Archive for aprile 18, 2009

Pa-ra-da di Mario Pontecorvo ( dvd )

 Comincia all’esterno del Centro Georges Pompidou di Parigi il film di Marco Pontecorvo, presente alla 65a Mostra del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, ma la storia (vera) di Pa-ra-da parte da un luogo e da realtà ben più lontane, un anno prima che fosse montato il palco presente nelle immagini iniziali, che lasciano presagire un imminente spettacolo animato da bambini. I rumeni, questi sconosciuti, tornano perciò a essere raccontati da un italiano sul grande schermo, a pochi mesi di distanza dall’uscita de Il resto della notte di Francesco Munzi, tentativo però fallito che nulla ha aggiunto alla nostra conoscenza di un popolo così complesso di cui si fa un gran parlare negli ultimi tempi dalle nostre parti. Stavolta si va a casa loro, fin dentro la loro terra, all’origine dello squallore che abbrutisce alcuni di loro, rendendoli potenziali pericoli per chiunque, ma prima di tutto per sé stessi. Pa-ra-da parla infatti di una gioventù incenerita, che è naturalmente solo una tra le tante realtà di cui il paese si compone, che si droga sniffando vernice, per sopportare giornate di crimini e violenze, di figure genitoriali che mancano e di istituzioni totalmente incapaci di crescerli, di educarli, ma soprattutto di proteggerli da quegli sfruttatori che li utilizzano unicamente per arricchirsi.

Tocca a un giovane clown franco-algerino risvegliare le loro coscienze. E’ Miloud, che nel 1992 raggiunge una Bucarest che solo da pochi anni è uscita dal pugno duro di Ceausescu. Insieme a un’organizzazione umanitaria vuole tirar fuori dai tombini i cosiddetti “boskettari”, i bambini che vivono come randagi nei canali dove passano i tubi per il riscaldamento, costretti a rubare e a prostituirsi per restare a galla nella miseria. In realtà sono zombie dai tratti ancora infantili, ma già ricchi di cicatrici che ormai non andranno più via. Non si fidano dell’altro, soprattutto dello straniero che di solito si avvicina loro solo per comprarne la carne fresca, vivono in branco in condizioni limite che cementificano la loro complicità, cuccioli dal volto sporco in fuga dai posti più diversi della Romania, da genitori incapaci di provvedere a una degna crescita e da orfanotrofi che non sanno prestar loro ascolto, finendo così per perderli. Sono questi i bambini che Miloud vuole salvare attraverso l’arte e il sorriso, provando a coinvolgerli in uno spettacolo circense che mira a insegnare il rispetto per sé stessi e a distinguere il bene dal male anche in un mondo dove tutto sembra essere male.

 Rispetto è una parola che torna spesso in Pa-ra-da, sconosciuta ai randagi che si lasciano stuprare anche solo dallo sguardo dei più grandi, sempre pronti ad approfittare della loro debolezza per farsi forti. Il lavoro di camera a mano di Pontecorvo riesce a registrare, senza mai apparire superficiale o eccessivo, questa disperazione muta, questa routine della miseria, facendosi schiaffo doloroso ogni volta che si sofferma sui piccoli volti infilati nelle buste di plastica che inspirano il male. Cinema nomade, che si mescola tra chi non conosce per imparare a farlo e memore della lezione neorealista gira tra volti sporchi negli stessi luoghi che racconta, Pa-ra-da affianca attori professionisti (gli adulti) a debuttanti raccolti da strada e scuole (i bambini, naturalmente bravi) e sa convincere anche solo per la capacità di testimoniare un dolore credibile. Non manca certo quello scotto retorico che bisogna sempre pagare quando si portano sullo schermo bambini, violenza, povertà, ingiustizie e quant’altro può far nascere in noi quel sentimento di sdegno che di fronte a tali infamie si presume inevitabile per chi si crede uomo. Ma quando il dramma già assai straziante si tramuta in tragedia è impossibile non lasciarsi travolgere dai brividi di fronte allo smarrimento sui volti di questi piccoli esseri umani con l’età dei bambini e il dolore dentro degli adulti dopo secoli di torture. Risalendo all’origine dei mostri si scopre allora che la possibilità di salvarli da un destino ingrato non è poi così improbabile. Educare al rispetto chi non sa volersi bene è un’idea di cui fare tesoro

aprile 18, 2009 at 4:06 PM Lascia un commento

Depeche Mode – Sound of the universe ( cd – cd+dvd – 3cd+dvd – 3lp )

Eccoci finalmente al dodicesimo album in studio dei Depeche Mode che, messe da parte le burrascose vicende personali, di perdere un colpo proprio non ne vogliono sapere. E men che meno questa volta!

