Archive for gennaio, 2014

ANTEPRIMA MONDIALE!

Nuclear-Weapon-nuclear-arma-nucleare-fungo-atomico

 

Vi ricordate quest’uomo?

mic bel

L’uomo che non riusciva a mettersi a fuoco?

mic bos

 

L’uomo dei dischi volanti?

mic berto

 

Il “piccolo grande uomo” di Alphaville?

sono un cretino

Bene, non ci crederete ma questo uomo ieri alle 17.17 è diventato papà!

mic beb

 

E, stenterete a credere anche a questo, suo figlio si chiama Carlo Alberto!!!

carloalb

 

Ed è bellissimo!

sam beb

 

COME LA MAMMA!

gennaio 29, 2014 at 12:05 pm 1 commento

The Unknown Known, di Erroll Morris

unknown

Un consiglio spassionato da avventore a avventori: se leggete che in un cinema vicino programmano questo film, fiondatevi alla cassa; oppure, se vi va di aspettare, ordinate il DVD da Antonio, tanto è questione di settimane, ormai.

 

Lo so che, a questo punto, della voga dei documentari potreste anche averne piene le scatole e può anche darsi che un lungo monologo dell’ex segretario di stato Donald Rumsfeld non sia esattamente ciò che pensate vi possa appassionare al cinema. Però per questo film vale la pena di fare un’eccezione. Provo a spiegarvi il perchè.

 

Dunque, in primo luogo ci sarebbe il fatto, di per sé non trascurabile, che il regista Erroll Morris è forse uno dei più grandi documentaristi in attività – e anche fra i non attivi, bisogna aggiungere, si ritaglierà di sicuro un posto non trascurabile. Ha fatto un bel po’ di cose, di vario rilievo e budget, ma forse il titolo suo più noto qui da noi è quel Mr. Death che, una quindicina di anni fa, raccontava la resistibile ascesa di Fred A. Leuchter jr., da oscuro manutentore di sedie elettriche a titolare di una folle expertise su Auschwitz di ispirazione negazionista.

 

Un altro titolo che si è almeno sentito da queste parti è Thin Blue Line, di un decennio più giovane, che è invece una serrata detection sui casi di Randall Dale Adams, un ergastolano statunitense protagonista di una storia giudiziaria quantomeno controversa.

 

Come vedete, al Nostro piacciono i sapori forti ma la cosa interessante è che Morris, di suo, è il cineasta meno flamboyant che uno si possa immaginare. Non troverete qui– per intenderci – le smargiassate dei pamphlet di Michael Moore o il vitalismo sovraeccitato e un po’ ubermensch di certo Herzog; non aspettatevi nemmeno lo stile pensosamente illustrativo o lirico che, per lunga tradizione, da noi si associa talvolta al termine “documentario”. Niente di tutto questo; Erroll Morris è perlopiù un pedinatore di caratteri (First Person è il titolo di una serie di suoi lavori televisivi, in cui vari soggetti si raccontano alla macchina da presa), un po’ nella nobile tradizione del nostro Zavattini, se si vuole, ma appunto tutto votato alla resa del profilo caratteriale dei suoi protagonisti; alla minuziosa ricostruzione, attraverso l’accumulo di una vasta fenomenologia, della loro biografia intellettuale, puntando a renderne – per così dire – la quintessenza, il “midollo del leone”.

 

E qui vengo rapidamente al secondo motivo per cui sarebbe bene non perdersi The Unknown Known, che – come forse avrete intuito – ha a che fare con il suo protagonista. Quando un minuzioso indagatore di uomini e donne; un freddo, scrupoloso entomologo di fisime e personalità come Morris incontra un peso massimo del calibro di Donald Rumsfeld – ex segretario di stato di Bush figlio, ex mandarino di due o tre amministrazioni americane nonché massimo teorico dell’esportazione della democrazia in Medioriente, massime in Iraq – il potere (scrivetelo con la “p” maiuscola o minuscola, come vi pare), insomma quella cosa per cui, di tanto in tanto, magari presagite che qualcuno, da qualche parte, ha preso qualche decisione che impegna il vostro presente e futuro, si racconta nella sua incarnazione personale più razionale, utilitaristica e terribilmente media friendly. Non c’è decisione, formula, concetto perfino, che Rumsfeld non sappia tradurre in uno slogan da copywriter; non ci sono omissis che non sappia dissimulare con mimica e crackers da consumato comedian; soprattutto non ci sono dilemmi, per quanto di inaudita delicatezza, di cui non ci restituisca la secca, brutale, icastica (almeno dal suo punto di vista) oggettività. E allora, se vi state chiedendo cosa dice la coscienza di Rumsfeld, o almeno la sua self-esteem, di fronte alle introvabili armi di distruzioni di massa di Saddam, la risposta è più semplice, e insieme tanto più complessa, di quanto lo spettatore e il cittadino medio sarebbero tentati di formulare: “Subject: The Unknown Knows, that is to say: things that you think you know, that it turns out you did not”.

