Archive for febbraio, 2013

Transsiberian di Brad Anderson ( dvd e b-ray )

Una coppia di americani, Jessie e Roy, aderenti a una Chiesa protestante che si occupa di aiuto ai bambini in Cina, decide di utilizzare per il ritorno la linea ferroviaria transiberiana. I due hanno come compagni di viaggio in cabina lo spagnolo Carlos e la sua compagna Abby i quali dichiarano di pagarsi i viaggi lavorando come insegnanti di lingue e poi di arrotondare con la vendita di oggetti di artigianato esportati illegalmente: In questo viaggio hanno con sé numerose matrioske russe. A una fermata Roy scompare e Jessie finisce con il trovarsi da sola con Carlos per il quale prova attrazione. Sarà lei a baciarlo per prima per poi sfuggire al suo tentativo di rapporto sessuale colpendolo con una trave di legno… L’incubo è solo cominciato.
Un thriller ferroviario/turistico (anche se dopo averlo visto non verrà a molti il desiderio di percorrere la Transiberiana) ben riuscito questo film di Brad Anderson noto da noi per l’ossessivo L’uomo senza sonno. La tensione cresce progressivamente e i colpi di scena, tutti logicamente giustificabili, non mancano.
Il mistero degli spazi attraversati dal treno nonché l’enigmaticità di una Russia in cui, come afferma il luciferino personaggio interpretato da Ben Kingsley, “Quando c’era il comunismo gran parte della popolazione viveva nell’ombra mentre oggi muore alla luce del sole” aggiungono fascino alla storia. Il treno poi, sin dalle origini del cinema (La grande rapina al treno, 1903) è un mezzo di trasporto del tutto congeniale alla costruzione di atmosfere di tensione. Se poi ci si aggiunge la menzogna grazie alla quale, come ricorda un adagio russo, si può andare avanti nella vita ma poi non si può tornare indietro, il gioco è fatto. Anderson sa condurlo magistralmente grazie anche al faccino innocente di Emily Mortimer. Se qualcuno faticasse a ricordare dove può averla vista di recente, prima di cercare nelle biografie pensi a Woody (non Harrelson ma Allen).

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

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febbraio 22, 2013 at 1:02 pm Lascia un commento

Un sapore di ruggine e ossa di Jacques Audiard ( dvd )

Nel nord della Francia, Ali si ritrova improvvisamente sulle spalle Sam, il figlio di cinque anni che conosce appena. Senza un tetto né un soldo, i due trovano accoglienza a sud, ad Antibes, in casa della sorella di Alì. Tutto sembra andare subito meglio. Il giovane padre trova un lavoro come buttafuori in una discoteca e, una sera, conosce Stephane, bella e sicura, animatrice di uno spettacolo di orche marine. Una tragedia, però, rovescia presto la loro condizione.
A partire da alcuni racconti del canadese Craig Davidson, Audiard e Thomas Bidegain, già coppia creativa nel Profeta, traggono un racconto cinematografico a tinte forti, temperate però da una scrittura delle scene tutta in levare. La trama e la regia sono estremamente coerenti nel seguire uno stesso rischiosissimo movimento, che spinge il film verso il melodramma e non solo verso la singola tragica virata del destino ma verso la concatenazione di disgrazie, salvo poi rientrare appena in tempo, addolcire l’impatto della storia con “la ruggine” di un personaggio maschile straordinario, per giunta trovando un appiglio narrativo che tutto giustifica e tutto rilancia. Un equilibrismo che può anche infastidire ma che rende il film teso, malgrado alcune mosse prevedibili.
Come spesso, nella filmografia di Audiard, corpo e spirito fanno tutt’uno, si ammaccano e si rimarginano insieme, senza bisogno di troppe parole: al contrario, la comunicazione, specie quella femminile, passa attraverso un linguaggio muto ma intimamente comprensivo (qui è Stef che “parla” con l’animale ma anche il “dialogo” sessuale che si approfondisce senza l’uso di parole).
La macchina da presa del regista non è certo invisibile e le tesi, dietro il suo modo di filmare, sono sempre molto evidenti. Questo film non fa eccezione e anzi spinge più che mai sui contrasti manichei tra bellezza e squallore, forza e debolezza, spirituali e letterali, fin quasi alla maniera. Ma raggiunge un risultato non scontato laddove, pur essendo in realtà un lavoro molto scritto, dove tutto, fin dal primo istante, è pensato per tornare a domandar vendetta, la direzione degli attori e la qualità dei dialoghi ci distraggono magistralmente, facendo sì che non ce ne accorgiamo quasi mai. La capacità del miglior cinema di Audiard di scartarsi da un percorso troppo rigido o incline alla retorica, questa volta non si manifesta né a livello di soggetto né di regia ma si ritrova più sottilmente nelle pieghe della messa in scena, nei gesti e nelle espressioni degli attori.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

