Archive for gennaio, 2009

Massimo Bubola – Dall’altra parte del vento ( cd )

Dall'altra parte del vento

Duemilaeotto anno della maturità per Massimo Bubola. Prima se ne esce con Ballate di Terra e d’Acqua, poetico e poderoso disco di rock delle chitarre, a parere di chi scrive il migliore della sua carriera e disco dell’anno. Poi celebra l’amico Fabrizio De André con questo Dall’Altra Parte del Vento, rivisitazione delle canzoni composte con lui nella lunga collaborazione durata dal 1977 al 1990. L’altra faccia di Massimo Bubola, verrebbe da scrivere, se non fosse che invece queste canzoni suonano esattamente come i suoi pezzi rock. Superati i primi due ascolti, per ripulirsi le orecchie dagli arrangiamenti a cui eravamo abituati, i nuovi arrangiamenti suonano come l’attuale rock delle chitarre di Bubola (ed infatti al suo fianco c’è sempre il chitarrista Simone Chivilò).
Rimini, che introduce il lavoro, suona tzigana come un pezzo di Tonino Carotone. Un ritmo ipnotico che non si può fare a meno di ballare, e iniziare una festosa danza è esattamente quello che facciamo io e mia figlia ogni volta e ovunque la canzone inizia a suonare.  Tra le altre, le canzoni che suonano più straordinarie sono Fiume Sand Creek, sul massacro dei Cheyenne ad opera della milizia del Colorado, una ballata evocativa più forte che mai. Dall’altra parte del vento, canzone nuova per ricordare Faber come se fosse ancora vivo. Sally, malinconica murder ballad. Invincibili, composta con Cristiano De André. Colline Nere, continuazione della storia del fiume Sand Creek.  E poi ancora avanti per altri otto pezzi, forse più vicini alla sensibilità degli arrangiamenti tradizionali da cantautore. Un modo bellissimo di celebrare, noi e lui, l’amico fragile. 

Blue Bottazzi

gennaio 27, 2009 at 5:16 pm Lascia un commento

Lou Reed Berlin ( dvd )

C’è una generazione che ha mantenuto economicamente tutto il music business. Prendete me: ho comprato Berlin in LP. Poi l’ho comprato una seconda volta in CD. Poi ho ricomprato il CD con la copertina in cartone, sperando che la masterizzazione fosse migliore della precedente. Ho comperato Berlin dal vivo in concerto al St. Ann Warehouse. Ora ho comperato la versione cinematografica di quel concerto: fanno in tutto cinque volte Berlin. Lou Reed dovrebbe spedirmi personalmente gli auguri di Natale… Aggiungo però che raramente ho speso i mie soldi tanto bene come in questa occasione. Confesso che prima di visionare il film ero addirittura un po’ preoccupato: Berlin il disco (1973) è una straordinaria opera in rock, che racconta in modo quasi cinematografico l’amore malato e maledetto di due junkies (Jim e Caroline) nelle città di Berlino. Nel 2006 Lou Reed ha messo assieme questo suntuoso live show in cui non solo esegue quel disco dal vivo, ma anche proietta immagini cinematografiche delle canzoni. Dunque, mi preoccupava un po’ trovarmi a confrontarle con le immagini che mi ero creato nella mia immaginazione per tutti questi anni. È un po’ come vedere il film tratto da un libro: Jim e Caroline mi avrebbero deluso?
Fin dalle prime scene è evidente che le riprese ed i montaggi sono splendidi, e la band è bella anche a vedersi. Finalmente faccio la conoscenza di quel grandissimo chitarrista che è Steve Hunter, che ho tanto amato in Rock’n’Roll Animal (1974), il capolavoro live di Lou Reed. Poi c’è il resto della band, e una intera sezione di fiati e di archi, ed un coro di bambini di Brooklyn oltre al coro di quell’ambiguo extraterrestre che è Antony e di Sharon Jones.  Da subito mi rendo conto che è giusto il colore, è giusto il suono e soprattutto è giusta anche Caroline, perfettamente catturata da Emmanuelle Seigner (nonostante sia bionda, ed io Caroline me la sia sempre immaginata mora).

