Archive for novembre, 2009

The Flaming Lips – Embryonic ( cd – 2cd+dvd – 3lp )

La band di Wayne Coyne attraversa da sempre in maniera obliqua il mondo della musica rock, generando sovente palesi eccessi: partiti in era post-punk, alla fine degli anni 90, generarono un lavoro ultra-complesso come “Zaireeka”, il quale prevedeva l’ascolto simultaneo di ben quattro cd. Un percorso che non rappresenterà il massimo della coerenza, ma che dimostra senza ombra di dubbio un innato gusto per l’avventura.
Da quell’oramai non vicinissimo 1997, “Embryonic” è il loro progetto più ambizioso, la summa delle più evidenti inclinazioni palesate dalla band durante il proprio percorso artistico.

“Embryonic” è un doppio, dura ben settanta minuti e annovera al proprio interno diciotto nuove composizioni: un menù ricco e di alto profilo, una sorta di reazione alle recenti tendenze alt-pop rappresentate in “At War With The Mystics” e “Yoshimi Battles The Pink Robot“.
Il suono di “Embryonic” rappresenta una sorta di stravagante sintesi fra le propensioni kraut-electro dei Radiohead di “Kid A/ Amnesiac” e i Pink Floyd più psichedelici, quelli dell’era Barrett tanto per intenderci. Posizionate il lettore sulle prime due straripanti tracce di “Embryonic” (“Convince Of The Ex”, una sorta di “Zoo Station” del nuovo millennio, e “The Sparrow Looks Up At The Machine”) e dite se non sono la folle attualizzazione dell’opera svolta da Yorke e soci qualche anno fa. Poste lì a inizio sequenza, danno il mood all’intero disco, caratterizzandolo oltremodo per quello che in fondo poi non riesce a essere (cioè un disco profondamente sperimentale da dieci e lode).
Infatti dalla terza traccia il lavoro prende una piega psych-oriented, contaminandosi di soluzioni tipicamente pinkfloydiane, non nuove nell’immaginario dei Lips, basti ricordare la “Pompeii Am Gotterdammerung” di tre anni fa.

I frutti di tale approccio sono rintracciabili soprattutto in “Gemini Syringes”, nella lunga “Powerless”, arricchita da un ossessivo solo di chitarra, e in quella “If”, citazionista sin dal titolo.
Cinque episodi implicano il nome di un segno zodiacale nella prima parola del titolo, una delle bizzarrie di Wayne, che in questo caso ha una spiegazione tutt’altro che cervellotica. Il gruppo tempo fa iniziò a registrare una serie di free form session, e convenzionalmente furono assegnati come titoli provvisori i segni dello zodiaco: una sintesi di cinque di queste, quasi completamente strumentali, sono finite nella tracklist definitiva. Per questo motivo “Embryonic” assume per larga parte l’aspetto di una folle jam neo-psichedelica, con mille schegge impazzite che si rincorrono e qualche digressione strumentale old style.

Fra gli ospiti spicca la presenza di Karen O (Yeah Yeah Yeahs!) che tinge di meravigliosa ingenuità “I Can Be A Frog”, dilettandosi a imitare i versi degli animali citati da Wayne, ridendo come un’adolescente attraverso la cornetta di un telefono. La bella Karen è protagonista anche nella conclusiva “Watching The Planets”, titolo che torna a far presumere un disegno concettuale unitario alla base dell’album, se sommato ai richiami allo zodiaco e alle voci di astronauti disseminate su alcune tracce.

La contemporanea presenza di queste situazioni ambient-cosmiche ci autorizzano ad interpretare l’intero lavoro come un virtuale viaggio interstellare.
Ma il dubbio resta: ci troviamo dinanzi a un concept (nel senso di disco pensato come un progetto unitario), a una raccolta di outtake (molti brani sembrano frutto delle session di altri loro dischi), oppure Coyne e compagnia si stanno semplicemente prendendo gioco di noi?
Insomma: è tutto pensato oppure tutto frutto di una fortunosa casualità?
Con certezza possiamo definire “Embryonic” come un disco cupo, dove i temi trattati riguardano prevalentemente ossessioni, isolamento, follia, sottomissione, crudeltà, orrore, dispiacere e paranoie assortite. Se si sfrondassero le canzoni dai contenuti elettronici e distorti, il distillato che otterremmo sarebbe un qualcosa di vicinissimo ai Joy Division, sia per i toni foschi e meno da cartoon rispetto al passato, sia per la disperazione che emerge da molte liriche, inverosimilmente prossime all’anima del compianto Ian Curtis, sia per l’intensa interpretazione fornita da Coyne. Chitarra e basso raramente svolgono una linea melodica, ripetendo spesso giri di note fissi, talvolta opprimenti, in linea con la tensione generata delle strutture liriche e musicali tutt’altro che allegre.

