Archive for febbraio, 2012

Tindersticks – The something rain ( cd – lp )

Se la bellezza seguisse la traiettoria predefinita di un canone fisso, l’umana morbosità ne sarebbe ben presto annoiata e delusa. Incorniciare l’emotività è un oltraggio al suo flusso mutevole, una gabbia posticcia, un agire subdolo e pretenzioso. Se l’intento è quello di arredare l’aria, l’equivoco è sempre in agguato; non è certo semplice mettere a fuoco l’essenza, tra le maglie dell’intangibile.
L’arte sobria e defilata dei Tindersticks, umbratile, nello scorrere del suo magma, figlia di un vertiginoso connubio tra sensorialità e cerebralità, motore propulsore di magnetismo per taluni, di facile sbadiglio per altri, elitaria per sua stessa natura, prescinde dalla crisi passata, nel bel mezzo di un ventennale percorso, e interpreta il nono episodio di una carriera ritrovata.

La canadese Constellation accoglie nel suo regno lunare “The Something Rain”, terzo disco dopo la reunion del 2008 con “The Hungry Saw” e il successivo, meno ispirato “Falling Down A Mountain” del 2010, mentre, nel 2011, è uscita una raccolta contenente tutte le colonne sonore con le quali i Tindersticks hanno impreziosito, nel corso degli anni, il cinema della francese Claire Denis, “Claire Denis Film Scores  1996-2009”.
C’è anzitutto da dire che, come sempre, il sole, nella dimora elegantemente decadente dei Tindersticks, non penetra mai con insolente violenza, filtrato, invece, dalle fessure e temperato dalla penombra. Ma questa volta l’oscillare tra notte e giorno cede il passo ad un’intensa a-temporalità emozionale, nella quale la tentazione di fluttuare è assolutamente equidistante, benché le apparenze, dal banale concetto di “musica da sottofondo”.

Come rinnovata abitudine della band, l’album si apre con l’intro spoken “Chocolate”, che, per poco più di nove, avvolgenti minuti, riprende “My Sister”, traccia contenuta in “Tindersticks II”, il post-esordio del 1995. Introdotto da un coro soul, il baritono di Staples entra con la solita, infinita, ammaliante grazia, in “Show Me Everything”, traccia che, dall’essenzialità strumentale dell’incipit, va progressivamente aprendosi agli altri strumenti, assecondando la mutevolezza del mood staplesiano, sempre più dolcemente deciso nel suo declamare “show me everything”.
Canzone d’amore e d’ombra, sofferta tensione tra eros e thanatos, è “Medicine”, anelito ricamato dal violino fragile, che richiama alla memoria l’immagine di un Leonard Cohen più direttamente coinvolto nello spasmo d’amore.

“This Fire of Autumn”, folk elettronico, incede come danza moderatamente sincopata di foglie agonizzanti, in una dialettica palpitante ed elegantemente tesa, e la tentazione dell’elettronica torna in “Frozen”, vortex sonoro à-la Portishead, alveare oscuro in cui perdersi seguendo la traccia della voce di uno Staples meravigliosamente su di giri.   
C’è spazio anche per le ballate: dal solipsismo desolato e sussurrato di “A Night to Still”, al languore sensuale di “Come Inside”, una sorta di più pacificata “My Oblivion”, in un pop orchestrale nel quale il crooner torna a giocare tutte le sue armi di seduzioni, rendendo vana qualsiasi possibilità d’opporgli resistenza.
“Slippin’ Shoes”, con il suo impianto da rumba mitteleuropea, interrompe momentaneamente l’umbratilità che, come dna poetico della band, pervade l’intero album, con una sezione di fiati solare e intrigante.
La chiusura è uno strumentale, delicato, cinematico canto delle sirene d’aria à-la Dirty Three (“Goodbye Joe”).

L’album, registrato tra il maggio 2010 e l’agosto 2011, nasce da un’istanza, speciale, come recano le note compilate dallo stesso Stuart Staples: “At the albums heart lies the memory of the people we have lost in these last 2 years, but we were in no mood to be maudlin. It’s to them. But it’s for us. We are still drinking, laughing, crying, fighting, fucking, making our music.
They wouldn’t have wanted it any other way”.
La perdita, lo smarrimento, l’amore, la morte tornano a indossare uno degli abiti più dignitosi ed eleganti, nella storia del pop d’autore degli ultimi vent’anni, e il concetto di esistenza riprende fiato, per svelarsi in tutto il suo fascino e la sua inquietudine.

