Archive for giugno, 2009

Music Box di Costa-Gravas ( dvd )

Che brav’uomo, che caro papà, che nonno affettuoso è Mike Laszlo… Operaio ormai in pensione, è d’origine ungherese ma da quasi quarant’anni vive a Chicago, dove ha cresciuto onestamente la famiglia, e ora, rimasto vedovo, è amatissimo dalla figlia Ann e da un nipotino che porta il suo stesso nome. Come un fulmine a ciel sereno arriva l’accusa: nel ’44-’45 fece parte, in patria, d’una «squadra della morte» e uccise a sangue freddo dei poveri ebrei, seviziò donne, inflisse atroci torture. L’Ungheria lo rivuole per processarlo quale criminale di guerra. Mike nega tutto, e nella causa che deve decidere della sua estradizione si affida ad Ann, uno dei migliori avvocati della città. La quale ovviamente sulle prime si rifiuta di credere nella colpevolezza del padre, e non esclude che lui abbia ragione quando attribuisce l’equivoco agli odiati comunisti di Budapest. La donna passa dal sospetto al sollievo, a seconda che trovi prove contro il padre o testimoni che lo scagionino. E, finalmente, riuscendo a farlo assolvere, tira un sospirone: o c’è stato un errore di persona o si è trattato di infami calunnie. È infatti impossibile che papà, da giovane, provasse piacere nell’affogare ebrei e zingari nel Danubio, si comportasse più da belva che da cristiano. Durante un viaggio a Budapest, Ann scopre invece nascoste in un vecchio carillon delle fotografie compromettenti. Che cosa farà? Vorrà distruggerle per affrancare il padre anche dagli ultimi sospetti o vorrà, col cuore a pezzi, che la verità trionfi e il nipotino sappia tutto sul nonno?
La risposta è implicita, conoscendo la passione per la giustizia, lo spirito umanitario di Costa-Gavras, la sua avversione contro ogni forma di fascismo di destra e sinistra (sarà appena il caso di ricordare La confessione, Missing, Hanna K., dove già Franco Solinas  s’era inventato un’avvocatessa combattuta fra sentimenti contrastanti, e il poco fortunato Betrayed). Si può anche indovinare, però, il tessuto drammatico del film, la sua convenzionale e tuttavia efficace struttura di thriller a tre livelli (storico, politico, affettivo), il tentativo del regista di portare a galla la crisi d’identità di cui si suppone venga a soffrire una donna che scopre d’essere figlia di un mostro. Scritto da Joe Eszterhas ispirandosi a un libro di Allan A. Ryan su John Demjaniak, «Il boia di Treblinka» sul quale Mike Laszlo sembra modellato – ma a Joe Eszterhas è stato rimproverato un calo di fantasia: avrebbe ripreso le idee già sfruttate in Doppio taglio – il caso-limite proposto da Music box suscita domande e pone casi di coscienza con innegabile senso del tragico. Lasciando da parte i rapporti fra Antigone e il padre Edipo, il film dà il meglio non tanto nei luoghi canonici dei dibattiti processuali quanto nella tensione di certe scene (le implacabili deposizioni di alcuni testimoni, l’assillo dei dubbi) e in certi interrogativi sepolti, come quelli sulla facilità con cui negli anni della Guerra fredda gli Stati Uniti ospitarono senza batter ciglio degli aguzzini nazi-fascisti. L’Orso d’oro del festival di Berlino, vinto a metà con Allodole sul filo, premia insomma un’opera d’impianto classico che all’insegna del monito «Non si può cambiare il passato ma bisogna ricordarlo» conferma la vocazione di Costa-Gavras allo spettacolo mordente. E il suo professionismo nella direzione degli attori. A noi sembra che Jessica Lange abbia perduto la sua carica senza acquistare alta statura d’attrice e che Armin Muller-Stahl interpreti con qualche eccesso il gelo del suo personaggio (Frederic Forrest è invece un eccellente rappresentante della pubblica accusa). Siamo comunque ben oltre la soglia del puro mestiere.

Giovanni Grazzini

giugno 29, 2009 at 5:48 pm 1 commento

Lhasa – Lhasa ( cd – 2lp )

Nell’arco di una decina di anni, ogni volta che Lhasa de Sela è apparsa sulla scena musicale ha avuto indosso sempre i suoi abiti migliori. I primi furono di stoffa messicana con rifiniture gitane e klezmer (“La Llorona“, 1998): la lingua prescelta (lo spagnolo) e la sua voce antica raccontarono miti, sfortune e passioni nel solco della tradizione ranchera, con una drammaticità degna della migliore Chavela Vargas. L’aneddoto iniziale, invece, si colloca nel capitolo delle vesti parigine (“The Living Road“, 2003): l’album, cantato in tre lingue (francese, inglese e spagnolo), giunse dopo un lungo periodo di nomadismo circense e fu un concept sulla bellezza del cambiamento e sulla consapevolezza che “there is nowhere to stop anywhere on this road”.

