Archive for gennaio, 2013

The Words di Brian Klugman ( dvd e b-ray )

Clay Hammond è un celebre scrittore corteggiato da una seducente dottoranda che vorrebbe carpire la verità dentro e dietro il suo romanzo. Avvicinato durante una lettura pubblica, Clay si limita a confessare i primi capitoli del libro introducendo la vita del suo personaggio: Rory Jansen, che si sogna scrittore e sogna il libro della vita, libro che arriverà dentro una vecchia ventiquattrore e non attraverso un’ispirazione. Pubblicato e raggiunto il successo a colpi di premi letterari, Rory viene seguito e poi ammonito da un vecchio signore che rivendica la paternità del libro e la storia della sua vita. Scoperto, Rory proverà a rimediare e poi a convivere con la menzogna e i propri limiti. A non riuscirci sarà la giovane moglie a cui lo scrittore, alla maniera del suo creatore, ha mentito. Perché Rory è probabilmente una proiezione di Clay e Clay il prosatore di se stesso.
The Words, film d’esordio degli sceneggiatori Brian Klugman e Lee Sternthal, è un dramma intrigante intorno al tema della narrazione, una riflessione sull’arte di raccontare storie, o più propriamente sul bisogno di farlo. Al punto di rubare un manoscritto per farsi scorrere tra le dita il piacere delle parole o di ripudiare la propria consorte per averle perdute. Storia dentro un’altra storia che diventa Storia, The Words è affollato di personaggi col vizio della scrittura: chi lo fa per mestiere, chi ha un romanzo nel cassetto, chi ha perduto il libro della vita insieme alla propria vita. Tutti registrano un’urgenza di comunicare, di esplorare e di esplorarsi, di dare uno sfogo alla tristezza e una forma alla vita, di ritrovare quello che si è sprecato, di scoprire quello che non si è mai avuto. La cornice del film è un reading letterario, letteralmente narrante, dove non è nemmeno sempre chiaro cosa è vero e cosa no, chi è chi, chi ha scritto cosa, chi ha inventato chi. Klugman e Sternthal confondono impercettibilmente i piani del reale e della finzione, dove i sogni e i desideri hanno la stessa nitidezza del momento presente. Alla maniera di una scatola cinese, Clay Hammond racconta Rory Jansen che plagia un vecchio uomo che romanza un amore conosciuto e poi smarrito come le pagine del suo libro. L’immaginazione per i tre protagonisti (Dennis Quaid, Bradley Cooper e Jeremy Irons), che potrebbero essere in fondo la stessa persona, è un laboratorio in cui fermentano le emozioni della vita reale e in cui fervono i preparativi per la vita reale, quella che si ha paura ad affrontare e su cui non ci è mai concesso un secondo giro. Ma se esiste un solo modo di vivere una vita, ne esistono almeno tre per raccontarla, suggerisce The Words, seguendo parallelamente quella reale e quella finzionale, quella creata e quella rubata, quella navigata e quella naufragata. L’idea dei registi, nel modo del cinema, mette il mondo in movimento dentro una cornice e attraverso le parole. Parole seminate nelle immagini in attesa che attecchiscano stando a vedere (e ad ascoltare) quello che succederà.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

gennaio 28, 2013 at 10:45 am Lascia un commento

Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau ( dvd e b-ray )