Mimma Schirosi (www.0ndarock.it)

febbraio 29, 2012 at 6:17 pm Lascia un commento

Drive di Nicholas Winding Refn ( dvd e b-ray )

L’anonimo protagonista è un asso del volante che si guadagna da vivere come stuntman e affittando la sua abilità di pilota a chiunque voglia ingaggiarlo, anche per lavori sporchi. Magistralmente interpretato da Ryan Gosling, si tratta di un duro dal cuore tenero, taciturno, solitario, imperturbabile, seguito praticamente per tutto il film dalla regia “dedicata” di Refn quasi come Aronofsky aveva fatto con Natalie Portman nel bellissimo Black Swan.

Il carattere cupo e introverso del protagonista viene scalfito dalla dolcezza della sua vicina di casa Irene, una graziosa e malinconica Carey Mulligan, madre del piccolo Benicio e moglie di Standard, un sempre fenomenale Oscar Isaac che avevamo visto nel ruolo del cattivo in Sucker Punch e come Re John nel Robin Hood di Ridley Scott. Qui è invece un uomo redento che si è messo nei guai con la malavita. Il protagonista decide di aiutarlo accettando di partecipare ad un colpo ma qualcuno fa il doppio gioco, le cose si mettono male e il nostro eroe si trasforma in un sanguinario giustiziere.

Tra i comprimari, Bryan Cranston interpreta l’acciaccato Shannon, proprietario del garage in cui lavora il protagonista e suo manager oltre che figura paterna e unico amico. I due cattivi della situazione sono invece uno spietato Albert Brooks e il convincente Ron Perlman le cui efferetazze sono gli unici momenti in cui ci stacchiamo da Gosling. Spazio anche per la bella e talentuosa Christina Hendricks.

Tratto dal romanzo The Driver di James Sallis, è la classica storia da action-noir anni ’70, omaggio esplicito a Jodorowsky con solo apparenti venature tarantiniane, dalla struttura narrativa semplice, forse troppo, che nonostante la prevedibilità riesce a catturare il pubblico. La regia del danese Refn, meritevole della Palma d’Oro, sembra voler imprimere al film la stessa velocità che contraddistingue la vita del protagonista mettendo in scena con grande eleganza un’ora e mezza serratissima con uno stile dinamico, ricco di tensione, trascinante ma mai caotico, lontano dai convenzionali prodotti di genere odierni.

Splendido il montaggio dell’inseguimento iniziale, più thrilling che action, efficaci e coinvolgenti le riprese in soggettiva dall’interno dell’abitacolo. Le scene spettacolari sono ad onor del vero centellinate ed abbastanza brevi ma punteggiano la pellicola con grande equilibrio. Le sequenze violente sono esplicite ma in alcuni momenti Refn ci risparmia i particolari più truculenti evitando di scadere nell’effettaccio gratuito. Delicato e attento lo sguardo sulla relazione tra il protagonista e Irene che pure regge su una tensione palpabile.

La regia eclettica e le prove sontuose degli interpreti fanno di Drive un film unico nel suo genere che mescola con grande autorialità il noir all’americana con gli stilemi del cinema europeo. Eccezionale e imperdibile. Un gioiello.

Stefano Dell’Unto (www.animemovieforever.net)

febbraio 27, 2012 at 6:05 pm 2 commenti

Pina di Wim Wenders ( dvd e b-ray )