I Flaming Lips si lanciano a briglie sciolte con piglio da rocker soltanto su un tratto di “The Ego’s Last Stand”, nella parabola hard-rock tecnologica di “Worm Mountain” e nella colorata “Silver Trembling Hands”, in grado di mandare definitivamente in soffitta tutte le manfrine degli Animal Collective.
Sin dal titolo, “Embryonic” dimostra la volontà della band di far confluire nel progetto un caleidoscopio di idee, senza la necessità di elaborarle completamente, bensì lasciando di proposito molte situazioni allo stato embrionale. L’obiettivo pare quello di riconciliarsi con le proprie radici lo-fi, sposandole alla perfezione con il gusto per la grandeur tipico dei dischi più recenti.

Ovviamente in un lavoro di settanta minuti non tutte le ciambelle riescono col buco: qualche momento di stanca si annida fra le pieghe della ninnananna spaziale “Evil”, del mantra religioso “Virgo Self Esteem Broadcast” e della indisponente “The Impulse”, in pratica una rimanenza di magazzino dei Daft Punk.
Resta l’amarezza per tutti quei talenti della musica contemporanea dai quali ci saremmo aspettati, più che da Coyne, il capolavoro neo-psichedelico del decennio. Penso a Jonathan Donahue dei Mercury Rev, a Steven Wilson dei Porcupine Tree, o a Gruff Rhys dei Super Furry Animals. Ma oltre al talento serve il coraggio, la voglia di osare, di rompere gli schemi, di fregarsene del mercato e delle aspettative degli addetti ai lavori. Con queste premesse, avremmo dovuto prevedere proprio dai Flaming Lips un album del genere, visto che tali caratteristiche le possiedono tutte.

“Embryonic” si dimostra disco audace, teso, ipnotico, senza uno straccio di hook, apparentemente privo di un ordine logico e ricchissimo di strutture anticonvenzionali, in grado di mostrare il coraggio di una band che, pur non avendo più nulla da dimostrare, si rimette in gioco, prendendosi rischi non indifferenti. Uno sforzo di questa portata poteva essere prodotto soltanto da una formazione esperta e navigata, che in questi solchi riesce però a manifestare la stessa forza di una band emergente. “Embryonic” alla fine dei conti si dimostra un ascolto assolutamente gratificante.
Siamo quasi alla fine di ottobre e non ho ancora scovato il disco dell’anno: potrebbe essere questo?

Claudio Lancia (www.ondarock.it)