Bachir Lazhar, immigrato a Montréal dall’Algeria, si presenta un giorno per il posto di sostituto insegnante in una classe sconvolta dalla sparizione macabra e improvvisa della maestra. E non è un caso se Bachir ha fatto letteralmente carte false per avere quel posto: anche nel suo passato c’è un lutto terribile, con il quale, da solo, non riesce a fare i conti. Malgrado il divario culturale che lo separa dai suoi alunni, Bachir impara ad amarli e a farsi amare e l’anno scolastico si trasforma in un’elaborazione comune del dolore e della perdita e in una riscoperta del valore dei legami e dell’incontro.
Il film è un racconto semplice, sia dal punto di vista della struttura che dell’estetica, assolutamente naturalistica, ma suscita emozioni forti perché sembra uscito da un passato più autentico, incarnato dal personaggio del titolo, che delle nuove locuzioni per l’analisi logica non sa nulla ma conosce la sostanza, quella che non muta. Un passato, soprattutto, in cui l’insegnamento era anche iniziazione e cioè trasmissione di una passione prima che di un sapere e in cui l’abbraccio tra maestro e bambino, così come lo scappellotto, non era proibito ma faceva parte di un relazione profonda, che non poteva non contemplare anche le manifestazioni fisiche. Monsieur Lazhar è dunque un film commovente, non pietistico né moraleggiante, che riflette sulla perdita ma fa riflettere anche noi su cosa ci siamo persi per strada.
Le istanze sociali, quali il rischio di espulsione del maestro dal paese o la solitudine famigliare di molti bambini, contribuiscono al clima del film ma non sgomitano per emergere là dove non servono. Il cuore del film resta la relazione tra i bambini -Alice (Sophie Nelisse) in particolare- e il maestro, ovvero l’incontro con l’altro, la scoperta reciproca delle storie personali che stanno dietro un nome e un cognome sul registro, da una parte e dall’altra della cattedra. È questa simmetria, infatti, che, se inizialmente può suonare un po’ meccanica, diviene poi responsabile della forza e della bellezza del film, specie perché il regista e sceneggiatore Philippe Falardeau non pone tanto l’adulto al livello dei bambini quanto il contrario. Posti di fronte alla necessità di superare un trauma che alla loro età non era previsto che si trovassero sulla strada, gli alunni di Bachir sperimentano il senso di colpa, la depressione e la paura esattamente come accade all’uomo, nel suo intimo.
Insegnando ai bambini e a se stesso a non scappare dalla morte, Lazhar (si) restituisce la vita.

Marianna Cappi (www.mymovies.it)

gennaio 26, 2013 at 12:35 pm Lascia un commento

Prometheus di Ridley Scott ( dvd e b-ray )

Nell’anno 2089 due scienziati portano a compimento le ricerche di una vita scoprendo che alcuni artefatti, ritrovati in diversi punti della Terra e tutti risalenti a migliaia di anni prima, riportano la medesima immagine di creature giganti che indicano un determinato pianeta. Ricostruito quale sia il pianeta in questione e trovati i fondi da un miliardario morente, i due si imbarcano assieme a un equipaggio misto di scienziati e piloti verso quel pianeta per andare a scoprire quel che ritengono essere l’origine della vita sulla Terra. Lì troveranno i resti di una civiltà aliena assieme a ciò che l’ha quasi estinta.
Ci sono due anime ben distinte che danno vita a Prometheus, la prima è quella visiva (in gran forma) di Ridley Scott, la seconda è quella narrativa di Damon Lindelof, uno degli autori principali di Lost, abile creatore di misteri, capace di porre due domande nuove a ogni risposta fornita. Il risultato è un film fatto a misura di serie, nato per avere uno o più sequel e non sempre abile nel costruire rivelazioni, emozioni o epica.
Tuttavia, nonostante la grandiosità delle proprie ambizioni e la quantità di misteri e intrecci che mette in scena, Prometheus è anche un film molto semplice, costruito sulla medesima struttura narrativa di Alien (stesse scene chiave, topoi gastrointestinali, decapitazioni robotiche e svolte narrative nei medesimi punti), che ne riprende il design delle astronavi, quello alieno (ricalcando con meno fantasia le idee biomeccaniche di Giger) e in certi punti anche alcune idee visive vincenti, puntando però verso obiettivi più grandi di quelli del film del 1979. E forse proprio dal titanismo di tali ambizioni il film rimane schiacciato anche se non lo meriterebbe.
Infatti, rinvigorito da temi che da sempre gli sono cari come il rapporto tra una creatura e il proprio creatore (sia nel senso di ricerca dell’origine dell’uomo e che di relazione con l’androide David), l’instancabile tenacia femminile che si tramuta in resistenza fisica e la conquista di un’umanità (sia per i robot che per gli uomini) attraverso la ricerca di essa, Ridley Scott torna a dirigere un film all’altezza del proprio nome.
Prometheus crea un universo visivo di straordinario impatto e ne sa gestire gli spazi (nel chiuso delle caverne o dell’astronave che dà il nome al film) con una fenomenale abilità che si riscontra pienamente nelle molte scene di paura, suspense o anche solo tensione. Nei suoi momenti migliori Prometheus è una lunga corsa che rimescola gli ingredienti di Alien per ritrarre la tenacia di un’altra Ripley (simile anche esteticamente), un’altra donna che combatte una battaglia impossibile da vincere con creature orrende e sconosciute, come in un’unica grande operazione chirurgica di rimozione dell’alieno da sè.
Continuamente si ha l’impressione che la forza muscolare del cinema di Ridley Scott lotti contro una sceneggiatura sciatta e che lo faccia con le armi della regia ovvero principalmente quel misto di direzione degli attori (specialmente Michael Fassbender, che trova il suo androide a metà tra il Peter O’Toole di Lawrence D’Arabia e un’inespressività capace tuttavia di malcelare la menzogna), montaggio rigoroso, fotografia desaturata di ambienti espressivi e uso di un 3D che una volta tanto lavora in armonia con tutto il resto per creare immagini profonde e coinvolgenti.
Non può essere un capolavoro Prometheus, di certo non a livello dei precedenti film di fantascienza di Ridley Scott, ma è lo stesso un film sorprendente, capace di esplorare senza freni e attraverso le immagini quella zona di confine tra l’insaziabile desiderio di conoscenza dell’ignoto e il terrore fisico e carnale che questo è capace di generare.