 

 

 

Recensione di  Luigi BolediGEGE2

 

 

 

gennaio 29, 2014 at 10:57 am Lascia un commento

Incontri con uomini straordinari

GEGE'GEGE2
Abbiamo rubato il titolo a un celebre libro di Gurdjieff per introdurre questa nuova rubrica che inauguriamo oggi con il nostro amico Gege’ Bolledi
Che cosa hanno di straordinario questi
” umani “? (come è ovvio ospiteremo in questa galleria uomini e donne..)
Molto di straordinario – ma innanzitutto una vorace, insaziabile, inossidabile passione per la musica e/o il cinema. Il che di per sé è già abbastanza straordinario, no?
Ecco come Gege’ descrive se stesso e il suo legame con Alphaville in poche righe..
Nasco nel 1970 e conduco a lungo una vita un po’ anonima. Poi di colpo, sarà stato l’83 o l’84, qualcuno mi dice: – ma prova ad andare in quel negozio che c’è in piazzetta Tempio; ci hanno una cifra di dischi strani, vè -. Ci vado, entro e – bum ! – da trent’anni non ho mai marcato visita. Dice:- ma quanti soldi spendi per i dischi, mo’ che ci sarebbero l’mp3, lo Spotify, la nuvola e ‘sticazzi ? – Rispondo volentieri: – Sempre meno che se andassi dallo psicologo, dal confessore, dal gastroenterologo e dal barbiere per dire due balle. Tutte cose a cui Alphaville supplisce gratis.

gennaio 28, 2014 at 5:18 pm Lascia un commento

LA STRONCATURA! -I, Frankenstein- di Stefania De Zorzi

I FRANK

Definire un film “di genere” non ha di per sé un’accezione negativa:

si può visitare il reame dell’horror, della fantascienza, o del
thriller, con intelligenza e originalità, senza nulla da invidiare a
chi non lo fa. Purtroppo “I, Frankenstein” è “di genere” nel senso
deteriore del termine: l’estetica neo-gotica con qualche ingenuità pop
(il taglio di capelli e gli addominali scolpiti di Aaron Eckart fanno
sorridere sul cadavere ricucito e risuscitato) ha decisamente la
meglio sulla coerenza della trama e sui dialoghi, con personaggi così
piatti che di tridimensionale hanno solo gli effetti speciali. Dello
spirito del Frankenstein originale, splendido personaggio ideato da
Mary Shelley, creato artificialmente da uno scienziato che gioca al
dio, teoricamente senz’anima, ma per molti versi più umano di quelli
che incontra lungo il suo cammino, rimangono nel film solo vuote
dichiarazioni programmatiche. Peccato, perché con il cast di ottimi
attori quali Aaron Eckart, Bill Nighy e Miranda Otto a disposizione, e
il denaro speso per scenografie e computer grafica, si poteva
sicuramente fare meglio. Noioso e involontariamente comico in più di
un’occasione.

gennaio 27, 2014 at 12:00 pm Lascia un commento

WOLF OF WALL STREET: recensione di Alessandro Zucconi

WOLF OF WALL STREET

 

The Wolf of Wall Street – di Martin Scorsese

L’anno in cui ho compiuto 26 anni ho guadagnato 49 milioni. Il che mi ha fatto molto incazzare, perché con altri 3 milioni arrivavo a un milione a settimana.