novembre 30, 2009 at 7:57 pm Lascia un commento

I love radio rock di Richard Curtis

E’ “All day and all of the night” dei Kinks a commentare i titoli di testa della seconda fatica registica dello sceneggiatore Richard Curtis, a sei anni dall’esordio dietro la macchina da presa avvenuto con la commedia romantica “Love actually-L’amore davvero“.
Soltanto il primo di una lunga serie di evergreen in note che, tra Them, Turtles, Box tops e Troggs, provvedono ad accompagnare l’esistenza dell’eclettico equipaggio di Radio Rock, radio pirata di Quentin (Bill Nighy), padrino del giovane Carl (Tom Sturridge), la quale, in una lodevolmente ricostruita Gran Bretagna del 1966, trasmette da una barca nel bel mezzo del Mare del Nord.
Equipaggio che vede il suo capo nell’americano grosso e sfacciato detto “Il Conte” (Phillip Seymour Hoffman), spalleggiato dall’ironico e intelligente Dave (Nick Frost), dal gentile Simon (Chris O’Dowd), in cerca del vero amore, dall’enigmatico e attraente Mark (Tom Wisdom), dal dj Wee Small Hours Bob (Ralph Brown), da On The Hour John (Will Adamsdale), che legge le notizie, dal fastidioso Angus “The Nut” Nutsford (Rhys Darby) e da Thick Kevin (Tom Brooke).
Equipaggio di cui rientra a fare parte anche Gavin (Rhys Ifans), tornato dal suo viaggio nella droga in America per riprendersi il suo legittimo posto di più grande disc jockey d’Inghilterra, mentre il Ministro Dormandy (Kenneth Branagh) medita di reprimere qualsiasi cosa abbia a che fare con l’esuberanza giovanile, compresa l’influenza dei pirati.
Perché, con un cast da premio Oscar in grandissima forma e traendo dichiaratamente ispirazione sia da “M.A.S.H.” di Robert Altman che da “Animal house” di John Landis, è ai trasgressivi deejay delle mitiche stazioni radio illegali attive verso la fine degli Anni Sessanta che il regista rende omaggio.
Le mitiche stazioni radio che hanno fatto conoscere a un pubblico entusiasta artisti del calibro di Rolling Stones, Jimi Hendrix e Dusty Springfield (“In assoluto la miglior voce del soul bianco” dice uno dei protagonisti), testimoniando in che modo quella che, definita in maniera fastidiosamente perbenista “pornografia musicale”, era (ed è) in realtà una forma culturale d’intrattenimento capace di accomunare e tenere uniti agglomerati di terrestri appartenenti a differenti razze e ceti sociali; ad esclusione, probabilmente, di coloro che risiedono (e risiedevano) nei freddi ed anti-emozionali corridoi del potere, al cui interno non sembra esservi spazio per i sogni ad occhi aperti.
Sogni che nel film di Curtis hanno la voce, tra l’altro, di “For your love” degli Yardbirds, di “Crimson and clover” di Tommy James and The Shondells e perfino della meno nota “Friday on my mind” degli Easybeats, quando non assumono i toni più malinconici di “A whiter shade of pale” dei Procol Harum o quelli natalizi di “Little Saint Nick” dei Beach Boys e della spectoriana “Christmas (Baby please come home)” di Darlene Love.
Soltanto alcuni dei titoli che vanno a compilare una splendida e nutritissima colonna sonora abilmente sfruttata in mezzo all’abbondanza di esplosivi dialoghi non privi d’ironia, mentre le riprese di una macchina raramente ferma vengono assemblate dall’ottimo montaggio di Emma E. Hickox.
Per quello che, evocando poesia solo quando necessaria, presenta già le fattezze di un cult… se non di un classico.

La frase: “Se Dio fosse un dj, sarebbe alla console di Radio rock”.

Francesco Lomuscio

http://filmup.leonardo.it

novembre 28, 2009 at 12:08 pm Lascia un commento

Tom Waits – Glitter and doom live ( 2cd – 2lp )

Lo zio Tom non ama quel ch’è facile e squadrato, e quindi sapete che banalità “un nuovo disco in studio”. Meglio il trovarobato di pezzi sparsi come fu per Orphans o l’accostamento bislacco di materiali diversi come in questo caso, con un CD di registrazioni dal vivo dal tour 2008 e un altro di sketch sempre in scena, le storie beffarde e surreali che Tom Waits ama raccontare quando durante lo show tira il fiato e, accomodato al pianoforte, intrattiene la platea.

Il live musicale è giusto quello che promette la réclame, “un uomo morto che canta per la propria vedova; le ultime parole di un condannato a morte; una danza sbilenca; il suono di un mangiatore di spade che si lamenta o di un pirata che si dà delle arie”. Waits inizia e termina sbraitando, in un melmoso paesaggio di jazz blues in disfacimento e versi deformati dalla chirurgia plastica di una mente iper eccitata, ma guai ad arrendersi alla brusca apparenza e a non gustarsi tutti i cambi di scena, le lune, i soprassalti romantici o sarcastici, i folgoranti dubbi di un artista che a 60 anni ormai quasi compiuti (mancano pochi giorni) continua a essere Tom Waits più che a fare il Tom Waits, come i superficiali potrebbero equivocare. Bel repertorio di pezzi della maturità e accurato montaggio di show differenti, 10 per 17 brani complessivi – il sarto ha lavorato bene, la cucitura non si vede e l’ascolto fila liscio.

Il CD dei Tom’s Tales (disponibile in download gratuito anche per i feticisti che acquisteranno il vinile) è una chicca per iniziati, nel cuore del surreale mondo che Tom ha creato negli anni. Uno zibaldone di meditazioni sui lati oscuri o buffi della vita, con un tono sospeso tra Frank Zappa, Jannacci e il David Byrne di True Stories, con un violento gusto di sorpresa e paradosso: dove si parla volentieri di animali ma anche di Armstrong e Aldrin sulla luna, delle incredibili leggi dell’Oklahoma, di depositi bagagli e del perchè si usa mangiare il pesce con il limone. Parafrasando quel libro: “storia (molto) breve di (quasi) tutto quanto”.

