Jorma Kaukonen – River of time ( cd – 2lp )

aprile 11, 2009 at 10:18 am 1 commento

Tra le tante cose belle di River Of Time, quattordicesimo album da titolare del leggendario chitarrista dei Jefferson Airplane Jorma Kaukonen, mi piace soffermarmi sulla dedica che nella confezione del cd inaugura lo spazio dei ringraziamenti: “Per Vanessa, la mia amatissima moglie e compagna di vita, che rifiuta di lasciarmi impantanare nella mediocrità”. E’ bello che a dire una cosa simile sia un tizio che nel corso degli anni s’è inventato prima l’acida psichedelia folk-rock dei Jefferson, alcuni dei migliori incisi della sei corde in quel capolavoro assoluto di If I Could Only Remember My Name (David Crosby, a.d. 1971), il mai barboso sussidiario country-blues degli Hot Tuna (sui lavori dei quali hanno preso appunti parecchi esponenti dei movimenti jam e alt.country di trent’anni dopo) e perlomeno due straordinari dischi solisti – Quah (’74) e Jorma (’79) – che andrebbero somministrati per legge a chi, oggi, è convinto d’aver scoperto l’acqua calda quando parla di folk in chiave “freak” o “weird”.

Perché insomma, se queste sono le tentazioni della mediocrità, allora conviene appendere la chitarra al chiodo (o la penna nel, ehm, calamaio) e farsi una ragione del fatto che il talento non si compra al mercato. Ma la verità è che, chissà, forse proprio grazie ai benefici influssi della citata consorte, di “mediocrità” negli album di Kaukonen non se ne trova nemmeno a cercarla con la lente d’ingrandimento. Anzi, alla luce di quanto arrivato a partire dal live Magic Two di 13 anni fa verrebbe voglia dire che questa fase, tutta dedicata alle meraviglie antiquarie della tradizione roots, con piccoli e grandi monili country, blues e old-time rivisitati da Kaukonen attraverso il suo fingerpicking di strepitosa naturalezza, è addirittura la migliore in assoluto nella carriera dell’artista. Poi certo, i dischi realizzati da Kaukonen nel corso dell’ultima decade si assomigliano un po’ tutti, inutile negarlo. Le differenze tra River Of Time e il precedente Stars in my crown sono pressoché impercettibili, e non si può non avvertire l’impressione che la misura perfetta di questo nuovo corso tradizionalista fosse stata già raggiunta dal meraviglioso Blue country heart. Eppure non mi sembra un motivo sufficiente per sottovalutare l’impareggiabile magistero rootsy di un pugno di canzoni capace di aprirsi con la grana acustica e struggente di una sempre bellissima Been Too Long (l’avevamo già conosciuta, elettrica, nel secondo disco dei Tunas, First Pull Up, Then Pull Down [’71]) e poi, dopo i consueti omaggi al blues del Piedmont, a Mississippi John Hurt e all’amato Reverend Gary Davis, di congedarsi con i 6 minuti sofferti, laconici e tuttavia infinitamente dolci e delicati della folkeggiante Simpler Than I Thought.

Perfetta la produzione di Larry Campbell, che si cimenta (con i risultati da virtuoso che gli conosciamo) anche su ogni tipo di mandolini e chitarre (dal cittern alla resofonica), e menzione d’onore per l’indimenticato ex-drummer di The Band, Levon Helm, che fa cose incredibili riarrangiando il traditional Trouble In Mind. Tutto qui, in fondo: qualche amico, un’atmosfera rilassata da “campfire songs”, un amore sconfinato per i sentieri rustici e arcaici della tradizione. Ma davvero, in fondo non serve nient’altro per definire River Of Time come l’ennesimo, riuscitissimo capitolo di un manuale sulle radici della musica americana che speriamo soltanto di poter continuare a sfogliare per molto tempo ancora.

(Gianfranco Callieri)

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