The Black Keys – Brothers ( cd – 2lp )

maggio 22, 2010 at 11:36 am Lascia un commento

Black Keys erano destinati a cambiare, ormai lo si era capito. L’incontro tra il duo di Akron e il produttore Danger Mouse per la registrazione dell’album “Attack and Release” è stato solo l’inizio. Poi sono arrivati il progetto “Blakroc“, crocevia tra il loro rock-blues e l’hip-hop di gente come RZA e Mos Def, e l’album solista del cantante Dan Auerbach. Ora è la volta del nuovo disco “Brothers”, registrato nei mitici studi Muscle Shoals Sound di Memphis, uno dei templi americani del rhythm’n’blues: in quel luogo, tra gli anni ’60 e ’70, sono passati tra gli altri Aretha Franklin, Wilson Pickett e i Rolling Stones. Insomma, gli elementi per un disco davvero diverso dal passato c’erano tutti. E Dan Auerbach e Patrick Carney – che hanno prodotto il disco in prima persona, ad eccezione del singolo “Tighten up” affidato a Danger Mouse – non hanno affatto tradito le attese. Il loro non è stato solo un viaggio geografico alla volta di Memphis, ma soprattutto una svolta musicale: dal blues sporco delle origini, il gruppo si è spostato verso il soul e il funk.

Certo, non c’è stato nessuno stravolgimento radicale, ma una significativa evoluzione sì. “Brothers” è un album molto più incentrato sul groove e su tessuti ritmici più elaborati rispetto al passato. Le chitarre non sono sparite, ma sono sempre più spesso tenute sottotraccia. Si sentono spesso parti di basso e tastiere, persino di mellotron. La novità si capisce sin dall’apertura di “Everlasting light“, dove Auerbach si esibisce in un sorprendente falsetto alla Prince. Se in alcuni casi il gruppo rimane a metà strada tra passato e presente, come in “Next girl”, altre volte l’evoluzione è lampante: basta sentire “Howling for you”, con quel coinvolgente tappeto di batteria, l’incedere funky della già citata “Tighten up” o il quasi rap di “Sinister Kid“. A volte la band sconfina in sonorità Motown, come in “Ten cent pistol” e “I’m not the one“, una canzone attorno alla quale si aggira il fantasma di Marvin Gaye.
Anche la voce di Dan Auerbach ha dovuto adattarsi: è più vellutata, come nella splendida conclusione di “These Days“, così lontana dalla rabbia da bluesmen metropolitani degli inizi. E i difetti? Sicuramente il numero eccessivo delle canzoni, ben quindici. E poi forse qualche fan della prima ora, che si è innamorato del garage di “10 am automatic” o di “Just got to be“, avrà l’amaro in bocca. Ma è giusto che un artista a volte si prenda la libertà di scontentare qualcuno. Ormai il viaggio dei Black Keys è cominciato, resta da capire dove li porterà. Ma una cosa è certa: la direzione è quella giusta.

Giovanni Ansaldo (www.rockol.it)

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