Archive for febbraio, 2010

Up di Bob Peterson e Pete Doctor ( dvd – b-ray )

In una sala cinematografica si proietta un cinegiornale su un esploratore, Charles Muntz, che è tornato dall’America del Sud con lo scheletro di un uccello che la scienza ufficiale qualifica come falso. Muntz riparte per dimostrare la sua onestà. Un bambino occhialuto, Carl, è in sala. Muntz è il suo eroe. Incontrerà una bambina, Ellie, che ha la sua stessa passione. I due cresceranno insieme e si sposeranno. Un giorno però Carl si ritrova vedovo con la sua villetta circondata da un cantiere e con il sogno che i contrattempi della vita non hanno mai permesso a lui ed Ellie di realizzare: una casa in prossimità delle cascate citate da Muntz come luogo della sua scoperta. Un giorno un Giovane Esploratore bussa alla sua porta. Sarà con lui che Carl, senza volerlo, comincerà a realizzare il sogno.
Un film di animazione (targato Disney) ha aperto per la prima volta il Festival di Cannes. Si è trattato di un segnale molto preciso se si considera che la Major americana era assente da 5 anni dalla Croisette (l’ultima volta aveva presentato Ladykillers) e proponeva un film in 3D. La tridimensionalità viene utilizzata in questo film senza le esagerazioni effettistiche che, come sempre,, accompagnano le fasi nodali della storia della settima arte a partire dall’invenzione del sonoro.
Il rischio che la sceneggiatura si mettesse al servizio della tecnologia c’era ma è stato brillantemente evitato. Semmai sussiste la possibilità che Up piaccia più agli adulti che ai bambini i quali dovranno attendere l’arrivo del solerte e tondeggiante Giovane Esploratore per avviare il necessario processo di identificazione nell’avventura. Fino ad allora ci viene narrata la tenera e delicata storia di un venditore di palloncini con la passione per l’avventura condivisa da un’amica e poi compagna per la vita.
La sequenza in cui si narra il percorso di Carl ed Ellie partendo dall’infanzia sino ad arrivare alla morte di lei è di quelle che si fanno ricordare per la divertita sensibilità con cui è costruita. Le citazioni cinematografiche non mancano (a partire dalla somiglianza del protagonista anziano con Spencer Tracy per finire con il vecchio Muntz che ricorda Vincent Price passando per echi spielberghhiani) ma non hanno la pesante insistenza che si può rinvenire in altri film di animazione. Perché questo è un film leggero. Leggero su temi ponderosi come quello dell’invecchiare da soli, dei sogni non realizzati, della memoria viva di chi ci ha lasciati, del rapporto giovani/anziani. Un film leggero come quei palloni che portano magrittianamente nei cieli un’intera casa liberandola da un mondo incapace di comprendere i sogni.

febbraio 27, 2010 at 12:35 pm Lascia un commento

Gil Scott-Heron – I’m new here ( cd – 2lp )

Gil Scott-Heron è tornato, me lo sentivo, lo aspettavo al varco. Anelavo a questo momento da troppo tempo: anche se la vita non è stata troppo indulgente con questo genio maledetto, dalla lingua acuminata e dall’anima grande quanto i Campi Elisi, troppo presto risucchiato nel vortice della sofferenza provocata dalle droghe artificiali e dal buio tagliente come un rasoio di una cella umida e spietata, non poteva finire così, no. Il poeta ha conosciuto l’inferno, ha patito pene inenarrabili, ma poi, alla fine, è rinato dalle sue ceneri come un’Araba Fenice, si è liberato dalle catene del dolore e della commiserazione come un novello Prometeo; solo che il fuoco da lui rubato non è la sapienza degli dèi indifferenti e sprezzanti del genere umano tutto, no: è lo spazio insondabile dei suoi affanni e delle sue miserie, che risiedono nella sua anima martoriata, nelle sue spoglie scheletriche di mortale. Mai come questa volta un disco ha comunicato così tanta vita, così tanto fulgore, così tanta catarsi: “I’m New Here” è tutto questo ed anche più.

