Archive for gennaio 21, 2014

WOLF OF WALL STREET: recensione di Alessandro Zucconi

WOLF OF WALL STREET

 

The Wolf of Wall Street – di Martin Scorsese

L’anno in cui ho compiuto 26 anni ho guadagnato 49 milioni. Il che mi ha fatto molto incazzare, perché con altri 3 milioni arrivavo a un milione a settimana.

Così ci introduce la propria storia Jordan Belfort, dal primo impiego alla Rothschild alla metà degli anni ‘80, alla fondazione di Stratton Oakmont, società di brokerage che vendeva in gran parte penny stocks, ossia azioni di società non quotate, ad alto rischio e con enormi commissioni.  Il film ci mostra come il protagonista passi gradualmente da pratiche poco corrette ad altre palesemente illegali, in una vita in cui la brama di denaro, successo, potere cresce continuamente.

Leonardo di Caprio, alla sua quinta collaborazione con Scorsese, interpreta magnificamente il personaggio di Belfort, riuscendo a renderlo al contempo un affascinante eroe negativo e un cialtrone perso nei propri eccessi. Molti degli attori secondari sono perfetti nelle loro caratterizzazioni, su tutti Matthiew McConaughey nel ruolo di un broker della Rothschild che nel giro di pochi minuti introduce Belfort al mestiere.

Più che in altri casi, l’unico modo di apprezzare a pieno le performance degli attori e i dialoghi roboanti è la versione originale: già il confronto tra il trailer inglese e quello in versione italiana è impietoso.

Il film, tratto dal libro omonimo dello stesso Belfort, non teme di essere eccessivo, in bilico tra commedia e epopea criminale. Dal punto di vista del protagonista nessun ripensamento è possibile; è solo lo spettatore dall’altro lato che a tratti si identificherà con lui respirandone tutta l’adrenalina, e a tratti se ne staccherà per darne un giudizio morale e (forse) condannarlo.

Il ritmo che Scorsese crea in quasi tre ore è molto particolare, fatto di continue accelerazioni e rallentamenti, quasi a volerci mostrare la percezione alterata della realtà che ha il protagonista, spesso sotto l’effetto di medicinali e droghe, spasmodicamente alla ricerca del successo e del piacere.

Gli unici momenti deboli sono le brevi escursioni in Europa, in cui i luoghi comuni si susseguono a ritmo forsennato. Da un irrealistico banchiere svizzero, interpretato da Jean Dujardin, agli italiani che ballano Gloria su una nave di salvataggio.

Jordan Belfort, che dopo il ciclonico passaggio nel mondo della finanza ora è un motivational speaker, ha dichiarato che ormai questo è diventato il suo film preferito in assoluto. Per quanto il film non sia tenero nei suoi confronti, il suo personaggio risulta affascinante. E poi, come gli fa notare la prima moglie all’inizio del film: There’s no such thing as bad publicity.

 

gennaio 21, 2014 at 5:05 pm 5 commenti

Uberto Pasolini realizza un film magistralmente equilibrato, che trasuda coerenza, ricco di dettagli, denso di tenerezza e sensibilità emotiva, profondo nel suo messaggio valoriale. Un gioiello di arte cinematografica dall’inizio alla fine…

Still-Life-film-2013

 

Trama e Recensione :  Per il Comune di South London è un dovere istituzionale delle politiche sociali occuparsi delle persone morte in solitudine. L’impiegato del Comune incaricato di trovare il parente più prossimo delle persone morte sole è John May (Eddie Marsan), un uomo meticoloso fino al parossismo, ossessionato dall’organizzazione. John May va ben oltre il suo dovere di portare a termine gli incarichi che gli sono assegnati. La sua è un’esagerata ostinazione nel riuscire a tutti i costi nella ricerca di familiari o amici dei defunti, perché possano onorare con la loro presenza la cerimonia funebre delle persone morte in solitudine. Persone per le quali il diligente impiegato comunale sceglie la musica più adatta e prepara discorsi celebrativi che nessuno, tranne lui, ascolterà mai, raccoglie loro fotografie che sistema in un album con ordinata meticolosità. Il diligente John May restituisce così dignità a questa gente nel momento dell’eterno riposo. La vita di quest’uomo solitario e tranquillo, che trova nel lavoro il suo più totale appagamento, subisce uno scossone nel momento in cui viene licenziato per esubero. John May vuole però portare a termine il suo ultimo lavoro, chiudere con successo il dossier di Billy Stoke, un vecchio uomo alcolizzato, che però ha un passato di affetti familiari. L’uomo May riesce a ricostruire quel passato e scopre così la figlia “perduta” del solitario Billy Stoke, Kelly (Joanne Froggatt), una giovane donna che in un certo senso riporta John May in un mondo colorato ed invitante, il mondo dei vivi. “Still Life” è un’opera rigorosa ed attenta al sottile significato della dignità della morte, momento in cui ogni persona termina il suo ciclo vitale, lasciando i segni della sua esistenza nei luoghi in cui ha vissuto. Uberto Pasolini, con “Still Life”, sua seconda opera di regia e sceneggiatura, racconta il senso delle tombe solitarie, le funzioni funebri deserte, la solitudine e la morte, il significato dell’appartenenza ad una comunità, e come la consuetudine del buon vicinato sia ormai scomparsa per molti di noi. Dal volto impassibile del rigoroso impiegato comunale, traspare la convinzione che i defunti vanno onorati, accompagnati nel momento del commiato definitivo dal mondo dei vivi, perché il riposo eterno possa essere meno duro. E’ doveroso, verso ogni persona, il rispetto per la dignità della morte, anche nel delicato lavoro di ri-costruzione della vita passata, come segno di riconoscimento da parte di una società che vuole definirsi civile. Questo compito è affidato all’uomo John May, è lui la natura morta dell’opera, l’uomo che vive per i morti, fino a quando i colori del suo mondo cambiano, e, scomparsi i grigi, blu e marroni pastello, l’allegria dei rossi, gialli, verde e arancione illumina delicatamente il suo essere e vivifica i suoi sentimenti. E’ la relazione con Kelly, il sostegno reciproco che entrambi si concedono nell’evocare la vita, nella sua dimensione reale, soprattutto emozionale. La vita si affaccia quasi timorosa, incredula, con un sorriso condiviso, gustando nuovi piatti, visitando luoghi mai visti, dividendo una bottiglia di whisky con due senzatetto. Ed è quello che accade a John May, che cautamente apprende ad uscire dall’immobilismo. Uberto Pasolini trova in Ozu la sua ispirazione iconica e realizza un film magistralmente equilibrato, che trasuda coerenza, ricco di dettagli, denso di tenerezza e sensibilità emotiva, profondo nel suo messaggio valoriale. Un gioiello di arte cinematografica dall’inizio alla fine, senza alcuna sbavatura.

stilllifeOr1

gennaio 21, 2014 at 11:25 am Lascia un commento


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