Nel 1985 Wim Wenders vede per la prima volta “Café Müller”, nel quale la coreografa tedesca capofila del teatrodanza, Pina Bausch, danza per 40 minuti insieme ai suoi ballerini sulla musica di Henry Purcell. Ne nasce un’amicizia lunga vent’anni e il progetto di un film insieme, che comincia a concretizzarsi nel 2008, con la scelta del repertorio da filmare (‘Café Müller’, ‘Le Sacre du Printemps’, ‘Vollmond’ and ‘Kontakthof’) ma s’interrompe un anno dopo, con la morte di cancro della stessa Bausch. La familiarizzazione con la tecnica del 3D fornisce a Wenders la spinta per girare il film, il tassello mancante per completare l’opera.
Tanti erano già gli indizi, infatti, di un incontro naturale e proficuo tra il cinema di lui e il lavoro di lei: dalla genesi del Tanztheater negli anni Settanta, dentro un momento di forte messa in discussione della cultura precedente, di reinvenzione necessaria e di assoluta libertà creativa; e l’ispirazione neorealista ma profondamente psicologica, per cui i gesti nascevano dal contributo personale dei ballerini, interrogati sul loro vissuto e chiamati a scrivere una lingua nuova con il corpo, la parola, l’abito “civile” anziché il costume di scena, la nudità. E poi, ancora, il viaggio goethiano alla scoperta dei luoghi del mondo e la fortissima connotazione pittorica degli allestimenti creati da Pina Bausch: di tutti, l’incontro probabilmente più ravvicinato con la ricerca di Wenders.
In Pina e per Pina, il regista tedesco ritrova dunque la materia che sa impastare, l’emozione e l’energia che mancavano da tempo al suo cinema (fatta salva l’ispirata eccezione di Non bussare alla mia porta). Portando i componenti dell’ensemble di Wuppertal in locations industriali o naturali (che evocano i migliori scatti del Wenders fotografo) dà nuova vita ai passi di danza, per contrasto o più spesso in ragione di una tensione condivisa, che invoca e provoca il limite, delle forze umane e naturali, e spazza via dal progetto ogni aura mortifera o agiografica.
Completano il film le interviste alle persone che hanno ballato con Pina, uomini e donne, nuove leve e suoi coetanei, provenienti da tutto il mondo. Wenders li riprende in silenzio e associa la voce in over, come a voler estrapolare i loro pensieri, in un movimento circolare che rincorre la loro sete di carpire ciò che la maestra, tanto amata e temuta, pensava di loro o sentiva danzando, dietro un silenzio che difficilmente interrompeva, se non per ammonire: “continuate a cercare”. Lei, che un suo stretto collaboratore ricorda con l’immagine della sua casa, come un grande attico pieno di cose, si nutriva dei gesti e delle anime dei suoi danzatori, restituendo loro un’immagine di rara forza, che cozzava col suo corpo scheletrico e il volto esangue. Wenders stesso sembra essersi cibato di quella forza, averne ingurgitato un boccone che gli è entrato in circolo e ce lo ha restituito più “in vena” che mai.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

febbraio 25, 2012 at 12:00 pm Lascia un commento

Melancholia di Lars Von Trier ( dvd )

Justine arriva con il neomarito alla festa delle nozze che il cognato e la sorella Claire le hanno organizzato con un ritmato protocollo. Justine sorride molto ma dentro di sé prova un disagio profondo che la spingerà ad allontanarsi in più occasioni dai festeggiamenti provocando lo sconcerto di molti, marito compreso. Non si tratta però solo di un malessere esistenziale privato. Una grave minaccia incombe sulla Terra: il pianeta Melancholia si sta avvicinando e, benché il mondo scientifico inviti all’ottimismo, il rischio di collisione e di distruzione totale del globo terrestre è più che mai realistico. Tempo dopo, con Melancholia sempre più vicino, sarà Claire a invitare a casa sua la sorella.
Dopo il harakiri a tutto schermo di Antichrist Lars Von Trier decide di rinunciare ai colpi bassi nei confronti dello spettatore offrendogli, in versione apocalittica, la sua visione delle sorti dell’umanità su questa Terra. Lo fa con un prologo wagneriano (“Tristano e Isotta”) di alta e simbolica qualità estetica a cui fa seguire una bipartizione che vede protagoniste le due sorelle (prima Justine e poi Claire). Due sorelle, due donne che il ‘misogino’ per definizione del cinema europeo prende questa volta, in particolare Justine, come rappresentanti di se stesso. Di Justine condivide la sensazione viscontiana di fine di un mondo che merita di dissolversi e, al contempo, il dissacrante e sofferente distacco da tutte le convenzioni. In Claire vede il bisogno (registico) di ‘mettere ordine’, di trovare un senso, di controllare anche l’ineluttabile. Le circonda di una folla vinterberghiana (Festen) ritrovando parte degli stilemi del Dogma, nella prima parte, per poi, progressivamente, lasciarle sole con il figlio bambino della seconda e con la Natura. Una Natura che in Von Trier è sempre ‘avanti’ rispetto all’essere umano sia che avverta i segni di una catastrofe sia che ne anticipi la dissoluzione. Sulla complessità di un mondo che vorrebbe poter amare non riuscendoci, il regista danese fa intervenire il suo amore per l’Arte che si è data il compito di ‘leggere’ per noi la realtà nel profondo. Nel farlo getta un ponte (più o meno conscio non sappiamo) con un Maestro del Cinema come Andrej Tarkovskij. Come non pensare a Lo specchio dinanzi alla doppia proposizione de “Il ritorno dei cacciatori” di Pieter Brueghel il Vecchio? Ma, soprattutto, come non ricordare Sacrificio, l’ultimo film del regista russo che affrontava una tematica analoga partendo da premesse differenti ma con la stessa volontà di messa in gioco di uno sguardo e una ricerca ‘alti’? Uno sguardo e una ricerca che Von Trier vuole condividere con lo spettatore, convinto com’è che “può darsi che non ci sia nessuna verità per cui provare un ardente desiderio ma che il desiderio di per sé stesso è già vero”.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

