Archive for marzo, 2010

American VI: Ain’t no grave di Johnny Cash ( cd – lp )

Questo non è un disco qualunque. E’ l’epilogo postumo alla carriera di cantante di Johnny Cash, e al contempo l’ultimo sguardo alla sua storia terrena da parte dell’artista. Naturalmente, la maggior parte di queste ultimi incisioni parla della morte, della vita giunta alla sua conclusione e – nell’ottica di Cash – prossima al giudizio divino. L’ombra della “bieca mietitrice” non può che aleggiare per tutta la durata dell’album, ma il suo pungiglione non può terrorizzare più di tanto un uomo che tanto ha sofferto negli ultimi anni, anche assistendo alla morte inaspettata della adorata moglie June due anni prima. “Death, where is thy sting?”, chiede appunto Cash in apertura della sua ultima composizione “1 Corinthians 15:55”, ma ci sono anche reminiscenze dei bei tempi (“For the good times”, di uno dei suoi parolieri preferiti, Kris Kristofferson), divertite domande sulla sua prossima destinazione (“Can’t help but wonder where I’m bound”) e bilanci finali (“A satisfied mind”, già sentita nella colonna sonora di “Kill Bill”). E chi poteva immaginare che l’ultima traccia in scaletta fosse una canzone hawaiana? “Aloha Oe” (“Alla prossima”) è commovente nella sua innocenza e semplicità, cantate da un vecchio col volto da bambino. Addio Johnny, nessuna tomba potrà mai farti smettere di cantare.

Voto: senza voto

crisgras

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marzo 31, 2010 at 7:52 pm Lascia un commento

Amchitka – Joni Michell, James Taylor, Phil Ochs

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 in America si diffuse per la prima volta una coscienza ecologista, che portò a manifestare i giovani dell’epoca soprattutto contro i test nucleari. Una delle iniziative più importanti fu quella che si tenne a Vancouver (Canada) presso il Pacific Coliseum il 16 ottobre 1970, organizzata dall’avvocato e attivista Irving Stowe.

Importante non solo per i nomi coinvolti: una Joni Mitchell nel pieno della creatività, che si era appena aggiudicata il Grammy per la miglior performance folk, il giovane James Taylor, che nel 1971 ottenne la copertina di Time (massimo indice di popolarità in America) e Phil Ochs, uno dei massimi esponenti della canzone d’autore e di protesta degli anni ’60,

Il concerto fu importante soprattutto perché i ricavati della vendita dei biglietti andarono a finanziare la spedizione di undici attivisti ecologisti su un peschereccio ad Amchitka, isola al largo dell’Alaska dove gli U.S.A. conducevano dei test nucleari. Il riscontro sulla stampa fu tale che, sebbene gli attivisti vennero fermati, gli U.S.A. cessarono i test. Quel peschereccio si chiamava “Greenpeace”, e quell’azione, prima di una lunga serie, diede vita al movimento ecologista pacifista noto con lo stesso nome.

Oggi, a distanza di quarant’anni da quel concerto, Greenpeace ne pubblica per la prima volta la registrazione integrale su doppio cd, rimarcandone l’importanza come vero e proprio atto di nascita dell’organizzazione, fondata da Irving Stowe nel 1966, con l’emblematico titolo “Amchitka, the 1970 concert that launched Greenpeace”.

Basterebbe questo a renderlo un disco storico. Ma l’aspetto musicale non è da meno. Intanto perché finalmente si rende giustizia a Phil Ochs, uno dei grandi esponenti della folk song americana, sempre in prima fila con la sua chitarra per difendere i diritti dei più deboli o combattere battaglie ecologiste e pacifiste. Nella prima parte del primo cd lo sentiamo eseguire classici come Chords of Fame, l’inno antimilitarista I Ain’t Maching Anymore che gli costò la galera, Rhythms of Revolution e la celebre Joe Hill, storia di un combattivo sindacalista condannato a morte per un delitto non commesso.

Non è da meno il set di James Taylor, appena arrivato al grande successo, che presenta sette classici senza tempo in una splendida versione acustica per voce e chitarra, tra cui spiccano Carolina On My Mind, Fire and rain e la hit Sweet Baby James.

