Archive for aprile, 2009

Together through life – Bob Dylan ( cd – 2cd+dvd – 3lp )

Se a pronunciare la parola “merda” in un monologo è Alvaro Vitali o Daniele Luttazzi, le cose cambiano? Potete scommetterci. E lo stesso potremmo dire di questo nuovo album di Bob Dylan. Se l’avesse fatto uno dei tanti bluesmen navigati da un euro alla dozzina tanto cari al “Buscadero” lo avremmo già archiviato dopo averlo ascoltato un paio di volte. Ma questo, ragazzi, l’ha fatto Dylan. E questo cambia tutto. Dylan, l’asso di bastoni quando briscola è spade… tanto lui vale lo stesso di più. Volete davvero dare un voto a un album di Dylan? Ma scherziamo? E se poi tra qualche anno ci fa uscire un capolavoro come il recente Tell Tale Signs dove Dylan ci mostra, sogghignando come fa un paio di volte in questo Together Through Life, che le canzoni di questo nuovo album in realtà erano solo degli abbozzi, delle versioni incise alla svelta per non annoiarsi troppo in studio, pronte ad essere suonate mille volte meglio dal vivo con arrangiamenti completamente diversi? Questo diavolo coi baffetti è pure capace di fare uscire in seguito degli scarti di queste sessioni addirittura migliori delle canzoni titolari… o loro versioni differenti, ovviamente anche queste superiori all’originale. Insomma, non se ne esce. Limitiamoci a dire che Together Through Life è un disco di puro cazzeggio e divertimento inciso quasi per caso che prosegue il discorso dei precedenti Love and Theft e Modern Times. Dunque preparatevi a sentire canzoni già scritte mille volte dallo stesso Dylan, che a sua volta le ha rubate e adattate con amore per questi tempi moderni da chissà quali perle misconosciute del passato. Ma chi se ne frega: questo è Bob Dylan.

 

Senza voto

 

crisgras

aprile 27, 2009 at 9:48 am 2 commenti

Pa-ra-da di Mario Pontecorvo ( dvd )

 Comincia all’esterno del Centro Georges Pompidou di Parigi il film di Marco Pontecorvo, presente alla 65a Mostra del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, ma la storia (vera) di Pa-ra-da parte da un luogo e da realtà ben più lontane, un anno prima che fosse montato il palco presente nelle immagini iniziali, che lasciano presagire un imminente spettacolo animato da bambini. I rumeni, questi sconosciuti, tornano perciò a essere raccontati da un italiano sul grande schermo, a pochi mesi di distanza dall’uscita de Il resto della notte di Francesco Munzi, tentativo però fallito che nulla ha aggiunto alla nostra conoscenza di un popolo così complesso di cui si fa un gran parlare negli ultimi tempi dalle nostre parti. Stavolta si va a casa loro, fin dentro la loro terra, all’origine dello squallore che abbrutisce alcuni di loro, rendendoli potenziali pericoli per chiunque, ma prima di tutto per sé stessi. Pa-ra-da parla infatti di una gioventù incenerita, che è naturalmente solo una tra le tante realtà di cui il paese si compone, che si droga sniffando vernice, per sopportare giornate di crimini e violenze, di figure genitoriali che mancano e di istituzioni totalmente incapaci di crescerli, di educarli, ma soprattutto di proteggerli da quegli sfruttatori che li utilizzano unicamente per arricchirsi.

Tocca a un giovane clown franco-algerino risvegliare le loro coscienze. E’ Miloud, che nel 1992 raggiunge una Bucarest che solo da pochi anni è uscita dal pugno duro di Ceausescu. Insieme a un’organizzazione umanitaria vuole tirar fuori dai tombini i cosiddetti “boskettari”, i bambini che vivono come randagi nei canali dove passano i tubi per il riscaldamento, costretti a rubare e a prostituirsi per restare a galla nella miseria. In realtà sono zombie dai tratti ancora infantili, ma già ricchi di cicatrici che ormai non andranno più via. Non si fidano dell’altro, soprattutto dello straniero che di solito si avvicina loro solo per comprarne la carne fresca, vivono in branco in condizioni limite che cementificano la loro complicità, cuccioli dal volto sporco in fuga dai posti più diversi della Romania, da genitori incapaci di provvedere a una degna crescita e da orfanotrofi che non sanno prestar loro ascolto, finendo così per perderli. Sono questi i bambini che Miloud vuole salvare attraverso l’arte e il sorriso, provando a coinvolgerli in uno spettacolo circense che mira a insegnare il rispetto per sé stessi e a distinguere il bene dal male anche in un mondo dove tutto sembra essere male.

