Archive for giugno, 2017

Il Buio Oltre La Siepe -recensione di Marco Zanini-

buio-oltre-la-siepe_

Anno: 1962

Titolo originale: To Kill A Mockingbird

Paese di produzione: USA

Genere: drammatico

Regia: Robert Mulligan

Produttore: Alan J. Pakula

Cast: Gregory Peck, Mary Badham, Philip Alford, Robert Duvall, John Megna, Brock Peters, Frank Overton, James Anderson, Collin Wilcox Paxton, Rosemary Murphy, Ruth White, Paul Fix, Estelle Evans, Alice Ghostley, William Windom, Bill Walker, Crahan Denton, Charles E. Fredericks, Hugh Sanders, Jamie Forster, Dan White, Kelly Thordsen, Kim Stanley

 

Nell’Alabama degli anni ’30, a Maycomb, vive la famiglia Finch, composta dall’avvocato Atticus e dai figli Jem e Scout, orfani della madre morta di infarto quando erano molto piccoli. Le giornate dei due ragazzini trascorrono all’insegna del divertimento e delle avventure  insieme all’amico Dill, trasferitosi da poco a Maycomb dalla zia Stephanie. Per i tre la grande attrazione è rappresentata dalla “casa maledetta” accanto, dove vive il malato di mente Boo Radley, descritto dalla loro immaginazione come un essere terrificante. I tentativi di avvicinarsi alla casa sono continui fino a che le risposte non si fanno veramente sinistre. Nel frattempo Atticus viene incaricato di difendere Tom Robinson, un afroamericano accusato di aver violentato Mayella, la figlia dell’agricoltore americano Bob Ewell.

Il film di Robert Mulligan è l’adattamento del libro omonimo di Harper Lee, scritto due anni prima. Nelle rispettive versioni originali il titolo è To Kill A Mockingbird (uccidere un usignolo). Nonostante la netta e discutibile differenza della traduzione italiana, anche Il Buio Oltre La Siepe si rivela azzeccato trovando giustificazione all’interno della trama. Rimanendo totalmente fedele al racconto della Harper, Mulligan da vita ad un racconto di grandissimo valore sociale, che colpisce dritto ai pregiudizi americani toccando temi scottanti come il razzismo e la diversità più in generale. Gregory Peck, qui impegnato nel ruolo di Atticus ed autore di una grande interpretazione, non è solo un avvocato di fronte al suo compito, ma è anche un fiero portatore delle sue idee: Tom Robinson non è colpevole, vuole essere incolpato solo perché è nero. D’altro canto Bob e Mayella Ewell sono un prodotto della povertà e dell’ignoranza americana, quella che inspiegabilmente difende i poteri forti e la mentalità conservatrice. Atticus non è certo tipo da fermarsi davanti a certe apparenze, infatti fa’ assistere i suoi figli al processo mischiandoli al pubblico afroamericano giunto per sostenere Tom. Jem e Scout apprendono la grande lezione di vita del padre, ma solo alla fine del film, quando sarà un altro emarginato di Maycomb a fare giustizia, riusciranno a vedere oltre alla siepe che, non solo li ha divisi dal misterioso vicino, ma ha anche limitato il loro giudizio. Il Buio Oltre La Siepe così esercita la sua straordinaria lezione morale. Ma non è tutto. Il caso e il processo a Tom Robinson (comunque sottolineato da una scena intensa e recitata benissimo da tutti), sono il fulcro della vicenda ma anche lo sfondo della vita della famiglia Finch, dove si mette in luce la bravissima e giovanissima Mary Badham (Scout). La precisione e la capacità con cui è stato inserito il contesto appartiene ai grandi registi e ciò permette allo spettatore, non solo di imparare qualcosa, ma anche di calarsi in un racconto di pura avventura, dove l’abilità del regista va a lambire i territori dell’orrore.

D’accordo, il libro della Harper è stupendo, ma anche Mulligan ci ha messo del suo dimostrando di essere un regista estremamente capace. Alla fine ci rimane solo da comprendere il significato del titolo originale: uccidere un usignolo. Siamo tutti umani, tutti uguali, ma con la giusta sensibilità dobbiamo capire che tra noi qualcuno è diverso perché più fragile.

Zanini Marco

http://igufinarranti.altervista.org/buio-oltre-la-siepe-recensione-film/

giugno 24, 2017 at 10:36 am Lascia un commento

WONDER WOMAN di Patty Jenkins recensione di Stefania De Zorzi

Wonder-Woman
Il mondo ha bisogno di dee coraggiose e compassionevoli, oltre che di eroi ad alto tasso di testosterone: è la bella intuizione che anima “Wonder Woman”, film diretto da Patty Jenkins e interpretato da uno strepitoso cast femminile.
Sull’isola di Themyscira, nascosta agli estranei da una magica nebbia, vivono le amazzoni della regina Hyppolita/Connie Nielsen, che con la sorella Antiope/Robin Wright, cresce ed istruisce alle arti della guerra l’impetuosa figlia Diana/Gal Gadot. La calma pseudo-olimpica dell’isola viene turbata dall’arrivo di Steve Trevor/Chris Pine, spia inglese in fuga dai tedeschi: salvato dall’annegamento da Diana, ritorna con lei in missione in Inghilterra, nel tentativo di evitare l’utilizzo di un’atroce arma di distruzione di massa. In “Bastardi senza Gloria” Tarantino aveva arditamente immaginato un finale diverso della Seconda Guerra Mondiale; allo stesso modo la Jenkins cala la protagonista e i suoi poteri divini nel 1918, in un’edizione riveduta e corretta della storia scritta sui libri. L’ambientazione nel passato arricchisce la trama di contrasti e capovolgimenti interessanti: è esaltante la scena delle amazzoni che, in modo anacronistico eppure letale, caricano a cavallo, armate solo di frecce, spade e pugnali, i soldati equipaggiati di fucili e mortai. E forse ancor più bella è la sequenza in cui Diana si spoglia del suo travestimento mortale e cambia gli equilibri sul fronte occidentale. Ci sono tutti gli orrori ben noti del conflitto: i gas letali, i generali crudeli o imbelli, il fango delle trincee, e la disperazione di chi deve affrontare “una guerra che non finisce mai”. Fortunatamente c’è anche Diana/Gadot, dalla bellezza statuaria e quasi sovrannaturale, ingenua (ma la sceneggiatura lascia fin verso la conclusione il dubbio che l’ingenuità sia di chi crede di conoscere il mondo) e appassionata. Combattente per necessità ma portatrice di pace, in un periodo storico dominato, oltre che dalla violenza degli uomini, dallo sprezzo di questi per l’altro sesso, è accompagnata da un cast di validi comprimari, da Chris Pine all’ambiguo Sir Patrick/David Thewlis. Insieme a “Logan”, forse il miglior cine-comic dell’ultimo anno, quanto a soggetto, dialoghi, coreografie d’azione: bello e con l’anima.

giugno 19, 2017 at 11:38 am Lascia un commento


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