Il secondo cd è interamente dedicato alla canadese Joni Mitchell, che oltre a presentare alcuni inediti (pubblicati nel suo disco successivo), esegue una splendida versione di Big Yellow Taxi, considerata una delle prime canzoni ecologiste, la dylaniana Mr. Tamburine Man in coppia con James Taylor, e il suo brano più famoso del momento, Woodstock, perfetta fotografia di un epoca, scritto dalla Mitchell e portato al successo da Crosby, Stills, Nash & Young (la loro versione non a caso la si ascolta sui titoli di coda del film che racconta la famosa tre giorni di pace amore e musica).

Tre grandi artisti, colti in un momento particolare della loro carriera, e di cui fino ad ora non c’erano testimonianze live ufficiali del periodo. Completa l’edizione un libretto di 46 pagine con splendide foto e il racconto particolareggiato dell’evento.

Giorgio Zito (www.storiadellamusica.it)

marzo 30, 2010 at 4:58 pm Lascia un commento

Niente velo per Jasira di Alan Ball ( dvd )

La tredicenne Jasira viene mandata a vivere dal padre libanese nel momento in cui la madre americana s’accorge dello sguardo che il nuovo compagno posa sul suo giovane corpo. La ragazza è nel pieno della fioritura sessuale e a Houston si trova a scontrarsi con le vedute ristrette del genitore cristiano nonché con le angherie dei compagni di scuola che subisce per via delle sue origini. Decisa a scoprire da sola il sesso, s’immagina protagonista delle foto dei giornali per uomini che scova nella casa dei vicini dove fa da baby sitter al figlio della coppia. Travolta dall’ebbrezza dell’orgasmo (autoindotto), Jasira s’infatua del padre del bambino che ricambierà con un malcelato e pericoloso interesse erotico.
Niente velo per Jasira segna l’esordio in lungo di Alan Ball, sceneggiatore premio Oscar di American Beauty e creatore delle serie televisive Six feet under e True blood. Tratto dalle pagine del romanzo “Beduina” di Alicia Erian, il film segue il viaggio di un’adolescente alla scoperta della sessualità in un paese ricco di contraddizioni. Se la provocativa satira dell’autrice scoperchia una cultura a stelle e strisce che pubblicizza in maniera occulta il sesso nascondendosi dietro una maschera di puritanesimo, nelle mani del regista sembra partire da quella bellezza americana ritratta da Sam Mendes. A differenza del collega, però, Ball affonda la vanga nel terreno portando alla luce con maggiore enfasi e puntualità il lato oscuro dell’essere umano mostrando grande coraggio nella sua volontà di raccontare “la sessualità e la biologia in una cultura che vuole inutilmente epurarle”.
La discriminazione razziale, il perbenismo, lo scontro culturale e generazionale, l’eco della Guerra del Golfo e l’incomunicabilità fanno da cornice all’ingresso prematuro al mondo degli adulti di un corpo in erba sviluppatosi precocemente e ancora ignaro della propria palpitante femminilità. La contraddizione getta un’ombra su tutti gli elementi del film e diviene parte integrante della narrazione a partire dalla bandiera spiegata sull’asta per protestare contro la guerra e allo stesso tempo appoggiarla per questioni di patriottismo.
A fornire la giusta dose e l’equilibrio necessari per rappresentare l’essere umano in tutti i suoi aspetti è il nutrito cast di attori che offre una notevole verosimiglianza al ritratto dell’American Beauty di Alan Ball. L’esordiente Summer Bishil sembra essere nata per interpretare Jasira; Peter Macdissi, nei panni del padre, è quanto di più vicino alla perfezione con la sua meschinità e il suo amore genitoriale inespresso; Aaron Eckhart se la cava egregiamente con il difficile compito di portare un barlume di umanità al subdolo vicino di casa Travis Vuoso; Tony Collette, che negli abiti premaman dell’anticonformista Melina rappresenta lo sguardo esterno alla vicenda, regala compassione e amore incondizionato alla giovane protagonista in cerca d’affetto.
La metafora finale, con la morte congelata offerta in segno di perdono e la (ri)nascita di una nuova vita, è l’happy ending che fa di Niente velo per Jasira un film forte nei contenuti e toccante, e talvolta ironico, nella messa in scena.

