Archive for maggio, 2010

Dirtmusic – Bko ( cd+dvd – 2lp+cd+dvd )

Una valigia da ritirare al nastro bagagli, porta la scritta BKO, all’interno sono conservati i momenti unici e speciali di tre musicisti giramondo al ritorno da un’esperienza che cambierà le loro vite. Un mese è passato dal loro arrivo in Mali, inizio di un percorso umano e musicale che dalla capitale Bamako li porterà fino al Festival du desert a Essekane, ad un passo dall’eldorado magico di Timbuktu. E come in ogni viaggio importante ci sono gli incontri, quelli casuali che per magia producono la scintilla capace di generare la bellezza, come avvenuto con Ousmane Ag Mossa e i suoi Tamikrest, giovane band Tuareg, figli legittimi dei Tinariwen, una session spontanea nata sotto la loro tenda e completata in dieci giorni nel leggendario Bogolan studio fondato da Ali Farka Tourè. Finalmente a quasi un anno di distanza e a due dal precedente album dei tre, arrivano queste dieci perle, nove originali e una clamorosa rilettura del classico dei Velvet UndergroundAll Tomorrow’s Parties”. Rispetto all’esordio ciò che colpisce è che Dirtmusic è diventato un vero e proprio gruppo, i brani non riportano più alle esperienze dei singoli, il lavoro è collettivo, fluisce meravigliosamente, dall’ipnotico groove di “Black Gravity” in apertura, al funk polveroso di “Ready For The Sign”, passando per il mantra lisergico della fantastica “Desert Wind” e arrivando al banjo di Chris Brokaw in “Unknowable”, capace di fondere le suggestioni dei deserti africani con quelli americani spingendo il nostro viaggio sempre più a sud seguendo le rive del grande fiume in “Niger Sundown”, capolavoro del disco, insieme perfetto di esoteriche suggestioni che scavalcano ogni possibile confine. Niente finisce, tutto rimane, alcune cose apparterranno ai ricordi indelebili di una grande esperienza, la sintesi perfetta è nella conclusiva “Bring It Home” che arriva a concludere un disco prezioso, unico e irripetibile.

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maggio 31, 2010 at 4:25 pm Lascia un commento

Jackson Browne e David Lindley – Love is strange ( cd )

Ci si trova spesso a fare ragionamenti di questo genere, ormai: un altro disco dal vivo? Tocca farlo anche con Jackson Browne, che negli ultimi 7 anni ha pubblicato un solo disco di inediti, e tre album live, tutti acustici: i due volumi della serie “Solo acoustic” e questo “Love is strange“. Come capita in casi di pubblicazioni seriali un po’ ripetitive, l’ultimo album è il migliore, quello che si sarebbe dovuto pubblicare per primo, e anche quello che probabilmente godrà della minor esposizione mediatica a causa delle uscite precedenti. La storia di questo album è la seguente: nel 2006 Jackson Browne si è riunito per un tour con il vecchio compagno di strada David Lindley. La parte spagnola del tour ha avuto diversi ospiti locali e amici (Browne ha vissuto a lungo da quelle parti).
La presenza del polistrumentista (molti se lo ricorderanno soprattutto per il falsetto di “Stay“, qua ovviamente riproposto) fa la differenza, e le canzoni assumono un’altra veste rispetto ai due live precedenti, grazie all’aggiunta di una seconda chitarra, o tutte quelle amenità acustiche che Lindley è in grado di produrre. La scaletta è da “best of”, con l’aggiunta di alcuni brani dello stesso Lindley (come “El rayo X“. Anche se il tutto si indebolisce quando Browne cede le parti vocali ai suoi amici spagnoli: il simbolo è la versione di “These days”, magistrale dal punto di vista strumentale; ma debolissima nella parte vocale di Luz Casal, che ha una bella voce ma un brutta pronuncia.
Insomma, al di là di tutto, “Love is strange” è un disco consigliatissimo agli appassionati del rock californiano, ma non solo.