E’ il suono dell’anima che si stacca dal corpo e che si libra in alto, possente, come un Johnny Cash oscuro, che medita sulla caducità dell’esistenza (l’incredibile rilettura del classico di Bill Callahan “I’m New Here”, invero lancinante): un magma ribollente di fregolii di elettronica, di frenetici jive fantascientifici (“New York is Killing Me”), di dub poetry affilata come una lama (“On Coming From a Broken Home”, “Running”), di confessioni a cuore e mente aperti, quasi il resoconto di una seduta psicanalitica (“Your Soul and Mine”, “The Crutch”) al ritmo dei Portishead che sembrano aver smarrito la propria identità, alla ricerca di qualcosa che possa riscattare la propria misera esistenza di esseri destinati al supplizio eterno.

Gil Scott-Heron disvela attraverso la sua voce martoriata al catrame, memorie di un passato pieno di afflizione e patimenti, conscio che una volta ritrovata la propria libertà, ci sia il rischio di ritrovarsi di nuovo dinanzi alle porte dell’Inferno, perché, parafrasando il grandissimo Sartre: “L’Inferno sono gli altri” (“Me and the Devil”). Ma non tutto è perduto: l’amore, solo l’amore può riscattare l’uomo martoriato, come dimostra la splendida, abbacinante rilettura del classico “I’ll Take Care of You”, una ballata che si staglia al di sopra del tempo e dello spazio, toccando le corde più profonde dell’anima, come farebbe uno Scott Walker rinchiuso in un limbo di solitudine e rimpianto, ma con la speranza nel cuore di riabbracciare la propria amata, promettendole che si prenderà cura di lei, sempre.

“I’m New Here” è un disco clamoroso, da amare senza riserve o da respingere in toto. Dipende solo da voi, se vogliate vivere pienamente o semplicemente sopravvivere, la scelta è solo vostra.

Paolo “Barocciga” Nuzzi ( www.indieforbunnies.com)

febbraio 27, 2010 at 11:58 am Lascia un commento

Sanremo 2010

“ Ecco
   la musica è finita
   gli amici se ne vanno
   che inutile serata amore mio…

(Sanremo ‘67  di Nisa – Califano – Bindi  canta Ornella Vanoni)

Caro Sanremo (amore mio), la musica è finita. 

Perché guardare Sanremo ?

 Per Jennifer Lopez, i ballerini di Michael Jackson, i super ospiti, Costanzo, Bersani, Scajola…ecc?

 No. 

Per le canzoni, mi verrebbe da rispondere.

 Ho seguito con comico interesse e insolita curiosità la serata finale del più importante concorso canoro dello stivale. E mi chiedevo: 

Sarà possibile eliminare dal podio tutte le (poche) canzoni degne in gara?

Sarà possibile spianare la strada a interpreti di (noiose) lettere d’amore a Dio, patria e altro?

Sarà possibile assoldare un call center per far votare a ripetizione la stessa canzone ?

Sarà possibile confondere ancora canzone con cantante ?

 Sarà possibile mischiare fino alla nausea cultura, politica, religione, poesia (!?@), musica, balletto, reality, processi morali e chi più ne ha più ne metta ? 

Sarà possibile ?

Forse “Bisogna saper perdere”  (Sanremo ‘67 di Cassia – Cini canta Lucio Dalla) 

Dimenticavo, nell’edizione del 1967 ci sono anche “Dove credi di andare” di Sergio Endrigo, “ L’immensità “ di Caponi – Mogol – Mariano , “Cuore matto” di Ambrosino –Savio, “Proposta” di Albula – Martelli e (purtroppo) “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco.

 Provate a recuperarne qualcuna e fate play……..

  … ho aspettato tanto per vederti
   ma non è servito a niente.”