Così ci introduce la propria storia Jordan Belfort, dal primo impiego alla Rothschild alla metà degli anni ‘80, alla fondazione di Stratton Oakmont, società di brokerage che vendeva in gran parte penny stocks, ossia azioni di società non quotate, ad alto rischio e con enormi commissioni.  Il film ci mostra come il protagonista passi gradualmente da pratiche poco corrette ad altre palesemente illegali, in una vita in cui la brama di denaro, successo, potere cresce continuamente.

Leonardo di Caprio, alla sua quinta collaborazione con Scorsese, interpreta magnificamente il personaggio di Belfort, riuscendo a renderlo al contempo un affascinante eroe negativo e un cialtrone perso nei propri eccessi. Molti degli attori secondari sono perfetti nelle loro caratterizzazioni, su tutti Matthiew McConaughey nel ruolo di un broker della Rothschild che nel giro di pochi minuti introduce Belfort al mestiere.

Più che in altri casi, l’unico modo di apprezzare a pieno le performance degli attori e i dialoghi roboanti è la versione originale: già il confronto tra il trailer inglese e quello in versione italiana è impietoso.

Il film, tratto dal libro omonimo dello stesso Belfort, non teme di essere eccessivo, in bilico tra commedia e epopea criminale. Dal punto di vista del protagonista nessun ripensamento è possibile; è solo lo spettatore dall’altro lato che a tratti si identificherà con lui respirandone tutta l’adrenalina, e a tratti se ne staccherà per darne un giudizio morale e (forse) condannarlo.

Il ritmo che Scorsese crea in quasi tre ore è molto particolare, fatto di continue accelerazioni e rallentamenti, quasi a volerci mostrare la percezione alterata della realtà che ha il protagonista, spesso sotto l’effetto di medicinali e droghe, spasmodicamente alla ricerca del successo e del piacere.

Gli unici momenti deboli sono le brevi escursioni in Europa, in cui i luoghi comuni si susseguono a ritmo forsennato. Da un irrealistico banchiere svizzero, interpretato da Jean Dujardin, agli italiani che ballano Gloria su una nave di salvataggio.

Jordan Belfort, che dopo il ciclonico passaggio nel mondo della finanza ora è un motivational speaker, ha dichiarato che ormai questo è diventato il suo film preferito in assoluto. Per quanto il film non sia tenero nei suoi confronti, il suo personaggio risulta affascinante. E poi, come gli fa notare la prima moglie all’inizio del film: There’s no such thing as bad publicity.

 

gennaio 21, 2014 at 5:05 pm 5 commenti

Uberto Pasolini realizza un film magistralmente equilibrato, che trasuda coerenza, ricco di dettagli, denso di tenerezza e sensibilità emotiva, profondo nel suo messaggio valoriale. Un gioiello di arte cinematografica dall’inizio alla fine…

