Archive for luglio, 2017

Spiderman Homecoming di Jon Watts recensione di Stefania De Zorzi.

spider

Sensi di colpa, malinconia, solitudine: ebbene no, con buona pace dei puristi, non sono i tratti distintivi della personalità del protagonista di “Spiderman: Homecoming”, secondo reboot Marvel incentrato sull’amichevole Uomo Ragno di quartiere. Peter Parker/Tom Holland è uno Spidey quindicenne, che deve vedersela con le sfide quotidiane di un adolescente (il primo amore, la gara scolastica), cercando nel contempo di non farsi uccidere da Adrian alias l’Avvoltoio/Michael Keaton, intenzionato ad arricchirsi manipolando tecnologia aliena con scopi criminali. Nel mezzo, il rapporto conflittuale col mentore Tony Stark alias Iron Man/Robert Downey Jr, la difficoltà di nascondere la propria identità segreta all’affascinante zia May/Marisa Tomei, e molto altro ancora. Jon Watts alla regia dirige con notevole talento uno Spidey alle prime armi, goffo e pasticcione tanto nel privato, quanto, ed è questo il lato esilarante, nel suo ruolo di supereoe. Tom Holland dà il ritratto più irresistibile del personaggio dai tempi del primo film di Sam Raimi: temerario spesso sull’orlo del disastro, in adorante attesa dell’approvazione di Tony Stark, figura paterna irraggiungibile, circondato da un gruppo vivacemente multi-etnico di adolescenti. Non si è mai visto prima un Uomo Ragno così spudoratamente incosciente, allegro e vitale: Watts modernizza il personaggio calandolo nei nostri tempi (spassosa la sequenza iniziale con il “film” girato da Peter Parker), senza dimenticarne la natura “proletaria e springsteeniana” come cita Robert Downey Jr con una strizzatina d’occhio allo spettatore. Fortemente auto-referenziale rispetto al mondo Marvel, il regista riprende gli eventi dei film precedenti sugli Avengers, “Civil War”, il tema musicale di Michael Giacchino dei cartoni animati anni Sessanta, ma è più prossimo allo spirito irriverente di “Deadpool” che allo spleen del supereroe del fumetto. Le citazioni rimandano anche ad altro cinema: Watts omaggia esplicitamente le commedie di John Hughes, mentre, in un gioco di specchi, l’Avvoltoio di Keaton, eccellente nel delineare un cattivo non del tutto privo di anima, ricorda il suo precedente “Birdman”. Assolutamente da vedere, fino all’ultima dissacrante sequenza dopo i titoli di coda.

luglio 18, 2017 at 1:13 pm Lascia un commento

Lady Macbeth di William Oldroyd recensione di Stefania De Zorzi

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Vi sono gentildonne che tramano letali congiure ai danni di un buon re, come nel “Macbeth” shakespeariano; e ve ne sono di altrettanto passionali, spietate e temerarie, che in epoche più recenti e in ambienti meno gloriosi sovvertono la morale comune, generando morte e distruzione. E’ questo il caso della protagonista di “Lady Macbeth”, ispirato ad un racconto lungo dello scrittore russo Nikolaj Leskov, diretto da William Oldroyd. In Inghilterra, nella seconda metà dell’Ottocento, la giovane Catherine/Florence Pugh sposa Alexander/Paul Hilton, signorotto di campagna che la obbliga alla clausura domestica e le infligge quotidiane umiliazioni. Durante un’assenza prolungata del marito e del suocero Boris/Christopher Fairbanks, Catherine intreccia una torbida relazione con lo stalliere Sebastian/Cosmo Jarvis, rendendosi autrice in breve tempo di una serie di crimini sempre più efferati. La prima parte del film è sorprendente, nel descrivere la meschinità e la violenza delle relazioni familiari in un’epoca in cui il matrimonio era spesso suggellato non dall’amore fra i coniugi, ma dalla convenienza e dalla necessità di riprodursi per continuare il casato. Per il marito e per il suocero Catherine è un mero oggetto fra le suppellettili di casa: la macchina da presa la inquadra mentre diventa tutt’uno col salotto, preda del torpore, in una casa fredda e spoglia come l’animo dei suoi abitanti. Non c’è lo stupro della vergine, ma il rifiuto, il disprezzo, l’indifferenza; Catherine si ribella, sfida le convenzioni di un mondo sterile, e si dà con passione al rozzo Sebastian. Il trasporto fra i due ha connotazioni più animalesche che romantiche, in un microcosmo in cui (quasi) nessun personaggio sfugge al suo lato ombra. Oldroyd gioca sulle emozioni represse che trapelano dagli sguardi e dai movimenti di personaggi che riempiono la scena con la loro robusta fisicità: è bravo nell’alternare primi piani e inquadrature a figura intera, con un impianto teatrale che lascia poche aperture su spazi più ampi. E’ una claustrofobia dell’anima, che sfocia in una violenza all’inizio solo grottesca, poi inquietante, che si fa intollerabile nel finale. Del “Macbeth” originale, con la sua storia articolata e la sua complessità morale, rimangono un richiamo ironico e un ritratto femminile oscuro e potente: la rappresentazione del vuoto interiore si traduce in una scarnificazione forse eccessiva dei personaggi e della trama (soprattutto nella seconda parte), in un’opera fredda e ben levigata.

luglio 4, 2017 at 9:34 am Lascia un commento


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