Riccardo Bertoncelli

http://www.delrock.it

novembre 28, 2009 at 11:53 am 1 commento

Si può fare di Giulio Manfredonia ( dvd )

“Si può fare” racconta una storia di una ventina d’anni fa, quando Nello, sindacalista ‘in esilio’, viene spedito a dirigere una cooperativa di persone affette da disturbi mentali, rimaste a piede libero in seguito alle chiusure dei manicomi.
Il film può esser tranquillamente etichettato come una delle migliori sorprese del cinema italiano degli ultimi mesi. Un’opera piccola, che trattiene in sé una tale potenza emotiva da lasciare un segno profondo nello spirito di chi ne gode.
I matti, i diversi, i picchiatelli sono per naturale inclinazione trame intricate, aggrovigliate, indistricabili e mal si sposano con l’ipocrita e omologato tessuto sociale.
Un gruppetto di loro però decide di non voler più abbassare la testa, di esser stanco di ingoiare sedativi, di mettere in atto un riscatto sociale esaustivo e liberatorio. E lo fa attraverso l’ingresso della cooperativa nel mondo del mercato, e quindi naturalmente di quello degli internati nel mondo esterno. Il pretesto per emanciparsi da quel buio destino che la psichiatria, medicina spesso funesta e distruttiva, aveva a priori scelto per loro, catalogandoli in pagine ed anni di archiviazione di casi più o meno simili. La differenza nel trattamento si misura in semplice differenza di dosaggio della stessa medicina annullante. 4 mg per chi ha disturbi sessuali, 6 per chi mena facilmente le mani e via dicendo.
L’uso degli scarti di legno per creare parquet unici ed originali è una forte e manifesta metafora, gli scarti della comunità sociale possono, attraverso la loro diversità, risultare unici, irrinunciabili, magnifici, arrivando ad insegnarci qualcosa che è difficile scrivere sui libri, ma che si trasmette all’altro con gli sguardi contagiosi di chi non possiede altro che una smisurata voglia di viversi. Un film sulla magnificenza della diversità quindi, ma anche sulla durezza della vita stessa, che spesso presenta il conto quando non ce lo si aspetta, portandosi via anche le briciole di un’esistenza spezzata, come quella di Gigio.

Una pellicola di denuncia, verso la medicina psichiatrica sì, ma prima di tutto verso i pregiudizi, verso il benpensare, verso il buon costume di lor signori. E allora nessuno si stupisca se ‘i matti vanno a mignotte’ e non se ne innamorano, oppure se irrompono in una sfilata della fashion milanese, sbaragliando ladies and gentleman impacchettati, impegnati in un rito propiziatorio dal sapore pagano e blasfemo, agli occhi dell’innocenza di noi diversi. Ed anche sulla diversità ci sarebbe da discutere. Diverso perché esterna le proprie paure, diverso perché non ha bisogno di filtrare le proprie pulsioni per espletarle, diverso perché toccato dall’innocenza di un fanciullo che non se n’è più andata. Beh, allora questi diversi ci piacciono eccome, perché in fondo sono uguali a noi. Mancheranno di buone maniere, di fiuto per gli affari (di qualsiasi natura essi siano), di tangenza con il mero reale e fruibile, ma di certo non di avere uno stretto legame col proprio esser vivi.

Non fermarsi mai perché ‘si può fare’, anzi si deve fare. Non serve star rinchiusi a piangersi addosso, bisogna confrontarsi con ciò che ci spaventa, essere anche pronti a perdere, perché nella vita spesso si perde, e bisogna dirlo a tutti, anche a chi sembra diverso. Un modus vivendi di cui la storia si nutre avidamente, in un percorso di crescita e di formazione di ogni singolo personaggio: da Nello allo psichiatra vecchio stampo.
Una visione di cinema davvero irrinunciabile.
Emozionante e coinvolgente, non scade mai nella banalità o nel pietismo, offrendo una prova corale di un gruppo di interpreti splendidamente assortito, regalandoci il miglior Bisio di sempre, intenso, credibile ed ironico.
Da vedere, rivedere e portare sempre con sé.

