Baustelle – I mistici dell’occidente ( cd – lp )

marzo 27, 2010 at 11:40 am Lascia un commento

“Se non fossimo soddisfatti di questo album, non lo avremmo pubblicato”, così hanno detto i Baustelle in merito al loro quinto album. Be’, certo, grazie. Strano intervistare un artista che dichiari “questo disco l’ho pubblicato così per caso, senza esserne troppo contento”. Allora, cosa fa la differenza tra una dichiarazione dei Baustelle e quella di un artista qualsiasi? Semplice, che i Baustelle hanno ragione. Difficilmente parlano per nulla, difficilmente sbagliano e difficilmente non ti lasciano a bocca asciutta per l’emozione e con gli occhi lucidi per la commozione. Facilmente, invece, possono non piacere a tutti: troppo colti, troppo enigmatici (?), troppo indie…
“I mistici dell’occidente” non è un disco facile. Al primo ascolto si potrebbe pensare che sia un album molto eterogeneo, con un prima e un’ultima parte di brani molto forte e intensa, mentre quelli centrali forse più “pesanti” e meno immediati; il disco lo avrò ascoltato altre dieci volte, e la penso ancora così, con la differenza che potrei anche definirlo un vero e proprio capolavoro. Con un titolo simile, il disco non può che iniziare con un brano semi strumentale, “L’indaco“, che sembra quasi una canzone di chiesa, con un testo, un duetto tra Francesco e Rachele, che penetra verso il finale e ti inchioda fino alla fine per capirne bene il significato. Si cambia subito tono con le chitarre e la batteria di “San Francesco“, una delle migliori interpretazioni del Bianconi, un brano che esplode secondo dopo secondo, completamente diverso dal sound baustelliano al quale il pubblico è abituato, come del resto anche “La canzone della rivoluzione” che quando inizia non sai dove andrà a parare e “I mistici dell’occidente“, che rimanda subito a Fabrizio De André e che riempie tutto intorno con un incontro-scontro di fiati da lasciare senza respiro (d’altronde, oltre a Lucio Dalla e a Renzo Arbore, chi può permettersi di far suonare in un album di musica italiana un clarinetto? Ecco, i Baustelle). Ve lo immaginate il Bianconi da piccolo che corre nei campi di girasole? Provateci, “Le rane” è una bellissima fotografia del tempo che passa e del confronto con il passato attraverso l’incontro con un amico di infanzia, una fotografia nostalgica smorzata da un ritmo di chitarre prima acustiche e poi elettriche che danno vita a un ritornello immediato come succede ne “Gli spietati”, melodicamente perfetto, con un finale travolgente.
Follonica” (o Folloniha, che dir si voglia), forse un po’ ridondante, e “Groupies“, richiamano vagamente le atmosfere de “La moda del lento” di brani come “Cin cin“, mentre “La bambolina“, accattivante per via della velocità del ritmo e della bella bella voce di Rachele, lascia velocemente il posto a i tre brani che chiudono splendidamente il disco. Un tesoro dietro l’altro, da scoprire piano, tre canzoni che ti inchiodano e non ti fanno muovere, che se sei arrivato sotto casa in auto, stremato alle tre e mezza di notte, ti costringono a rimanere in macchina, a spegnere il motore, abbassare il finestrino e accenderti una sigaretta, come se aperta la portiera, la magia di tutto il disco potesse svanire nell’aria primaverile. E allora giri la chiave abbassi un po’ il volume, ti lasci coccolare dal pianoforte e dalla voce pungente di Francesco che canta straziato “Il sottoscritto”, supportato dal sussurro di Rachele e da parole che ti continuano a girare in testa. Ti lasci rimandare alle arie di “Sussidiario illustrato della giovinezza” con “L’estate enigmistica“, fresca ed incalzante che dietro all’allegro ritmo nasconde un stato d’animo inquieto e arreso. Ti lasci commuovere, infine, dai fiati e dall’intensità della voce di Rachele, lasciata sola a mettere la parola fine al disco. “L’ultima notte felice del mondo” è una canzone pericolosa, con una melodia evocativa almeno quanto struggenti sono le parole: “Per dimenticare di essere soli, di essere soli per sempre“.
Eccolo il quinto album della band di Montepulciano: un disco avvolgente che sembra arrivare da un altro pianeta, dove gli strumenti suonano uno per uno prendendosi lo spazio che meritano, per non lasciare nulla al caso. Con “I mistici dell’occidente” Bianconi e compagni non si preoccupano più di fare premesse e di educare l’ascoltatore ad entrare nel mondo dei Baustelle, ma arrivano dritti in pancia e dritti nella orecchie, e da lì è meglio non toglierli. Credeteci.

(Daniela Calvi)

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