Nel 2009, a sei anni dall’ennesima pausa/rottura, ecco un nuovo cambio d’abito. Stavolta sono le radici nordamericane, la lentezza e la contemplazione a sfilare, stavolta Lhasa mostra se stessa, parla la sua lingua madre (l’inglese) e appone al disco solo il suo nome. Se la bravura che finora aveva avuto maggior risalto era stata quella del teatrante e del cantore, qui primeggia quella del poeta che osserva più intimamente i moti dell’animo.
La scelta di una produzione propria e della registrazione in modalità analogica, con musicisti in studio a interagire e reagire agli stimoli di una esecuzione live, è giustamente motivo di vanto per l’artista (oltre che di soddisfazione), ma sembra davvero superfluo compiacersi del metodo, quando forma e sostanza sono talmente pregiate da sminuire qualsiasi altra cosa.

Al nuovo impulso corrisponde ovviamente una strumentazione diversa da quella dei dischi precedenti (percussioni varie, clip-clops, fisarmonica, clarinetto etc.): l’arpa in primis, che è forse la novità più interessante, e poi chitarra, una vibrante pedal steel, pianoforte, batteria e basso, tutti a reggere l’equilibrio dell’introspezione. La forma spazia dal country, al blues, al jazz, al folk nordamericano, in un gioco di miscugli e talvolta di richiami, come quelli smaccatamente rivolti a Tom Waits  (“Love Came Here“, “The Lonely Spider“) e si avvale altresì della collaborazione di Patrick Watson , che firma due brani pregevolissimi per composizione e testo (“Rising” e “Where Do You Go“).

Ma è quando ci si allontana da tali canoni per avvicinarsi maggiormente allo “stile Lhasa” che il disco dischiude le sue perle: è là dove gli arrangiamenti si fanno scarni perché è la voce a spiccare con eleganza, meno grave dei tempi de “La Llorona“, decisamente meno forzata all’effetto tragico della ranchera, ma allo stesso modo struggente, vivida e intensissima. E’ nella sua capacità di tenere ogni nota finché non sgorga l’empatia dal petto, come quando canta “is life like this for everyone?” (“A Fish On Land“), con quel suo modo così delicato eppur così toccante che freme, tra i denti dell’ascoltatore, la risposta affermativa. Meravigliosi anche gli accenti in “What Kind Of Heart“, voce e corde che si muovono all’unisono come una marea che sale e si ritira in continuazione, o in “I’m Going In“, dove i tocchi al piano tengono per mano ogni sussulto e accompagnano quello che è un addio poco triste e molto consapevole.

Di fronte alla fretta che, sempre più automaticamente, si adopera nel consumare ogni cosa, nel bruciare i sentimenti, nel gustare o rigettare freneticamente, “Lhasa” parla della sua sosta e chiede di rallentare il passo, di aspettare la sua voce, come in una camminata a due chiederebbe chi si è attardato ad osservare meglio qualcosa. Ed il suo è uno sguardo davanti al quale vale assolutamente la pena fermarsi.

Francesca Garofano per Ondarock

giugno 29, 2009 at 5:29 pm 1 commento

Domenica, maledetta domenica di John Schlesinger ( dvd )

Gli ultimi anni della Swinging London, ancora segnati dagli influssi della rivoluzione dei costumi e del ribellismo del ’68, sono mirabilmente dipinti dal regista inglese John Schlesinger in una delle pellicole più apprezzate della sua carriera, “Domenica, maledetta domenica”. Sceneggiato da Penelope Gilliatt, il film è costruito attorno alle piccole vicende quotidiane di tre personaggi, uniti fra loro in un insolito triangolo amoroso: un legame intenso ma quanto mai fragile, che spesso non fa che accentuare quel soffocante senso di insoddisfazione e di solitudine che grava sulle loro esistenze.