Blue Bottazzi

gennaio 27, 2009 at 4:58 pm 5 commenti

Bruce Springsteen – Working on a dream ( cd – cd+dvd – 2lp )

Siccome l’ultimo Springsteen l’hanno già recensito tutti, mi prendo il tempo di ascoltarlo tranquillamente e senza patemi. Non è comunque un disco minore, è uno Springsteen importante, che riprende la storia interrotta dei suoi dischi classici. Insomma: mi piace.     Nel giro di qualche ascolto attento credo di averlo messo a fuoco. Non è un disco anni sessanta, come si raccontava. È un disco lirico. Come lo è stato trentacinque anni fa Born To Run. Quello era il canto dell’uomo all’alba che esplodeva verso la propria vita. Questo è il canto, bucolico, dello stesso uomo che oggi si sente più vicino al tramonto, che si siede nel portico della sua bella casa colonica a Woodstock, guarda le stagioni passare, ricorda gli amici che non ci sono più e canta la malinconica gioia del tramonto. Non è un caso che sotto i titoli di coda del disco scorra la musica di The Wrestler. Non è un caso che la band sia sommersa da cinematografici arrangiamenti orchestrali. È un bel disco, intimo ma allo stesso tempo aperto alle orecchie di chi lo circonda.

Blue Bottazzi

gennaio 27, 2009 at 4:53 pm 2 commenti

Joe Strummer: il futuro non è scritto – Julien Temple ( dvd )

“Penso che la gente debba sapere che noi dei Clash siamo anti-fascisti, contro la violenza, siamo anti-razzisti e per la creatività. Noi siamo contro l’ignoranza.” Una dichiarazione, quella di Joe Strummer, storico leader dei Clash, che suona come un manifesto, l’ideale di fondo di un fenomeno culturale destinato a travolgere le generazioni degli anni 70-80 e arrivare potentissimo fino ai giorni nostri. Oggi saremo pure “oche all’ingrasso” – come dice Julien Temple, il regista del documentario – ma “il punk non è morto”. E la sua eredità va raccolta soprattutto dalle nuove generazioni, imbottite di vuoti mediatici e imbrigliate nelle prigioni ideologiche di falsi miti.
È con questo spirito che Temple, autore di diversi lungometraggi e videoclip musicali (dai Sex Pistols a David Bowie, da Tom Petty ai Blur), rende omaggio a una delle più grandi icone della storia del rock, mescolando immagini di repertorio, documenti inediti e testimonianze autorevoli, fra cui quelle di Bono degli U2, Martin Scorsese, Jim Jarmusch e Johnny Depp, tutti riuniti attorno a un falò a celebrare il ricordo dell’amico scomparso.
Attraverso un collage lucido e commosso prende corpo un rock-amarcord in cui ritroviamo i nastri di “London Calling“, il programma radiofonico che il frontman dei Clash conduceva su BBC World, i filmini in 8mm di Joe bambino, le performance inedite dello Strummer pre-Clash, e ancora fotografie, disegni animati, materiali d’archivio, interviste. Il tutto scandito ovviamente dalle indimenticabili “hit” che hanno segnato la storia del punk, da “Rock The Casbah” a “Should I Stay Or Should I Go?”.
Ad emergere è il profilo di un artista ribelle ed eclettico che seppe essere musicista, attore, regista e soprattutto pensatore. Una testimonianza appassionata che nasce da una devozione ma che non scivola mai nell’agiografia. Di Strummer, infatti, Temple costruisce un ritratto complesso, fatto di luci e ombre, capace di celebrare la forza di un mito senza dimenticare gli aspetti più neri della sua umanità. Un must per tutti i fan dei Clash e per tutti coloro che non lo sono ancora.

gennaio 17, 2009 at 12:25 pm Lascia un commento

Antony and The Johnsons – The crying light ( cd – lp )