Tirza Bonifazi Tognazzi (www.mymovies.it)

marzo 29, 2010 at 6:03 pm Lascia un commento

Baustelle – I mistici dell’occidente ( cd – lp )

“Se non fossimo soddisfatti di questo album, non lo avremmo pubblicato”, così hanno detto i Baustelle in merito al loro quinto album. Be’, certo, grazie. Strano intervistare un artista che dichiari “questo disco l’ho pubblicato così per caso, senza esserne troppo contento”. Allora, cosa fa la differenza tra una dichiarazione dei Baustelle e quella di un artista qualsiasi? Semplice, che i Baustelle hanno ragione. Difficilmente parlano per nulla, difficilmente sbagliano e difficilmente non ti lasciano a bocca asciutta per l’emozione e con gli occhi lucidi per la commozione. Facilmente, invece, possono non piacere a tutti: troppo colti, troppo enigmatici (?), troppo indie…
“I mistici dell’occidente” non è un disco facile. Al primo ascolto si potrebbe pensare che sia un album molto eterogeneo, con un prima e un’ultima parte di brani molto forte e intensa, mentre quelli centrali forse più “pesanti” e meno immediati; il disco lo avrò ascoltato altre dieci volte, e la penso ancora così, con la differenza che potrei anche definirlo un vero e proprio capolavoro. Con un titolo simile, il disco non può che iniziare con un brano semi strumentale, “L’indaco“, che sembra quasi una canzone di chiesa, con un testo, un duetto tra Francesco e Rachele, che penetra verso il finale e ti inchioda fino alla fine per capirne bene il significato. Si cambia subito tono con le chitarre e la batteria di “San Francesco“, una delle migliori interpretazioni del Bianconi, un brano che esplode secondo dopo secondo, completamente diverso dal sound baustelliano al quale il pubblico è abituato, come del resto anche “La canzone della rivoluzione” che quando inizia non sai dove andrà a parare e “I mistici dell’occidente“, che rimanda subito a Fabrizio De André e che riempie tutto intorno con un incontro-scontro di fiati da lasciare senza respiro (d’altronde, oltre a Lucio Dalla e a Renzo Arbore, chi può permettersi di far suonare in un album di musica italiana un clarinetto? Ecco, i Baustelle). Ve lo immaginate il Bianconi da piccolo che corre nei campi di girasole? Provateci, “Le rane” è una bellissima fotografia del tempo che passa e del confronto con il passato attraverso l’incontro con un amico di infanzia, una fotografia nostalgica smorzata da un ritmo di chitarre prima acustiche e poi elettriche che danno vita a un ritornello immediato come succede ne “Gli spietati”, melodicamente perfetto, con un finale travolgente.
Follonica” (o Folloniha, che dir si voglia), forse un po’ ridondante, e “Groupies“, richiamano vagamente le atmosfere de “La moda del lento” di brani come “Cin cin“, mentre “La bambolina“, accattivante per via della velocità del ritmo e della bella bella voce di Rachele, lascia velocemente il posto a i tre brani che chiudono splendidamente il disco. Un tesoro dietro l’altro, da scoprire piano, tre canzoni che ti inchiodano e non ti fanno muovere, che se sei arrivato sotto casa in auto, stremato alle tre e mezza di notte, ti costringono a rimanere in macchina, a spegnere il motore, abbassare il finestrino e accenderti una sigaretta, come se aperta la portiera, la magia di tutto il disco potesse svanire nell’aria primaverile. E allora giri la chiave abbassi un po’ il volume, ti lasci coccolare dal pianoforte e dalla voce pungente di Francesco che canta straziato “Il sottoscritto”, supportato dal sussurro di Rachele e da parole che ti continuano a girare in testa. Ti lasci rimandare alle arie di “Sussidiario illustrato della giovinezza” con “L’estate enigmistica“, fresca ed incalzante che dietro all’allegro ritmo nasconde un stato d’animo inquieto e arreso. Ti lasci commuovere, infine, dai fiati e dall’intensità della voce di Rachele, lasciata sola a mettere la parola fine al disco. “L’ultima notte felice del mondo” è una canzone pericolosa, con una melodia evocativa almeno quanto struggenti sono le parole: “Per dimenticare di essere soli, di essere soli per sempre“.
Eccolo il quinto album della band di Montepulciano: un disco avvolgente che sembra arrivare da un altro pianeta, dove gli strumenti suonano uno per uno prendendosi lo spazio che meritano, per non lasciare nulla al caso. Con “I mistici dell’occidente” Bianconi e compagni non si preoccupano più di fare premesse e di educare l’ascoltatore ad entrare nel mondo dei Baustelle, ma arrivano dritti in pancia e dritti nella orecchie, e da lì è meglio non toglierli. Credeteci.