Daniel Hirsh (Peter Finch) è un medico omosessuale di mezza età, proveniente da una stimata famiglia ebraica, che sogna di sfuggire ai suoi pazienti ipocondriaci partendo per una romantica vacanza in Italia. Alex Greville (Glenda Jackson) è una piacente impiegata sopra i trenta, separata dal marito, che accetta di badare per un week-end ai figli di una coppia di amici radical-chic. Daniel ed Alex non si conoscono personalmente, ma entrambi sono gli amanti di Bob Elkin (Murray Head), un giovane designer vanesio che passa con disinvoltura dall’uno all’altra, ma alla fine li abbandonerà tutti e due per trasferirsi in America. Questa duplice storia d’amore è raccontata da Schlesinger con tono delicato e minimalista, che ci descrive brevi momenti di felicità intervallati da lunghe attese cariche di malinconia.

La confusione sentimentale dei protagonisti, aggrappati ad un rapporto a metà del quale tuttavia non possono fare a meno, è accentuata da un’ineluttabile incapacità di comunicare, che trova una sua emblematica rappresentazione nella segreteria telefonica che fa da tramite alle frustrazioni, alle speranze e alle nevrosi dei personaggi. La straordinaria accuratezza dell’introspezione psicologica è sottolineata dalle eccellenti interpretazioni di Finch e della Jackson, nei ruoli dei due amanti delusi che, in una “maledetta domenica” come tante altre, si scopriranno a condividere lo stesso dolore. Indimenticabile lo struggente monologo finale pronunciato da Peter Finch direttamente verso la cinepresa.

giugno 26, 2009 at 4:23 pm Lascia un commento

Valzer con Bashir di Ari Folman ( dvd )

Due amici, Ari e Boaz, ex-soldati, si scambiano, in un bar, riflessioni e ricordi sulla guerra. Boaz è tormentato da un sogno ricorrente in cui alcuni cani inferociti tentano di assalirlo, Ari invece si accorge di non aver alcun ricordo di un tragico episodio di cui fu testimone durante la guerra.

Su consiglio dell’amico, Ari inizia un viaggio a ritroso nel tempo utilizzando le memorie dei suoi commilitoni per ricomporre il ricordo di quei giorni frammentato e quasi totalmente rimosso.

Così tra racconti, sogni e traumi rimossi Ari ricomporrà frammento dopo frammento quel tragico giorno, e non potrà non essere investito dalla violenta e nauseabonda marea di emozioni di una lunga ed infinita guerra senza vincitori.

Coraggioso e riuscito esperimento questa Bio-docu-fiction animata del regista Ari Folman, che si dimostra sensibile autore capace di trasmettere le proprie emozioni attraverso qualsiasi forma di espressione artistica, anzi riuscendo a miscelare tecniche diverse che raggiungono un perfetto equilibrio, trasmettendo suggestioni che solo il sogno ed ricordi personali riescono a fare.

Un tragico ricordo rimosso e la voglia di condividere un malessere vissuto dal di dentro, sono i due inneschi emotivi che mettono in moto un suggestivo racconto fatto di colori, suoni, e immagini evocative che ben riescono a dimostrare come l’inutilità della guerra distrugga non solo i corpi, ma anche l’inconscio che in cerca di una difesa rinuncia a metabolizzare un’intollerabile sequela di mostruosità senza senso, scegliendo quindi di cancellarne ogni traccia così da poter continuare a tollerare il vivere quotidiano.

giugno 26, 2009 at 4:17 pm 1 commento

Xtc as The Dukes of Stratosphear – Psonic Psunspot ( cd )

Quando Partridge e soci decisero di cambiare il nome alla loro formazione da The Helium Kids in Xtc per un attimo considerarono anche il nome di Dukes Of Stratosphear, sigla poi riesumata quando John Leckie, licenziato dalla produzione di Mary Margaret O’Hara (pare per motivi religiosi?), viene interpellato da Andy, che lo invita a passare due settimane insieme per registrare un progetto collaterale degli Xtc.
L’imprevisto successo del mix di citazioni e ritornelli anni 60 del mini-album “25 O’clock” ammalia il pubblico americano, che apprende incredulo l’identità dei quattro musicisti, ovvero tre membri degli Xtc con il fratello di Dave Gregory (Ian G.) alla batteria.

Psonic Psunspot” giunge due anni dopo “25 O’ Clock” con un budget più cospicuo e un effetto-sorpresa inferiore.
Considerato meno riuscito e interessante, il secondo progetto dei Dukes Of Stratosphear è in verità più organico e definito. Andy decide di realizzare un disco che renda omaggio ai gruppi che l’hanno influenzato, tale scelta permette alle canzoni di mantenere una fisionomia precisa che nel piacevole gioco delle similitudini incuriosisce e affascina.

