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Voglio la testa di Garcia di Sam Peckinpah ( dvd )

Forse il film più “sincero” e scoperto di P. (il che non significa, necessariamente, il più bello. Ma è poi importante?).
Innanzitutto per la funzione e il peso del personaggio femminile: Elita, entraineuse di bassa estrazione e di altrettanto infimo livello in locali di terz’ordine di Città del Messico. La gelosia retrospettiva di Benny per Garcia, ultimo amante di lei, mette, nella macabra impresa del protagonista, un di più di accanimento e di odio (vedi il rimando a Cane di paglia, riconfermato qui dalla sequenza degli hippies che tentano di violentare Elita e verranno sterminati da Benny) che si rovescia, dopo la morte della donna, in odio-amore, macabra preservazione (la testa nel sacco coperto di mosche, i blocchi di ghiaccio per impedirne la putrefazione, la risposta al ragazzo: «ho un gatto morto che apparteneva a un mio amico») del simbolo marcio di una possibilità frustrata, l’amore. «Tu pensa al bambino, io penserò a lui», dice Benny alla figlia del jefe.
Il tema della donna, come unica “proprietà”, e dell’amore come luogo dell’esistenza non toccato dall’abiezione si complica e si dilata nell’opposizione ideologica, drammaturgica e figurativa, vero asse portante del film, tra “miserabilismo” e “sviluppo”.
Il miserabilismo dei poveri villaggi messicani attraversati da Benny e Elita, di quelle spelonche fatiscenti dove la vita marcisce prima di essere sotterrata, ma anche il miserabilismo di Benny, finito a fare il barman in un locale infimo, della sua compagna e dello stesso Garcia, povero “stallone” che vendeva la propria virilità.
Faccia capovolta e sfruttata di uno “sviluppo” che è soltanto maschera della violenza più atroce: si veda, subito dopo l’ordine e la promessa del jefe, la partenza sfrecciante delle auto e degli aerei degli assassini, il loro comportamento manageriale, la tecnologia del delitto, ecc. Ma dietro c’è il Messico padronale e schiavistico del jefe, l’autoritarismo patriarcale e paterno, il silenzio nero delle donne in preghiera che fanno corona alla disperazione della ragazza umiliata. E questo è la “verità”, permanente, dell’altro.
In questo senso, per P. la storia si è davvero fermata, e dietro le apparenze del movimento e del mutamento riaffiorano contrasti elementari e violenti, opposizioni permanenti e irriducibili. E nessun cambiamento è possibile: né l’approdo alla città sognata da Elita, né la possibilità di mutar vita vagheggiata da Benny.
Il viaggio (struttura fondamentale e ricorrente del cinema di P.), l’inseguimento, la caccia, la persecuzione hanno un traguardo obbligato, e la violenza dell’amore e della strage sembra esorcizzarne, ma inutilmente, la vicinanza.
Soltanto la natura (protagonista lirica delle immagini di apertura e, poi, sfondo decisivo agli abbandoni di Benny e Elita nella sequenza del picnic) sembra aver conservato una misura di integrità e di lindura (l’indugio liricizzante della camera ha qualcosa di tristemente ironico) che contrasta con l’irredimibile abiezione degli uomini e delle loro cose.
Sul conto della “sincerità” e della “confessione” si dovranno mettere anche, in un autore tutt’altro che “ingenuo”, indugi e ripetizioni, cadute nella truculenza (sequenze del cimitero). Ma anche, nella protratta delusione dei meccanismi compensativi dello spettatore, i rabbiosi, deliranti monologhi di Benny, le sue invettive cariche di amore travestito di odio e profanazione a quella povera testa dalla quale egli non saprà più staccarsi (omaggio postumo e devozione estrema, attraverso un transfert macabro-sostitutivo, a Elita ma anche, per affinità, alla figlia del jefe), sino alla strage, compiuta anche per conto di Elita, Garcia e degli altri “miserabili”, e all’autodistruzione. Il capovolgimento è completo: scompaiono gli uomini (soprattutto i pochi “veri”) e le loro passioni e violenze, resta il denaro, vanificato nel suo valore d’uso. Quello per cui Benny si era cacciato in un’impresa strumentale di cui aveva cominciato a vivere, invece, il “risarcimento” (proprio quello che non doveva fare).
Da Recensioni e saggi 1956-1977, Alessandria, Edizioni Falsopiano, 2005

Adelio Ferrero

Maggio 24, 2010 at 7:04 PM Lascia un commento


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