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Trama e Recensione :  Per il Comune di South London è un dovere istituzionale delle politiche sociali occuparsi delle persone morte in solitudine. L’impiegato del Comune incaricato di trovare il parente più prossimo delle persone morte sole è John May (Eddie Marsan), un uomo meticoloso fino al parossismo, ossessionato dall’organizzazione. John May va ben oltre il suo dovere di portare a termine gli incarichi che gli sono assegnati. La sua è un’esagerata ostinazione nel riuscire a tutti i costi nella ricerca di familiari o amici dei defunti, perché possano onorare con la loro presenza la cerimonia funebre delle persone morte in solitudine. Persone per le quali il diligente impiegato comunale sceglie la musica più adatta e prepara discorsi celebrativi che nessuno, tranne lui, ascolterà mai, raccoglie loro fotografie che sistema in un album con ordinata meticolosità. Il diligente John May restituisce così dignità a questa gente nel momento dell’eterno riposo. La vita di quest’uomo solitario e tranquillo, che trova nel lavoro il suo più totale appagamento, subisce uno scossone nel momento in cui viene licenziato per esubero. John May vuole però portare a termine il suo ultimo lavoro, chiudere con successo il dossier di Billy Stoke, un vecchio uomo alcolizzato, che però ha un passato di affetti familiari. L’uomo May riesce a ricostruire quel passato e scopre così la figlia “perduta” del solitario Billy Stoke, Kelly (Joanne Froggatt), una giovane donna che in un certo senso riporta John May in un mondo colorato ed invitante, il mondo dei vivi. “Still Life” è un’opera rigorosa ed attenta al sottile significato della dignità della morte, momento in cui ogni persona termina il suo ciclo vitale, lasciando i segni della sua esistenza nei luoghi in cui ha vissuto. Uberto Pasolini, con “Still Life”, sua seconda opera di regia e sceneggiatura, racconta il senso delle tombe solitarie, le funzioni funebri deserte, la solitudine e la morte, il significato dell’appartenenza ad una comunità, e come la consuetudine del buon vicinato sia ormai scomparsa per molti di noi. Dal volto impassibile del rigoroso impiegato comunale, traspare la convinzione che i defunti vanno onorati, accompagnati nel momento del commiato definitivo dal mondo dei vivi, perché il riposo eterno possa essere meno duro. E’ doveroso, verso ogni persona, il rispetto per la dignità della morte, anche nel delicato lavoro di ri-costruzione della vita passata, come segno di riconoscimento da parte di una società che vuole definirsi civile. Questo compito è affidato all’uomo John May, è lui la natura morta dell’opera, l’uomo che vive per i morti, fino a quando i colori del suo mondo cambiano, e, scomparsi i grigi, blu e marroni pastello, l’allegria dei rossi, gialli, verde e arancione illumina delicatamente il suo essere e vivifica i suoi sentimenti. E’ la relazione con Kelly, il sostegno reciproco che entrambi si concedono nell’evocare la vita, nella sua dimensione reale, soprattutto emozionale. La vita si affaccia quasi timorosa, incredula, con un sorriso condiviso, gustando nuovi piatti, visitando luoghi mai visti, dividendo una bottiglia di whisky con due senzatetto. Ed è quello che accade a John May, che cautamente apprende ad uscire dall’immobilismo. Uberto Pasolini trova in Ozu la sua ispirazione iconica e realizza un film magistralmente equilibrato, che trasuda coerenza, ricco di dettagli, denso di tenerezza e sensibilità emotiva, profondo nel suo messaggio valoriale. Un gioiello di arte cinematografica dall’inizio alla fine, senza alcuna sbavatura.

stilllifeOr1

gennaio 21, 2014 at 11:25 am Lascia un commento

MOGWAI -Rave Tapes-

MOGWAI

Cosa può avere ancora da dire un gruppo come i Mogwai? Da almeno quattro album a questa parte, la domanda a caldo è sempre la stessa. C’è chi li vuole bolliti dai tempi di “Rock Action”, chi li idolatrerebbe qualsiasi cosa facessero, chi ancora lo ha sempre fatto e ora, di fronte a quella che chiunque li conosca nel dettaglio può riconoscere all’istante come una svolta, si sbraccia facendo a gara sull’originalità con cui rinnegarli. Ci si distingue per intenti, ma la domanda se la pongono tutti, indistintamente, vuoi per trovare più verve a una risposta già scontata, vuoi per enfatizzare una convinzione, vuoi per provare a mettere alla prova il proprio gusto. E, com’è giusto che sia, a ciascuno andrà la propria, personale risposta.
Di svolta, parlavamo. E sì che viene difficile, a chi (come chi scrive) ha adorato e consumato fino all’osso la colonna di sonora di “Les Revenants” durante tutto l’anno appena trascorso, riconoscerla come tale. Ci sembra di sentire, di nuovo, quel che c’era da aspettarsi. Perché coi Mogwai è un po’ così, alla fine: ciascuno da loro vuole qualcosa e loro quel qualcosa danno, non di più per salvaguardare la voglia di continuare a fruirne, non di meno per non arrestarla. “Rave Tapes” non è infatti che il compimento in Terra di quel che i quattordici gioielli dell’anno scorso avevano sviluppato in un universo parallelo, le cui avvisaglie erano emerse già ben dieci anni prima nel sottovalutato “Happy Songs…”. È il definitivo approdo del quintetto scozzese in una dimensione intimista, dove la melodia diviene elemento centrale e i crescendo perdono energia per guadagnare colore, con tastiere e sintetizzatori a tracciare la rotta e arginare ermeticamente le esondazioni di chitarra, basso e batteria.