Per chi conosce gli Xtc, è lampante che “Psonic Psunspot” contenga alcune delle melodie più memorabili del gruppo, il gioco dei cloni genera alcune perle che mantengono il loro fascino dopo ventidue anni.
Pop psichedelico inglese e americano citati senza vergogna, dai Pink Floyd in “Have You Seen Jackie?” (“Sydney” nella prima stesura), agli Electric Prunes in “Little Lighthouse”, brano quest’ultimo  scartato dalle session di “Skylarking” e scritto per la figlia Holly Partridge.
Eccellente l’omaggio ai Byrds in “You’re My Drug” che cita “So You Wanna Be A Rock’n’roll Star” e “Eight Miles High”, costruendo una delle linee melodiche più riuscite dell’album, brioso e accattivante il singolo “Vanishing Girl”, che omaggia gli Hollies e fa breccia nelle radio americane.

Prevedibile l’influenza dei Beatles per la veste grafica e anche sonora dell’album, si va dalle citazioni di Paul McCartney nella divertente “Brainiac’s Daughter” per finire con onorare John Lennon con una delle migliori performance di sempre “Collaidoscope”, che alla poetica di John aggiunge l’ironia dei Move.
Il singolo “You’re A Good Man Albert Brown” è una banale marcetta da pub inglese, presenza obbligata in tutti i gruppi pop inglesi post-Mod (Kinks…) e il cui testo non rinuncia alla goliardia citando Snoopy e il barone rosso.
Shiny Cage” e “The Affiliated”, senza infamia né lode, ripercorrono le cifre stilistiche dell’album plagiando se stessi, ovvero sembrano gli Xtc  che omaggiano gli Xtc, ma comunque preludono a quello che è il gran finale.
Dice Colin Moulding che “Pale And Precious” è una delle migliori canzoni degli Xtc, sacrificata per un album minore, ma la riuscita miniaturizzazione di “Pet sounds” dei Beach Boys è un piccolo capolavoro di artigianato musicale che non poteva avere collocazione migliore.

Resta da verificare la necessità della ristampa dei due capitoli dei Dukes. Per quanto riguarda la veste grafica, la forma di mini-libro è accattivante, con un libretto di oltre venti pagine ricco di foto inedite, inoltre le bonus track sono interessanti (soprattutto la prima versione di “Vanishing Girl”) e si aggiungono alla serie infinita di demo che Andy Partridge continua a sfornare per un pubblico leggermente maniacale, ma la versione scarna di “Collaidoscope” e il video di “You’re A Good Man Albert Brown” sono delizie alle quali i fan degli Xtc non possono rinunciare.

Andy Partridge oltre a segnalare una serie di ristampe (anche in vinile) con una serie mostruosa di bonus track, ha anche modificato la denominazione dei due album dei Dukes, che ora riportano nel titolo la dicitura Xtc As Dukes Of Stratosphear.

Certamente “Psonic Psunspot” è uno di quei dischi che difficilmente troverete tra i migliori cento album da isola deserta, ma in un’ipotetica classifica degli album più frivoli e divertenti non potrebbe mancare: il tutto risulta ancora gradevole e pregevole dopo ventidue anni, e viene da chiedersi perché spesso chi non ama gli Xtc trovi irresistibili le performance dei Dukes
    

P.S. C’è da sperare che il mai realizzato terzo album dei Dukes possa diventare realtà, il progetto doveva esssere una piccola rock-opera anni 70.

 

Gianfranco Marmoro

giugno 22, 2009 at 4:50 pm 3 commenti

Xtc as The Dukes of Stratosphear – 25 O’clock ( cd )

Vi fu un momento in cui, in Italia, la diffusione della musica cosiddetta di qualità avveniva per mezzo di poche ma agguerrite riviste di settore, Rockerilla in primis, di volenterose fanzine distribuite alla bene e meglio presso i negozi di dischi, ma soprattutto con il passaparola che, come ogni passaparola che si rispetti, era oggetto di curiose storpiature e distorsioni.

Il mondo anglosassone restava una landa lontanissima, immaginifico eldorado in cui produttori e artisti partorivano trovate oltre la soglia della fantasia più fulgida, ma che dal buio di una cantina inopinatamente decollavano alla volta di successi planetari o, nel peggiore dei casi, si annoveravano fra le iniziative eccentriche. Oppure da ricordare nel tempo, come quella dei Dukes Of Stratosphear.
E pensare che la boutade di travestire una band come gli Xtc in un gruppo di debuttanti dai nomi improbabili (Sir John Johns, The Red Curtain, Lord Cornelius Plum e E.I.E.I. Owen, rispettivamente Andy Patridge, Colin Moulding, Dave Gregory e il fratello Ian, occasionalmente reclutato a occupare il posto del fuoriuscito Terry Chambers) non mise in fuorigioco solo noi mediterranei nella miseria dei nostri tam tam, ma anche i ben più scafati appassionati e addetti ai lavori albionici.

