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Captive State un film di Rupert Wyatt recensione di Stefania De Zorzi

captive
“Captive State”, film di fantascienza diretto da Rupert Wyatt, si definisce in primo luogo in negativo, per tutto ciò che non è.
Non è un film di effetti speciali, pochi e appena accennati, con alieni intravisti nell’oscurità, e navicelle spaziali dai contorni indefiniti, simili a rocce sospese nel cielo come in un quadro di Magritte.
Non è neppure un film di eroi ed eroine di bell’aspetto dotati di super-poteri o di armi iper-tecnologiche, in cui lo spettatore possa identificarsi in una visione sublimata di se stesso: i fratelli protagonisti della rivolta, Gabriel/Ashton Sanders e Rafe Drummond/Jonathan Majors sono due attori semi-sconosciuti dal volto anonimo e dall’armamentario assai limitato, mentre domina le scene la figura massiccia e moralmente ambigua di William Mulligan/John Goodman.
Di contro, il futuro prossimo messo in scena da Wyatt echeggia in modo sinistro tormenti e ansie contemporanee: dalle mura inaccessibili dietro cui si trincerano gli alieni per escludere un’umanità derelitta, al tracciamento spietato di ogni singolo individuo, per finire con lo sfruttamento distruttivo delle risorse del pianeta, in collaborazione con una classe politica disposta a sostenere qualunque atrocità pur di salvaguardare i propri interessi e privilegi. Sempre lavorando per sottrazione, il mondo degli alieni è tanto più spaventoso in quanto mai completamente visto o conosciuto: il nemico extra-terrestre vede e controlla tutto, con l’aiuto di una scienza tecno-organica dalle connotazioni onniscienti (giusto un gradino più in là degli algoritmi che quotidianamente trasformano in parametri la nostra identità), mentre gli esseri umani combattono quasi alla cieca, in una condizione di tenebra fisica e psicologica. La fotografia corrobora il clima di incertezza e di precarietà con l’uso di colori desaturati, in un mondo grigio e offuscato in cui lo spettatore respira lo stesso alto tasso di polveri e di fumi dei protagonisti.
Wyatt si muove nel territorio politico di “V per Vendetta”, così come nella distopia violenta e opprimente di “Brazil”, incitando alla guerra e alla resistenza anziché alla ricerca dell’armonia e della pace, che in certi tempi non sono perseguibili.
Il ritmo è serratissimo fin dalle prime sequenze, con le scritte verdi dall’aria vagamente antiquata che riassumono in pochi minuti l’antefatto della dominazione aliena; la storia è compatta e ben congegnata, anche se relativamente prevedibile nel suo svolgimento.
Nel complesso è un film interessante, da vedere a dispetto della mancanza di sorprese e di protagonisti per i quali provare empatia, sia per l’ottima regia che per le riflessioni suscitate in maniera avvincente e non didascalica. Forse un po’ manicheo nella contrapposizione tra alieni-schiavisti e umani tragicamente eroici, ma efficace.

aprile 2, 2019 at 12:21 pm Lascia un commento


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