Legendary Butoh dancer Kazuo Ohno explores a beautiful extreme

Due cose in breve, giusto per intenderci. 
Antony Hegarty è un omaccione alto un paio di metri e largo un bel po’, con un’espressione fanciullesca e una voce decisamente fuori dal normale. Sono stati tirati in ballo i più grandi performer della musica leggera per descrivere il suo canto. Il tono profondo e romantico di Elvis, il timbro variegato e agrodolce di Otis Redding, la capacità di andare oltre la sessualità di Nina Simone. Antony è tutto questo insieme, più una massiccia dose di intensità.
Non sempre serve del tempo per potersi fregiare dello status di classico. Ci sono dischi che già nascono tali, che lo sono dal momento in cui vengono anche solo immaginati. Può accadere tanto volutamente quanto meno, e a volte accade necessariamente: “I’m a bird now” di Antony and the Johnsons è stato uno di questi. Un autore decisamente sui generis, con un mezzo tecnico folgorante, che canta la sua natura, il suo mondo, in un modo talmente onesto e diretto da renderlo naturale a chiunque ascolti.

Hegarty da allora ha ottenuto tutte le tipologie di successo possibili: di pubblico, di critica, fra i suoi stessi colleghi. Il discorso Johnsons è ripartito proprio da quello che era il contenitore su cui tanto sperticare lodi: la ballata pianistica che caratterizzava “I Am A Bird Now” è oggi l’impalcatura dei brani di “The Crying Light”. A cambiare – del tutto – è il modo di riempire gli spazi e, di conseguenza, il risultato.
L’album, dedicato al ballerino Kazuo Ohno (sì, è lui quella cosa in copertina), parte da un’ottica diversa rispetto ai suoi predecessori, mostrando la crescita artistica di Hegarty. Laddove il disco d’esordio parlava della propria vita (idoli, sogni, quotidiano) e il secondo album entrava a pie’ pari – finanche liberatoriamente – nel proprio io, “The Crying Light” cerca una dimensione ancor più profonda e apre all’uomo in generale e all’universale, guardando al mondo e alla natura, ai principi delle cose.
La maturazione concettuale si abbraccia a quella musicale. I Johnsons del primo disco erano un ensemble che faceva sentire il proprio peso caricando d’enfasi i brani. Quelli del secondo erano diventati una pop rock band essenziale – anche se non certo povera – piegandosi al messaggio. “The Crying Light” presenta invece un Antony cantautoriale, che recupera spazio alle orchestrazioni e ne toglie alla batteria, che abbandona modelli esterni per ergersi a proprio modello.

E’ un disco di perfetto equilibrio sonoro, che smorza la pervicacia di certe soluzioni melodiche e testuali che pure erano state la sua fortuna. Le melodie d’impatto di “I Am A Bird Now” lasciano il posto a una ricerca ammantata di spiritualità, che sfrutta una notevole gamma di colori, capace di aprirsi e chiudersi d’improvviso, di navigare fra l’arioso e l’oscuro, triturando e digerendo armonie classiche, canzone anni 50, musica nera.
Stupisce la profondità dell’introversione in cui si inabissa “One Dove”, e la classe con cui questo avviene. Stupisce ancor di più il guizzo con cui la melodia vien fuori dalla risacca: una nota di piano, la voce che cambia i giri, i violini che accompagnano un testo splendidamente semplice e credibile (“One dove to bring me some peace, in starlight you came from the otherside to offer me mercy, mercy, mercy”). E’ il vertice dell’intero disco, incastonato fra altri due gioielli atipici quali la multiforme “Epilepsy Is Dancing”, ricca di cambi di umore, e l’immaginifica “Kiss My Name”, un inatteso passo di danza. Gli arrangiamenti tanto fervidi quanto misurati ne glorificano la scrittura mordiba e fantasiosa.

Antony si permette il lusso di fare un po’ di tutto, mostrando un eclettismo che forse neanche lui stesso sapeva di avere: la title track è un folk pregno del sapore del tempo che scorre, mentre “Dust And Water” è un gospel per sola voce e distorsione di fondo. L’intensità in cui vengono immerse le poche note di “Another world” è la cartolina della dimensione raggiunta da Hegarty. Il clamoroso gospel “Aeon”, recitato su crudi arpeggi di chitarra elettrica, palesa l’aura di religiosità in cui è avvolto l’intero disco.
La decina di canzoni di cui si compone questa sorta di concept album sul mondo e i suoi chiaroscuri (“Daylight and the Sun”) fa venire in mente una delle parole più abusate da chi parla di musica: artista. Antony and the Johnsons trovano la loro sintesi ideale nel disco più fascinoso, più elaborato, più consapevole. Se il lavoro precedente poteva ben definirsi il manifesto di Hegarty, “The Crying Light” mostra quanto ampie possano essere le vie parallele e quanto gloriosamente siano percorribili.

