Archive for agosto, 2010

Lloyd Miller & The Heliocentrics – Same ( cd – 2lp )

Diavolo di un Malcolm Catto: ha fatto centro un’altra volta!

Meno di tre anni fa la sua creatura Heliocentrics si rese protagonista con Out there di uno dei più brillanti esordi del nuovo millennio, così zappiano come non se ne sentivavo dai tempi di Freak out.Poteva essere una meteora: così non è stato. Oggi Heliocentrics è sinonimo di buona musica, contaminazione, ma soprattutto di svecchiamento dei vecchi stilemi jazzistici, sapientemente riveduti e attualizzati. Dopo le eccellenti recensioni raccolte da “Out There“, Catto iniziò la personale opera di redenzione di grandi vecchi misconosciuti o caduti nel dimenticatoio. Il primo esperimento avvenne con gli etnicismi afro del musicista etiope Mulatu Astatke, una collaborazione che generò un mirabolante capitolo della serie Inspiration information, uno di quei dischi che non saprai mai se collocare nel reparto jazz o nel reparto world. Malcolm Catto oggi si erge nuovamente a paladino dei dimenticati, una sorta di novello Ry Cooder, offrendo un’insperata chance a Lloyd Miller, etnomusicista e polistrumentista di grande esperienza; nato nel 1938 a Glendale, California (la stessa città che diede i natali a Captain Beefheart), ma vissuto per diversi anni in Iran, dove fra le altre cose si occupò di giornalismo, fece l’attore e arrivò persino a condurre uno dei varietà più seguiti nella terra dello Scià. Dall’unione fra Heliocentrics e Miller scaturisce un superbo distillato di jazz contemporaneo e atmosfere mediorientali, straordinaria sintesi di due mondi che si fondono in maniera del tutto naturale, nel quale tutti i protagonisti danno il proprio meglio, setacciando i rispettivi background. È il prodotto di una jam nella quale le strutture aperte tipiche delle improvvisazioni che resero grande il jazz, anche quello più classico, si contaminano con i suoni della vecchia Persia, gli odori del subcontinente indiano, i sapori dei paesi arabi, i loro misteri, la loro spiritualità, le loro danze, la loro tribalità. C’è una traccia che si erge sulle altre, quella “Lloyd Lets Loose” intrisa di street poetry e free music, un episodio degno del miglior Zappa, che non avrebbe sfigurato nel suo “Grand Wazoo”. Ma in tutte e dodici le composizioni assistiamo a un portentoso concentrato di ethno-jazz di rara compattezza, da catalogare fra i più riusciti di sempre. E se proprio vi siete stancati di certa lounge troppo plasticosa, “Lloyd Miller & Heliocentrics” farebbe la propria degna figura come sottofondo impegnato nei migliori aperitivi del pianeta. Esotismi e virtuosismi, sitar che incrociano flauti, psichedelia da incantatori di serpenti (pregasi ascoltare “Bali Bronze“), visioni di Teheran, orchestrazioni inappuntabili, pianoforti che paiono leggeri come piume, the nel deserto, arrangiamenti rigogliosi quanto una foresta equatoriale, tramonti indimenticabili. Tutto questo e molto altro nella prova che sancisce l’ingresso ufficiale del collettivo Heliocentrics nella ristretta cerchia dei grandi del jazz contaminato contemporaneo.

A noi l’onere di valutare se assegnargli la palma di miglior disco jazz o world dell’anno: temo che se li meriti entrambi.

Claudio Lancia (www.ondarock.it)

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agosto 31, 2010 at 5:37 pm Lascia un commento

Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo ( dvd e b-ray )

Nicola Palmieri insegna storia dell’arte e coltiva il sogno della musica. Frontman entusiasta di un gruppo di amici col vizio degli strumenti, compone canzoni e vorrebbe esibirsi sul palcoscenico scanzonato di Scanzano. Salvatore, alla chitarra, è uno studente di medicina che ha dimenticato di laurearsi e di innamorarsi, Franco, al contrabbasso, è pescatore di pesca libera a cui l’amore ha tolto parole e intenzioni, Rocco, alle percussioni, è un villano di grande fascino ossessionato dalla celebrità. Decisi ad attraversare la Basilicata dal Tirreno allo Ionio, intraprenderanno un viaggio picaresco, ripreso da una televisione parrocchiale e accompagnato da una giornalista svogliata e annoiata. Tra una canzone alla luna e un bicchiere di Aglianico, Nicola e compagni accorderanno la loro vita e canteranno sotto pioggia la loro canzone più bella.
Finalmente lo spazio comico e lirico torna ad essere quello dell’Italia meridionale. Un’area geografica che il cinema italiano ha frequentato negli ultimi tempi solo per raccontare la criminalità organizzata e la globalizzazione del male, le periferie degradate e il disagio socio-economico. Ai personaggi privi di innocenza che muoiono alla luce di lampade solari si sostituiscono allora gli antieroi lucani di Rocco Papaleo, al suo debutto dietro la macchina da presa. L’attore mette in scena la progressiva conoscenza di una realtà antropologica e culturale troppo spesso ignorata, attraverso un viaggio e un’esperienza che indaga il cuore del Sud e lo comprende dentro una commedia di innegabile simpatia. Vuoi per il talento nella descrizione dei luoghi e nella costruzione di un’atmosfera, vuoi per la felicità di alcune caratterizzazioni, ma soprattutto per una profonda sincerità che deriva da premesse chiaramente autobiografiche.
I musicisti intonati di Papaleo si muovono a piedi sullo sfondo di una periferia mediterranea e solare e i loro sguardi si aprono su una natura “popolare”. Alla luce piena di un sole che sta “di fronte” a loro e dentro alla vitalistica solarità di una cornice senza ombre, i quattro protagonisti escono da loro stessi e crescono nel viaggio, procedendo verso il finale e il mare Ionio, verso un ritmo altro e una musica altra, che pervade il film dall’inizio, risolvendosi in un concerto alla luna e in una gioiosa rinascita. Fermandosi ad Aliano per un brindisi a Carlo Levi e a Gian Maria Volontè (che lo ha interpretato sullo schermo per Francesco Rosi) e proseguendo in direzione ostinata e contraria, i vaghi musicisti lucani passano per la ricerca dell’altro e approdano alla consapevolezza di sé. A Papaleo non interessa tanto la ricerca e l’espressione di un malessere esistenziale, quanto la forma subliminale e distratta di quell’espressione.
La commedia picaresca, agita e suonata in una Basilicata che ha cortocircuitato briganti nazionali e guerriglieri argentini e ha “contaminato” tradizioni irrazionali con leggende tangibili, procede da una costa all’altra, seducendo il pubblico con la lentezza dell’andare e la pienezza dei colori, dei suoni ma soprattutto dei volti, impenetrabili e immobili come quello di Max Gazzé, bassista di tante note e nessuna parola. Basilicata coast to coast è un film aperto e appagato, un progetto a mano libera di una piena fantasia, in cui l’estremo senso e l’estremo nonsenso si toccano e si armonizzano.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