Gianni sibilla (www.rockol.it)

maggio 29, 2010 at 11:06 am 2 commenti

Micah P. Hinson – And the Pioneer Saboteurs ( cd – lp )

Il terzo album del giovane quanto talentuoso artista di Memphis Micah P. Hinson – accompagnato questa volta dai Pioneer Saboteurs – è un sorprendente gioiello, un album vibrante e intenso nell’ambito del filone “Americana” infarcito di immaginario USA country/folk/cantautorale ma con un livello di ispirazione che arriva talvolta a sfiorare le vette del Tom Waits giovane e traboccante sentimentalismo. E tuttavia le parole qui passano in secondo piano dinanzi all’imponenza della musica. Come in nessun altro disco precedente, la cura e la ricchezza strumentale degli arrangiamenti prevalgono sull’impatto fisico, sull’urlo nudo. Tanto che la voce baritonale del protagonista lascia spesso spazio a maestose tessiture strumentali, facendo scalare picchi di emotività all’ascoltatore tramite magnifici esempi di folk orchestrato. Ha rischiato grosso il buon Micah, a questo giro. Ma ha sbancato il tavolo.

maggio 28, 2010 at 6:46 pm Lascia un commento

The National – High violet ( cd – 2lp )

Aspettare tre anni prima di pubblicare un nuovo album non è un attesa così lunga se tutti hanno nelle orecchie una canzone come “Fake empire”: non solo uno dei brani più belli scritti nei primi dieci anni del ventunesimo secolo, ma anche un brano che ha segnato indelebilmente un’epoca che ha visto salire alla presidenza degli Stati Uniti Barack Obama. Un politico democratico e di colore che, in ogni suo comizio elettorale, veniva anticipato da quella canzone che raccontava la delusione per la caduta dell’impero statunitense di fronte al mondo e del tentativo di ricominciare.
Così i National sono passati da essere una band di culto di Brooklyn (anche se originari di Cincinnati) ad un fenomeno musicale che ha contribuito a uno quegli scossoni che solo un popolo come quello americano può immaginare e, talvolta, realizzare.
Tre anni dopo gli Stati Uniti sono travolti dal cambiamento, mentre noi trepidiamo nell’attesa di ascoltare il seguito di quel “Boxer” che conteneva sì “Fake empire”, ma col tempo aveva dimostrato di essere un disco stupendo pieno della poesia e della tensione che i National infondono in ogni loro canzone.
“High violet” ci arriva in anteprima grazie allo streaming offerto per pochi giorni dal sito del New York Times  in qualità assai migliore della versione rintracciabile in rete.
Lo scenario si apre con “Terrible love” e sull’intreccio di chitarre su cui Matt Berninger inserisce la sua voce, più scura che mai, per raccontare la sua storia di solitudine, quell’amore terribile il cui pathos cresce fino ad esplodere in un finale pieno di tensione e rumore, una struttura simile a “High violet” ma in cui l’esplosione sembra tutt’altro che liberatoria.
I National mettono subito in chiaro le proprie carte componendo un album in cui ritroviamo le qualità con cui si erano fatti apprezzare in passato amalgamate in un sound ancora più corposo e unico. La voce cavernosa di Berninger e le sue stupende liriche, le melodie e gli arrangiamenti dei fratelli chitarristi Derringer e la ritmica tesa e vagamente new wave dei fratelli Devendorf sono le colonne portanti di ogni canzone di questa band che sembra aver trovato non solo una proprio sound originale e di ampio respiro, ma anche una vena compositiva che non mostra confini.
Basta ascoltare la malinconica “I’m afraid of everyone” che lentamente si spiega e svanisce in una nuvola di chitarre, la pulsante “Lemonword” o l’acustica “Runaway”, gli arrangiamenti di fiati di “England” e il suo finale corale per rendersi conto di avere tra le mani un disco eccezionale, un gioiello oscuro che rilascia tutta la sua luce man mano che lo si ascolta.
Così, mentre cerchiamo di catalogare questa opera straordinaria, i National sono già da un’altra parte spinti da quel finale sorprendente di “Vanderlyle crybaby geeks”, un’altra canzone che non ci lascerà mai più.

(Giuseppe Fabris)

www.rockol.it

maggio 26, 2010 at 6:59 pm Lascia un commento

Gli abbracci spezzati di Pedro Almodovar ( dvd )

