Archive for maggio, 2013

Looper di Rian Johnson ( dvd e b-ray )

Kansas 2044. Il viaggio nel tempo non è ancora stato inventato ma trent’anni più avanti è divenuto una realtà di cui però è vietato l’utilizzo. Ovviamente il crimine non si occupa dei divieti e ne fa un uso molto specifico. Un’organizzazione guidata da un capo spietato ‘trasferisce’ le proprie vittime trent’anni indietro dove un killer (detto ‘looper’ traducibile in ‘uomo che si occupa del cerchio’) lo attende per eliminarlo e farne sparire il cadavere. Joe è un looper che risparmia ciò che guadagna in questo mestiere per alimentare il sogno di potersi trasferire in Francia. Ma dal futuro è iniziata una nuova campagna: tutti i looper ancora presenti sul territorio nel 2074 vanno spediti trent’anni indietro perché vengano uccisi. Un giorno Joe si vede arrivare davanti … se stesso con trent’anni in più. Quentin Tarantino
ha di recente collocato Looper nel ristretto elenco dei film del 2012 che considera veramente validi. Non gli si può dare torto perché il film di Rian Johnson si colloca su un livello decisamente elevato nell’ambito della sci-fiction. La sceneggiatura di cui è autore non si limita a contestualizzare una parte della vicenda in una città vagamente simile alla Los Angeles di Blade Runner e a ‘giocare’ (come altri hanno fatto) con l’idea del viaggio, in questo caso all’indietro, negli anni.. Johnson va oltre e, senza dimenticare mai l’azione, ci spinge a riflettere non solo su quella convenzione che chiamiamo ‘tempo’ ma sull’uso che possiamo farne. È un film sul libero arbitrio Looper, cioè sulla possibilità o meno di modificare il corso degli eventi futuri. A livello di macrostoria forse più d’uno si è posto la domanda di cosa avrebbe fatto se avesse avuto la possibilità di trovare davanti a sé un Hitler, uno Stalin bambini con la consapevolezza di ciò che sarebbero divenuti una volta adulti. Il quesito non è di quelli di poco conto così come non lo è la risposta. Nella seconda parte della vicenda è su questo piano che si debbono confrontare i due Joe. Appunto: ‘i due’. Qui scatta un ulteriore quesito che va al di là dell’essere coinvolti in una crime story futuribile. Cosa accadrebbe se potessimo trovarci dinanzi a un ‘noi stessi’ con qualche decennio in più disposto a raccontarci il nostro futuro e intenzionato ad espungerne la parte più dolorosa? Adamo ed Eva, nel paradiso terrestre, non conoscevano il Bene e il Male prima del peccato. Anche noi però, loro discendenti, abbiamo conservato un angolo di paradiso non avendo cognizione del nostro futuro. Ciò ci offre il grosso vantaggio di non vivere sotto l’oppressiva cappa di un destino noto ed ineluttabile. Ci impone però di scegliere in ogni giorno ed in ogni singolo minuto della nostra vita. Liberamente ma consapevolmente perché il futuro (nostro e altrui) si costruisce così: ad ogni tic delle lancette sull’orologio della vita. Rian Johnson ci invita a ricordarlo.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

maggio 29, 2013 at 5:15 pm Lascia un commento

Black Angels – Indigo Meadow ( cd – lp )

A ben vedere, “Indigo Meadow” non è altro che il punto d’incontro tra i due album che l’hanno preceduto: l’oscuro e ossessivo “Directions To See A Ghost” e l’estroverso e di più ampio respiro “Phosphene Dream”. Una lettura semplicistica che non tiene conto delle sfumature, se volete, ma che allo stesso tempo fotografa nel modo più semplice l’evoluzione dei Black Angels, che negli anni hanno saputo smarcarsi da un’interpretazione più “integralista” dello psych-rock per dirigersi verso aperture meno asfissianti, non per niente coincidenti con il (voluto?) raggiungimento di un pubblico più vasto.