febbraio 23, 2012 at 10:22 am Lascia un commento

L’erede di Michael Zampino ( dvd )

Dopo la morte del padre, il ricco radiologo Bruno riceve in eredità una villa sperduta tra i monti Sibillini. Senza grandi aspettative né entusiasmo, prende la macchina e insieme alla fidanzata corre a vedere la casa. Una volta raggiunto il posto, scopre di avere tra le mani una proprietà interessante e decide di ristrutturarla per rivenderla all’offerente più generoso. Scopre anche la presenza poco rassicurante della famiglia Santucci, i vicini di casa, vecchi amici e confidenti del padre, malamente intenzionati a prendere possesso delle mura cadenti della villa. Capisce presto che, dietro alla prodigata gentilezza dei dirimpettai, si nasconde la brama violenta di estorcergli casa, mobili e giardino, e il desiderio di vendicarsi per i soprusi subiti dal misterioso genitore.
Con poche locations a disposizione, una casa isolata, un albergo e qualche strada tortuosa dell’Appennino umbro-marchigiano, il regista Michael Zampino ha preferito puntare sulla forza carismatica degli attori. La scommessa di riuscire ad essere avvincente, malgrado un budget ridotto e un cast al minimo indispensabile, deve essere stato un passaggio obbligato, necessario a esaltare gli aspetti più intriganti della sceneggiatura scritta da Ugo Chiti, senza scadere in un’eccessiva semplificazione visiva. L’aiuto deriva dal cast (Guia Jelo su tutti, in gioco nella trama con anima e corpo), fatto di volti convincenti e interpretazioni ponderate. Il protagonista, Alessandro Roja, dal ruolo televisivo del Dandi (il criminale ‘carnefice’ più calcolatore della Banda della Magliana) passa all’esatto opposto e diventa la ‘vittima’ innocente di un complotto: anche in questa nuova versione più ingenua e spassionata, a tratti fin troppo ingessata, dimostra però di non essere immune da un istinto di prevaricazione atavica, sottile e inizialmente invisibile.
L’identità della sua classe sociale – la convenzionale borghesia milanese – viene messa sotto analisi e confrontata con il comportamento deviato (da anni di frustrazione e violenza) della rurale famiglia Santucci. Lo scontro si svela lentamente fino a sfociare in una vera e propria battaglia, combattuta a colpi di invasione di proprietà privata, gesti intimidatori e provocazioni sessuali. E malgrado i limiti di una fotografia senza ombre né luci (un peccato, considerando che L’erede, per temi e precetti, si inserisce perfettamente nel genere del noir), il film riesce a sostenere una struttura narrativa fatta di pochi movimenti, grandi dialoghi e cura dei dettagli. La presenza inquietante del coniglio, mai ridondante, sempre puntuale a segnare l’inizio di un nuovo capitolo della storia, è l’immagine memorabile di un esordio che dimostra grandi potenzialità. Michael Zampino è già atteso alla prossima prova.