 Rispetto è una parola che torna spesso in Pa-ra-da, sconosciuta ai randagi che si lasciano stuprare anche solo dallo sguardo dei più grandi, sempre pronti ad approfittare della loro debolezza per farsi forti. Il lavoro di camera a mano di Pontecorvo riesce a registrare, senza mai apparire superficiale o eccessivo, questa disperazione muta, questa routine della miseria, facendosi schiaffo doloroso ogni volta che si sofferma sui piccoli volti infilati nelle buste di plastica che inspirano il male. Cinema nomade, che si mescola tra chi non conosce per imparare a farlo e memore della lezione neorealista gira tra volti sporchi negli stessi luoghi che racconta, Pa-ra-da affianca attori professionisti (gli adulti) a debuttanti raccolti da strada e scuole (i bambini, naturalmente bravi) e sa convincere anche solo per la capacità di testimoniare un dolore credibile. Non manca certo quello scotto retorico che bisogna sempre pagare quando si portano sullo schermo bambini, violenza, povertà, ingiustizie e quant’altro può far nascere in noi quel sentimento di sdegno che di fronte a tali infamie si presume inevitabile per chi si crede uomo. Ma quando il dramma già assai straziante si tramuta in tragedia è impossibile non lasciarsi travolgere dai brividi di fronte allo smarrimento sui volti di questi piccoli esseri umani con l’età dei bambini e il dolore dentro degli adulti dopo secoli di torture. Risalendo all’origine dei mostri si scopre allora che la possibilità di salvarli da un destino ingrato non è poi così improbabile. Educare al rispetto chi non sa volersi bene è un’idea di cui fare tesoro

aprile 18, 2009 at 4:06 pm Lascia un commento

Depeche Mode – Sound of the universe ( cd – cd+dvd – 3cd+dvd – 3lp )

Eccoci finalmente al dodicesimo album in studio dei Depeche Mode che, messe da parte le burrascose vicende personali, di perdere un colpo proprio non ne vogliono sapere. E men che meno questa volta!

Sound of the Universe – chiariamolo subito – è un bel disco, maturo, corposo, con molta sostanza. E anche con molta apparenza. E’ fatto da tredici belle canzoni, molto atmosferiche e sognanti, meditative senza rinunciare a (leggere) pulsazioni ritmiche.

Messi da parte i rumorismi noise di Playing the Angel, i Depeche Mode di oggi sono molto più attenti ai dettagli sonori che non all’impatto ritmico delle loro canzoni. E men che meno se ne fregano (stavolta) di cercare cori da stadio, tanto che davvero la filastrocca/cantilena/preghiera Wrong è probabilmente la canzone più adatta a essere pubblicata come singolo, oltre ad essere la più robusta ed energica dell’intero lotto.

Sound of the Universe è fatto di brani solo apparentemente fragili, mente in realtà la sua materia prima è composta da 13 canzoni spesso davvero belle e comunque il cui livello è superiore alla media di un album dei Depeche, che nel recente passato ci avevano abituato a una manciata di singoli mozzafiato intramezzati da qualche riempitivo.

Come anche in Playing the Angel, anche questa volta Dave Gahan ha voluto mettere la sua firma e sono tre le canzoni firmate da lui invece che dal solito Martin Gore. Hole the Feed, ad esempio, è composta proprio da Gahan in combutta col suo fido Christian Eigner, batterista ufficiale dei Depeche nonché coautore del recente album solista di Dave. Si tratta di un blues acido e minimale che conferma, anche per il fatto di arrivare seconda in scaletta, ribadisce i ruoli dei tre titolari del marchio Depeche Mode: Martin Gore compositore principale, Dave Gahan front-man e compositore secondario e Andrew Fletcher economo e business planner del gruppo, oltre che con l’ingrato compito di tentare di evitare che Gore e Gahan s’accapiglino di continuo (Fletcher di fatto non suona alcuno strumento se non qualche tastiera per produrre texture, contributo che rimane pressoché identico anche sul palco).

Se vogliamo cercare qualche parente stretto di quest’album nell’albero genealogico dei Depeche Mode, dobbiamo cercalo tra le pieghe proprio di Playing the Angel (e in particolare in Lilian) e nelle trame pop post industriali di Same Great Reward e Black Celebration, in cui ancora Gore non aveva scoperto che poteva giocare ad essere una rockstar con una chitarra a tracolla, uscendo quindi da dietro i sintetizzatori.