Il bluff non durò ovviamente a lungo, sulle prime funzionò, ma poi qualcuno cominciò a farsi delle domande sul perché questo Ep uscisse proprio il primo aprile (1985).
Ad agevolare la riuscita del giochetto fu certo la versatilità della band, inserita nel filone post-punk, ma in realtà assai più dedita a una forma di pop in cui i lineamenti wave erano del tutto incidentali e destinati, specie dalla seconda metà degli anni 80, a esibire parentele distanti dal 1977 e anzi prossime ai Kinks e ai Beatles.

Coi Dukes però si va oltre, giacché è proprio nella disinibita estemporaneità del progetto segreto che gli Xtc mettono a segno un colpo spiazzante e per certi versi innovativo.
Spiazzante perché la nuova stagione della pop psichedelia doveva ancora prendere piede specie in Inghilterra, laddove negli Stati Uniti il Paisley Undergorund già ne rovistava il lato più rock, formalmente innovativo perché lo sfacciato citazionismo si trasformerà di lì a poco, mutatis mutandis, dal peccato originale oggetto del disprezzo dei puristi al fiore all’occhiello di molte decorate indie-band, in una prospettiva che ad oggi va ancora per la maggiore.
Citare con qualità, insomma, è un merito non da poco, farlo con ottime canzoni sa di piccola impresa. Così dalla sfrontatezza cagionata dall’anonimato posticcio, prendono forma autentiche perle psichedeliche.

La canzone che battezza l’Ep possiede una intro in cui un ipotetico graffitaro delle note manomette in fretta e furia la pinkfloydianaMoney” per poi fuggire a ritroso nei sixties, compiendo la medesima operazione con “I Had Too Much To Dream (Last Night)”, la celebre galoppata lisergica degli Electric Prunes, finendo beffardamente la corsa tornando al passato prossimo dei Deep Purple di “Child In Time”. Un centrifugato irresistibile.

Da “Bike Ride To The Moon” a seguire non ci si muove più dagli anni Sessanta.
Qui è il Syd Barrett più esagitato a menare le danze, con una cesellatura d’arrangiamenti che pare uscire direttamente dagli Abbey Road Studios per mano di Norman Smith.
All’orecchio più attento non potranno sfuggire le analogie di “My Love Explodes” con gli stessi Xtc del successivo “Skylarking” (1986), guarda caso prodotto da Todd Rungren, leader di quei Nazz che a loro volta aleggiano fra una traccia e l’altra.
Ascoltando “Mole Of The Ministry” ti aspetti che da un momento all’altro si palesi la voce di George Harrison a sibilare la sua “Taxman” e invece ti resta fra le mani l’epilogo di un nastro registrato al contrario, nella miglior tradizione del rock farcito di allucinogeni.

A compendio delle sei tracce originarie, la ristampa presenta le immancabili demo version che esaltano per contrapposizione l’incredibile lavoro svolto in studio, ma anche saporiti frutti d’improvvisate quanto improbabili reunion dei Dukes: su tutte “Open A Can Of Human Beans”, apparsa nel 2003 in una compilation di beneficenza dal titolo “Wish List”.
Una serissima  goliardata quella di “25 O’Clock”, così seria da conoscere un seguito sulla lunga distanza due anni dopo (“Psonic Psunspot” anch’esso ristampato con dovizia grafica e ricchezza di contenuti extra), ma soprattutto da riaprire un libro che le nuove leve della psichedelia prenderanno a consultare senza posa negli anni a venire. Da riscoprire.

 

Marco Bercella

giugno 22, 2009 at 4:35 pm Lascia un commento

24 Hours Party People di Michael Winterbottom ( dvd )

24 Hours Party People, ovvero l’unico film rock possibile, nel terzo millennio, su un periodo storico irripetibile e indocumentabile: la nascita del punk e tutto ciò che ne è conseguito a livello musicale e di costume. Ma non solo, perchè 24 Hour Party People è la storia di Tony Wilson, l’uomo che folgorato da un concerto dei Sex Pistols del 1976, fonda la Factory Records, ma è soprattutto la storia dell’anima rock di Manchester e un’analisi dei risultati culturali di un terremoto musicale. Ovvio allora il plauso a Officine Ubu che ha colmato una grave lacuna, editando in DVD uno dei film più riusciti di Michael Winterbottom, prima delle sue derive estreme e autoindulgenti.

