uno dei dischi più belli del 2018?

Può darsi…

settembre 22, 2018 at 4:29 pm Lascia un commento

Mary Shelley – Un amore immortale regia di Haifaa al-Mansour recensione di Stefania De Zorzi

 

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Haifaa al-Mansour esplora in “Mary Shelley – Un amore immortale” il Romanticismo nel senso più ampio del termine: sia ripercorrendo la biografia dei primi anni di gioventù della protagonista, che nella ricostruzione del mondo letterario e ideologico inglese agli inizi dell’Ottocento, percorso da fremiti lirici e radicali.
Mary Shelley/Elle Fanning si innamora perdutamente del poeta Percy Bysshe Shelley/Douglas Booth; contro il volere paterno fugge da casa con l’amato, attraversando varie peripezie, fra delusioni ed esaltazioni, in compagnia della sorellastra Claire/Bel Powley. Durante un soggiorno a Ginevra insieme a Lord Byron/Tom Sturridge e a Polidori/Ben Hardy, Mary ha l’ispirazione per scrivere il “Frankenstein”.
La regista saudita al-Mansour è brava nel descrivere la parabola appassionata e a tratti tragica di una giovane donna dal carattere indomito, interprete dello spirito del suo tempo così come degli insegnamenti e delle ascendenze famigliari. Mary segue i dettami del cuore, nel disprezzo delle rigide convenzioni sociali e morali che la circondano; ben presto però si rende conto che l’assenza di regole può generare mostri, e da lì nasce Frankenstein, anima solitaria e ferita proprio come quella della sua autrice. Nella sceneggiatura spicca l’idealismo romantico, onesto anche se ingenuo, di Mary e Claire, che fa da contraltare all’ambiguità morale di Shelley e all’indifferenza per i sentimenti altrui di Byron: i dialoghi sono il punto forte del film, brillanti fin dal primo minuto, attenti ai trepidanti moti dell’anima di protagonisti e comprimari, interpretati da un ottimo cast (con una menzione particolare per la splendida Elle Fanning).
Non manca una riflessione sul maschilismo imperante dell’epoca, incapace di riconoscere dignità di pensiero e meriti letterari alle donne. Da vedere, godendo fra le altre cose della qualità pittorica della fotografia, e respirando come una boccata d’ossigeno un sentore di libertà non immune da pericoli.

settembre 14, 2018 at 6:12 pm Lascia un commento


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