Archive for ottobre, 2020

La vita straordinaria di David Copperfield regia Armando Iannucci recensione di Stefania De Zorzi

Come dar vita sul grande schermo a un romanzo ottocentesco fra i più noti, e quindi ben sedimentato nell’immaginario collettivo fra letture scolastiche, film e serie Tv del passato? Armando Iannucci, regista scozzese di “La vita straordinaria di David Copperfield”, decide di evitare sia la strada della trasposizione fedele, che quella dell’ambientazione in chiave più o meno contemporanea, intraprendendo invece una rilettura teatrale ed enfatica.
David Copperfield/Jairaj Varsani (David bambino) – Dev Patel (David adulto), è vittima delle angherie del patrigno Mr Murdstone/Darren Boyd, un uomo rigido e spietato che lo allontana dalle cure amorevoli della madre e della tata, spedendolo a Londra a lavorare nella fabbrica di liquori di cui è socio. Qui David è ospite di Mr Micawber/Peter Capaldi, scialacquatore impenitente ma di buon cuore; appresa la notizia della morte della madre, David si ribella e fugge in campagna presso la zia Betsey Trotwood/Tilda Swinton, dove fa la conoscenza del dolce e un po’ svitato Mr Dick/Hugh Laurie. Senza voler troppo anticipare la trama, articolata e complessa, si susseguono numerose peripezie e rovesci di fortuna, fino al rocambolesco finale, in cui David finalmente trova la propria identità.
Iannucci tradisce platealmente la regola della “sospensione dell’incredulità” e mette in scena personaggi che non invecchiano (David diventa adulto ma i bambini di Mr Micawber rimangono tali fino alla fine del film), o interpretati da attori provenienti da molteplici razze ed etnie, a dispetto del contesto storico e dei legami di parentela (David Copperfield è indiano, Mr Wickfield/Benedict Wong asiatico, mentre la figlia Agnes/Rosalind Eleazar è nera). La stessa attrice, Morfydd Clark, interpreta sia la madre di David, Clara, che la fidanzata un po’ svampita Dora, incarnando così agli occhi del protagonista la figura materna in modo letterale. Dora commenta ad un certo punto da una prospettiva meta-referenziale le vicende narrate da David, sconsigliandolo rispetto all’opportunità della propria presenza nella trama.
Tutto ciò in compresenza di un allestimento scenico ricco e accurato, rutilante di colori e di ambientazioni, in cui i personaggi e le avventure turbinano come in un musical, in un susseguirsi incalzante che riproduce lo stile della pubblicazione a puntate del romanzo.
Iannucci inframmezza con abilità brani di scrittura nel film, in un gioco di specchi in cui David Copperfield racconta le sue vicissitudini (che sappiamo essere in gran parte l’autobiografia romanzata di Dickens), ma anche la precarietà del suo tempo e della vita in generale, tessendo un canovaccio avvincente dove le miserie peggiori sono rese accettabili da una scrittura brillante, nonché dalla consapevolezza da parte del lettore/spettatore che, prima o poi, arriverà il lieto fine (anche se non per tutti).
In ciò viene aiutato da un ottimo cast: oltre agli attori citati in precedenza, meritano una menzione speciale il viscido Uriah Heep/Ben Whishaw e lo spregiudicato James Steerforth/Aneurin Barnard.
Il film è divertente, originale, spiazzante: fra i difetti si annoverano una certa chiassosità e un vorticare di personaggi, cambi di scena e movimenti di macchina che lasciano un po’ frastornati. Ma sono peccati veniali, e il film, quando le sale riapriranno, è degno di essere recuperato. Senza abbandonare in questi tempi bui, per parafrasare Dickens, Grandi Speranze.

ottobre 30, 2020 at 10:45 am Lascia un commento

Richard Jewell di Clint Eastwood recensione di Stefania De Zorzi

Centennial Olympic Park di Atlanta, 27 luglio 1996: durante un concerto affollato di spettatori, la guardia giurata Richard Jewell nota uno zaino ingombrante dall’aria sospetta sotto una panca, e chiama una squadra di intervento. Lo zaino contiene una bomba che esplode dopo alcuni minuti causando morti e feriti, ma la pronta segnalazione di Jewell permette di evacuare buona parte dell’area, riducendo il numero delle potenziali vittime. Acclamato come un eroe per i tre giorni successivi, Jewell diventa subito dopo un improbabile colpevole agli occhi dell’FBI e dell’opinione pubblica, con il supporto di una feroce quanto dissennata campagna stampa. Clint Eastwood parte anche qui, come in “Ore 15:17 – Attacco al treno”, da un fatto di cronaca: ci sono temi e aspetti comuni ai due film, che sono al tempo stesso assai distanti fra loro. L’attentato terroristico, i protagonisti dall’animo candido ed eroico, una rappresentazione mimetica della realtà: le analogie fra le due opere si fermano qui. Perché Richard Jewell/Paul Walter Hauser, aspirante poliziotto sovrappeso, dal fiuto infallibile coniugato per sua sfortuna ad un animo semplice e fanciullesco, ha una statura drammatica totalmente assente nei protagonisti del film precedente: “Radar”, come lo soprannomina affettuosamente il suo avvocato Watson Bryant/Sam Rockwell, è un eroe nella sostanza ma non nella forma, in quanto obeso, devoto alla mamma Bobi / Kathy Bates, e immune per sua natura a certe convenzioni sociali e professionali. Così che i segugi dell’FBI, capeggiati da Tom Shaw/Jon Hamm, tanto affascinante quanto cieco nel perseguire i propri pregiudizi, lo mettono sotto inchiesta con la complicità dei media, incarnati nella sgradevole figura della giornalista Kathy Scruggs/Olivia Wilde. La regia di Eastwood è asciutta, non lascia spazio al superfluo, e ben sorretta dall’ottima sceneggiatura di Billy Ray. Si intravede chiaramente il cipiglio di Clint: contro il giornalismo sensazionalista ai limiti del meretricio, e contro il Bureau, di cui vengono messi alla berlina i metodi tanto in auge nelle serie TV contemporanee. Il profilo dello psicopatico frustrato è un’etichetta appiccicata con superficialità, senza nessuna indagine approfondita su semplici fatti, mentre gli agenti si affannano a requisire e catalogare le vaschette per conservare il cibo e l’aspirapolvere di casa. E’ un film potente, che ritrae un sistema di informazione volgare e denigratorio, e una (in)giustizia grottesca con echi kafkiani. Malgrado ciò lo spettatore si indigna ma non si deprime mai, grazie alla simpatia e alla forza interiore dei protagonisti “buoni”, dal combattivo e pragmatico Sam Rockwell, lontano dai modelli stilizzati e saccenti degli avvocati televisivi, alla mamma Kathy Bates, preoccupata della sorte dei suoi Tupperware, allo straordinario Paul Walter Hauser, ingenuo ma non stupido, obeso eppure felice. Eastwood ultra-ottantenne ci sorprende ancora, a dispetto di eventuali pregiudizi nei confronti delle capacità mentali e artistiche di chi ha superato una certa età.

ottobre 19, 2020 at 11:47 am Lascia un commento


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