Nicoletta Dose (www.mymovies.it)

febbraio 20, 2012 at 4:59 pm Lascia un commento

Ed Laurie – Cathedral ( cd )

The cathedral square where people walk through, lovers hand in hand, old men chatting somewhere, the sun upon them, forgetting the night that has been and the one to come.

Abbazia di Westminster, Londra. Volendo provare a raffigurarsi un palcoscenico per “Cathedral”, il terzo album del cantautore londinese Ed Laurie, la più semplice associazione che si può fare è senza dubbio quella con la facciata della Chiesa di Saint Peter, una delle più celebri costruzioni di arte gotica, un monumento austero che si innalza altissimo a pungolare con le sue guglie i freddi cieli inglesi. Ma niente potrebbe essere più lontano dalla realtà.
La piazza dimentica del tempo che passa cui fa riferimento Laurie, dove gli innamorati passeggiano mano nella mano e i vecchi chiacchierano sotto il caldo sole estivo, si trova in Italia, e più precisamente ai piedi del Duomo di Bolzano.

Tutto ha inizio nel 2010, quando Laurie e il suo co-produttore e amico Richard Neuberg iniziano a ragionare sulle scelte da fare per la registrazione del nuovo album, per il quale peraltro sono provvisti solo di un piccolo budget. La sede in cui effettuare le registrazioni sarà il backstage di un teatro di Bolzano, città natale del batterista Andrea Polato (ex-FSC, gruppo che aprì per lungo tempo i concerti di Battiato, ndr).
La volontà di registrare i brani “senza soffocarli o esprimerli in formule prestabilite” è un punto di partenza fondamentale nei piani di Laurie, e sulla base di questo arriva la decisione di effettuare le registrazioni in presa diretta, senza fare delle prove, senza l’utilizzo di una click-track, lasciando ampio spazio all’improvvisazione e all’iniziativa personale dei numerosi musicisti coinvolti. Una scelta coraggiosa e senz’altro impopolare, ai giorni d’oggi.

Va da sé che, con queste premesse, “Cathedral” prenda in parte le distanze dalla precedente produzione dell’artista inglese: il calore latino dell’incantevole esordio “Meanwhile In The Park“, che si proiettava con le sue atmosfere morbide e avvolgenti anche nel successivo “Small Boat Big Sea…“, cede qui il passo ad una scrittura più asciutta e “nervosa”, dove l’urgenza comunicativa emerge con tutta la sua forza lasciando libero sfogo all’espressività contingente di Laurie e dei suoi sodali. Non mancano certo i punti di contatto col passato, specie nella prima parte dell’album (i travolgenti ricami di chitarra di “High Above Heartache”, i forti rimandi al folk sudamericano in “Spirit Of The Stairway”, la dolce malinconia di “East Wind”), ma “Cathedral” è dominato da una immediatezza “cruda” che mancava negli album precedenti e che risuona in ogni singolo brano, donando una nuova luminosità alla splendida voce di Laurie.

“Cathedral” è un album che rivela un eccellente lavoro di squadra, ed è quasi difficile credere che sia frutto di un’operazione talmente poco “elaborata” nella fase di registrazione e nella successiva lavorazione dei brani da avvicinarsi negli intenti a quella che potrebbe essere la registrazione di un live. Merito certamente anche dell’ensemble strumentale: Laurie si è affidato a musicisti di grande professionalità e talento (tra i quali Adam Blake degli Zoot Woman, il violinista svizzero Raphaël Chevalier, gli italiani Andrea Polato, Marco Stagni, Matteo Cuzzolin, Manuel Randi, e tanti altri), grazie ai quali la coralità dei brani di “Cathedral” rivela una coesione incredibile, che si esprime nelle forme e nei modi più disparati. Alle sommesse suggestioni latine di “When The Fire Comes Down” si alternano le derive impro-jazz di “Across The Border” (la componente jazz dell’album, già anticipata in “Small Boat”, trova qui terreno fertile anche grazie al contributo del trio neo-jazz bolzanino dei Fatish, composto dai summenzionati Polato, Stagni e Cuzzolin), alla gentilezza romantica di “Somewhere Gone” si affianca la passionalità tormentata di “Spirit Of The Stairway”, nella purezza cristallina della splendida “Moment Out Of Faith” si specchiano la spiritualità eterea di “When The Fire Dies Down” e il candore immacolato della title track.