agosto 30, 2010 at 5:57 pm 1 commento

Green zone di Paul Greengrass ( dvd e b-ray )

Conquistata Bagdad è ora il momento di trovare quelle armi di distruzione di massa che hanno scatenato il conflitto. L’ufficiale Roy Miller è a capo di una delle molte squadre che ogni giorno si recano nei siti indicati dalla CIA come probabile nascondiglio delle famigerate armi senza trovare nulla, ma diversamente da altri desidera saperne di più. Entrato in possesso grazie alla soffiata di un contatto locale di un libretto che indicherebbe i luoghi dove si nasconde il Generale Al Rawi (il Jack di Fiori secondo il mazzo di carte fornito dal governo e probabilmente l’unico uomo a conoscere la verità sulle armi di distruzione di massa) ma obbligato a non procedere dai suoi superiori, decide di trovarlo da solo e salvarlo dai suoi colleghi che, invece che interrogarlo, vogliono ucciderlo.
Occorre dirlo subito: Green zone è un film sulle motivazioni dietro la seconda guerra in Iraq tanto quanto The Bourne Ultimatum è un film sui problemi della perdita di memoria, ovvero ben poco. Sebbene la trama ruoti intorno alla scoperta dell’assenza delle armi di distruzione di massa da parte di un soldato stanziato in Iraq, lo stesso il nuovo film della coppia Greegrass/Damon trova la sua vera ragione d’esistere nel modo in cui rivendica per se stesso lo statuto di genere. Se infatti United 93, la precendente incursione di Greengrass nel cinema d’attualità, mirava a raccontare fatti e situazioni che conosciamo ma il cui svolgimento possiamo solo ipotizzare (le dinamiche che hanno portato allo schianto a terra del terzo aereo coinvolto negli attentati dell’11 settembre 2001), questo nuovo film non pretende di insegnarci niente che non conosciamo già ma anzi si appoggia ad un finale già noto (le armi di distruzione di massa non ci sono mai state) per riscrivere le regole del cinema d’azione militare.
Rifiutando qualsiasi patente di indagatore delle realtà politiche Greengrass parte da fatti assodati e non scava oltre, si appoggia al libro “Imperial life in the Emerald City” di Rajiv Chandrasekaran per piegare i fatti alle esigenze del cinema spionistico e sceglie la via più difficile di tutte. Al centro della storia infatti non c’è più un superuomo come Jason Bourne ma un militare addestrato come tanti altri, animato da un senso patriottico e morale superiore a quello dei suoi colleghi che sono lì per eseguire ordini, il quale agisce fuori dagli schemi per arrivare ad un uomo che può rivelargli la verità nascosta dal governo prima di quelli che lo vogliono uccidere. Nulla di più classico e nulla di più innovativo.
Fin dalla prima sensazionale sequenza che dal micro (una riunione di loschi iracheni) subito proietta la storia nel macro (il susseguente bombardamento che di colpo illumina la notte) Green zone è cinema in mobilità mai domo, girato con il consueto stile caoticamente controllato di Greengrass. Come gli altri che prima di lui hanno portato sul grande schermo il conflitto iracheno, Greengrass vuole scendere nelle strade ed entrare nei vicoli peni di calcinacci ma diversamente da altri più che al video sceglie di appoggiarsi all’audio (una colonna sonora costante che si mischia a rumori di fondo scelti, mixati e organizzati con una precisione meticolosa per rendere la tagliente tensione della guerriglia di strada) trovando così il vero specifico filmico della nuova guerra.
Aggiornando le più classiche dinamiche del cinema d’azione americano, l’interesse del film passa in fretta dal contesto geopolitico alle frasi con le quali i personaggi si minacciano, ai colpi sparati, alla tensione degli inseguimenti (fantastico quello a tre!) e alle motivazioni che animano i comprimari, solitari quanto i protagonisti, nella loro lotta privata, sganciando così l’opera dalla contingenza attuale per proiettarla nell’Olimpo del grande cinema.

Gabriele Niola (www.mymovies.it)

agosto 28, 2010 at 4:50 pm 1 commento


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