febbraio 20, 2013 at 1:49 pm 2 commenti

E’ stato il figlio di Daniele Ciprì ( dvd e b-ray )

Busu è un vecchio signore a cui piace raccontare storie. Seduto nell’ufficio postale della sua città intrattiene gli avventori, qualcuno appassionato, troppi distratti. Più di tutti ama riferire l’avventura e la sventura della famiglia Ciraulo, colpita al cuore da un lutto. Nicola, il capofamiglia, recupera ferrame dalle navi in disarmo in compagnia del vecchio padre e del figlio. Dentro una casa modesta lo aspettano ogni sera la madre, la moglie e l’adorata Serenella che un proiettile vagante, esploso durante un regolamento di conti, uccide tragicamente. Inconsolabile, Nicola ritrova improvvisamente senso e speranza inseguendo la possibilità di un risarcimento, legittimo riconoscimento dello Stato alle vittime della mafia. Tra debiti e ingorghi burocratici, i Ciraulo provano a immaginare quale desiderio potrebbe appagare la loro ‘fame’ atavica. Liquidati finalmente decidono intorno al tavolo di investire il capitale ormai ridotto in un’automobile, la più bella che si sia mai vista in città. Ma quella Mercedes, ‘presidenziale’, luccicante e benedetta con acqua santa e segno della croce, finirà per diventare il simbolo della tracotanza e di una violazione che gli ‘dei’ non mancheranno di punire.
Ispirato dalle pagine di Roberto Alajmo, Daniele Ciprì torna al cinema senza Franco ma con Maresco. Senza l’amico ma col coAutore. L’insostenibile crudeltà dei ragazzi terribili di Cinico Tv, che seduceva l’occhio mentre pervertiva i cardini del comune senso del pudore estetico, nel cinema ‘scompagnato’ di Ciprì è moderata nella forma ma inalterata nel soggetto. Riconfermando l’universo espressivo e la radicalità etnico-linguistica e governando l’esasperazione estetica e lo spirito avant-garde, il regista palermitano declina al passato una tragedia moderna intorno all’uomo agito solo dalla sua volontà di godimento, senza limiti, senza vincoli. Il Nicola di Toni Servillo incarna un’umanità squassata, sgretolata, irriducibilmente comico-tragica, che desidera un appagamento immediato, assoluto, privo di ancoraggi simbolici e destinato a condannare la propria prole. Nel film di Ciprì, superbamente interpretato da attori professionisti e maschere reali, ogni inquadratura arriva quasi a tradimento, come una fitta lancinante, svolgendo una tragedia familiare dentro una realtà prima grottesca e poi disperatamente tragica. La famiglia Ciraulo ha violato la legge divina e immutabile, si è macchiata di tracotanza, riempiendo il dolore della perdita con un bene materiale, destinato a influenzare in maniera negativa il loro presente.
Ambientato nella periferia di Palermo, ma girato a Brindisi, È stato il figlio è una storia che ne racconta un’altra, scandita dal susseguirsi dei numeri luminosi di un ufficio postale, dove un sordomuto ‘coi pugni in tasca’ ascolta un uomo svolgere il suo dramma dentro periferie desolate, cieli incupiti, soli spenti, deserti di solitudine. Frammenti sparsi che riferiscono di una dissoluzione sociale, esistenziale ma soprattutto antropologica, che spappola l’identità, liberando il lato selvaggio e disintegrando la figura umana. Più ciechi di Tiresia, donna e uomo, vecchio e bambina di faccia a edifici ghiacciati in una fissità lunare, i Ciraulo si nutrono di una notte senza fine imponendo, attraverso la nonna Rosa di Aurora Quattrocchi, la propria legge sopra la norma sociale. E quello che avviene dentro poi accade fuori, i personaggi finiscono inghiottiti dal paesaggio urbano, partecipi della sua distruzione e della sua residualità: una macchina corrosa dalla ruggine, relitto informe di un bisogno paranoico di benessere.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

febbraio 18, 2013 at 11:13 am Lascia un commento

Iceage – You’re nothing ( cd – lp )