Il regista inglese coglie lo spirito del tempo sposando con arguzia e ironia lo sguardo del protagonista Tony Wilson (da inviato televisivo a canalizzatore del fermento musicale del periodo) dirigendo un biopic atipico, tra tentazioni farsesche da mockumentary e ricostruzioni giornalistiche, lasciando intelligente la sociologia (e ogni esigenza descrittiva e didascalica) fuori dalla porta a favore di uno stile brillante, ellittico e originale.

Quando devi scegliere tra la verità e la leggenda, scegli sempre la leggenda, sosteneva John Ford, nelle parole citate da Wilson nell’omaggio sentito a Ian Curtis, mitico leader dei Joy Division, band centrale nel passaggio dal punk alla new wave, prodotta proprio dalla Factory con un contratto firmato col sangue. Intervallando la sua esilarante attività giornalistica con la sua vocazione di farsi portavoce dei tempi in mutamento, 24 Hour Party People, racconta un Tony Wilson post-moderno prima che il termine fosse in voga, capace di inseguire obiettivi il più delle volte inattuabili, ma dal fascino irrinunciabile. Come la fondazione del club Hacieda, croce e delizia della seconda parte della sua attività. D’altronde, lo stesso Tony Wilson a voler parafrase le parole del suo personaggio è secondario anche all’interno della sua storia personale, perchè questo è un film sulla musica.

Difficile giudicare la qualità tecnica dell’edizione del DVD, vista l’estetica volutamente sporca del film, tra finti raccordi sui concerti del passato, sequenze senza direzione della fotografia e audio spesso amatoriale. Non aiuta un master di partenza molto probabilmente tutt’altro che in ottime condizioni. Il comparto degli extra contenente la copia digitale per iPod, iPod Touch, iPhone, il trailer, la fotogallery e la biofilmografia non lascia particolarmente il segno ma l’idea di inserire il poster della locandina del film all’interno della confezione è encomiabile.

giugno 15, 2009 at 11:28 am 3 commenti

Iggy Pop – Preliminaires ( cd )

E chi l’avrebbe mai detto che colui che segnò in maniera indelebile l’epoca del garage rock americano e che con gli Stooges fu fra coloro che spalancarono le porte al punk rock (e di conseguenza al post-punk, alla new wave, al noise, all’industrial, al goth, all’hardcore, al thrash e a tutto ciò che da lì si è evoluto e ramificato), dopo trent’anni di succesiva carriera solista, dopo la morte a gennaio del fido chitarrista Ron Asheton, se ne sarebbe uscito con l’idea folle di fare un disco jazz, ispirato dal libro La Possibilité d’une île (“La possibilità di un’isola”) di Michel Houellebecq.

Da qualche tempo infatti il non più giovanotto Iggy Pop manifestava l’idea di non essere più adatto a quella vita musicale frenetica imposta dai ritmi del rock’n’roll e di voler, almeno in studio, tentare di fare qualcosa di più calmo e meditato, più consono alla sua ormai diversificatasi ispirazione e che potesse fisicamente reggere più facilmente.
Poi, d’improvviso, l’annuncio shock: “ad un certo punto mi sono stufato di ascoltare imbecilli che schitarrano robaccia e ho iniziato ad ascoltare un sacco il jazz del periodo di New Orleans, quello di Louis Armstrong e Jelly Roll Morton. E ho sempre amato anche le ballate più tenui. […] il mio prossimo album sarà più calmo e con alcuni elementi jazz”. Album che ha un titolo francese, Preliminaires, e alcune canzoni cantate in francese; sul retro degli uffici dei maggiori magazine punk saranno stati ritrovati dei redattori suicidi strangolatisi con il cavo del mouse dei loro computer.

Probabilmente i più che Iggy Pop lo hanno solo sentito vagamente nominare lo conosceranno giusto per The Passenger (dal relativamente storico album Lush for Life), una delle canzoni più famose della storia del rock e che sta a lui come Sultans of Swing sta ai Dire Straits, Hold the Line sta ai Toto, Another Brick in the Wall sta ai Pink Floyd ecc. (cioè il primo tizio che passa per strada con tutta probabilità di lui conosce solo questa canzone e magari non sa neanche l’autore è proprio lui). Perciò a molti questa dichiarazione sul disco jazzato non tangerà più di tanto.
Però per chi conosce maggiormente lui, il ruolo che ha avuto nella storia del rock e soprattutto l’importanza che ha rivestito con i suoi Stooges nello spargere i semi di un genere, si sarà certamente chiesto se il buon vecchio Iggy non fosse forse impazzito.

