Spiderman Homecoming di Jon Watts recensione di Stefania De Zorzi.

luglio 18, 2017 at 1:13 pm Lascia un commento

spider

Sensi di colpa, malinconia, solitudine: ebbene no, con buona pace dei puristi, non sono i tratti distintivi della personalità del protagonista di “Spiderman: Homecoming”, secondo reboot Marvel incentrato sull’amichevole Uomo Ragno di quartiere. Peter Parker/Tom Holland è uno Spidey quindicenne, che deve vedersela con le sfide quotidiane di un adolescente (il primo amore, la gara scolastica), cercando nel contempo di non farsi uccidere da Adrian alias l’Avvoltoio/Michael Keaton, intenzionato ad arricchirsi manipolando tecnologia aliena con scopi criminali. Nel mezzo, il rapporto conflittuale col mentore Tony Stark alias Iron Man/Robert Downey Jr, la difficoltà di nascondere la propria identità segreta all’affascinante zia May/Marisa Tomei, e molto altro ancora. Jon Watts alla regia dirige con notevole talento uno Spidey alle prime armi, goffo e pasticcione tanto nel privato, quanto, ed è questo il lato esilarante, nel suo ruolo di supereoe. Tom Holland dà il ritratto più irresistibile del personaggio dai tempi del primo film di Sam Raimi: temerario spesso sull’orlo del disastro, in adorante attesa dell’approvazione di Tony Stark, figura paterna irraggiungibile, circondato da un gruppo vivacemente multi-etnico di adolescenti. Non si è mai visto prima un Uomo Ragno così spudoratamente incosciente, allegro e vitale: Watts modernizza il personaggio calandolo nei nostri tempi (spassosa la sequenza iniziale con il “film” girato da Peter Parker), senza dimenticarne la natura “proletaria e springsteeniana” come cita Robert Downey Jr con una strizzatina d’occhio allo spettatore. Fortemente auto-referenziale rispetto al mondo Marvel, il regista riprende gli eventi dei film precedenti sugli Avengers, “Civil War”, il tema musicale di Michael Giacchino dei cartoni animati anni Sessanta, ma è più prossimo allo spirito irriverente di “Deadpool” che allo spleen del supereroe del fumetto. Le citazioni rimandano anche ad altro cinema: Watts omaggia esplicitamente le commedie di John Hughes, mentre, in un gioco di specchi, l’Avvoltoio di Keaton, eccellente nel delineare un cattivo non del tutto privo di anima, ricorda il suo precedente “Birdman”. Assolutamente da vedere, fino all’ultima dissacrante sequenza dopo i titoli di coda.

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