Il sound di quest’album, forse mai come questa volta così curato, è ricchissimo di dettagli che si possono scoprire solo dopo attenti e ripetuti ascolti, meglio se in cuffia e ad alto volume. Realizzato prevalentemente, ma non solo, con sintetizzatori analogici e con vecchi Moog, ben si presta ad essere apprezzato con impianti di qualità, quasi rinnegando la possibilità che invece molto probabilmente la maggior parte degli ascoltatori lo sacrificheranno in insipide cuffiette e lo appiattiranno comprimendolo in mp3. (I primi ascolti dell’album li ho ottenuti da una versione mp3 a 192 kbps, ma ben presto sono riuscito a rintracciare una versione a 320 kbps, che rende giustizia al certosino lavoro di costruzione sonora fatto in studio, fa addirittura cambiare di senso alcuni brani e non ha fatto altro che mettermi addoso la smania di acquistare e spararmi a tutto volume la versione in DTS).

La forza e la grandezza dei Depeche Mode sta nell’essere sempre uguali a sé stessi e sempre diversi, sempre riconoscibili senza mai ripetersi, sempre un passo distanti a quello che avevano fatto in precedenza senza mai creare rivoluzioni che possano disorientare il pubblico. E anche Sound of the Universe in questo senso non fa eccezione.

aprile 18, 2009 at 3:52 pm Lascia un commento

Tyler Ramsey – A long dream about swimming across the sea ( cd )

Chi diavolo è Tyler Ramsey? Un giovane chitarrista del North Carolina scoperto dai Band of Horses, e da loro subito cooptato per le esibizioni dal vivo (apre i concerti da solo e poi fa da chitarrista aggiunto per la band). Lunga barba d’ordinanza e acustica al collo, Ramsey inaugura il 2008 con il suo esordio discografico.

“A Long Dream About Swimming Across the Sea” è figlio di molteplici ispirazioni: il finger-picking di Fahey e Kottke; il cantautorato americano anni 70, Jackson Browne (di cui si coverizza “These Days”) e James Taylor più che Neil Young; il sognante indie-folk anni 90, American Music Club e Red House Painters. Una proposta che magari non arriva all’originalità assoluta, ma che non pecca certo in quanto a personalità.

Sono proprio Kozelek (voce) e Fahey (chitarra) a venir subito in mente nella lunga apertura “A Long Dream“, morbida e intensa declamazione su onnipresenti picchettii di chitarra. Arrangiatore garbato e dotato di indubbio gusto, Ramsey conferisce modernità con fili di elettronica (battito e vento “a spazzare”) e classicismo con dei violini. Il vero e proprio cuore dell’album comincia però subito dopo, con gli highlight del disco: la carezzevole “Ships“, che riporta i precedenti elementi a forma-canzone; l’inquieta “Night Time“, infiammata da un sussulto elettrico; l’accorata ballata pianistica “No One Goes Out“.

Brani di valoroso spessore, e nell’ispirazione cristallina e nella scrittura, che mantiene in equilibrio le influenze senza scadere in calligrafie. Episodio questo in cui si inciampa soltanto verso la fine del disco, dove comunque l’elevata qualità dei brani controbilancia il senso di deja-vù. “When I Wake“, ad esempio, è una vera e propria outtake dei Painters, ma richiami simili si sprecano anche nella amorosa “Iris” e nella splendida “Worried“.

Ad agitare le acque, ed evitare indolenze di troppo, ci pensano il divertito strumentale “Chinese New Year” (che unisce pennate bluesy ai maestri “primitivi”) e la movimentata “Once in Your Life“, canzone in tre momenti con tanto di marcetta centrale e finale frizzante con piano rock’n’roll e giri kottkiani.

Probabilmente  “A Long Dream About Swimming Across The Sea” è manna dal cielo per amanti di un cantautorato senza età, ma non per questo passatista.

aprile 15, 2009 at 6:30 pm Lascia un commento

Jorma Kaukonen – River of time ( cd – 2lp )