Sound of the Universe – chiariamolo subito – è un bel disco, maturo, corposo, con molta sostanza. E anche con molta apparenza. E’ fatto da tredici belle canzoni, molto atmosferiche e sognanti, meditative senza rinunciare a (leggere) pulsazioni ritmiche.

Messi da parte i rumorismi noise di Playing the Angel, i Depeche Mode di oggi sono molto più attenti ai dettagli sonori che non all’impatto ritmico delle loro canzoni. E men che meno se ne fregano (stavolta) di cercare cori da stadio, tanto che davvero la filastrocca/cantilena/preghiera Wrong è probabilmente la canzone più adatta a essere pubblicata come singolo, oltre ad essere la più robusta ed energica dell’intero lotto.

Sound of the Universe è fatto di brani solo apparentemente fragili, mente in realtà la sua materia prima è composta da 13 canzoni spesso davvero belle e comunque il cui livello è superiore alla media di un album dei Depeche, che nel recente passato ci avevano abituato a una manciata di singoli mozzafiato intramezzati da qualche riempitivo.

Come anche in Playing the Angel, anche questa volta Dave Gahan ha voluto mettere la sua firma e sono tre le canzoni firmate da lui invece che dal solito Martin Gore. Hole the Feed, ad esempio, è composta proprio da Gahan in combutta col suo fido Christian Eigner, batterista ufficiale dei Depeche nonché coautore del recente album solista di Dave. Si tratta di un blues acido e minimale che conferma, anche per il fatto di arrivare seconda in scaletta, ribadisce i ruoli dei tre titolari del marchio Depeche Mode: Martin Gore compositore principale, Dave Gahan front-man e compositore secondario e Andrew Fletcher economo e business planner del gruppo, oltre che con l’ingrato compito di tentare di evitare che Gore e Gahan s’accapiglino di continuo (Fletcher di fatto non suona alcuno strumento se non qualche tastiera per produrre texture, contributo che rimane pressoché identico anche sul palco).

Se vogliamo cercare qualche parente stretto di quest’album nell’albero genealogico dei Depeche Mode, dobbiamo cercalo tra le pieghe proprio di Playing the Angel (e in particolare in Lilian) e nelle trame pop post industriali di Same Great Reward e Black Celebration, in cui ancora Gore non aveva scoperto che poteva giocare ad essere una rockstar con una chitarra a tracolla, uscendo quindi da dietro i sintetizzatori.

Il sound di quest’album, forse mai come questa volta così curato, è ricchissimo di dettagli che si possono scoprire solo dopo attenti e ripetuti ascolti, meglio se in cuffia e ad alto volume. Realizzato prevalentemente, ma non solo, con sintetizzatori analogici e con vecchi Moog, ben si presta ad essere apprezzato con impianti di qualità, quasi rinnegando la possibilità che invece molto probabilmente la maggior parte degli ascoltatori lo sacrificheranno in insipide cuffiette e lo appiattiranno comprimendolo in mp3. (I primi ascolti dell’album li ho ottenuti da una versione mp3 a 192 kbps, ma ben presto sono riuscito a rintracciare una versione a 320 kbps, che rende giustizia al certosino lavoro di costruzione sonora fatto in studio, fa addirittura cambiare di senso alcuni brani e non ha fatto altro che mettermi addoso la smania di acquistare e spararmi a tutto volume la versione in DTS).

La forza e la grandezza dei Depeche Mode sta nell’essere sempre uguali a sé stessi e sempre diversi, sempre riconoscibili senza mai ripetersi, sempre un passo distanti a quello che avevano fatto in precedenza senza mai creare rivoluzioni che possano disorientare il pubblico. E anche Sound of the Universe in questo senso non fa eccezione.

aprile 18, 2009 at 3:52 PM Lascia un commento


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