“Ridotta” a quartetto, la formazione di Austin con “Indigo Meadow” veicola le (positive) esperienze del passato per dare vita alla sua prova più muscolare e diretta: accantonati gli orpelli e le code strumentali in favore di canzoni dal minutaggio ridotto, a riempire lo spazio sono i riff al vetriolo, i ritornelli tanto lisergici quanto ineccepibili e, più in generale, un sound potente e immediato.
D’altro canto, questo “prato indaco” è tutt’altro che monocorde: mai come in questo album i Black Angels spiegano le ali verso direzioni diverse. L’ipnotica voce di Alex Maas nell’opener “Indigo Meadow” e il garage psichedelico à la Black Rebel Motorcycle Club della successiva “Evil Things” caratterizzano i primi due veri e propri pezzi da novanta, ma in un certo senso a spiazzare è la canzone di protesta “Don’t Play With Guns”, il cui ritornello emerge dritto dritto dagli abissi per divenire il più cantabile fra tutti i refrain mai partoriti dalla band texana.

Alla “nera” monotonia di “Holland” fanno da contraltare le atmosfere sixties di “The Day” (a metà strada tra Kinks e Velvet Underground) e il crescendo ossessivo e tridimensionale della splendida “Love Me Forever”. I concittadini 13th Floor Elevators fanno capolino in “Always Maybe”, giusto per ricordarci che i cammini di Black Angels e Roky Eryckson si sono incrociati più di una volta.
“Broken Soldier” è l’ennesimo, dovuto omaggio ai Doors; più emancipata “War On Holiday”, nella quale i riff à-la Jesus & Mary Chain si sfogano in ritornelli surfeggianti. Le esoteriche “I Hear Clours” e “Twisted Lights” lanciano la volata finale, rappresentata dalla veloce “You’re Mine” e, soprattutto, dal blues magnetico di “Black Isn’t Black”.

Il recupero della tradizione e un sound moderno convivono nelle tredici canzoni di “Indigo Meadow”, se non la migliore (a nostro avviso se la gioca con “Directions To See A Ghost”), senz’altro la più convincente e imprescindibile prova degli angeli neri di Austin.

Fabio Guastalla (www.ondarock.it)

maggio 28, 2013 at 10:01 am Lascia un commento

La parte degli angeli di Ken Loach ( dvd )

Glasgow. Il giovane Robbie, già recidivo, evita il carcere perché il giudice decide di puntare sulla sua capacità di recupero visto che la sua altrettanto giovane compagna sta aspettando un figlio. Viene così affidato a Rhino che è il responsabile di un gruppo di persone sfuggite al carcere e condannate a compiere lavori socialmente utili. Dopo aver assistito a un pestaggio, di cui Robbie diviene vittima nel momento in cui decide di andare in ospedale per vedere il bambino, Rhino decide di aiutarlo. Scoperta la sua particolare sensibilità gustativa per quanto riguarda i vari tipi di whisky decide di introdurlo nell’ambiente. È così che a Robbie e ad alcuni suoi compagni di rieducazione viene l’idea di un ‘colpo’ del tutto anomalo che però potrebbe offrire loro un futuro sereno.
Ken Loach torna a riflettere sulla commedia umana, arte nella quale è indiscutibilmente maestro. Sceglie lo scenario della Glasgow che ama e ci offre il ritratto di uomini segnati dalla vita privilegiando tra tutti quello del giovane Robbie. È a quelli che questo nostro mondo libero etichetta come irrecuperabili che, ancora una volta rivolge la sua attenzione. Perché Loach è convinto che la possibilità di un riscatto sociale vada più che mai offerta in questi nostri tempi in cui il Dio Mercato reclama ingenti e quotidiani sacrifici umani.
Con il fido sceneggiatore Paul Laverty utilizza come leva narrativa il momento che, per ogni essere umano degno di questo nome, è costituito dalla nascita di un figlio. Decidere di averlo nonostante tutto significa, oggi, sperare apparentemente contro ogni speranza. È quello che fanno Robbie e la sua compagna Leonie contro il padre e i familiari di lei. In una società che conta più sulla ricaduta del delinquente (per poterlo allontanare a lungo dalla comunità) che sul suo redimersi la giovane coppia trova però ancora delle significative solidarietà. Perché il socialismo di Loach è di stampo umanitario e crede che sia ancora possibile quella pietas che i latini sapevano definire sgombrandola da ogni retorica commiserevole. Ecco allora che il ‘dannoso’ alcol, nelle specie di pregiatissimo whisky, finisce con il divenire strumento di riscatto in una storia che unisce con grande equilibrio dramma e sorriso e che (a differenza del prezioso liquido) va gustata appieno, senza moderazione.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

maggio 22, 2013 at 9:49 am Lascia un commento

Les Miserables di Tom Hooper ( dvd e b-ray )