Dai piccoli club underground di Copenhagen alle “prime pagine” del web mondiale: nemmeno ai nostri tempi, con i warholiani “quindici minuti di celebrità” alla portata di tutti, un balzo del genere può lasciare indifferenti.
Sono passati solo due anni dall’esordio degli Iceage, quel “New Brigade” nel quale un eccellente amalgama tra post-punk oscuro e furia hardcore assorbiva le intemperanze di quattro adolescenti in perenne bilico tra rabbia e gelida apatia.
Il disco aveva tra i suoi punti di forza la capacità di dosare gli ingredienti in maniera assolutamente coerente e spontanea, riuscendo a definire uno stile pregno di influenze ma, al tempo stesso, personale e riconoscibile. Un equilibrio che in “You’re Nothing” non viene meno, ma si carica anzi di nuove e affascinanti sfumature.

“Ecstasy” apre l’album: una partenza col botto, all’insegna del fragore delle chitarre e dei ritmi tonanti; la voce di Elias Bender Rønnenfelt è ora venata di un’inedita amarezza, di note di malinconia assenti in passato: un dolore colmo di rabbia, che impregna e carica di eccitazione il caotico e violento hardcore-punk dei danesi.
Gli Iceage continuano infatti a picchiare duro: brani come “Coalition” o “Everything Drifts” sono delle bordate dark-punk che arrivano dritte in faccia all’ascoltatore; i riff sono aggressivi e oscuri, ma non perdono mai di vista la melodia, nel segno del migliore Rikk Agnew.

“Morals” è la sorpresa dell’album: si tratta infatti di un’originale reinterpretazione de “L’ultima occasione”, brano portato al successo da Mina nel 1965; non certo materia facile da manipolare per un gruppo punk, ma i nostri riescono a coniugare la tensione lirica dell’originale con i loro violenti stop-and-go in maniera decisamente naturale. Sul versante opposto troviamo un pezzo come “It Might Hit First”, violento e dissonante noise-rock attraverso cui filtra tutta la passione degli Iceage per le sonorità più estreme.
Una registrazione piuttosto lo-fi amplifica la ruvidità, ma anche la potenza espressiva di un album che, nonostante le dodici tracce, non arriva alla mezz’ora di durata e non presenta il minimo calo. 
Il finale, affidato alla title track, è energico ed emozionante, esattamente come i primi secondi di “Ecstasy”.

Nuove ombre lambiscono pertanto l’irruenza degli Iceage; ne consegue un disco complementare rispetto a “New Brigade”, un risultato che testimonia la precoce maturità di questa giovane band, la cui spinta creativa non si è certo esaurita, ma può invece andare ancora più lontano.
Sinceri e feroci, i tormenti degli Iceage sono personali e al tempo stesso universali: l’impressione è che “You’re Nothing” farà breccia in molti cuori oscuri.

Lorenzo Pagani (www.ondarock.it)

febbraio 15, 2013 at 4:47 pm Lascia un commento

El Campo di Hernan Belon ( dvd )