Gabriele Niola (www.mymovies.it)

gennaio 12, 2013 at 10:44 am 1 commento

Damsels in distress – Ragazze allo sbando di Whit Stillman ( dvd )

Appena giunta nel college di Seven Oaks, Lily viene avvicinata da tre ragazze che professano l’igiene personale e i profumi costosi come base per una vita felice. Attratta da queste strane ragazze e in particolare dalla gentile determinazione di Violet, Lily si lascia coinvolgere dal loro altruismo nei confronti degli studenti mediocri e dalla loro dedizione a prevenire i suicidi e curare le depressioni degli studenti con caffè, ciambelle e chiacchiere terapeutiche. Nel frattempo, la vita del college va avanti, fra tradimenti, corteggiamenti e continui ripensamenti di giovani cuori che si muovono a passo di danza.
Nei tredici anni che separano Damsels in distress dal precedente film di Whit Stillman, The last days of disco, molto è cambiato nel panorama del cinema indipendente americano. L’affermazione di Todd SolondzWes Anderson Noah Baumbach ha creato un’affezione diversa nei confronti dei personaggi dissociati e bizzarri e di storie al contempo tenere e ciniche, divertenti e tragiche. In risposta a questa popolarizzazione di un cinema strambo, fantasioso e “senza buoni e cattivi” coincisa con la fine del secolo, Stillman radicalizza il suo stile attraverso un progetto quasi teorico sul “declino della decadenza” degli anni Duemila.
Damsels in distress è ancora un racconto radicato nella cultura della accademie della East Coast e incentrato sull’imprevedibile educazione sentimentale di giovani borghesi. Tuttavia, al contrario dei film precedenti, per lo più incentrati su episodi autobiografici, questa volta Stillman parte da uno dei sottogeneri più granitici della moderna cultura statunitense, il teen-movie, per elaborarne un’arguta riscrittura dei cliché. Al centro della storia, quattro ragazze dal nome floreale (Lily, Violet, Rose e Heather) che potrebbero essere le classiche “bitches” del campus universitario e che invece sono un fiume di idiosincrasie e di citazioni alte dedite a progetti umanitari. Attorno a loro, confraternite senza lettere greche popolate di studenti mediocri, né belli né brutti, che non distinguono i colori primari e giovani playboy che frequentano corsi sulla letteratura omosessuale o che praticano l’amore secondo i Catari. Stillman parte dai normali cliché sui film giovanili americani (quegli stessi cliché che, secondo la protagonista, “si fondano su verità ancestrali”) e si impegna quietamente a sovvertirli con un tocco leggero e gravido di luce. Come in un valzer di Strauss, passa da un capitolo all’altro di questo annuario sentimentale girando fra il punto di vista di Lily, adolescente “estranea” ma ordinaria, e quello di Violet, leader “perdente” con manie depressive.
Questa continua danza di focalizzazioni e di personalità permette al film di configurare un ambiente bizzarro ma estremamente vivido e brillante, come se l’estetica delle soap opera incontrasse la prosa di Oscar Wilde. Questo scontro culturale fra arguzia e stigma, fra i ritmi del musical classico e gli intrighi e le dissimulazioni da romanzo vittoriano, costituisce lo stile privilegiato secondo Stillman per rappresentare il “declino della decadenza” e raccontare gli affetti precari e le passioni ballerine della gioventù.