Toulon, 1815. Jean Valjean è il prigioniero numero 24601, condannato a diciannove inverni di lavori forzati per aver rubato un pezzo di pane sfamando un nipote affamato. Rilasciato a seguito di un’amnistia prova a ricostruirsi una vita e una dignità nel mondo, nonostante gli avvertimenti e le intimidazioni di Javert, integerrimo secondino della prigione convinto che un ladro non possa che perseverare nel male. Convertito al bene dall’atto caritatevole di Monsignor Myriel, Valjean prende coscienza dei suoi peccati e decide di mondare il suo destino, assumendo il nome di Monsieur Madeleine. Sindaco e imprenditore arricchito a Montreuil sur Mer, l’uomo salva una ragazza dalla prigione, promettendole di proteggere Cosette, la sua bambina, affidata alle cure di due malandrini locandieri. Alla morte della donna riscatta Cosette, diventandone padre e madre insieme. Gli anni passano e Cosette cresce come l’ossessione di Javert per Valjean, smascherato dietro la maschera del gentiluomo. La Storia poi si mette in mezzo conducendo i due avversari al di là e al di qua delle barricate innalzate dai rivoluzionari repubblicani contro la monarchia. Mentre a Parigi l’insurrezione insorge, le ‘stelle’ in cielo vegliano misericordiose le sorti di Valjean e Javert.
Dopo aver dato voce al re (Il discorso del Re), Tom Hooper dà voce ai miserabili di Victor Hugo, affrancandoli col canto dallo stato di minorità in cui versano. Teatro di lotta e di idee, Les Misérables è narrativamente apparentato con l’opera lirica di cui riproduce il ‘recitativo’, ossia il recitar cantando, che introduce o segue un’aria. Non ci sono dunque dialoghi recitati nel film e nella sua versione originale, dove l’ufficiale di Russell Crowe incalza il galeotto di Hugh Jackman con carattere arioso, scolpendo le sillabe col canto. Operazione temeraria impreziosita dalle performance dal vivo degli attori, sui cui volti si svolge la parabola di un uomo e di una nazione. La rievocazione storica fa tutt’uno con la logica narrativa del feuilleton e con l’emotività iperbolica del melodramma, realizzando movimenti musicali da vedere con le orecchie e ascoltare con il cuore. Lo scambio non può che giovare all’esaltazione e alla soavità del turbamento emotivo. Cori patriottici, romanze sanguigne, brani guerreschi, canti d’amore a due e tre voci, raccordano un materiale narrativo pensato in due atti e introdotto da una monumentale ouverture (“Look Down”), che segna il passo dell’opera, traccia il corso degli eventi e la costruzione dei personaggi. L’opposizione sempre mobile tra bene e male cambia vertiginosamente posizione nei Miserabili avviando la sfida e la meccanica pervasiva del duello in cui duettano Javert e Valjean, schierati tra legge e infrazione alla regola. Se dal conflitto nasce il dramma de Les Misérables, dal confronto tra Hugh Jackman e Russell Crowe (“till we come face to face”) si produce un’epica polarità che si imprime sulla retina, che fa sussultare, trattenere il fiato, richiedendo allo spettatore una partecipazione assoluta e senza condizioni.
Les Misérables è un inseguimento infinito concepito come un musical e imbastito come un’opera, dove allo spartito dell’istintiva improvvisazione del forzato redento si oppone la calcolata determinazione dell’ispettore, che per catturare la sua ossessione deve imparare a sentirla, viverla da dentro, possedere il suo ritmo per negarlo con il proprio o negarsi il proprio in fondo al fiume. Russell Crowe trova nella dispatia il carattere del suo personaggio e nella voce un solo colore, quello rigoroso dell’uniforme che costringe le sue emozioni, sospendendolo sul baratro e nel puro spasmo del gesto. Tom Hooper da par suo vivifica la storia di Victor Hugo lavorando sulle coordinate espressive dell’inquadratura, arricchendo e complicando una sintassi articolata (soprattutto ma non solo) sul campo e controcampo, come vuole un film quasi totalmente incentrato su due uomini (in)conciliabili. La voce prende allora corpo nel primo piano scrivendo la storia col canto e ‘respirando’ nelle arie di Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen, locandieri da opéra-comique, leggeri e fantasiosi, raffinati e popolari, capaci di tenere il loro pubblico (e truffare gli avventori) con grazia e senza sforzo apparente. Il musical più longevo nella storia del West End, scritto da Alain Boublil, musicato da Claude Michel Schönberg e portato al successo da Cameron Mackintosh, dopo la scena conquista il cinema, dominando il medium come re Giorgio VI fece con la radio.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

maggio 21, 2013 at 9:31 am Lascia un commento

The National – Trouble will find me ( cd – 2lp )