In realtà comunque questa “svolta jazz” va ridimensionata parecchio. C’è sì qualcosa, come nell’iniziale fumosa Les Feuilles Mortes (pezzo storico francese anni ’40 scritto da Joseph Kosma e Jacques Prévert), la bossa nova jazzata di How Insensitive (cover di Antônio Carlos Jobim) o nei fiati retrò brucianti di King of the Dogs.
Ma l’interpretazione di questo jazz comunque non ha la stessa classe genuina di quella di un vero compositore jazz, nonostante un’atmosfera soffusa e notturna pregevole ad avvolgere i brani.
E poi ci sono anche pezzi più bluesy, altri più folk, momenti consuetamente rockeggianti e parentesi melodico-atmosferiche che rimescolano le carte in tavola. In alcuni momenti sembra di trovarsi di fronte ad un Tom Waits o ad un Nick Cave (la liquida e malinconica Spanish Coast, ad esempio) e c’è persino un brano electro/synth, Party Time; una parentesi ironica e leggera, senza troppe pretese, per sperimentare qualcosa di diverso.
Il country-rock di She’s a Businness (cantata anche in francese da una voce femminile col titolo Je Sais Que tu Sais) è diretto, granitico, dall’incedere inesorabile, mentre il rock sporcato di blues di Nice to Be Dead suona elettrico e ciaciarone fino al midollo.
I Want to Go to the Beach: titolo essenziale, talmente stereotipato da sembrare quasi una parodia degli anthem cazzoni del movimento punk, soprattutto se la musica che accompagna le parole è lenta, dolce e malinconica, con un pianoforte tenue a scandire l’atmosfera insieme a placidi giri di note di chitarra ed effetti notturni.
Ed ancora He’s Dead/She’s Alive, breve intermezzo country in lo-fi prima del folk decadente di A Machine for Loving.

La parolina magica “jazz”, insomma, è stata un po’ gonfiata nel mese precedente all’uscita dell’album, visto che un vero disco interamente jazz in ogni sua nota sarebbe stato davvero sensazionalistico.
Però, anche se per certi versi ci sono punti di contatto nell’aura con un album come Avenue B, questo è comunque sufficiente a mostrarci un Iggy Pop con una veste completamente nuova, spiazzante, che sicuramente farà gridare al tradimento i puristi punkers, ma che per contro non mancherà di compiacere chi vede di buon occhio il cambiare e soprattutto il provocare.
Come già detto, il disco non presenta chissà quale eleganza compositiva inaudita, quali improvvisazioni briose ed eclettiche. Anzi, è un lavoro tutto sommato concettualmente semplice, leggero e scorrevole, che privilegia le atmosfere avvolgenti e le tonalità placide immergendo il tutto in un’atmosfera a metà fra il noir e il country-folk. In questo risulta anche godibile, soprattutto nei momenti più cupi e riflessivi, grazie anche al pregevole equilibrio fra immediatezza melodica e cura per gli arrangiamenti.
Più di tutto, però, è il senso di libertà ideativa, di volontà di scardinare i preconcetti e di provare nuove strade, a donare una vera freschezza al disco, in sè discreto, eppure intrigante sia per curiosità che per il retrogusto auto-ironico che fa capolino ogni tanto fra le note.

Diciamocelo: è molto più “ribelle” un sessantenne che insiste con i soliti dindini garage/punk (e che magari non è più neanche credibile a portare avanti almeno in sede live, vista l’età) oppure uno che spiazza tutti, vecchi e nuovi fan, con un disco completamente diverso dalla proposta che l’ha proiettato nell’Olimpo dei grandi del rock, con un divertissement tanto fresco e mordace quanto vivo e ponderato, con un lavoro sicuramente coraggioso e provocatorio?
Noi propendiamo per la seconda ipotesi.

giugno 15, 2009 at 11:10 am 1 commento

Iron & Wine – Around the well ( 2cd – 3lp )

