Archive for gennaio, 2016

I TITOLI IN DVD PIU’ VENDUTI AD ALPHAVILLE NELL’ANNO 2015

01 INTERSTELLAR

INETRSTELLAR

02 WHIPLASH

WHIPL

03 AMERICAN SNIPER

AMERICAN SNI

04 IL SALE DELLA TERRA

IL SALE DELLA TERRA

05 LO SCIACALLO

nightcrawler_ver3_xlg

06 MEDIANERAS -INNAMORARSI A BUENOS AIRES-

medianeras

07 YOUTH

YOUTH.jpg

08 EX MACHINA

EX MACHINA

09 BIRDMAN

birdman

10 TEORIA DEL TUTTO

teoria_del_tutto

11 IL GIOVANE FAVOLOSO

FAVOLOSO

12 MOMMY

mommy

13 TUTTO PUO’ CAMBIARE

TUTTO PUO

14 GRAND BUDAPEST HOTEL

GRAND BUDAPEST H

15 THE TRIBE

TRIBE

16 MISS VIOLENCE

miss-violence-2013

17 TRUE DETECTIVE

TRUE DETECTIVE

18 BLOOD TIES

BLOOD TIES

19 SHAUN  -VITA DA PECORA-

SHAUN

20 NYMPHOMANIAC -DIRECTOR’S CUT-

NYMP

 

gennaio 30, 2016 at 12:10 pm Lascia un commento

LA GRANDE SCOMMESSA di -Adam McKay- recensione di Stefania De Zorzi

GRANDE SCOMMESSA

In “La Grande Scommessa” Adam McKay, regista e in parte sceneggiatore,
racconta con brio ed intelligenza le ragioni del crollo finanziario
del 2008, scostando il velo intessuto di tecnicismi, inganni e
rapporti clientelari con cui Banche e grandi società finanziarie
causarono un’immane “bolla” economica, cercando poi di coprire con
l’aiuto delle società di rating i propri errori macroscopici. La trama
prende spunto da una storia vera, narrata nel libro di Michael Lewis
“The Big Short – Inside the Doomsday Machine”: Michael Burry/Christian
Bale, gestore di un fondo di successo, è il primo, nel 2005, a
guardare dietro le quinte di pacchetti obbligazionari legati
all’andamento dei mutui immobiliari, e a rendersi conto delle loro
fondamenta pericolosamente fragili. Decide quindi di scommettere
contro un sistema garantito dai principali operatori finanziari come
affidabile e redditizio, seguito solo da pochi altri “illuminati”: fra
questi il moralizzatore Mark Baum/Steve Carell, lo spregiudicato Jared
Vennett/Ryan Gosling, ed i giovani Jamie Shipley/Finn Wittrock e
Charlie Geller/John Magaro, coadiuvati dal multi-milionario Ben
Rickert (un irriconoscibile Brad Pitt). Adam McKay è bravo ad
inventare un linguaggio cinematografico assolutamente nuovo, in cui i
protagonisti si rivolgono in “a parte” al pubblico per svelare
differenze fra fiction e realtà (interrompendo volutamente la classica
sospensione dell’incredulità), con l’aggiunta di stacchi in cui
celebrità che interpretano se stesse spiegano in contesti inusuali
l’astruso gergo dell’alta finanza. La macchina da presa segue i
personaggi a tratti come in un reality show, a tratti in modo più
classico, mantenendo un ritmo teso e avvincente per tutto il tempo.
Film imperdibile, con interpreti in stato di grazia (Christian Bale
grandioso, forse un gradino sopra a tutti), che riesce a raccontare
con leggerezza un capitolo tragicamente grottesco della storia
recente.