Tra le tante cose belle di River Of Time, quattordicesimo album da titolare del leggendario chitarrista dei Jefferson Airplane Jorma Kaukonen, mi piace soffermarmi sulla dedica che nella confezione del cd inaugura lo spazio dei ringraziamenti: “Per Vanessa, la mia amatissima moglie e compagna di vita, che rifiuta di lasciarmi impantanare nella mediocrità”. E’ bello che a dire una cosa simile sia un tizio che nel corso degli anni s’è inventato prima l’acida psichedelia folk-rock dei Jefferson, alcuni dei migliori incisi della sei corde in quel capolavoro assoluto di If I Could Only Remember My Name (David Crosby, a.d. 1971), il mai barboso sussidiario country-blues degli Hot Tuna (sui lavori dei quali hanno preso appunti parecchi esponenti dei movimenti jam e alt.country di trent’anni dopo) e perlomeno due straordinari dischi solisti – Quah (’74) e Jorma (’79) – che andrebbero somministrati per legge a chi, oggi, è convinto d’aver scoperto l’acqua calda quando parla di folk in chiave “freak” o “weird”.

Perché insomma, se queste sono le tentazioni della mediocrità, allora conviene appendere la chitarra al chiodo (o la penna nel, ehm, calamaio) e farsi una ragione del fatto che il talento non si compra al mercato. Ma la verità è che, chissà, forse proprio grazie ai benefici influssi della citata consorte, di “mediocrità” negli album di Kaukonen non se ne trova nemmeno a cercarla con la lente d’ingrandimento. Anzi, alla luce di quanto arrivato a partire dal live Magic Two di 13 anni fa verrebbe voglia dire che questa fase, tutta dedicata alle meraviglie antiquarie della tradizione roots, con piccoli e grandi monili country, blues e old-time rivisitati da Kaukonen attraverso il suo fingerpicking di strepitosa naturalezza, è addirittura la migliore in assoluto nella carriera dell’artista. Poi certo, i dischi realizzati da Kaukonen nel corso dell’ultima decade si assomigliano un po’ tutti, inutile negarlo. Le differenze tra River Of Time e il precedente Stars in my crown sono pressoché impercettibili, e non si può non avvertire l’impressione che la misura perfetta di questo nuovo corso tradizionalista fosse stata già raggiunta dal meraviglioso Blue country heart. Eppure non mi sembra un motivo sufficiente per sottovalutare l’impareggiabile magistero rootsy di un pugno di canzoni capace di aprirsi con la grana acustica e struggente di una sempre bellissima Been Too Long (l’avevamo già conosciuta, elettrica, nel secondo disco dei Tunas, First Pull Up, Then Pull Down [’71]) e poi, dopo i consueti omaggi al blues del Piedmont, a Mississippi John Hurt e all’amato Reverend Gary Davis, di congedarsi con i 6 minuti sofferti, laconici e tuttavia infinitamente dolci e delicati della folkeggiante Simpler Than I Thought.

Perfetta la produzione di Larry Campbell, che si cimenta (con i risultati da virtuoso che gli conosciamo) anche su ogni tipo di mandolini e chitarre (dal cittern alla resofonica), e menzione d’onore per l’indimenticato ex-drummer di The Band, Levon Helm, che fa cose incredibili riarrangiando il traditional Trouble In Mind. Tutto qui, in fondo: qualche amico, un’atmosfera rilassata da “campfire songs”, un amore sconfinato per i sentieri rustici e arcaici della tradizione. Ma davvero, in fondo non serve nient’altro per definire River Of Time come l’ennesimo, riuscitissimo capitolo di un manuale sulle radici della musica americana che speriamo soltanto di poter continuare a sfogliare per molto tempo ancora.

(Gianfranco Callieri)

aprile 11, 2009 at 10:18 am 1 commento

Leonard Cohen – Live in London ( 2cd – dvd )

Chi non ha visto gli emozionanti show dell’ultimo (ultimo?) tour di Leonard Cohen può consolarsi con questo doppio CD o con il DVD gemello che la Columbia pubblica in questi giorni, con suoni e immagini di uno dei felicissimi concerti londinesi del novembre scorso. E’ uno straordinario impasto di tenerezza, umiltà, fascino, grande musica, capace di conquistare gli adoratori del mito ma anche gli scettici (quorum ego) convinti che ogni cosa ha un suo tempo e l’avvenire di Leonard Cohen è ormai dietro le spalle.

Sì, certo, sarà anche così, ma quando lo vedi salire sul palco come un personaggio delle sue canzoni (doppiopetto gessato e cappello di feltro, quello che gli americani chiamano Fedora), quando lo ammiri tanto disponibile e gentile con il pubblico, con un sorriso che ogni volta pare uno stupito ringraziamento, quando scopri che il suo stare in scena è pura sincerità, fino alla goffaggine, allora ogni discorso critico va a all’aria e vince l’emozione. Ha la voce ancora più tenebrosa di ieri, Cohen, e rigida, tanto che spesso declama più che cantare; però quel basso profondo rimane un saldo timone e con quello scivola tra canzoni vecchie e più nuove, legando con un luminoso filo Suzanne, Bird On The Wire, Hallelujah e The Future, I’m Your Man, anche un paio di brani, giusto un paio, dagli ultimi album.