 

Davide Cignatta

febbraio 26, 2010 at 5:30 pm Lascia un commento

Album Leaf – A chorus of storytellers ( cd – 2lp )

Non è tempo di (auto)celebrazioni in casa The Album Leaf, nonostante il principale progetto artistico di Jimmy LaValle abbia da poco superato il decennio di attività. LaValle non si guarda indietro ma dentro, ampliando in maniera notevole il novero dei collaboratori, fino a fare di questo “A Chorus Of Storytellers” il prodotto di una vera e propria band, seppur guidata dalla sua creatività di compositore più che di solingo esecutore di composizioni indie-troniche da cameretta, come ai tempi ormai lontani del casalingo debutto “An Orchestrated Rise To Fall“.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti per LaValle, sia sotto il profilo artistico che personale: il primo è rimasto fortemente marchiato dall’esperienza islandese riassunta dal mirabile “In a safe place“, mentre il secondo lo ha condotto a una matura realizzazione, coincisa col matrimonio, che ha nel contempo implicato la messa in discussione del suo stesso approccio alla musica.

A Chorus Of Storytellers” segna infatti il superamento di un periodo di vero e proprio “blocco dello scrittore”, seguito all’ultimo “Into the blue again“, distante ormai quattro anni.
Nel corso di questo prolungato silenzio, LaValle è pervenuto a un’autentica rideclinazione dei pur solidi capisaldi di The Album Leaf, in una direzione mai così ariosa e plurale.
L’album reca infatti intatta la firma stilistica di LaValle, costituita da dilatazioni sognanti, pulsazioni elettroniche e ricchi arrangiamenti, riempiendo tuttavia di senso questo nuovo episodio del suo percorso artistico attraverso una dimensione corale mai così pronunciata. Supportato da collaboratori quali il bassista Luis Hermosillo – suo vecchio compagno nei Tristeza – il polistrumentista Matthew Resovich e il batterista Timothy Reece, nonché da una sezione d’archi e di fiati provenienti dall’Islanda, LaValle stabilisce qui un pregevole equilibrio tra la parte elettronica e quella più “organica” della sua musica.

Accanto alla maggiore articolazione strumentale, “A Chorus Of Storytellers” denota l’accresciuta attenzione di LaValle per le componenti di scrittura, adesso tradotte in quattro canzoni dai contorni ben definiti, nonché l’accentuata presenza ritmica, che in particolare nella prima metà dell’album, insiste con una miriade di battiti, crepitii e field recordings su fondali elettronici che avvolgono in abbracci orchestrali e continui rilanci armonici. Riecheggiano, in pezzi come “Blank Pages” e “Within Dreams“, i sentori nordici di “In A Safe Place“, ma anziché limitarsi a replicare formule già ampiamente investigate, restano piuttosto a far da elementi portanti intorno ai quali LaValle modella le increspature giocose e solari di “Stand Still” e il liquido onirismo melodico delle indovinate canzoni “There Is A Wind” e “Falling From The Sun”.

Superato il giro di boa del disco, si rimescolano le carte in tavola: il battito elettronico si ritrae, lasciando il proscenio a speculazioni sonore che nel volgere di pochi brani spaziano dalle sinuose derive ambientali e orchestrali delle deliziose “Summer Fog” e “Until The Last” (sigurrossiane nell’attitudine, più ancora che nel suono) agli accenni di una percussività intricata e marziale, tuttavia ben presto smussata dai toni arrotondati di “We Are” e dalla dolce melodia di “Almost There“, forse il brano che meglio testimonia, per definizione melodica e del testo, la nuova, serafica dimensione artistica di Jimmy LaValle.

Nell’evolversi della sua ponderata tracklist, “A Chorus Of Storytellers” segna la compiuta transizione delle composizioni di The Album Leaf dal monologo alla rappresentazione corale, a un discorso che si sviluppa in armonia, senza per questo rinunciare a tratteggiare paesaggi ora più che mai limpidi e sognanti, testimonianza di un raggiunto equilibrio e di una consapevolezza umana e artistica che, come di consueto per LaValle, non è certo sinonimo di appiattimento espressivo.