Tutto qui, si potrebbe dire. Non fosse che alla “mera” tecnica, Stuart Braithwaite e compagni aggiungono, ora più che mai, quel tocco che troppo spesso è mancato a molti dei comprimari del cosiddetto post-rock – definizione dalla quale la loro nuova via sonora ha definitivamente preso un ampio margine di distanza – e con esso tirano fuori l’ennesimo gioiello, secondo per atmosfera solo al capolavoro che l’ha preceduto. Quello slancio di cuore, di spontaneità, di umanità in cui si sviluppa un preambolo magico come “Remurdered”, culla languida e caramellosa per metà e solenne cavalcata di arpeggiatori per l’altra, perfetto sunto della direzione su cui il disco si articola. O di nuovo quel misto di malinconia e serenità che aveva fatto la fortuna del lavoro precedente, e che si ritrova a far da ponte tra passato prossimo e presente nel dolcissimo acquarello iniziale di “Heard About You Last Night” e nel tenue carillon di “No Medicine For Regret”.

La grezza “Master Card” torna a guardare per un attimo alle vibrazioni di “Hardcore…” e “Hexon Bogon” mira con (troppa) foga ai fiumi in piena di “Mr. Beast”: rimandi al passato fugaci e un po’ ridondanti, quanto fuorvianti. Le coordinate della “nuova dimensione” si identificano invece nel mantra ultraterreno di “Repelish” e in due meraviglie come il tappeto volante di “Simon Ferocious” e il motorik lunare in tempo dispari di “Deesh”, risposte assordanti a chiunque nutrisse ancora dei dubbi sulla forza delle argomentazioni sonore dei cinque. Che all’interno di un album che si rivela sublime nel suo “restare fra le righe”, nel suo essere “normale”, piazzano pure due dei climax più straordinari della loro carriera: la spettrale e disarmante “Blues Hour” e la struggente “The Lord Is Out Of Control”, in grado di strappare in un colpo solo, sotto la guida del vocoder e di un dialogo perfetto tra chitarre in ascesa e fronde elettroniche, il fiume di lacrime trattenuto in precedenza.

Ed effettivamente viene un po’ da chiedersi come facciano, a diciassette anni pieni dallo spiazzante capolavoro con cui debuttarono, a continuare ad avere “così tanto da dire”. Vien da chiedersi a posteriori se non si abbia sbagliato a limitare un percorso imitato da molti ma simile a nessuno in una cerchia come quella che ancor oggi si suole chiamare post-rock, tanto ricca di momenti magici quanto imperniata, di fatto, su un gruzzolo di cliché. Nulla che abbia a che fare con la libertà che ha contraddistinto da sempre la saga Mogwai e che la loro musica riesce ancora e più che mai, nel suo progressivo sfumare dall’impeto della tempesta alla quiete apparente del sogno, a trasmettere.

Ondarock / Recensioni      Matteo Meda

gennaio 20, 2014 at 5:51 pm Lascia un commento

THE COUNSELOR -Ridley Scott-

 

COUNSULER

 

“Se senti la mancanza di qualcosa, è perchè pensi possa ritornare. Ma
niente ritorna mai”: così recita la diabolica Cameron Diaz / Malkina
nell’inizio folgorante di “The Counselor – Il procuratore”, subito
dopo che si è consumata una delle più romantiche ed erotiche scene di
sesso del cinema degli ultimi anni fra il procuratore del titolo,
Michael Fassbender, e la sexy e dolce fidanzata Penelope Cruz. Ridley
Scott dirige un bel primo tempo, con solo qualche ridondanza
letterario-filosofica nella sceneggiatura altrimenti ipnotica e
raffinata di Cormac McCarthy. Il Procuratore, quasi una figura simbolo
di cui non conosciamo il nome, accetta malgrado svariati moniti un
patto coi diavoli dei nostri tempi, un feroce cartello della droga, le
cui conseguenze saranno terrificanti. Il riferimento ad “Angel Heart –
Ascensore per l’Inferno” è dichiarato, e come si può immaginare
trattandosi di una storia di McCarthy, nella vertiginosa discesa agli
inferi di Fassbender non c’è né redenzione né catarsi, nessuna luce
fuori dal tunnel, solo l’estetica fredda e disumana della spietata
cacciatrice trionfa. Bisogna dire che il secondo tempo non è
all’altezza del primo, certe oscurità della trama non vengono ben
chiarite, e la storia si sviluppa in modo un po’ scontato. Rimane
comunque complessivamente un bel film, con momenti di grande stile e
personalità.