Una giovane coppia e la loro figlia di poco più di un anno si trasferiscono in una piccola villa nella campagna argentina. La casa è molto decadente e da subito emerge un atteggiamento molto diverso nella coppia nel rapportarsi con quel nuovo ambiente. Mentre Santiago, il marito, è entusiasta e non vede l’ora di cominciare i lavori di restauro per trasformarla nella loro residenza estiva, la moglie Elisa è molto inquietata da quelle mura poco accoglienti, dai continui rumori e dagli spifferi onnipresenti, e inizia a convergere le sue paure in una morbosa attenzione nei confronti della piccola figlia Matilda.
Quando si guarda un film si è ormai talmente abituati a confrontarsi con case infestate e ghost stories, che la scelta di ambientare una storia in una villa decadente spersa in mezzo ai boschi ci pone già con un atteggiamento sulla difensiva. Fin dalle prime inquadrature, illuminate solo dalle luci della station wagon su cui viaggia la piccola famiglia alla ricerca di una casa nascosta dietro alla bruma della notte, El campo ci mette in attesa di quelle presenze inquietanti che sappiamo presto o tardi cominceranno a muovere le pareti o a spalancare porte cigolanti. Il regista Hernán Belón gioca volontariamente su questa tensione immaginaria, su questa paura suscitata per reazione naturale dalle atmosfere da romanzo gotico e da un’ambientazione da classico racconto del terrore. Ambigue vecchiette, oscure foreste, pareti scricchiolanti e perdite d’acqua che tolgono il sonno e la pace della giovane coppia con bambino.
Solo che, a poco a poco, da questo rigido catalogo di topoi sulla haunted house emerge lo spettro di un melodramma della coscienza, di un thriller psicologico che dà corpo non alle paranoie dei vari personaggi ma alle inquietudini sentimentali di un solo protagonista, alle sue paure legate alla dimensione ben più sottile e personale delle dinamiche degli affetti. Belòn si concentra soprattutto sul personaggio di Elisa e utilizza principalmente il filtro funereo e mesto del suo punto di vista per costruire un castello di tensione sopra alle fondamenta di un dramma da camera. Giocando efficacemente su nebbie, crepe e polveri, e virando la fotografia verso le tonalità grigio-scure, il regista argentino riesce a restituire la dimensione più oscura e spaventosa dei tormenti amorosi di Elisa, restituendo uno sguardo originale su di un matrimonio alla deriva.
In questo fra melodramma intimista e thriller soprannaturale, El campo diviene un curioso ibrido: una sorta di Scene da un matrimonio di Bergman concentrato nello spazio di una casa alla The Others di Amenabar. La formula non offre molto di più di questo e bisogna ammettere che il film conta su pochi momenti narrativamente forti per tenere alta la tensione drammatica o ansiogena di ambedue i generi. Ma resta un’opera prima interessante, un’efficace quanto rara giustapposizione fra la classicità della pellicola di genere e il modernismo del film d’autore.

Edoardo Becattini (www.mymovies.it)

febbraio 15, 2013 at 11:11 am Lascia un commento

Paranorman di Sam Fell e Chris Butler ( dvd e b-ray )

Norman è un bambino introverso e appassionato di horror che fatica a fare amicizie, in questo di certo non lo aiuta il fatto di essere l’unico del suo paese a vedere i fantasmi.
Tutti i trapassati che hanno ancora questioni irrisolte sulla Terra gli appaiono e gli parlano, costantemente, nonna inclusa. In più da qualche tempo è preda di visioni che sembrano catapultarlo nel passato. Per questo motivo gli altri lo credono un po’ scemo, nonostante il piccolo paese in cui vive secoli prima sia stato teatro di diversi roghi di streghe e ancora se ne vanta come fosse un’attrazione turistica.
Tutto cambierà quando un suo zio ritenuto matto gli comunicherà poco prima di morire che ora tocca a lui tenere lontani, ogni anno, i morti viventi e la maledizione di una delle streghe bruciate secoli prima.
Come accade per i grandi capolavori, nei primi minuti di racconto di ParaNorman c’è già tutto il senso di quel che verrà. Norman è intento a guardare un filmaccio horror di serie B all’italiana in tv (la cui fotografia sarà il punto di riferimento visivo del film) mentre la nonna (fantasma) sostiene che “è inutile che urlino e scappino quando basterebbe parlare, ma del resto se parlassero sarebbe un altro genere di film”. Allo stesso modo non è altro genere se non un horror (comico) anche ParaNorman, cartone in stop motion che sa essere parte del cinema nel senso più ampio del termine e non della sola categoria dell’animazione. Anche in ParaNorman non si parla con i morti viventi ma si corre da e verso di loro per tutti i 92 minuti indiavolati in cui Chris Butler racconta la sua storia con una tempra morale di ferro, passione per i luoghi comuni dell’horror e capacità di mostrare con una sola battuta il ridicolo che si cela dietro ogni figura. La soluzione sarà tutta nelle parole ma non potrà che arrivare alla fine, altrimenti sarebbe un altro genere di film.
Con un equilibrio mostruosamente perfetto tra tradizione e modernità, tra titolistica anni ’50, Mario Bava (nella prima parte) e l’horror giapponese (nella seconda), ParaNorman si rivolge ai bambini amanti dello spavento e li tratta come veri adulti, facendoli ridere delle assurdità del mondo che li circonda (adulti, genitori e bulli) ed eccitare con l’esplorazione delle immagini e situazioni più spaventose.
Sebbene in scala ridotta e per spettatori più piccoli ParaNorman fa quello che è il lavoro dell’horror: indagare le fobie del suo pubblico per sovvertire l’ordine che solitamente regna nel cinema o nelle storie edificanti. Butler infatti riesce nell’impresa di tradurre per l’immaginario di un bambino e rendere coerente in una commedia animata, alcuni dei più grandi momenti del cinema horror, senza cedere nemmeno un passo di fronte alla loro potenza. Il tormento delle visioni, le apparizioni nei bagni della scuola, la visita nella casa piena di scheletri e il confronto con lo spirito sono tutte sequenze serissime di un film capace di deridere tutto e tutti per mostrare che un altro mondo è possibile. L’eroe è un outsider che scopre come l’origine della paura di tutti quanti sia un’altra “diversa” come lui, mentre cheerleader, genitori o atleti di football si dimostrano capaci di prendere le decisioni peggiori perchè, al contrario di Norman, sono preda della paura ma non della volontà di capire.
A capo di questo gioiello di cinema e di racconto animato l’esordiente Chris Butler fa la figura del maestro. Già storyboard artist per Henry Selick (il genio dietro Nightmare before ChristmasLa sposa cadavere e Coraline) Butler dimostra oltre ogni ragionevole dubbio di aver imparato dal maestro, oltre all’arte dell’animazione stop motion, anche le possibilità espressive legate all’esplorazione dell’universo della paura infantile.