Tommaso Ranchino (www.cinemalia.it)

 

 

novembre 25, 2009 at 7:44 pm Lascia un commento

Gov’t Mule – By a Thread ( cd )

Pur senza essere un genio musicale alla Mozart né un virtuoso da circo, Warren Haynes è il chitarrista più amato di questa generazione. Il motivo credo risieda nell’amore che a sua volta Warren riversa al rock & roll ed alla musica moderna in generale. Chitarra solista degli Allman Brothers Band al posto che una volta fu di Duane Allman, chitarra solista dei Dead, al posto che fu di Jerry Garcia, leader dei Gov’t Mule, gruppo rock blues di culto. Un risultato che è frutto di una dedizione assoluta ai miti della nostra musica. Non ho mai sentito incisioni dei Dead con Warren, e se gli ABB hanno realizzato con lui il miglior disco in decenni, Hittin’ The Note, pure l’album dal vivo del 2004 dimostra che alla fine il duo Warren Haynes – Derek Trucks fa formula di infiniti duetti solisti che si rincorrono in ogni canzone. Il meglio di sé Warren Haynes lo realizza con il suo gruppo, che ha chiamato con modestiaGovernment Muleil mulo dei militari, quadrupede non dotato di speciale bellezza ma dedicato al lavoro duro. I lavori più apprezzati i Mule li hanno realizzati proprio quando si immergono anima e corpo nella passione per il rock dei loro modelli, il che succede in particolare nei due volumi di The Deep End, quelli con dozzine di bassisti invitati da band come Creedence, Deep Purple, Who, Dead, Airplane e simili, e nel live show farcito spesso e volentieri di grandi cover. Nei dischi in studio (l’attuale è il decimo) Warren Haynes e compagni dimostravano da qualche anno i limiti forse di un superlavoro che ne rende troppo diluita l’ispirazione e troppo di routine l’esecuzione. Per cui confesso di essermi avvicinato a questo By A Thread senza nutrire alla fine troppe aspettative. Più grande così è stata la sorpresa, giuro inaspettata, di scoprire che la band è giunta alla maturità del proprio sound e finalmente alla quadratura del cerchio del proprio rock. By A Thread fa alla fine dei Mule una band grande come i propri modelli. Per dare un’idea siamo di fronte ad un sound che getta le radici nell’hard rock dei Led Zeppelin, il rock & roll degli ZZ Top, la psichedelia degli Experience, le ballate di Derek & The Dominos, ma che soprattutto è ormai sound Mule 100%. Rock, blues, ballate evocative, persino una spruzzata di folk. Questa volta non ci sono scorciatoie jazz, facili citazioni ed assolo fini a sé stessi, ma una musica sempre in tiro, robusta, piena, calda, che è impossibile non amare. I brani non li cito, perché non c’è un solo filler. Uno dei grandi dischi di rock delle chitarre di sempre. Fatevi un favore: compratelo.
★ ★ ★ ★ ½ (ottimo) Genere: ROCK delle chitarre Provogue, 2008 in breve: i Gov’t Mule al loro meglio
Blue Bottazzi BEAT www.beat.bluebottazzi.com

novembre 25, 2009 at 7:34 pm Lascia un commento

Vincere di Marco Bellocchio ( dvd )

