MOGWAI -Rave Tapes-

gennaio 20, 2014 at 5:51 pm Lascia un commento

MOGWAI

Cosa può avere ancora da dire un gruppo come i Mogwai? Da almeno quattro album a questa parte, la domanda a caldo è sempre la stessa. C’è chi li vuole bolliti dai tempi di “Rock Action”, chi li idolatrerebbe qualsiasi cosa facessero, chi ancora lo ha sempre fatto e ora, di fronte a quella che chiunque li conosca nel dettaglio può riconoscere all’istante come una svolta, si sbraccia facendo a gara sull’originalità con cui rinnegarli. Ci si distingue per intenti, ma la domanda se la pongono tutti, indistintamente, vuoi per trovare più verve a una risposta già scontata, vuoi per enfatizzare una convinzione, vuoi per provare a mettere alla prova il proprio gusto. E, com’è giusto che sia, a ciascuno andrà la propria, personale risposta.
Di svolta, parlavamo. E sì che viene difficile, a chi (come chi scrive) ha adorato e consumato fino all’osso la colonna di sonora di “Les Revenants” durante tutto l’anno appena trascorso, riconoscerla come tale. Ci sembra di sentire, di nuovo, quel che c’era da aspettarsi. Perché coi Mogwai è un po’ così, alla fine: ciascuno da loro vuole qualcosa e loro quel qualcosa danno, non di più per salvaguardare la voglia di continuare a fruirne, non di meno per non arrestarla. “Rave Tapes” non è infatti che il compimento in Terra di quel che i quattordici gioielli dell’anno scorso avevano sviluppato in un universo parallelo, le cui avvisaglie erano emerse già ben dieci anni prima nel sottovalutato “Happy Songs…”. È il definitivo approdo del quintetto scozzese in una dimensione intimista, dove la melodia diviene elemento centrale e i crescendo perdono energia per guadagnare colore, con tastiere e sintetizzatori a tracciare la rotta e arginare ermeticamente le esondazioni di chitarra, basso e batteria.

Tutto qui, si potrebbe dire. Non fosse che alla “mera” tecnica, Stuart Braithwaite e compagni aggiungono, ora più che mai, quel tocco che troppo spesso è mancato a molti dei comprimari del cosiddetto post-rock – definizione dalla quale la loro nuova via sonora ha definitivamente preso un ampio margine di distanza – e con esso tirano fuori l’ennesimo gioiello, secondo per atmosfera solo al capolavoro che l’ha preceduto. Quello slancio di cuore, di spontaneità, di umanità in cui si sviluppa un preambolo magico come “Remurdered”, culla languida e caramellosa per metà e solenne cavalcata di arpeggiatori per l’altra, perfetto sunto della direzione su cui il disco si articola. O di nuovo quel misto di malinconia e serenità che aveva fatto la fortuna del lavoro precedente, e che si ritrova a far da ponte tra passato prossimo e presente nel dolcissimo acquarello iniziale di “Heard About You Last Night” e nel tenue carillon di “No Medicine For Regret”.

La grezza “Master Card” torna a guardare per un attimo alle vibrazioni di “Hardcore…” e “Hexon Bogon” mira con (troppa) foga ai fiumi in piena di “Mr. Beast”: rimandi al passato fugaci e un po’ ridondanti, quanto fuorvianti. Le coordinate della “nuova dimensione” si identificano invece nel mantra ultraterreno di “Repelish” e in due meraviglie come il tappeto volante di “Simon Ferocious” e il motorik lunare in tempo dispari di “Deesh”, risposte assordanti a chiunque nutrisse ancora dei dubbi sulla forza delle argomentazioni sonore dei cinque. Che all’interno di un album che si rivela sublime nel suo “restare fra le righe”, nel suo essere “normale”, piazzano pure due dei climax più straordinari della loro carriera: la spettrale e disarmante “Blues Hour” e la struggente “The Lord Is Out Of Control”, in grado di strappare in un colpo solo, sotto la guida del vocoder e di un dialogo perfetto tra chitarre in ascesa e fronde elettroniche, il fiume di lacrime trattenuto in precedenza.

Ed effettivamente viene un po’ da chiedersi come facciano, a diciassette anni pieni dallo spiazzante capolavoro con cui debuttarono, a continuare ad avere “così tanto da dire”. Vien da chiedersi a posteriori se non si abbia sbagliato a limitare un percorso imitato da molti ma simile a nessuno in una cerchia come quella che ancor oggi si suole chiamare post-rock, tanto ricca di momenti magici quanto imperniata, di fatto, su un gruzzolo di cliché. Nulla che abbia a che fare con la libertà che ha contraddistinto da sempre la saga Mogwai e che la loro musica riesce ancora e più che mai, nel suo progressivo sfumare dall’impeto della tempesta alla quiete apparente del sogno, a trasmettere.

Ondarock / Recensioni      Matteo Meda

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