Come si può riuscire ad accumulare la bellezza di ventitre brani extra, con appena tre album all’attivo (ed il quarto solo in programma), per tirarci fuori una collezione di b-sides e rarità? Impresa difficile per molti ma non per tutti, dato che Samuel Beam – al secolo Iron & Wine – non sembra soffrire di quei periodi di stanca che, volenti o nolenti, un po’ tutti gli artisti sono costretti ad attraversare fra una pubblicazione e l’altra. E così, dopo “The Shepher’s Dog” del 2007, eccolo di nuovo sugli scaffali dei negozi il cantautore della South Carolina, con un album, questo Around The Well, che solo colpevolmente può essere definito una raccolta di materiale di “scarto”. Organizzato in due cd, “Around The Well” contiene infatti una selezione di tracce rimaste fuori dai precedenti lavori, supponiamo più per motivazioni di “traffico” nelle tracklist che per reale demerito. Gran parte dei brani provengono direttamente da sessioni di registrazione per così dire “casalinghe”, inizialmente accantonati da Beam per essere ripresi all’occorrenza, ripresentati così com’erano nati, sporchi laddove erano sporchi, acerbi in alcuni momenti ed annacquati perchè ancora da sottoporre a “revisione”. Ma nonostante ciò (o forse ancor di più proprio per questi motivi) trasognati ed umorali, così come Iron & Wine ha abituato chi ha imparato a seguirlo nelle sue scorribande indie-folk. Se è vero, poi, che in entrambi i cd non si riesce a scorgere una canzone meno ispirata delle altre, è vero anche che pezzi come Hickory, Swans And The Swimming e Carried Home non faticano a lasciare il segno. Per non parlare delle vere “chicche” di “Around The Well”. Sacred Vision, infatti, è un vecchio brano, fra i primi della produzione di Samuel Beam, mentre Waitin’ For A Superman e Love Vigilantes sono due (riuscitissime) cover, rispettivamente di The Flaming Lips e New Order. A completare il quadro, una manciata di tracce scritte per la soundtrack di “In Good Company”, pellicola del 2004: Belated Promise Ring, God Made The Automobile e Homeward These Shoes, create ma poi non inserite nella colonna sonora ufficiale, e The Trapeze Swinger che, invece, ha trovato miglior fortuna rientrandovi. E proprio quest’ultimo brano, posto a conclusione dell’intero “Around The Well”, è un po’ la chiave di volta di tutto il lavoro, perchè contiene il verso che dà il titolo all’album e perchè – nonostante gli oltre nove minuti di durata – rappresenta un po’ la summa sonora della musica di Iron & Wine, con la delicatezza vocale del songwriter a pervadere ogni singola nota. Siamo sicuri si tratti di un’operazione collaterale, di un puro e semplice divertissement?

giugno 15, 2009 at 11:01 am Lascia un commento

The Millionaire di Danny Boyle ( dvd )

Capofila di un Occidente sempre più sedotto non dall’India millenaria ma dal suo cinema esagerato e rutilante nel quale si ritrovano tutti gli elementi dei grandi mélo di una volta, riattualizzati dallo sviluppo selvaggio del subcontinente indiano e dalle mostruose contraddizioni delle sue megalopoli. Ieri insomma la Londra di Dickens (o la Parigi di Eugene Sue ), oggi la Mumbai di The Millionnaire. Dove può accadere che un piccolo “intoccabile” cresciuto nelle baraccopoli diventi ricchissimo partecipando al quiz tv “Chi vuol esser milionario?” (format internazionale + contesto esotico: cosa volere di più?). Difficile però accettare che il miserabile Jamal, ragazzo del tè in un call center (altro elemento esotico e familiare), possa conoscere le risposte a tutte quelle domande che mescolano astutamente mitologie locali e cultura pop occidentale.

Così il potente presentatore del quiz lo fa sequestrare e torturare dalla polizia (potere poliziesco e potere televisivo: altra accoppiata diffusa di questi tempi). E mentre lui risponde, la sua storia incredibile scorre impetuosa sotto i nostri occhi. Dall’infanzia, libera se non spensierata, nei vicoli di Bombay (poi Mumbai) alla morte della madre, uccisa in un’incursione di fanatici islamici. Dai giochi nelle discariche al reclutamento forzato in un’organizzazione che manda i ragazzini a cantare ed elemosinare (storpiando e accecando i meno intonati). Dalla fuga avventurosa sui treni che attraversano il paese, all’adolescenza paracriminale (il fratello, un duro, fa carriera). Tutto inseguendo la piccola Latiqa, salvata e perduta da bambina, e ritrovata adulta amante del boss. Con un gusto del mitico e del favoloso che rende davvero irresistibile questo concentrato di mille vite, virandolo in chiave quasi di commedia.

E genera diverse scene indimenticabili: su tutte l’impossibile incontro del piccolo Jamal, appena caduto in un pozzo nero, col divo più famoso di Bollywood, il leggendario Amithab Bachchan (l’oro e la merda: altri simboli universali). L’India è il nostro passato, si dice di solito. Chissà che non sia anche il nostro futuro.

Fabio Ferzetti

giugno 10, 2009 at 6:56 pm Lascia un commento

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