                                                                                                                        Stefania De Zorzi 

 

gennaio 20, 2014 at 12:29 pm Lascia un commento

Royal Affair

Locandina Royal Affair
Un aspetto poco noto della storia danese diviene occasione per fondere spettacolarità e cultura

Christian VII di Danimarca a 17 anni è già re e sposa la cugina principessa Caroline Matilda sorella del re d’Inghilterra Giorgio III. Dopo il matrimonio la sua instabilità mentale si accentua manifestandosi in una promiscuità sessuale che esclude, salvo che per la procreazione di un erede, la moglie dai rapporti. Strumento del tutto passivo di un Consiglio di Corte assolutamente reazionario Christian cambia atteggiamento dopo aver conosciuto Johann Friedrich Struensee. Costui è un medico tedesco convinto assertore delle idee dell’Illuminismo il quale, divenuto suo dottore personale, riesce a instillare i propri ideali nel re il quale li impone ai suoi ministri sempre meno disposti a ottemperare ai suoi ordini. Intanto la sempre più negletta Caroline inizia una relazione con Struensee.
Chi non è cultore della storia danese inizialmente, dinanzi a questo film, può pensare di trovarsi dinanzi a una ben costruita narrazione di un triangolo amoroso in costume d’epoca. Invece il plot di base corrisponde rigorosamente a quanto accaduto e riportato non solo nei manuali scolastici ma anche in 15 libri nonché in un’opera lirica e in un balletto. Difficile non cadere nelle maglie della ricostruzione finalizzata alla relazione sentimentale in questi casi. Arcel ci é riuscito.
Il film ci propone uno sguardo inedito su un Paese nordico del quale conosciamo spesso solo vagamente il passato. Riesce cioè a mostrare, non dimenticando mai lo spettacolo, la perigliosa penetrazione delle idee dell’Illuminismo in un contesto finalmente diverso da quello francese a cui il cinema ci ha abituato. La grettezza di una Corte che si avvantaggia dell’instabilità psichica di un re e che vede pian piano prendere piede idee pericolose che provengono da un altro manipolatore, il medico privato di sua maestà è descritta con misura ma anche con acutezza. La manipolazione di Struensee è però a favore di un popolo ridotto nelle peggiori condizioni al quale si vogliono offrire vaccinazioni e fognature. Abolire la tortura per ottenere confessioni è ancora oggi per molti un’idea peregrina. Figurarsi all’epoca.
Ecco allora che quella che avrebbe potuto proporsi come l’ennesima e poco interessante storia di amori nascosti e di tradimenti palesi oppure, ancor più banalmente, nel ritratto di un re pazzo diviene occasione per riflettere su un periodo storico complesso dal quale, nonostante una repressione tanto ottusa quanto feroce, nacque l’età moderna che sembra non aver ancora fatto propri, se non sulla carta, alcuni di quei princìpi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           Giancarlo Zappoli

gennaio 18, 2014 at 10:40 am Lascia un commento

Chi meglio di Blue Bottazzi può dirci qualcosa di autorevole sul nuovo disco di Springsteen?

SPRINGST

 