Mateo Blanco è stato un regista. Oggi non lo è più. È un non vedente che ha deciso di tagliare i ponti con il passato cambiando anche nome. Ora firma romanzi, soggetti e sceneggiature con lo pseudonimo Harry Caine. È ancora un uomo affascinante che ha deciso di prendere dalla vita quello che gli può ancora dare ma, al contempo, che sa di avere un grande bisogno dell’assistenza della produttrice Judit e di suo figlio Diego. La donna conosce perfettamente il tragico triangolo che ha visto coinvolto Mateo, il ricco Ernesto Martel e l’affascinante Lena. Harry deciderà di narrarlo anche a Diego.
Pedro Almodóvar può essere definito il Giano Bifronte del cinema contemporaneo. Come l’antica divinità ha uno sguardo che si volge al passato e uno indirizzato al presente e al futuro. Alternativamente, e secondo modalità che verrebbe da definire programmatiche, ce ne presenta ora l’uno ora l’altro. Se in Volver l’occhio era rivolto a un presente di passioni e di sentimenti che si volgevano verso un passato individuale che ne innervava l’essenza, in Gli abbracci spezzati lo sguardo è rivolto rigorosamente all’indietro, verso il cinema e il piacere della costruzione narrativa tanto inattaccabile quando fredda.
Tutto è magistrale nel suo cinema e quindi anche qui. La cecità come condizione esistenziale in cui l’immagine si fa ricordo, il cinema classico che finisce con l’ispirare addirittura il titolo del film (la sequenza del ritrovamento dei due cadaveri colti abbracciati dalla lava in Viaggio in Italia di Rossellini vista dai due protagonisti in un momento di distesa intimità), il cinema che narra il farsi del cinema nello stesso momento in cui mette in gioco un artificio narrativo tanto palese da dover essere denunciato («Questo è un fatto che succede solo nei film»). Tutto ciò e molto altro è presente nel film del regista mancheco che sfoggia come sempre rigore stilistico e cinefilico. Onore al merito. Ma la sua grandezza si esalta maggiormente quando, sulle orme del suo conterraneo letterario, combatte, vincendo, con i mulini a vento che agitano il cuore dell’essere umano.

Giancarlo Zappoli (www.mymovies.it)

maggio 25, 2010 at 4:24 pm Lascia un commento

Voglio la testa di Garcia di Sam Peckinpah ( dvd )

Forse il film più “sincero” e scoperto di P. (il che non significa, necessariamente, il più bello. Ma è poi importante?).
Innanzitutto per la funzione e il peso del personaggio femminile: Elita, entraineuse di bassa estrazione e di altrettanto infimo livello in locali di terz’ordine di Città del Messico. La gelosia retrospettiva di Benny per Garcia, ultimo amante di lei, mette, nella macabra impresa del protagonista, un di più di accanimento e di odio (vedi il rimando a Cane di paglia, riconfermato qui dalla sequenza degli hippies che tentano di violentare Elita e verranno sterminati da Benny) che si rovescia, dopo la morte della donna, in odio-amore, macabra preservazione (la testa nel sacco coperto di mosche, i blocchi di ghiaccio per impedirne la putrefazione, la risposta al ragazzo: «ho un gatto morto che apparteneva a un mio amico») del simbolo marcio di una possibilità frustrata, l’amore. «Tu pensa al bambino, io penserò a lui», dice Benny alla figlia del jefe.
Il tema della donna, come unica “proprietà”, e dell’amore come luogo dell’esistenza non toccato dall’abiezione si complica e si dilata nell’opposizione ideologica, drammaturgica e figurativa, vero asse portante del film, tra “miserabilismo” e “sviluppo”.
Il miserabilismo dei poveri villaggi messicani attraversati da Benny e Elita, di quelle spelonche fatiscenti dove la vita marcisce prima di essere sotterrata, ma anche il miserabilismo di Benny, finito a fare il barman in un locale infimo, della sua compagna e dello stesso Garcia, povero “stallone” che vendeva la propria virilità.
Faccia capovolta e sfruttata di uno “sviluppo” che è soltanto maschera della violenza più atroce: si veda, subito dopo l’ordine e la promessa del jefe, la partenza sfrecciante delle auto e degli aerei degli assassini, il loro comportamento manageriale, la tecnologia del delitto, ecc. Ma dietro c’è il Messico padronale e schiavistico del jefe, l’autoritarismo patriarcale e paterno, il silenzio nero delle donne in preghiera che fanno corona alla disperazione della ragazza umiliata. E questo è la “verità”, permanente, dell’altro.
In questo senso, per P. la storia si è davvero fermata, e dietro le apparenze del movimento e del mutamento riaffiorano contrasti elementari e violenti, opposizioni permanenti e irriducibili. E nessun cambiamento è possibile: né l’approdo alla città sognata da Elita, né la possibilità di mutar vita vagheggiata da Benny.
Il viaggio (struttura fondamentale e ricorrente del cinema di P.), l’inseguimento, la caccia, la persecuzione hanno un traguardo obbligato, e la violenza dell’amore e della strage sembra esorcizzarne, ma inutilmente, la vicinanza.
Soltanto la natura (protagonista lirica delle immagini di apertura e, poi, sfondo decisivo agli abbandoni di Benny e Elita nella sequenza del picnic) sembra aver conservato una misura di integrità e di lindura (l’indugio liricizzante della camera ha qualcosa di tristemente ironico) che contrasta con l’irredimibile abiezione degli uomini e delle loro cose.
Sul conto della “sincerità” e della “confessione” si dovranno mettere anche, in un autore tutt’altro che “ingenuo”, indugi e ripetizioni, cadute nella truculenza (sequenze del cimitero). Ma anche, nella protratta delusione dei meccanismi compensativi dello spettatore, i rabbiosi, deliranti monologhi di Benny, le sue invettive cariche di amore travestito di odio e profanazione a quella povera testa dalla quale egli non saprà più staccarsi (omaggio postumo e devozione estrema, attraverso un transfert macabro-sostitutivo, a Elita ma anche, per affinità, alla figlia del jefe), sino alla strage, compiuta anche per conto di Elita, Garcia e degli altri “miserabili”, e all’autodistruzione. Il capovolgimento è completo: scompaiono gli uomini (soprattutto i pochi “veri”) e le loro passioni e violenze, resta il denaro, vanificato nel suo valore d’uso. Quello per cui Benny si era cacciato in un’impresa strumentale di cui aveva cominciato a vivere, invece, il “risarcimento” (proprio quello che non doveva fare).
Da Recensioni e saggi 1956-1977, Alessandria, Edizioni Falsopiano, 2005