Gabriele Niola (www.mymovies.it)

febbraio 8, 2013 at 10:51 am Lascia un commento

La faida di Joshua Marston ( dvd )

Nik è un diciassettenne che frequenta l’ultimo anno delle superiori in una piccola città di campagna dell’Albania e sogna di poter aprire un Internet Point dopo il diploma mentre prova i primi sentimenti d’amore per una coetanea. La sorella, Rudina, ha quindici anni e vorrebbe poter frequentare in futuro l’università. Il padre, che lavora consegnando porta a porta derrate alimentari, viene a conflitto per questioni di passaggio di proprietà con un’altra famiglia. Ne nasce uno scontro che porta alla morte di un uomo. Il padre di Nik viene accusato e fugge. Ora, per un antico codice balcanico, la famiglia del defunto può rivalersi uccidendo un maschio rivale. Nik deve smettere di andare a scuola e il peso del mantenimento della famiglia ricade su Rudina che smette a sua volta di studiare. Nik decide di uscire dalla situazione cercando di trovare uno sbocco alla faida.
Joshua Marston torna ad affrontare, dopo il successo di Maria full of grace il tema della giovinezza negata dalle condizioni sociali. Questa volta il suo territorio di esplorazione è costituito dall’Albania in cui sussistono ancora, nei nostri tempi di globalizzazione, le cinquecentesche norme del Kanun che riconosce legalità a quella che in Italia definiamo la faida. L’adolescente Nik si trova così al contempo affacciato ad un mondo che cambia grazie alla finestra dello schermo televisivo e alle schede dei telefoni cellulari mentre la microsocietà che lo circonda sembra volerlo trattenere in un’epoca buia fatta di odi e vendette destinate a perpetrarsi nei decenni paralizzando la vita delle persone che vi sono incolpevolmente coinvolte.
Marston segue con partecipazione, ma senza mai cadere nel sentimentalismo a buon mercato, la lotta quotidiana di Nik e Rudina per resistere nonostante e contro tutto. Ne tallona gli sforzi e i cedimenti, ne legge i pregi ma anche i difetti (il maschilismo di Nik in ambito familiare che però cede il passo dinanzi ai primi sobbalzi del cuore). Apprezza le loro scelte anche quando arrivano a mettersi contro la figura paterna o a trovare una soluzione in una decisione estrema e lacerante.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

febbraio 4, 2013 at 10:46 am Lascia un commento

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