Raffaello Russo (www.ondarock.it)

febbraio 20, 2010 at 12:37 pm Lascia un commento

Lo spazio bianco di Francesca Comencini ( dvd )

Maria, insegnante di italiano in una scuola serale di Napoli, vive da sola, senza genitori né amanti. Tra una confidenza all’amico Fabrizio e un ballo in discoteca, trascorre i pomeriggi al cinema, dove incontra Pietro, ragazzo padre in preda a una crisi isterica del figlioletto. I due si frequentano, hanno una relazione e Maria rimane incinta. Alla notizia, il compagno non ne vuole sapere, rifiuta di partecipare alla gravidanza, non vuole prendersi responsabilità e, quando la bambina nasce prematura, Maria dovrà affrontare il calvario dell’attesa completamente da sola.
La nascita di un bambino prematuro spezza il naturale percorso di crescita di madre e bambino. Con l’interruzione – seppur transitoria – dell’evoluzione fisica della piccola creatura, si sospende anche la preparazione psicologica di chi lo ha portato in grembo fino a quel momento. Impotente di fronte ad un’incubatrice algida e ostile, Maria non può fare altro che rimanere in attesa di un’epifania che illumini una strada da seguire. La rivelazione del destino di Irene, indecisa tra nascita e morte, ‘incubata’ anch’essa in un processo di maturazione, si trattiene e svela, con parsimonia, solo piccoli segni di vita: il monitor che conferma il battere del cuoricino, e il ritmo, fin troppo costante, del respiro costretto a tubi e pompe ospedaliere.
Il tempo passa, lasciando il segno del suo spietato scorrere verso il futuro sull’animo della madre, costretta a rimanere bloccata nello ‘spazio bianco’ del titolo, dove vita e morte coincidono. La toccante storia di Maria, alle prese con una gravidanza inaspettata e tardiva, viene narrata con dolcezza, senza accomodanti: la protagonista, inizialmente infastidita da tutte le preoccupazioni tipiche da mamma (i primi vestitini e i disegni infantili), impara assieme alla figlia ad avvicinarsi al compito della maternità. Non è sicura di voler accettare la responsabilità di una bimba da crescere, fatica ad avere pazienza, vorrebbe scoprire subito se la piccola Irene ce la farà. La figura di Margherita Buy, svestita dai tic nervosi a cui ci ha abituato, viene incessantemente seguita dalla macchina da presa e inquadrata in primi piani commoventi, difficili da sostenere. Attorno a lei, si muovono personaggi che hanno subito il dramma della rinuncia: la dirimpettaia magistrato, costretta a vivere scortata e lontano dai figli, gli attempati alunni della scuola, in difficoltà con Dante e Leopardi, le madri dell’ospedale, private della giovinezza dall’arrivo casuale di un figlio. Sono figure di contorno che vanno avanti, accecate dalle incombenze quotidiane, ma capaci di esprimere grande umanità. In qualche modo, tutte contribuiscono a dare un senso compiuto alla maternità di Maria, aiutandola ad affrontare il dolore, anche quando rimangono apparentemente lontani dall’evoluzione degli eventi.
Lo stile narrativo della Comencini, posato e realistico come in passato, si apre questa volta anche alla forza visionaria di alcune scene surreali (il ballo delle madri, la scomparsa di Pietro dietro una folla di scout in piazza Plebiscito), intermezzi dell’anima che esprimono la parte più intima e personale della protagonista. Nell’attesa di un segno rivelatore, di un cambiamento, di un assestamento, le tende dell’ospedale si aprono e si chiudono segnando il repentino passaggio dall’insicurezza a brevi momenti di gioia, dallo sconforto alla speranza. La musica, tutta al femminile (Blondie, Nina Simone, Cat Power, Ella Fitzgerald), avvolge il dramma dell’attesa in una delicatezza priva di facili sentimentalismi, accarezzando la storia e infondendole forza e tenacia. Un modo raro di raccontare che porta l’attenzione su uno dei momenti più straordinari della vita di una donna. Tra il ‘bianco’ che annulla e contiene tutte le emozioni e lo ‘spazio’ dell’anima, dove la nascita di un figlio riserva un posto speciale.