Ciro Frattini

gennaio 16, 2009 at 12:58 pm Lascia un commento

L’ultima missione di Olivier Marchal ( dvd )

L’ex ispettore di polizia Olivier Marchall, dopo Gangster (2002) e 36 Quai des Ofrèvres (2004), chiude la sua trilogia polar (poliziesco/noir) con un film disperato e pessimista. La storia prende vita intorno ad un vero fatto di cronaca nera: due donne costrette da bambine a dover assistere al brutale assassinio dei propri genitori. Nel film Justine (Olivia Bonamy), una delle due sorelle, non riesce a liberarsi dei fantasmi del passato ed entra in crisi quando scopre che il carnefice dei suoi cari sta per essere scarcerato per buona condotta all’età di 69 anni. Justine, disillusa dal sistema giudiziario, chiede aiuto proprio a Schinder, il poliziotto che un vent’ennio prima aveva risolto il caso arrestando il malvagissimo Subra (Philippe Nahon). L’intreccio, composto da più storie parallele, serve a Marchal per affrontare i classici e amati temi noir come la corruzione delle forze dell’ordine, gli abusi e lo strapotere della gerarchia interna.
Tema centrale e protagonista assoluto dell’opera è però il dolore, quel male di vivere impossibile da combattere che radicato nel passato porta l’uomo alla progressiva rovina e infine alla morte. Tutti i personaggi della storia vivono un presente distaccato e caratterizzato dalla solitudine, intrappolati nei traumi di un passato troppo tragico e ingombrante da cancellare. Louis Schnider è tormentato dai flashback dell’incidente e dall’espressione ebete della moglie che deve affrontare ogni volta che si reca a trovarla nella clinica dove vive. Justine, così come la sorella, non può dimenticare quelle scene di violenza sulla propria madre, scene che l’anno costretta ad una vita senza sogni e che rischiano di separarla dagli affetti presenti, un ragazzo incapace di comprendere sino in fondo la sua sofferenza.
L’M73, titolo originale del film, si riferisce al vecchio e potente revolver della polizia giudiziaria francese degli anni Settanta.
Già dal titolo siamo catapultati nel passato, un passato che ritorna, così come ritornerà Subra una volta uscito di galera e così come tornerà utile all’onesto Schnider il vecchio revolver dell’amico Matèo.
Marchal è autore di una regia sapiente e personale, troppo spesso ingiustamente indentificata come “americana”.
Qualche volta si lascia trasportare dall’enfasi e il film può risultare eccessivamente caricato di simbolismo noir, tuttavia la storia e i personaggi sono quasi perfetti, come del resto il ritmo, qualità rare da scovare in un film di genere europeo.
Ottima la direzione del cast. Oltre l’interpretazione magistrale di Auteuil, spiccano per mestiere e intensità quelle di Philippe Nahon e di Clement Michu nel ruolo di Emile, nonno di Justine.
Bellissima la fotografia di Denis Rouben. Impeccabile la scena dell’inseguimento del serial killer dove ad una pioggia battente si contrappone una livida luce solare bianca.
Notevole la scenografia di Ambre Sansonetti, sopratutto nella messa in scena del più desolato e fatiscente distretto di polizia a memoria di cinefilo.
L’ultima missione è violento, disincantato e nichilista, degno del miglior James Ellroy, non c’è spazio per la speranza, non ci sono vie di scampo, niente riscatto, nessun happy ending. Crudo e disperato dall’inizio alla fine, dove anche la metafora finale della nascita, con la scena del parto di Justine, appare svuotata di qualsiasi valenza positiva, in favore di una continuità ineluttabile, un passaggio di testimone del dolore da madre a figlio.

gennaio 12, 2009 at 8:17 pm Lascia un commento


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