Cosa sarebbe lecito attendersi da un album dei National, nel 2013?. Per quanto destinata a lasciare il tempo che trova, è questa la domanda che più di ogni altra sorge spontanea alla luce di quanto i cinque di Cincinnati hanno prodotto finora.
Emersi dal mare dell’underground con l’acclamatissimo “Alligator” del 2005, i National sono riusciti poi a ripetersi (e forse superarsi) con il successivo “Boxer”, che due anni più tardi li ha proiettati definitivamente nel firmamento delle band-chiave del decennio appena trascorso e ha contribuito ad alzare l’asticella delle aspettative nei loro confronti.

Inevitabile, dunque, che la capacità di occupare il limbo tra l’adulto esistenzialismo di suoni e liriche e la propensione delle melodie verso un pubblico più ampio, ponesse la band davanti a una scelta: spremere al massimo le doti dei musicisti e osare alla ricerca di un nuovo capolavoro o consolidare le formule di scrittura per incrementare ulteriormente il proprio seguito?
Su queste pagine, Simone Coacci ha efficacemente sottolineato come il penultimo “High Violet” fosse un tentativo di battere la seconda delle due strade, soluzione che magari potrebbe aver fatto storcere il naso agli ascoltatori più snob, ma che di certo non ha screditato le quotazioni della band, perché chi scrive canzoni che si chiamano “Terrible Love”, “Runaway” o “Vanderlyle Crybaby Geeks” finisce inevitabilmente per avere ragione.

Quello che però forse è mancato a “High Violet” erano l’urgenza e la freschezza che sgorgavano dai precedenti lavori, l’acume dei giochi testuali e gli slanci sorprendenti in fase di arrangiamento in cui pochi istanti parevano raccontare un’eternità e facevano di “Alligator” e “Boxer” (ma anche “Sad Songs For Dirty Lovers”) delle sublimi istantanee dotate di un’identità intrinseca e non delle pur elegantissime dimostrazioni di assestamento del National-sound.
La questione torna d’attualità anche per il nuovo “Trouble Will Find Me”.
Lungi dal definirsi un passo falso, l’album lascia comunque aperto il dubbio su quanto una band possa cavalcare le proprie soluzioni vincenti prima che queste arrivino a definirsi prevedibili.

Esempio lampante è costituito da quelle che nascono come le scelte stilistiche di maggior interesse (synth, drum machine), ma che invece funzionano più come finezze integrative che come indici di volontà di esplorare nuovi orizzonti. Ciò che rimane in primo piano sono costruzioni ritmiche e vocali tanto sintomatiche del gusto dei musicisti quanto veicolanti sensazioni di déjà vu, a cominciare da “Don’t Swallow The Cap”, antipasto messo in rete prima dell’uscita dell’album, da annoverarsi con “Graceless” tra le classiche cavalcate pop-wave in punta di piedi che ormai si potrebbero scrivere nel sonno.
E che sia un po’ di stanchezza quella inizia a trapelare dall’operato dei National lo dimostrano anche le take di Matt Berninger, forse mai così dimesso nel suo ventriloquismo e rinunciatario ad aggredire le canzoni là dove invece se ne sentirebbe il bisogno.

A tal proposito va sottolineata l’azione benefica da parte di compagni di merende (Sufjan Stevens,  St.Vincent, il sempre presente Richard Reed Parry e una Nona Marie Invie in meritata crescita di status),chiamati a rinverdire le trame e non a caso presenti in molti degli episodi più riusciti, come il pop-anthem “I Should Live In Salt”, il finale a briglia perlomeno allentata, à la “Terrible Love”, di “Sea Of Love” o la spettrale chiusa per archi e voci che suggella splendidamente “This Is The Last Time”.
E’ evidentemente un album fatto di grandi momenti più che di grandi canzoni, questo “Trouble Will Find Me”, tant’è che, seppur privo dei picchi di “High Violet”, sa difendersi con refrain efficaci anche quando si ha la sensazione che manchi il centesimo per fare il dollaro (“I got a trouble inside my skin/ I try to keep my skeletons in” in “Slipped”, difficilmente resistibile).