Siamo agli inizi del secolo e un giovane socialista rivoluzionario incontra casualmente una donna passionale come lui, Ida Dalser. Quel giovane si chiama Benito Mussolini. Lei lo seguirà nella sua azione politica, assecondandone i cambiamenti di rotta e giungendo fino a spogliarsi di tutto per consentirgli di fondare il proprio giornale, «Il Popolo d’Italia». Gli darà anche un figlio che verrà chiamato Benito Albino e sarà riconosciuto dal padre. Ida però dovrà scoprire che il suo matrimonio, avvenuto in chiesa, ha molto meno valore di quello che Mussolini ha contratto civilmente con Rachele Guidi da cui ha avuto la figlia Edda. L’ascesa dell’uomo politico è inarrestabile così come la sua decisione di escludere dalla propria vita sia Ida che il bambino. La donna cercherà di autoconvincersi che si tratti solo di una messa alla prova che non potrà che risolversi in senso positivo. Invece significherà per lei e suo figlio la morte in ospedale psichiatrico circondati da una cortina di oblio.
Marco Bellocchio affronta una pagina di storia italiana misconosciuta. La notizia era apparsa negli anni Cinquanta su «La Settimana INCOM Illustrata» ma pochi vi avevano prestato credito perchè in quell’epoca i falsi memoriali su malefatte degli esponenti del fascismo inondavano le redazioni. Due giornalisti Rai, Novelli e Laurenti, riprendono di recente le ricerche e realizzano un documentario che va in onda su RaiTre nel gennaio 2005. Da esso emerge una fitta serie di testimonianze sulla veridicità di quanto all’epoca denunciato..
Si può affermare che Bellocchio non poteva non essere attratto da una vicenda che coniugava il tema del potere con le dinamiche della psiche. Ne emerge un film come al solito molto personale che denuncia però una costrizione in cui il regista non si trova a suo agio. La camicia di forza della Storia, con le sue date e i suoi avvenimenti, vincola la narrazione che tenta di liberarsene non riuscendovi sempre. Certo Bellocchio aveva già affrontato di recente la Storia con Buongiorno, notte ma lì aveva potuto lavorare da Maestro ri-costruendo. Qui non può farlo liberamente e se ne avverte la consapevolezza nella scelta stilistica di ricorrere a una modalità narrativa che gli sta particolarmente a cuore: l’opera lirica. L’intero film è costruito come un melodramma sia sul piano musicale che su quello della struttura, con la passione dominante all’inizio a cui seguono la disillusione e la morte.
Su tutto questo prevale però una lettura decisamente interessante e che mette in gioco la psichiatria e, ancor più, la psicoanalisi che studia il rapporto tra il potere e le masse. Mentre la follia diviene sempre più collettiva e partecipata nel Paese, ci suggerisce Bellocchio, diviene quasi indispensabile che la normalità (Ida) venga trattata come devianza. Mentre l’Italia corre verso il baratro della Seconda Guerra Mondiale la Dalser e suo figlio vengono fatti precipitare nella clausura degli Istituti. Dove non basterà l’ammonimento dello psichiatra: «Questo non è il tempo di gridare la verità. È il tempo di tacere, di recitare una parte». Chi non è disposto a piegarsi non può che essere stroncato oppure, come accade nell’immagine più intensa del film, non può che arrampicarsi su sbarre senza via d’uscita per gettare nella neve lettere che mai nessuno leggerà

novembre 21, 2009 at 6:39 pm Lascia un commento

Porcupine Tree – The Incident ( cd – 2lp )

Cosa potremmo mai aspettarci dal successore di “Fear of a Blank Planet“? Disco che probabilmente contiene qualche buona idea e magari è anche piacevole all’ascolto, ma da menti della musica come Steven Wilson direi che bisogna pretendere molto di più. E’ il caso di “The Incident“, che fa sembrare il suo predecessore un tentativo parecchio abbozzato, probabilmente anche per pressione dal nuovo contratto con la RoadRunner Records.

 Il disco si suddivide in due CD, di cui il primo è occupato totalmente dalla title-track, The Incident, una lunga suite di ben 55 minuti composta in quattordici capitoli, anche se la divisioni tra i capitoli è abbastanza netta, non continua come ci si potrebbe aspettare. Il secondo disco può essere considerato una sorta di EP affiancato al disco principale, (che non vuole assolutamente essere una definizione dispregiativa, anzi) probabilmente per fungere da complemento, dato che fare un disco con un’unica suite probabilmente sarebbe stato semplicemente “troppo”.

 Se siete stati in Inghilterra, di certo non avrete difficoltà ad affiancare varietà paesaggistiche alla musica di questo disco. Certamente non è una novità, ma penso che questa realtà sia molto più accentuata nel disco.

 Descrivere la suite nei particolari sarebbe un compito fin troppo prolisso e logorroico, mi limito a dire che in questo “viaggio” di quasi un’ora esploriamo da una parte tutti i territori dove il buon Steven Wilson ha già messo piede, che siano melodie acustiche, ambient o i suoi tipici (ed oserei geniali) riff, pesanti o meno. D’altra parte esploriamo anche territori, magari già accennati in opere precedenti, che vengono approfonditi, ed altri che sono tutti da scoprire. Insomma un “ciclo” che agli estimatori delle suite piacerà senz’altro.

 Mentre il primo disco probabilmente aveva il ruolo di “tipica giornata inglese grigia e nuvolosa” il secondo disco invece si addentra in quelle che sono atmosfere più notturne ed ambient, che a volte toccano punte “SilentHill-eggianti”. Flicker, Bonnie The Cat, Black Dahlia e Remember Me Lover rappresentano tutti quella classica vena dei Porcupine Tree, che come disse Steven Wilson in un intervista “the saddest music is also the most beautiful”. La musica triste è anche quella più bella

novembre 21, 2009 at 6:17 pm Lascia un commento


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