Gli arrangiamenti seguono l’onda delle tournées passate e sono morbidi, coinvolgenti. Le sue cartucce sperimentali Cohen le ha sparate qualche rara volta nei dischi, mai dal vivo, dove ha sempre voluto che risuonassero echi più famigliari e caldi, i valzer ariosi della sua infanzia country&western, i timbri del Mediterraneo che gli rubarono il cuore ai suoi vent’anni per non lasciarlo più. Così anche stavolta: armonica, fiati, gli straordinari strumenti a corda di Javier Màs anziché le nude figurazioni elettroniche degli ultimi CD. Meglio, molto meglio così.

aprile 7, 2009 at 6:30 pm Lascia un commento

Milk & Honey Band – Dog eared moonlight ( cd )

 Il progetto Milk And Honey Band nasce mentre Robert White è ancora membro dei Levitation, una band formata da un ex degli House Of Love. L’album del 1994 “Round The Sun” è un insieme di delicate ballate pastorali che non disdegna sonorità più vicine al progressive anni 70. Forse non sbaglia Andy Partridge a definirli i Moody Blues con delle buone canzoni, è sarà lui nel 2004 a scritturare la band per la pubblicazione del loro terzo album, realizzato a dieci anni dall’esordio.

Il sound nel frattempo è sempre più definito, un pop elettroacustico dai contorni delicatamente psichedelici, influenzato dagli Xtc di “Skylarking“.

Con intelligenza Robert White va oltre alle dichiarate influenze e si dimostra capace di una scrittura equilibrata e che pone il suo pop come la perfetta antitesi alle spocchiose proposte di Keane, Coldplay et similia. “Dog Eared Moonlight” è un album organico e completo, con dieci canzoni raffinate e senza tempo, non è una rivoluzione ma una semplice pagina di quotidianità di cinque musicisti che amano la loro musica e rispettano un pubblico attento ed eterogeneo.

Insieme ai Trash Can Sinatras e ai Miracle Mile i Milk And Honey Band rappresentano i migliori segreti del pop inglese, se siete avversi alla materia evitate qualsiasi contatto, se invece siete tra i curiosi che hanno ascoltato i Coldplay di “Viva la vida” con la segreta speranza di ricredervi sul pop inglese, quest’album offrirà un po’ di sollievo alle vostre orecchie.

Canzoni ricche di armonie e con pregevoli suoni di chitarre elettriche e acustiche che pagano un tributo alla musica americana pur mantenendo un gusto molto inglese: non c’è l’ironia degli Xtc, ma nemmeno la noia del pop radiofonico.

Maryfaith Autumn” è un delizioso folk pastorale dall’incidere ipnotico con un arrangiamento incantevole e magico, una cantilena dal gusto circense, ricca di preziosismi sonori, e si candida tra le migliori tracce insieme alla delicata country-ballad “Cut The Line”, che si sviluppa tra pedal steel e cori anthemici.

Il tutore discografico Andy Partridge può essere orgoglioso dei suoi protetti: non solo delizie elettroacustiche, ma anche briose canzoni pop dal piglio deciso e sicuro escono dalla penna di Robert, ed ecco arrivare la giocosa “Absolutely Wrong“, la grintosa “Incredible Visions” alternarsi con l’intimità crepuscolare di “Disappear” e “Just You“, e con la malinconia della splendida “Flowers“.

E mentre si evidenzia la mancanza di un vero hit single, in virtù di una scelta di omogeneità che accompagna tutte le tracce dell’album, comincio a supporre che i Milk And Honey Band  non abbiano ancora espresso il meglio delle loro potenzialità. “Dog Eared Moonlight” sacrifica un po’ della loro vitalità in favore di un suono più omogeneo e maturo che rende l’album più compatto e meno ingenuo del precedente. Il gruppo, comunque, merita attenzione, il futuro del pop inglese è da queste parti e sembra destinato a restarci, ma senza clamore, in attesa di un risveglio culturale che ridia dignità al vetusto mestiere di scrittore di canzoni.

aprile 6, 2009 at 11:22 am Lascia un commento

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