Adelio Ferrero

maggio 24, 2010 at 7:04 pm Lascia un commento

The Black Keys – Brothers ( cd – 2lp )

Black Keys erano destinati a cambiare, ormai lo si era capito. L’incontro tra il duo di Akron e il produttore Danger Mouse per la registrazione dell’album “Attack and Release” è stato solo l’inizio. Poi sono arrivati il progetto “Blakroc“, crocevia tra il loro rock-blues e l’hip-hop di gente come RZA e Mos Def, e l’album solista del cantante Dan Auerbach. Ora è la volta del nuovo disco “Brothers”, registrato nei mitici studi Muscle Shoals Sound di Memphis, uno dei templi americani del rhythm’n’blues: in quel luogo, tra gli anni ’60 e ’70, sono passati tra gli altri Aretha Franklin, Wilson Pickett e i Rolling Stones. Insomma, gli elementi per un disco davvero diverso dal passato c’erano tutti. E Dan Auerbach e Patrick Carney – che hanno prodotto il disco in prima persona, ad eccezione del singolo “Tighten up” affidato a Danger Mouse – non hanno affatto tradito le attese. Il loro non è stato solo un viaggio geografico alla volta di Memphis, ma soprattutto una svolta musicale: dal blues sporco delle origini, il gruppo si è spostato verso il soul e il funk.

Certo, non c’è stato nessuno stravolgimento radicale, ma una significativa evoluzione sì. “Brothers” è un album molto più incentrato sul groove e su tessuti ritmici più elaborati rispetto al passato. Le chitarre non sono sparite, ma sono sempre più spesso tenute sottotraccia. Si sentono spesso parti di basso e tastiere, persino di mellotron. La novità si capisce sin dall’apertura di “Everlasting light“, dove Auerbach si esibisce in un sorprendente falsetto alla Prince. Se in alcuni casi il gruppo rimane a metà strada tra passato e presente, come in “Next girl”, altre volte l’evoluzione è lampante: basta sentire “Howling for you”, con quel coinvolgente tappeto di batteria, l’incedere funky della già citata “Tighten up” o il quasi rap di “Sinister Kid“. A volte la band sconfina in sonorità Motown, come in “Ten cent pistol” e “I’m not the one“, una canzone attorno alla quale si aggira il fantasma di Marvin Gaye.
Anche la voce di Dan Auerbach ha dovuto adattarsi: è più vellutata, come nella splendida conclusione di “These Days“, così lontana dalla rabbia da bluesmen metropolitani degli inizi. E i difetti? Sicuramente il numero eccessivo delle canzoni, ben quindici. E poi forse qualche fan della prima ora, che si è innamorato del garage di “10 am automatic” o di “Just got to be“, avrà l’amaro in bocca. Ma è giusto che un artista a volte si prenda la libertà di scontentare qualcuno. Ormai il viaggio dei Black Keys è cominciato, resta da capire dove li porterà. Ma una cosa è certa: la direzione è quella giusta.

Giovanni Ansaldo (www.rockol.it)

maggio 22, 2010 at 11:36 am Lascia un commento

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