(Daniela Calvi)

marzo 27, 2010 at 11:40 am Lascia un commento

Welcome di Philippe Lioret ( dvd )

Bilal, giovane curdo, ha lasciato il suo paese alla volta di Calais, dove sogna e spera di imbarcarsi per l’Inghilterra. Dall’altra parte della Manica lo attende un’adolescente che il padre ha promesso in sposa a un ricco cugino. Fallito il tentativo di salire clandestinamente su un traghetto, Bilal è deciso ad attraversare la Manica a nuoto. Recatosi presso una piscina comunale incontra Simon, un istruttore di nuoto di mezza età prossimo alla separazione dalla moglie, amata ancora enormemente e in segreto. Colpito dall’ostinazione e dal sentimento del ragazzo, Simon lo allenerà e lo incoraggerà a non cedere mai ai marosi della vita. A sua volta Bilal aprirà nel cuore infranto di Simon una breccia in cui accoglierlo. Ma il mondo fuori è avverso e inospitale e l’uomo dovrà sfidare le delazioni dei vicini di casa e la legge sull’immigrazione che condanna i cittadini troppo umani e “intraprendenti” col prossimo.
Premiato dal pubblico a Berlino e campione di incassi in Francia, Welcome è un racconto morale che si interroga sul concetto di alterità e in cui è facile riconoscere i canoni dell’attualità. Polemizzando con la legge sull’immigrazione voluta da Sarkozy, che infligge sanzioni severe ai residenti colpevoli di cuore con la straniero, Philippe Lioret mette al centro del suo film l’Altro, un corpo estraneo da sfruttare o da espellere, senza una vera possibilità di integrazione. Come aveva già fatto con Tombés du ciel, film d’esordio del 1994, il regista francese riconferma la sua attenzione per la mercificazione delle vite nel complessivo processo di disumanizzazione dell’Europa contemporanea. Welcome, storia d’amore e di amicizia tra un uomo e un ragazzo, affronta con lirismo la realtà nelle sue manifestazioni più crude, disumane e inaccettabili. La sopraffazione del più debole è analoga a tutte le latitudini, compresa la democratica e “rivoluzionaria” Francia che “ospita” una teoria di convivenze rese difficili dai codici sociali e da paure ingiustificate. La coscienza collettiva è assente o rallentata da egoismi, bassezze e diffidenze, che sono l’humus in cui cresce e prospera l’intolleranza di una comunità verso una minoranza. Il coraggio del singolo, incarnato e interpretato da un intenso e dolente Vincent Lindon, sembra allora essere l’unica speranza contro la violenza delle istituzioni, raccontata non come attrito deflagrante ma come forza di inerzia, attraverso un logorio costante tra i personaggi.
Nella livida immobilità di fondo entrano in contatto e dialogano un uomo e un ragazzo, suggerendo un movimento paterno dell’uno verso l’altro e diminuendo “a bracciate” le distanze tra le parti. Il punto di incontro tra Simon e Bilal è rappresentato dall’acqua, elemento primitivo che innesca autentiche dinamiche relazionali e allo stesso tempo attende e accoglie la risoluzione del dramma. Il giovane curdo, in cerca di una patria e di un amore, è per il francese l’annuncio di una possibilità, la possibilità di ogni essere umano di ritrovare se stesso e l’altro.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

marzo 26, 2010 at 5:40 pm Lascia un commento

Lebanon di Samuel Maoz ( dvd )