Nicoletta Dose

febbraio 17, 2010 at 7:57 pm Lascia un commento

Midlake – The courage of others ( cd – lp – 2cd,2lp,dvd )

midlake-the-courage-of-others

È sempre operazione delicata riproporsi dopo l’album che ha sancito un’affermazione su larga scala, a livello di pubblico e critica. I Midlake con questo terzo album sapevano che avrebbero dovuto fare i conti con gli inevitabili paragoni con l’ottimo The Trials of Van Occupanther (Bella Union, 2006) e dunque, saggiamente, hanno deciso di ripartire da lì, da quel suono, per spingersi oltre e osare un passo in territori ignoti. Perciò, se da una parte resta intatta la natura di un progetto saldamente ancorato al folk-rock, e in particolare a un cantautorato caldo e malinconico, dall’altra la band capitanata da Tim Smith sembra aver modificato con decisione le coordinate sonore delle proprie composizioni e dei propri arrangiamenti. Non proprio una rivoluzione… ma poco ci manca. The Courage of Others vede innanzitutto ridimensionati i due grossi punti fermi del suono Midlake: Neil Young (per le chitarre) e Thom York (per i cantati). I due nomi, ingombranti, non spariscono del tutto e continuano a far capolino tra i solchi dell’album, tuttavia la loro influenza è decisamente sacrificata a favore di citazioni meno scontate. In particolare risulta felicissima (e audace) l’introduzione di riferimenti west-coast combinati con un utilizzo di flauti di chiara marca folk-progressiva inglese: canzoni come l’iniziale “Acts Of Men”, “The Horn” o “Bring Down” in questo senso potrebbero essere considerate come una sorta di manifesto del nuovo corso. Ma è tutto l’album ad essere disseminato di riferimenti inattesi e anche molto lontani tra loro, dagli Eagles ai Fairport Convention, dai Creedence ai Jehtro Tull, per un risultato finale che, per quanto non ‘inaudito’ (si pensi agli Espers ad esempio…), si rivela assolutamente entusiasmante. La differenza, ancora una volta, la fa la voce e la scrittura di Tim Smith che, oggi, può essere finalmente annoverato nel pantheon dei ‘nuovi’ grandi autori. Il coraggio (degli altri?) paga.

febbraio 17, 2010 at 7:05 pm Lascia un commento

Peter Gabriel – Scratch my back ( cd – 2cd )

Quando, subito dopo l’uscita del sorprendente Up, Peter Gabriel disse di avere praticamente già pronto il suo successore (I/O: ne aveva rivelato anche il titolo, lo svergognato), a chi lo conoscesse bene era chiaro che: 1) l’avrebbe pubblicato almeno dopo 7/8 anni; 2) nel frattempo avrebbe fatto qualcosa di poco legato al mondo della musica. Questa volta i Petergabrielliani possono accontentarsi di essersi leggermente sbagliati. Mentre la prima conclusione era francamente scontata, la seconda è stata invece smentita con la pubblicazione di Scratch My Back (il titolo più brutto di tutti gli album di Gabriel), album di cover solo con voce e orchestra, “senza chitarra e batteria”, come recita lo slogan dei suoi concerti appena annunciati. Anche stavolta Gabriel ce l’ha fatta: SMB è un bell’album, di gran classe ma non pomposo, graziato da una scelta originale di canzoni convincenti. Tra tutti, ci sono “grandi vecchi” come Paul Simon, Lou Reed, Neil Young, David Bowie e David Byrne/Talking Heads, ma anche giovani virgulti come Arcade Fire, i “genesisiani” Elbow, Regina Spektor (!) e Bon Iver. L’ex Arcangelo scarnifica le loro canzoni ma non le stravolge a la Cat Power, lasciando che siano gli arrangiamenti orchestrali a renderle sufficientemente aliene a chi le conosce. Il resto lo compie la sua splendida voce, come sempre toccante. L’esperimento è felicemente riuscito, anche se non si può gridare al miracolo e c’è qualche canzone poco convincente (penso a Philadelphia). Chissà se il prossimo album di canzoni originali di Gabriel non venga influenzato da questo approccio più spartano… Del CD esiste anche una versione limitata con 3 remix più una cover inedita (Waterloo Sunset dei Kinks). Infine, da notare che ogni autore coverizzato da Gabriel realizzerà a sua volta una cover di una canzone del fondatore della Real World. La prima (Not one of us dei Magnetic Fields) è già disponibile su iTunes: è agghiacciante.