 

gennaio 23, 2016 at 11:34 am 1 commento

DAVID BOWIE -BLACKSTAR- recensione di Blue Bottazzi

black star

Qui ad Alphaville crediamo che il modo migliore di ricordare David Bowie sia ospitare la recensione di “Black star”, ultimo, luminoso lavoro di questo grande artista di cui tutto il mondo piange la scomparsa. Ringraziamo Blue Bottazzi per averne gentilmente concesso la riproduzione

La creatività dura dieci anni. Come tutte le regole, è raro che conosca eccezioni, ma evidentemente se c’è qualcuno che può provarci, questo è probabilmente David Bowie. La sua decade sono stati gli anni settanta. Ripetutamente: dal glam di Ziggy Stardust, al funky elegante del Thin White Duke, al minimalismo elettronico berlinese. L’ultimo disco incisivo fu la disco music di Let’s Dance con Nile Rodgers. Poi ha lasciato il campo agli Smiths mentre si confondeva fra il Pop Stardom di Sound+Vision e i tentativi d’avanguardia solo abbozzati dai Thin Machine. Negli anni novanta i suoi dischi sono diventati ininfluenti, e poi il ritiro. Che avrebbe potuto essere definitivo, ma che dopo una decade è stato interrotto dalla luce della Star che vive in lui. Accesa l’attenzione del pubblico attraverso un marketing suggestivo, che comprendeva il riciclo della copertina di Heroes (uno dei suoi dischi più amati), si è ripresentato alla grande con il disco doppio The Next Day che proprio dalla trilogia berlinese prendeva la linfa, e che si è rivelato, a sorpresa, uno dei suoi lavori più belli.
Lungi da aver esaurito l’energia con il disco del ritorno, un anno fa Bowie collaborava con la Maria Schneider Orchestra, un gruppo di jazz d’avanguardia, nella realizzazione di una canzone musicalmente agli antipodi, dal minimalismo asciutto di The Next Day ai sette minuti di jazz orchestrale e dissonante di sapore vagamente deco di Sue (Or in a Season of Crime).
Quello stesso suono nuovo sta dietro l’ispirazione del nuovo long playing, il – una volta ancora! – sorprendente Blackstar. Registrato nell’ambiente del nuovo jazz newyorchese, con il gruppo del sassofonista Donny McCaslin, ne abbiamo avuto un’anteprima con il singolo di ben 10 minuti dell’omonima Blackstar, con annesso video fantascientifico ispirato al Major Tom di Space Oddity, un brano che ha sorpreso per la differenza con qualsiasi cosa Bowie avesse registrato nella sua carriera, ma al tempo stesso intriso del suo marchio di fabbrica. E finendo per creare una attesa marcata per l’uscita del nuovo album, annunciato da tempo per oggi, data del sessantanovesimo compleanno dell’artista.
Un compleanno all’insegna della ritrovata giovinezza.

Ho evitato di proposito di ascoltare anteprime on line dell’album, per potermelo godere nel suo pieno splendore su un impianto hi-fi dal disco ufficiale. Ed invece alla fine l’ho ascoltato alle 2 di questa mattina su Spotify, e nuovamente a ripetizione mentre facevo colazione, in auto e di ritorno a casa.
Ma mentre scrivo ora, sono seduto su un divano davanti allo stereo con le gambe sullo sgabello di una batteria, nella mansarda della “redazione”, a godermelo a pieno volume. Un piacere.

Com’è dunque Blackstar, uno dei dischi più carichi di aspettativa della carriera di Bowie e certamente di questo decennio di crepuscolo del rock (di notte del rock sarebbe più appropriato)?