Edoardo Becattini (www.mymovies.it)

gennaio 8, 2013 at 10:30 am 1 commento

Il primo uomo di Gianni Amelio ( dvd e b-ray )

Lo scrittore Jean Cormery torna nella sua patria d’origine, l’Algeria, per perorare la sua idea di un paese in cui musulmani e francesi possano vivere in armonia come nativi della stessa terra. Ma negli anni ’50 la questione algerina però è ben lontana dal risolversi in maniera pacifica. L’uomo approfitta del viaggio per ritrovare sua madre e rivivere la sua giovinezza in un paese difficile ma solare. Insieme a lui lo spettatore ripercorre dunque le vicende dolorose di un bambino il cui padre è morto durante la Prima Guerra Mondiale, la cui famiglia poverissima è retta da una nonna arcigna e dispotica. Gli anni ’20 sono però per il piccolo Jean il momento della formazione, delle scelte più difficili, come quella di voler continuare a studiare nonostante tutte le difficoltà. Tornato a trovare il professor Bernard, l’insegnante che lo ha aiutato e sorretto, il Cormery ormai adulto ascolta ancora una volta la frase che ha segnato la sua vita: “Ogni bambino contiene già i germi dell’uomo che diventerà”.
Senza mezzi termini il miglior film di Gianni Amelio almeno dai tempi de Il ladro di bambini. Adattamento del romanzo di Albert Camus, Il primo uomo ripercorre a ritroso le vicende di un personaggio straordinario, silenzioso e deciso, che ricerca nel proprio passato anche doloroso le convinzioni che lo hanno portato ad essere ciò che è nel presente. Lo stile del regista è come sempre asciutto ed elegante, evita inutili infarcimenti estetici e si concentra sulla pulizia e sull’efficacia dell’inquadratura. Ogni primo piano su volti segnati dalla loro vicenda personale è preciso, giustificato, emozionante. In questo lo supporta alla perfezione la fotografia accurata ma mai espressionista di Yves Cape, tornato con questo lungometraggio ai livelli altissimi che gli competono. Anche la sceneggiatura alterna i piani temporali costruendo un equilibrio narrativo basato sulla vita interiore del personaggio principale, un’architettura narrativa complessa e sfaccettata che funziona a meraviglia. Poi ovviamente ci sono gli attori, tutti in stato di grazia. Jacques Gamblin possiede la malinconia e insieme il carisma necessari per sintetizzare al meglio l’anima di una figura complessa come Jean Colmery. Accanto a lui una schiera di volti che regalano dignità e verità a tutte le parti, anche le più piccole: su tutti vale la pena citare una sontuosa Catherine Sola nelle vesti della madre di Jean, interpretata in gioventù dalla brava Maya Sansa.
Un’opera raffinata e umanissima, in grado di rivendicare l’importanza della memoria non solo personale ma collettiva, una memoria che deve essere adoperata come strumento d’indagine delle contraddizioni del presente. Sotto questo punto di vista quindi un film che guarda al passato per farsi attuale e necessario. Cinema di qualità estetica elevata e d’importanza civile. Da applauso.

Adriano Ercolani (www.mymovies.it)

gennaio 7, 2013 at 12:52 pm Lascia un commento


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