La domanda è: perché Bruce Springsteen non invecchia come Johnny Cash, non si limita a farsi produrre i dischi da qualche entertainer di Hollywood come Rick Rubin o T-Bone Burnett e si siede a guardare il mondo come un grande vecchio? La risposta è che Springsteen non ha nessuna intenzione di diventare vecchio e di stare a guardare il mondo da saggio c’era-una-volta. Bruce Springsteen non si è ancora congedato ed è ancora oggi più che mai on the line of fire. Non sono tutte rose e fiori. Ha cercato negli anni novanta a incanalare energia e talento ma la sua insicurezza, quella che già negli heyday gli faceva registrare e riregistrare i dischi per anni prima di decidersi a darli alle stampe, lo ha paralizzato. I progetti sono stati bocciati l’uno dopo l’altro e quello che abbiamo ascoltato sono pochi spezzoni, poche tracks. Poi è tornato a cercare l’abbraccio del suo pubblico come Elvis a Las Vegas, con interminabili festosi show di greatest hits e di songs on demand come un juke-box. Penso al vecchio Neil Young che qualche giorno fa alla Carnegie Hall ai fan delle prime file che gridavano richieste ad alta voce ha risposto: “avete finito?” (sottotitolo: di rompere i coglioni…) A parte la strepitosa vena di Seeger Sessions, che infatti è il suo disco in assoluto che ha venduto meno, gli altri lavori sono stati sofferti e piegati su sé stessi, in una incapacità di realizzazione che va di pari passo all’esaurimento della vena creativa. Springsteen ha già scritto canzoni a centinaia, migliaia. Nessuno ne ha così tante, sorry. High Hopes è un passo nella direzione giusta. È un disco rock’n’roll. È un disco contemporaneo. È un disco per il pubblico e non per i vecchi fan. È un disco anche per i giovani. È un disco che comunica energia e ottimismo e mette all’ascoltatore voglia di ballare e di suonare l’air guitar… Questa che segue è la recensione che ho scritto (sotto pseudonimo) il giorno stesso di dicembre in cui ho sentito per la prima volta il disco, e sulla quale a distanza di venti giorni e cento ascolti sono ancora d’accordo.

Ecco il nuovo disco di Bruce Springsteen. Si intitola High Hopes, grandi speranze, ed è il quinto album rock del nuovo millenio, quindi se non contiamo We Shall Overcome (troppo bello per essere vero), Devil & Dust ed i due live. High Hopes il Boss non l’ha registrato per voi, fan segaioli che vi mettete in coda la sera prima dei concerti per entrare nel pit e che cantate tutta Born To Run parola per parola anticipando impercettibilmente il cantante mulinando il braccio nell’aria. Springsteen questo disco l’ha registrato per i ventenni che non prendono ancora il viagra, per entrare nelle classifiche di questo mondo divenuto ingrato, per quelli che comprano Lightning Bolt dei Pearl Jam e che da qualche parte in casa hanno anche Amy Winehouse. Per cui non rompete le palle con The River, che è stato registrato 33 anni fa, né con il suo drumming elettronico ed i suoni pompati ed il muro del suono. È un bel disco. Oddio, magari senza grandi nuove canzoni, ma quelle è da un pezzo che il Boss le ha finite e chi gliene fa una colpa dovrebbe averne scritte qualche centinaio come lui e poi ne riparliamo. A me High Hopes piace. Soprattutto se suona sullo sfondo, sia pure a volume altissimo, o in auto. Mi piace che Springsteen non si pianga addosso come il nonno che andiamo a trovare all’ospizio, mi piace che ci dia dentro in High Hopes, in American Skin (mai suonata meglio), in Down In The Hole che già adoro, in This Is Your Sword, che richiama la sua passione per l’Irlanda e per i Pogues. Mi piace come sussurra con energia in Hunter Of Invisible Game, dove lascia uscire il teppista di Jack Of All Trades (quasi l’unica canzone ascoltabile del precedente Wrecking Ball). Mi piace che rievochi in modo nuovo le canzoni come se fossero delle persone, come fa con The Ghost Of Tom Joad che sposta dallo scaffale acustico di Nebraska a quello elettrico di Murder Incorporated (anche se bisogna ammettere che poteva sforzarsi un po’ di più specie con la batteria e che la versione originale era da pelle d’oca, e l’assolo di moog di Roy fa un po’ Keith Emerson). Bella The Wall e Dream Baby Dream infine è perfetta, all’altezza di qualsiasi cosa quest’uomo abbia cantato nella sua vita.

Springsteen oggi è questo, non è vintage è solo usato, ma un usato quattro stelle che ci da ancora dentro. È più Clash che Born To Run. Magari gli Stones il rock del duemila lo sapessero suonare così. Lo tornerei anche a vedere in concerto, se mi promettesse di non fare neanche un solo brano del secolo scorso, neanche nei bis.

Per me High Hopes è un disco come quelli dei Clash. Ce n’era anche lì a bizzeffe di suono pompato. High Hopes è in un punto a vostra scelta fra Combat Rock (che era un capolavoro cinque stelle) ed il successivo Cut The Crap (che era ad una stella a dargliela buona). Per me High Hopes è a quattro stelle. Le vostre stelle giudicatele da soli.

gennaio 14, 2014 at 11:10 am 1 commento

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