Ancor più attraente risulta poi il colpo di coda finale in cui, smessi i panni in cui si trovano fin troppo comodi (“I Need My Girl”), i Nostri prima partecipano al party revival della kosmische musik entrando sì dalla porta di servizio, ma con lo smoking giusto (“Humiliation”), poi volgono lo sguardo all’America dei loro padri sciorinando un mid-tempo che coccola il ricordo di Levon Helm per le strade di Brooklyn (“Pink Rabbits”).
Spetta a “Hard To Find” il compito di chiudere in una solennità volutamente accennata, sospesa in un etere di chitarre e synth, prima che il passo felpato di Bryan Devendorf non intervenga a portarsi via canzone e album, ma probabilmente non tutti i dubbi.

E’ infatti opinione di chi scrive che ogni grande disco è dotato di una propria autonomia, un “parlare per sé” che lo mette in condizione tanto di ricondursi all’autore, quanto di saper prescindere da quest’ultimo facendo leva su un alone di mistero che ne determina la longevità. La maturità mostrata dai National di “Trouble Will Find Me” è invece dimostrazione di un controllo eccessivo, certamente sulla base di una raffinatezza superiore, ma che quando si associa a una band di tale levatura sa anche di colpi tenuti in canna.
Per adesso gli ingranaggi continuano a funzionare, ma cresce sempre di più la speranza che uno degli ultimi astri del pop-rock americano non rischi alla lunga di sedersi sulle basi della propria grandezza.

Andrea D’Addato (www.ondarock.it)

maggio 20, 2013 at 10:07 am Lascia un commento

Il cavallo di Torino di Bela Tarr e Agnes Hranitzky ( dvd )

Il film è liberamente ispirato a un episodio che ha segnato la fine della carriera del filosofo Friedrich Nietzsche. Il 3 gennaio 1889, in piazza Alberto a Torino, Nietzsche si gettò, piangendo, al collo di un cavallo brutalizzato dal suo cocchiere, poi perse conoscenza. Dopo questo episodio, che costituisce il prologo del film, il filosofo non scrisse più e sprofondò nella follia e nel mutismo. Su queste basi, The Turin Horse racconta la storia del cocchiere, di sua figlia e del cavallo, in un’atmosfera di grande e simbolica povertà.
Il regista afferma: ‘Il film segue questa domanda: cosa accadde al cavallo? Il cocchiere Ohlsdorfer e sua figlia vivono in campagna. Sopravvivono grazie a un duro lavoro. Il loro unico mezzo di sussistenza è il cavallo con il carro. Il padre va a lavorare, la figlia si occupa delle faccende domestiche. È una vita misera e infinitamente monotona. I loro abituali movimenti e i cambi di stagione e di momento del giorno dettano il ritmo e la routine che viene loro crudelmente inflitta. Il ritrae la mortalità, con quel dolore profondo che noi tutti che siamo condannati a morte, proviamo.’
Il regista ungherese prosegue con estrema determinazione il suo percorso di ricerca stilistica che privilegia l’analisi della quotidianità trasferita sullo schermo con ritmi che si avvicinano quando non addirittura riproducono il tempo reale. Rende così quasi tangibile la marcia cadenzata dei suoi personaggi verso la morte con la scansione dei gesti quotidiani in una terra spazzata da un vento che percuote gli spiriti. Non è cinema per tutti il suo e, soprattutto, è cinema che non può essere trasferito dal grande schermo altrove se non per studi analitici. È lì sul telone bianco che lo sguardo dello spettatore può perdersi nella lentezza quasi ipnotica di un fluire funebre del tempo dettato dall’occhio di un maestro dello stile di un rigore assoluto.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

maggio 17, 2013 at 10:18 am Lascia un commento

Mark Lanegan & Duke Garwood – Black Pudding ( cd – lp )

Fedele come pochi ad uno spirito di collaborazione senza confini, il sempre generosissimo Mark Lanegan torna a poco più di un anno dal notevole “Blues Funeral” con un nuovo sodalizio e relativa raccolta di canzoni. A beneficiare del suo slancio è questa volta l’estroso musicista londinese Duke Garwood, uno spirito affine che l’ex frontman degli Screaming Trees ha già ospitato proprio nella più recente fatica in studio della sua band e portato in tour qualche tempo fa come opener per i Gutter Twins. Diversamente da quanto avvenuto con il doppio supporto ai Soulsavers o nell’ultimo fiacco episodio del progetto condiviso con Isobel Campbell, in questo caso sembra fuori luogo liquidare il disco come l’ennesimo ricco cameo del cantante di Ellensburg. Anche al di là delle inevitabili parole entusiaste di Mark in merito al connubio, l’intesa tra i due artisti pare infatti solida e convincente.