Voto: 7,5

crisgras

febbraio 15, 2010 at 7:19 pm 2 commenti

Get well soon – Vexations ( cd – 2cd – 2lp )

Kostantin Gropper, il musicista tedesco che sta dietro all’intero progetto Get Well Soon, è una di quelle persone con cui andare a cena può assumere i contorni di un esercizio mortificante, perché vi inibirà rivelandosi un intellettuale onnivoro, o, al contrario, rivelarsi un piacere sublime poiché sarà piacevolissimo aggirarsi nei meandri di una mente così eclettica. Prendete, ad esempio, questo suo secondo lavoro su lunga durata, Vexations. Nelle intenzioni del compositore c’era l’idea di costruire un concept album attorno allo stato di calma che si prova nel momento in cui si riescono a gestire le contrarietà della vita. Fin qui, chapeau per la complessità del tema. Ma l’immaginario da cui Gropper attinge ispirazione e i suoi riferimenti letterari e iconografici sono stratosferici. Innanzi tutto il disco prende il nome da una composizione di Satie che fa da cardine ispirativo su cui sono costruite le melodie. E poi sorprendono i testi, che mettono in campo il Manifesto di Marx, il suicidio di Seneca, le teorie di Elisabeth Kübler Ross a proposito delle cinque fasi dell’elaborazione del lutto, che Gropper imbastardisce con l’iconografia delle sette spade che trafiggono il cuore della Madonna Addolorata, la storia di Roma incendiata da Nerone e di Mosca data alle fiamme al tempo di Napoleone, il Moby Dick di Melville. A fare da collante è un’attitudine tardoromantica in salsa indie-pop che a tratti si trasforma in una vischiosa melassa. Non tutto è allo stesso livello, ma quando arriva la canzone giusta (Seneca’s Silence, We Are Free, Angry Young Man) c’è da sognare. La cena di cui sopra è servita. Sta a voi accettare l’invito o meno.

febbraio 13, 2010 at 4:28 pm Lascia un commento

Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino ( dvd )

Primo anno dell’occupazione tedesca in Francia. Il Colonnello delle SS Hans Landa, dopo un lungo e mellifluo interrogatorio, decima l’ultima famiglia ebrea sopravvissuta in una località di campagna. La giovane Shosanna riesce però a fuggire. Diventerà proprietaria di una sala cinematografica in cui confluirà un doppio tentativo di eliminare tutte le alte sfere del nazismo, Hitler compreso. Infatti, al piano messo in atto artigianalmente dalla ragazza se ne somma uno più complesso. Ad organizzarlo è un gruppo di ebrei americani guidati dal tenente Aldo Raine i quali non si fermano dinanzi a niente pur di far pagare ai nazisti le loro colpe.
Quentin Tarantino colpisce ancora. La sua passione per il cinema di genere, unita al piacere di raccontare storie, lo porta a riscrivere la Storia ufficiale con un attentato a Hitler collocato nell’unico luogo in cui il regista americano può pensare si possa attuare una giustizia degna di questo nome: una sala cinematografica. È solo al cinema che i cattivi muiono quando devono e gli eroi si sacrificano o trionfano.
È cinema puro quello che Tarantino porta sullo schermo, come biglietto da visita di Bastardi senza gloria nella prima mezzora. I tempi, i dialoghi, la tensione, l’ironia giocata sul versante delle lingue differenti (elemento che sarà il fil rouge di tutto il film) ne fanno un piccolo/grande gioiello i cui riferimenti vanno ampiamente al di là dei referenti classici dichiarati quali Sergio Leone e lo spaghetti western.
Il film nel suo complesso non manca di qualche momento statico che fa sentire il peso della sua lunga durata. Grazie però alla straordinaria prestazione di tutto il cast ma in particolare a quella di Christoph Waltz (attore austriaco semisconosciuto da noi a riprova che, al di là dei proclami sulla circolazione delle idee, conosciamo pochissimo del cinema europeo) e grande rivelazione di questo film, Tarantino conduce le danze rendendo omaggio a Enzo Castellari senza per questo avere la minima intenzione di realizzare un remake.
Semmai resta, nello spettatore che ha amato il cinema di Ernst Lubitsch, il piacere di un soggetto che, in alcune sue parti, non può non far pensare a To Be Or Not To Be (tradotto in italiano in Vogliamo vivere ripreso poi da Mel Brooks). Là era il teatro a dominare, qui c’è un’attrice cinematografica a fare il doppio gioco e dei guerriglieri macho che si spacciano per poco credibili italiani in una sala cinematografica. Tarantino è forse l’unico regista contemporaneo capace di metabolizzare un universo cinematografico di cui si nutre costantemente (chi scrive lo ha visto applaudire calorosamente, confuso tra il pubblico della proiezione stampa, alla prima cannesiana di Looking for Eric di Ken Loach che fa un cinema distante anni luce dal suo). Lo metabolizza restituendocelo nuovo e assolutamente personale (si veda, tra i tanti e a titolo di esempio, il riferimento a Duello al sole). Perchè Tarantino ama il Cinema tout court (e non solamente, come tanti altri registi, il proprio cinema) ed è felice quando riesce a trasmettere questa sua passione. Anche in questa occasione la missione è compiuta.