Lo confesso: mi aspettavo più avanguardia, più jazz, più King Crimson e più Charles Mingus. Ma se vuoi un disco su misura, te lo registri da solo, giusto? È un disco di Bowie.
Se The Next Day riportava a Heroes, l’atmosfera di Blackstar potrebbe richiamare, fra tutti, Black Tie White Noise. Che già voleva essere un disco dance intellettuale e contemporaneo. Blackstar vuole infatti essere un disco intellettuale e contemporaneo, e ci riesce molto bene.
Sassofoni, dissonanze, variazioni ci sono, ma giusto quel tanto da non comprometterne la commercialità; dopo tutto è pur sempre un disco che finirà alle vette delle classifiche, e questo è il XXI secolo. Le vette sono le due canzoni già edite come singolo, Blackstar (che dopo tutti questi ascolti non sembra ormai più strana di Space Oddity) e la bellissima Lazarus, 6 minuti e 22 secondi di puro piacere, una ballata tradizionale rivestita di eleganti sassofoni. Un gioiello.
Le cinque canzoni che restano fanno da contorno di lusso.
Tis a Pity She Was a Whore (peccato che fosse una puttana) è il rifacimento del retro di Sue con un bellissimo sax.
La stessa Sue (Or in a Season of Crime) è stata ripresa, ma è del tutto modificata e irriconoscibile: non più orchestrale e dissonante, ma il brano più dance del disco.
Definire le ultime tre canzoni, Girl Loves Me, Dollar Days e I Can’t Give Everything Away come filler sarebbe poco onesto verso tre brani di impianto più tradizionale, ma davvero piacevoli, specie i sei melodici minuti della canzone finale.

La conclusione? Vale Blackstar i dollari che costa? È all’altezza delle aspettative?
Mettiamola così:
1. è lirico e bellissimo;
2. è sofisticato ed orecchiabile al tempo stesso;
3. è lo Hunky Dory del XXI secolo;
4. è seminale: mette una voglia pazzesca di ascoltarne il seguito, ed il seguito ancora;
5. è in una categoria di stile tutta sua: è Blackstar il primo disco del XXI secolo? Sarebbe magnifico che ispirasse qualche giovane talento all’emulazione…

Wow.

✭✭✭✭✭ cinque stelle (nere)

gennaio 12, 2016 at 6:14 pm 2 commenti

Macbeth di -Justin Kurzel- recensione di Stefania De Zorzi.

mac original

Corruptio optimi pessima”: questo il tema portante di “Macbeth”,
nuova trasposizione cinematografica della tragedia di Skakespeare.
Macbeth, eroe stimato e amato dai compagni d’arme così come dal suo
re, Duncan, decide in seguito alla profezia di tre streghe e su
istigazione della moglie, di assassinarlo, così da diventare a sua
volta sovrano di Scozia. Ossessionato dai fantasmi delle sue vittime,
diviene ben presto un tiranno sanguinario, autore delle peggiori
nefandezze. Justin Kurzel parte abbastanza bene, con Macbeth/Michael
Fassbender che dipinge di nero i volti dei soldati adolescenti con cui
andrà a combattere una battaglia disperata contro un barone ribelle;
l’uso eccessivo e compiaciuto dello slow motion rallenta da subito
l’azione, ma l’apparizione delle streghe che pronunciano parole arcane
fa sperare in un buon adattamento del classico shakespeariano. Peccato
che la materia densa dell’opera, alla radice di icone e motivi
ricorrenti della moderna narrazione, sia essa cinematografica,
teatrale o letteraria (dalla figura di Darth Vader nella saga di Star
Wars alla perfida e fatale dark lady, alle profezie che si
auto-avverano, solo per citarne alcuni), anziché ispirare schiacci il
regista, che annaspa per buona parte del film in una rilettura
paludosa, con tempi dilatati e ambientazioni oscure. Il cast di alto
livello (oltre a Fassbender, forse un po’ troppo spiritato, un’ottima
Marion Cotillard recita nei panni di Lady Macbeth, Paddy Considine in
quelli di Banquo) non basta a risollevarne le sorti. Si esce
rimpiangendo la mano leggera, il ritmo vivace anche nei passaggi cupi,
e la genialità di adattamenti di Kenneth Branagh, forse il miglior
regista “shakespeariano” dei nostri anni.

gennaio 11, 2016 at 11:59 am Lascia un commento


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