Certo Lanegan recita la propria parte fino in fondo, e un senso di déjà vu va messo in conto per forza. Garwood è però molto bravo a lavorare con discrezione, insinuando grazie ai suoi magnetici fraseggi acustici un senso di inquietudine non banale che finisce per condizionare il compagno. Fingerpicker abile quasi quanto un James Blackshaw, con nelle corde le suggestioni di un Greg Weeks solo un tantino più narcotico, l’inglese si regala le dissertazioni strumentali che aprono e chiudono il cerchio nel solco di un solipsismo folk scuro ed ipnotico. Nel mezzo il cantante impazza con la sua inconfondibile cifra espressiva, tra sussulti di pura classe e cliché egualmente risaputi. L’impressione offerta in rampa di lancio da “Pentacostal” – titolo in stile Lanegan che è già tutto un programma – è che il Nostro giostri attraverso il mestiere con palesi finalità conservative, seppur in una confezione più povera del consueto curata dagli “amici” del circolo QOTSA alain Johannes & Justin Smith. Che si staglino in tutto il loro nitore gli scenari aridi tanto cari allo statunitense, o che Duke si cimenti con un pianoforte oltremodo incombente, Mark è spesso a rischio di appiattimento su formule stereotipate, dalla posa del consumato folksinger del deserto all’enfasi luciferina di un Waits riciclato.

Piacciano o meno, i suoi classici numeri da istrione si confermano fortemente caratterizzati e molto ben serviti, in questa occasione, dall’ordito minimale ritornante e denso d’ombre elaborato dal chitarrista. Garwood predispone un sottotesto musicale disadorno capace di imporsi in termini atmosferici senza mai risultare invadente, ideale contesto, quindi, per far risaltare una voce che sembra ormai potere tutto, simbolo e teatro di un mondo, di un’epica, di un mood inarrivabile. Altrove prevale invece una dimensione raccolta ammirevole, con una concretezza terrena (“Mescalito”) o un velo malinconico (il clarino di “War Memorial” ad esempio) che non gli sono nuovi ma impressionano sempre. Quello di “Death Rides a White Horse” poi è un Lanegan lento, estatico – e magari invecchiato, perché no? – che pare specchiarsi nella solennità dei classici Delta Blues per fare proprio l’afflato di un Charley Patton.

Rispetto al modello quasi obbligato delle “Field Songs”, in questo “Black Pudding” si scorge meno meraviglia ma più umanità, con le imperfezioni e i limiti formali dell’operazione necessariamente tenuti in bella vista. “Driver”  rivela allora per converso un artista che si adopera per mantenere un profilo più basso dello standard, salmodiando una specie di preghiera laica non esasperata nella maniera e non tirata mai all’eccesso. Quasi una dieta depurante per lui, da cui esce esaltato il suo lato più genuino, anche nell’ordinario. L’immobilismo apparente della parte musicale rende magari disagevoli e scontrosi diversi dei brani qui presenti ma alla fine, entrati nello spirito dell’album, non si potrà che constatare che sempre di lui si tratta, ancora là a cantare di redenzione come se il tempo non fosse passato.

E con qualche bella sorpresa finale. L’accattivante funky-blues vizioso di “Cold Molly”, per esempio, che riavvicina al clima contaminato dell’ultima fatica con in più l’eccellente lavoro sporco di Duke, chiamato a straziare senza posa le sue chitarre. Non mancheranno gli scettici ma è difficile negare che in questa veste anomala e, per così dire, “compromessa”, gli esorcismi dell’ex Screaming Trees rendano particolarmente bene. Per rasserenare i nostalgici oltranzisti è sufficiente la perla “Shade of the Sun”, assai disciplinata e sostenuta a dovere dall’accompagnamento incantatorio dell’harmonium, con un suono insieme catartico e malato. Una sublime infezione, di cui non poteva che essere portatore l’impareggiabile Mark Lanegan.

Stefano Ferreri (www.ondarock.it)

maggio 16, 2013 at 9:50 am Lascia un commento

Articoli meno recenti


Iscriviti al gruppo Alphaville su Facebook
Vista il sito dell'Associazione CINEROAD
Videosettimanale telematico di attualità e cultura
il suono degli strumenti
maggio: 2013
L M M G V S D
« Apr   Giu »
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Blog Stats

  • 135,116 hits

Commenti recenti