Il rintocco delle campane del Duomo di Bolzano scende sulle ultime note della title track a suggello dell’album, chiudendo così le porte di questa “cattedrale folk”. Ma se è vero che ogni fine sancisce un nuovo inizio, forse la lettura di questi ultimi secondi dell’album potrebbe essere diversa: il rintocco delle campane del Duomo si posa sulle ultime note di “Cathedral”, e risuonando a festa invita i “fedeli” (ma anche i neofiti) a rinnovare l’esperienza “liturgica” dell’ascolto, tra le ariose navate della cattedrale di Ed Laurie

Alessandra Reale (www.ondarock.it)

febbraio 18, 2012 at 11:29 am Lascia un commento

Lambchop – Mr. M ( cd – lp )

Ci sono cose in natura che, seppur statiche e prevedibili, conservano il fascino della prima volta. L’aurora boreale, il sinuoso movimento di un gatto, un millenario baobab sono eventi che provocano sempre stupore, come un nuovo album dei Lambchop.
Non c’è elemento che indichi movimento o brio superficiale nelle tracce di “Mr. M”; l’undicesimo capitolo di inediti della loro discografia è un altro monolito della loro eterna sinfonia di mellow-country.
Restia al fascino immediato (fatta eccezione per l’esordio), la musica dei Lambchop penetra con calma tra le viscere mentali dell’ascoltatore, come già avvenne per il sublime “Nixon”.
Ma “Mr. M” contiene anche delle fascinazioni istantanee, frutto di una progettualità che permea nelle tessiture malinconiche e ispirate di Kurt Wagner.

Il ritorno discografico dei Lambchop convince e lascia il segno, grazie ai fattori stimolanti che lo hanno generato. Kurt Wagner deve aver infatti sognato di realizzare un album con Frank Sinatra, e come moderno Jobim ha sposato la sua saudade con il fascino del celebre crooner, con abili arrangiamenti che sorreggono senza enfasi le undici tracce (quindici nella versione limited in vinile). Dedicato anche alla prematura scomparsa dell’amico Vic Chesnutt, “Mr. M” sposta definitivamente l’asse sonoro verso arrangiamenti orchestrali che accantonano le chitarre e le tentazioni ritmiche.

Indolente quanto basta, il progetto svela subito le sue potenzialità nelle minimali note introduttive di “If Not I’ll Just Die”, per poi esplodere nelle complesse trame di “Gone Tomorrow”, che spinge verso la psichedelica tutto il patrimonio creativo di Kurt e soci, con intense partiture strumentali che rappresentano la vera novità del disco.
L’ipnotico incedere di “Mr. Met” rielabora uno stile consueto con suggestivi incursioni di viola e violini, che frantumano con grazia il fraseggio walking di acoustic bass e batteria. Abile racouteur di sentimenti, Kurt Wagner cede per la prima volta alla parola love, inserendola nel titolo di un brano “Never My Love”, dove la poesia dell’autore si distende su placide note di treated-guitar e sui cori di Cortney Tidwell, che conferma l’amicizia tra i due musicisti dopo i contatti avvenuti con il progetto Kort. “Mr. M”, è ancora una volta un album corale, le creazioni del produttore Mark Nerves, il ritorno del vecchio compagno di avventure Jonathan Marx, aggiungono calore e profondità a un suono familiare ma sempre avvincente.

La più ampia costruzione orchestrale, la presenza di alcuni episodi rimarchevoli sono motivo di entusiasmo per i numerosi fan del gruppo e vincono le resistenze di chi ha trovato le ultime avventure della band poco avvincenti. “Mr. M” apre le porte al romanticismo e alla contemplazione con un gusto quasi mitteleuropeo, che cita i Bathers in “Buttons” e “Gar” e ospita l’amore per la pittura che stava allontanando Kurt Wagner dalla musica. Averlo ritrovato è una bella notizia e non solo per i suoi fan.

Gianfranco Marmoro (www.ondarock.it)

febbraio 17, 2012 at 6:25 pm 1 commento

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