Giancarlo Zappoli ( www.mymovies.it )

febbraio 9, 2010 at 8:23 pm Lascia un commento

Massive Attack – Heligoland ( cd – 2cd – 4lp )

Il quinto album studio dei Massive Attack (quarto, se si considera 100th Window come un album solista di Robert Del Naja) viene alla luce dopo un periodo di gestazione immensamente lungo e travagliato. Problemi nella stabilità della formazione, un lavoro di produzione tribolato, il titolo che ha subito diverse modifiche prima di giungere a quello definitivo e gli innumerevoli rinvii hanno fatto di Heligoland uno dei dischi più attesi degli ultimi anni.
Il parallelo è con Third dei concittadini Portishead, anch’essi fra i pionieri del trip hop e che hanno rilasciato un nuovo album dopo molti anni dall’ultimo. Ma se Third risultava inaspettatamente inedito e con uno stile completamente trasfigurato rispetto a quello dell’epoca d’oro del Bristol sound, Heligoland cerca di mediare maggiormente fra alcune delle tendenze esplorate dai Massive Attack nel corso della loro discografia e assemblarle in qualcosa di familiare e ugualmente oscuro, introverso e alienato – anche se molto più soffuso e meno angosciato nei toni, decisamente meno spiazzante nella novità.
Un’altra differenza è nel songwriting ben più elettronico, nonostante pure gli strumenti acustici qui abbiano un ruolo attivo in fase di composizione e il disco rimanga in larga parte “suonato”; ma principalmente la tendenza del disco e di rimescolare basi elettroniche e riempimenti ambientali sia come fondamenta su cui appoggiare l’edificazione del brano, sia come accompagnamento espanso, con percussioni mai invasive anche quando più frenetiche, sintetizzatori dosati e introversi, tastiere minimali. Un risultato che è frutto della produzione certosina effettuata da Del Naja & soci e che deriva da quanto già fatto in 100th Window (spogliato però di buona parte dei suoi spunti gotici e psichedelici, nonché di molte soluzioni sonore esotiche).
Una similitudine è invece negli arrangiamenti più scarnificati, soluzione atta a rendere i pezzi più essenziali, diretti e inquietanti, come a rappresentare una società spogliata della sua umanità oramai che il nuovo secolo si è inoltrato, ma che nel finale tendono a risultare purtroppo un po’ piatti a dispetto di un buon inizio.
Apparentemente meno profondo, Heligoland è invece calmo, ponderato, con un’attitudine più riflessiva e intimista, necessitante di una dosata messa a fuoco per svelare i vari volti psicologici nascosti nei pezzi.

febbraio 6, 2010 at 10:55 am Lascia un commento


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