Libano, giugno 1982. Un carro armato carico di armi e quattro giovani soldati avanza solitario dentro un villaggio, bombardato e abbattuto dall’Aviazione Militare israeliana. Assi è un comandante che non ha mai comandato, Shmuel un artigliere che non ha mai colpito, Herzl un servente al pezzo che non ha mai caricato una bomba e Yigal un pilota di un carro corazzato che non conosce destinazione. Impressionabili ed inesperti piangono e resistono dentro il “Rinoceronte” sferragliante, contro una guerra che non hanno voluto e un nemico che non vogliono condannare. Smarrita la direzione, mancata la posizione e assediati dalla paura, tenteranno una fuga disperata verso un campo di girasoli e una terra “promessa” (a tutti).
I soldati di Samuel Maoz non amano la guerra e sono lontani, molto lontani, dagli artificieri volontari e “in erezione” della Bigelow (The hurt locker). Impegnati sul fronte iracheno a disinnescare bombe e incapaci di tornare alla normalità, i soldati dipendenti della regista americana sono rimpiazzati, sullo schermo e al fronte, dai “corpi corazzati” e arruolati nelle Forze Armate israeliane durante la Prima Guerra del Libano di Maoz. Addestrato a vent’anni come artigliere, l’esordiente regista israeliano gira un film di guerra contro la guerra, riuscendo a mantenersi in equilibrio, a governare l’orizzonte del discorso e l’inferno della sua messa in scena, l’alto e il basso, la battaglia e l’annientamento umano. Claustrofobico e trincerato Lebanon guarda alla guerra attraverso il mirino-obiettivo di un artigliere che, idealmente prossimo al Piero di De Andrè e al tenente Ottolenghi di Lussu (e Rosi), rifiuta in lacrime e indisciplinato di uccidere e di uccidersi.
Come gli idealismi, gli ufficiali nel film servono a “cacciare innanzi i soldati”, lasciati morire da una nazione assediata e in crisi nonostante la promessa che nessuno sarebbe stato abbandonato. La guerra “in un interno” raccontata da Maoz è quella della Storia, ancorata a una letteratura che l’ha definita, allestita, giustificata, compresa, perdonata o condannata, e allo stesso tempo quella del presente, ancora aperta e infinita, ancora chiusa nella sua logica di parte, immatura nelle riflessioni, relativa nella rappresentazione. Se la Prima Guerra del Libano appartiene all’altro secolo, i conflitti arabo-israeliani perseverano, eternamente in corso si allungano sulla nuova epoca, veicolati dalle immagini redacted dei servizi giornalistici. Contro le conseguenze mediatiche e i percorsi retorici creati dai media, si leva in alto l’immaginario cinematografico, interrogandosi e scavando nella componente umana di ogni guerra.

Marzia Gandolfi (www.mymovies.it)

marzo 24, 2010 at 7:13 pm Lascia un commento

Anouar Brahem – The astounding eyes of Rita ( cd )

“The Astounding Eyes of Rita” ci presenta un quartetto che potrebbe ben a ragion essere considerato una piccola internazionale del jazz moderno: il leader proveniente dalla Tunisia, il clarinettista Klaus Gesing dalla Germania, il bassista Björn Meyer dalla Svezia ed il percussionista Khaled Yassine dal Libano.
E uno degli elementi di maggior interesse del gruppo consiste proprio nell’incontro, inedito, tra il bassista e il clarinettista ambedue già presenti, ma non assieme, in precedenti registrazioni ECM: Meyer lo troviamo nell’intenso “Stoa” del 2006 del Nick Bartsch’s Ronin mentre Gesing è accanto a Norma Winstone in “Distances” del 2008. Dal canto suo il percussionista libanese introduce nuovi colori ritmici nella già ricca musica proposta dai suoi compagni d’avventura tra i quali, ancora una volta, spicca Anouar Brahem.
E’ lui, infatti, l’indiscusso protagonista dell’album, grazie alla straordinaria maestria con cui suona il suo oud, strumento , certo, di tradizione ma grazie ad Anouar ricondotto in una dimensione assolutamente moderna nel cui ambito il suono stesso dello strumento sembra assumere una veste nuova. In questa registrazione il tutto è esaltato dalla perfetta sintonia tra l’oud e il clarinetto basso di Gesing che si integrano magnificamente sembrando quasi l’uno la continuazione dell’altro. Al riguardo molti sono i brani da ascoltare con la massima attenzione anche se particolarmente riusciti appaiono “Dance with waves” e il danzante “For no apparente reason”.
Un’ultima notazione: nel libretto che accompagna l’album è contenuta uno scritto di Mahmoud Darwish , poeta e scrittore palestinese, “Rita en the Rifle” cui è dedicato il CD; leggetelo!

Gerlando Gatto

marzo 23, 2010 at 5:40 pm Lascia un commento

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